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    Isaac Asimov
    Fondazione e Terra


    Parte prima
    Gaia


    1. La ricerca inizia


    1

    Perché l’ho fatto? — chiese Golan Trevize.

    Non era una domanda nuova. Da quando era arrivato su Gaia, se l’era rivolta spesso. Si svegliava da un sonno nella piacevole frescura della notte, e si accorgeva che la domanda gli echeggiava silenziosa nella mente, come un lieve martellio: «Perché l’ho fatto? Perché l’ho fatto?»

    Adesso, comunque, per la prima volta, riuscì a chiederlo a Dom, l’anziano di Gaia.

    Dom era consapevole della tensione di Trevize perché era in grado di percepire la struttura mentale del Consigliere. Non reagì a quella percezione, comunque. Gaia non doveva toccare in alcun modo la mente di Trevize, e il modo migliore per restare immune alla tentazione era ignorare scrupolosamente ciò che percepiva.

    — Fatto cosa, Trev? — chiese Dom. Per lui era difficile usare più di una sillaba nel rivolgersi ad una persona, e tanto non importava. Trevize si stava abituando al diminutivo.

    — La decisione che ho preso — disse Trevize. — La scelta di Gaia come nostro futuro.

    — Hai avuto ragione, decidendo così. — Dom era seduto, ed i suoi vecchi occhi infossati guardavano dal basso con grande serietà l’uomo della Fondazione, che era in piedi.

    — Tu, dici che ho ragione — disse Trevize spazientito.

    — Io/noi/Gaia sappiamo che hai ragione. È per questo che ti riteniamo prezioso. Hai la capacità di prendere la decisione giusta partendo da dati incompleti, ed hai preso la giusta decisione. Hai scelto Gaia! Hai rifiutato sia l’anarchia di un Impero Galattico edificato sulla tecnologia della Prima Fondazione, sia l’anarchia di un Impero Galattico edificato sulla mentalica della Seconda Fondazione. Hai deciso che nessuno dei due avrebbe potuto mantenersi stabile a lungo: dunque hai scelto Gaia.

    — Sì — disse Trevize. — Esattamente! Ho scelto Gaia, un superorganismo; un intero pianeta con una mente ed una personalità in comune, che obbliga a ricorrere a un pronome inventato “Io/noi/Gaia” per esprimere l’inesprimibile. — Prese a passeggiare per la stanza irrequieto. — Ed alla fine diventerà Galaxia, un super-superorganismo che abbraccerà tutti gli sciami stellari della Via Lattea.

    Si arrestò, si voltò ed aggredì rabbiosamente Dom, dicendo: — Sento di avere ragione, come lo sentite voi, ma voi volete l’avvento di Galaxia, quindi siete soddisfatti della decisione. Invece in me c’è qualcosa che non vuole l’avvento di Galaxia, e per questo motivo non mi accontento di accettare tanto facilmente la correttezza del mio atto. Voglio sapere perché abbia deciso così, voglio soppesare e valutare bene prima di ritenermi soddisfatto. La sensazione di avere ragione non mi basta. Come posso sapere di avere ragione? Qual è il meccanismo che mi guida nel modo giusto?

    — Io/noi/Gaia non sappiamo in che modo tu giunga alla decisione giusta. È proprio importante saperlo, dal momento che abbiamo comunque la decisione necessaria?

    — Parli per l’intero pianeta, vero? Per la coscienza comune di ogni goccia di rugiada, di ogni sasso, persino del nucleo liquido del pianeta?

    — Sì, potresti ottenere la stessa risposta da qualsiasi parte del pianeta in cui l’intensità della coscienza comune sia abbastanza grande.

    — E tutta questa coscienza comune si accontenta di usarmi come una scatola nera? Dato che la scatola nera funziona, è superfluo sapere cosa ci sia dentro? A me non sta bene. Non mi piace essere una scatola nera. Voglio sapere cosa ci sia dentro, io. Voglio sapere perché ho scelto Gaia e Galaxia come futuro, altrimenti non potrò tranquillizzarmi e stare in pace.

    — Ma perché disprezzi o diffidi tanto della tua decisione?

    Trevize respirò a fondo e disse lentamente, con voce vigorosa: — Perché non voglio far parte di un superorganismo, non voglio essere una parte superflua di cui disfarsi quando il superorganismo riterrà che sia un’azione utile per il bene della totalità.

    Dom guardò Trevize pensoso. — Vuoi cambiare la tua decisione, allora, Trev? Puoi farlo, lo sai.

    — Vorrei tanto cambiarla, ma non posso farlo semplicemente perché è una decisione che non mi piace. Per fare qualcosa adesso, devo sapere se la decisione sia giusta o sbagliata: non basta avere la sensazione che sia giusta.

    — Se hai la sensazione di avere ragione, allora hai ragione. — Sempre quella voce lenta e pacata, in netto contrasto con l’agitazione interiore di Trevize, che proprio per questo lo faceva imbestialire ancor di più.

    D’un tratto, sottraendosi all’oscillazione insolubile tra sentire e sapere, Trevize mormorò: — Devo trovare la Terra.

    — Perché ha qualcosa a che fare con questo tuo travolgente bisogno di sapere?

    — Perché è un altro problema che mi assilla in modo insopportabile, e perché ho la sensazione che ci sia un collegamento tra le due cose. Sono o non sono una scatola nera? Sento che ci sia un legame: non è sufficiente perché tu accetti il fatto così com’è?

    — Forse — disse Dom, con serenità.

    — Sono ormai migliaia di anni, forse ventimila anni, che gli abitanti della Galassia non si interessino della Terra: com’è possibile che abbiamo dimenticato il nostro pianeta d’origine?

    — Ventimila anni sono un periodo di tempo molto lungo. Ci sono molti aspetti degli inizi dell’Impero di cui sappiamo pochissimo; molte leggende che sono quasi sicuramente irreali ma che noi continuiamo a ripetere, arrivando addirittura a crederci, perché non abbiamo nulla di valido con cui sostituirle. E la Terra è molto più vecchia dell’Impero.

    — Ma esistono certamente dei documenti. Il mio buon amico, Pelorat, raccoglie miti e leggende della Terra, qualsiasi cosa, da qualunque fonte provenga. È la sua professione e, soprattutto, il suo passatempo. Quei miti e quelle leggende sono tutto quello di cui disponiamo. Non esistono documenti veri e propri, né testimonianze concrete.

    — Documenti di ventimila anni fa? Le cose si deteriorano, si consumano, vengono distrutte dall’inefficienza o dalla guerra.

    — Ma dovrebbero esserci dei documenti: copie, copie delle copie, e copie delle copie delle copie; materiale utile molto più recente di venti millenni. Sono stati sottratti. La Biblioteca Galattica di Trantor doveva avere dei documenti riguardanti la Terra. Di tali documenti si parla in noti trattati storici, ma i documenti non esistono più nella Biblioteca Galattica. I riferimenti ci sono, ma qualsiasi citazione degli originali manca.

    — Ricorda che Trantor è stato saccheggiato alcuni secoli fa.

    — La Biblioteca è rimasta intatta. Era protetta dal personale della Seconda Fondazione. E sono stati quegli uomini a scoprire recentemente che il materiale collegato alla Terra fosse scomparso: il materiale è stato sottratto di proposito in tempi recenti. Perché? — Trevize smise di passeggiare e fissò Dom. — Se troverò la Terra, scoprirò cosa nasconde…

    — Nasconde?

    — Nasconde o si nasconde. Quando l’avrò scoperto, ho la sensazione che saprò perché abbia scelto Gaia e Galaxia invece della nostra individualità. Allora, presumo, saprò, non sentirò solo, di avere ragione, e se avrò ragione — Trevize alzò le spalle rassegnato — così sia.

    — Se ne sei convinto — disse Dom — e se credi di dover rintracciare la Terra, allora naturalmente noi ti aiuteremo per quanto possibile. È comunque un aiuto limitato. Per esempio, io/noi/Gaia non sappiamo dove possa essere situata la Terra tra la miriade di mondi che costituiscono la Galassia.

    — In ogni caso, devo cercare — disse Trevize. — Anche se può sembrare un’impresa disperata, di fronte all’immane spolverio di stelle disseminato nella Galassia, anche a costo di tentare da solo.


    2

    Trevize era circondato dalla mitezza di Gaia. La temperatura, come sempre, era gradevole, e l’aria si muoveva piacevolmente, fresca ma non gelida. Il cielo era solcato da nubi che velavano il sole di tanto in tanto, e senza dubbio se il livello di vapore acqueo per metro di superficie fosse sceso sufficientemente in un punto o nell’altro, ci sarebbe stata abbastanza pioggia da ripristinare l’umidità atmosferica.

    Gli alberi crescevano ad intervalli regolari, come in un frutteto, e crescevano così, senza dubbio, su tutto il pianeta. La terra e il mare erano forniti del giusto numero e della giusta varietà di forme di vita animale e vegetali, così da creare un equilibrio ecologico adeguato, e la quantità di tutte queste forme di vita, senza dubbio, oscillava con variazioni minime senza discostarsi mai troppo dall’optimum… E questo valeva anche per gli esseri umani.

    Tra tutti gli oggetti che rientravano nel campo visivo di Trevize, l’unica nota stonata era la sua stessa nave, la “Far Star”.

    La nave era stata pulita e sistemata con estrema efficienza da alcuni componenti umani di Gaia. Era stata rifornita di generi alimentari, l’arredamento era stato rimesso a nuovo o sostituito, le parti meccaniche erano state controllate. Trevize stesso aveva verificato attentamente il computer di bordo.

    La nave non aveva bisogno di rifornimento di carburante, perché era una delle poche navi gravitazionali della Fondazione, alimentata quindi dall’energia del campo gravitazionale generale della Galassia, che era in grado di fornire energia a tutte le flotte dell’umanità per tutti gli eoni della sua probabile esistenza senza far registrare alcun calo apprezzabile di intensità.

    Tre mesi addietro, Trevize era stato un Consigliere di Terminus. In altre parole, era stato un membro della Legislatura della Fondazione e, di conseguenza, un grande della Galassia. Erano passati solo tre mesi? Sembrava che fosse trascorsa la metà dei suoi 32 anni di vita da quando aveva occupato quella carica, da quando la sua unica preoccupazione era stata quella di chiedersi se il Piano Seldon fosse valido o no, se la regolare ascesa della Fondazione da villaggio planetario a grande complesso galattico fosse stata tracciata adeguatamente in anticipo o meno.

    Eppure per certi versi, nulla era cambiato: lui era tuttora un Consigliere. Il suo status ed i suoi privilegi erano immutati, solo che Trevize non prevedeva di tornare su Terminus a rivendicarli. Come non si adattava al microcosmo d’ordine di Gaia, così non sarebbe più riuscito ad integrarsi nel caos immenso della Fondazione. Non aveva un posto di appartenenza, era un orfano ovunque andasse.

    Serrò la mascella e si passò rabbiosamente le dita tra i capelli neri. Prima di perdere tempo a lagnarsi del proprio destino, doveva trovare la Terra. Se fosse sopravvissuto alla ricerca, allora avrebbe potuto sedersi a piangere. E forse avrebbe avuto motivi ancor più validi per farlo.

    Con flemma e decisione, ripensò al passato…

    Tre mesi prima, lui e Janov Pelorat, quello studioso competente e ingenuo, avevano lasciato Terminus. Pelorat era spinto dalla sua smania professionale di scoprire l’ubicazione della Terra persa nelle leggende, e Trevize si era accodato, sfruttando l’obiettivo di Pelorat per mascherare quella che considerava la sua vera meta. Non avevano trovato la Terra, ma avevano trovato Gaia, dopo di che Trevize era stato costretto a prendere la sua fatidica decisione.

    Adesso era lui, Trevize, che aveva modificato i propri piani radicalmente, con un voltafaccia, e stava cercando la Terra.

    In quanto a Pelorat, pure lui aveva trovato qualcosa di imprevisto. Aveva trovato Bliss, la giovane donna dai capelli neri e gli occhi scuri, la ragazza che era Gaia, proprio come Dom era Gaia… proprio come il granello di sabbia e lo stelo d’erba più vicino era Gaia. Pelorat, con l’ardore tipico della mezza età avanzata, si era innamorato di una donna che aveva meno della metà dei suoi anni, e la ragazza, strano ma vero, sembrava contenta così.

    Era strano… però Pelorat era sicuramente felice, e Trevize pensò rassegnato che ognuno doveva trovare la felicità come meglio credeva. Era questo lo scopo dell’individualità… individualità che Trevize, per sua scelta, stava abolendo (era questione di tempo) in tutta la Galassia.

    Il dolore ritornò. La decisione che aveva preso, che aveva dovuto prendere, continuava a tormentarlo e…

    — Golan!

    La voce interruppe i suoi pensieri, e Trevize alzò lo sguardo in direzione del sole, battendo le palpebre.

    — Ah, Janov — disse con entusiasmo, con maggiore cordialità del necessario perché non voleva che Pelorat intuisse l’amarezza delle sue riflessioni. Riuscì persino a scherzare: — Vedo che ce l’hai fatta a staccarti da Bliss.

    Pelorat scosse la testa. La brezza gli agitava i capelli bianchi e sericei, e il suo viso lungo conservava la stessa espressione solenne di sempre. — A dire il vero, vecchio mio, è stata lei a suggerirmi di venire da te per… per una cosa di cui voglio discutere. Non che non volessi vederti ugualmente, intendiamoci, ma pare che Bliss pensi più rapidamente di me.

    Trevize sorrise. — Certo, Janov. Sei qui per salutarmi, immagino.

    — Be’, non proprio. Se mai, è vero il contrario. Golan, quando noi due abbiamo lasciato Terminus, io mi prefiggevo di trovare la Terra. In pratica, ho trascorso la mia vita adulta dedicandomi a quell’impresa.

    — Ed io continuerò, Janov: l’impresa è mia adesso.

    — Sì, ma è anche mia… È ancora mia.

    — Ma… — Trevize alzò un braccio indicando con un gesto ampio e vago il mondo circostante.

    Parlando d’un fiato, Pelorat sbottò: — Voglio venire con te.

    Trevize rimase allibito. — No, non parli seriamente, Janov. Tu hai Gaia, adesso.

    — Tornerò su Gaia un giorno, ma non posso lasciarti partire da solo.

    — Certo che puoi. So badare a me stesso.

    — Senza offesa, Golan, ma tu non sai abbastanza. Sono io l’esperto di miti e leggende: posso guidarti.

    — E abbandonerai Bliss? Via, non…

    Un lieve rossore soffuse le gote di Pelorat. — In realtà, non è mia intenzione farlo, comunque lei ha detto…

    Trevize corrugò la fronte. — Per caso, non starà cercando di sbarazzarsi di te, Janov? Mi aveva promesso…

    — No, non capisci. Per favore, ascoltami, Golan. Ah, hai il brutto vizio di infiammarti e balzare alle conclusioni prima che gli altri abbiano finito di parlare. È una tua caratteristica, lo so, e d’altro canto pare che io incontri una certa difficoltà nell’esprimermi in modo conciso, ma…

    — D’accordo — disse Trevize garbatamente — adesso dimmi pure quel che abbia in mente Bliss, nel modo che preferisci, ed io ti prometto che sarò paziente.

    — Grazie, e dal momento che sarai paziente, credo di poter venire subito al dunque. Ecco, vuole venire anche Bliss.

    — Bliss vuole venire? — disse Trevize. — No, sto infiammandomi di nuovo… Non mi infiammerò… Allora, Janov, perché Bliss vuole partire con noi? Te lo sto chiedendo senza urlare.

    — Non me l’ha detto. Ha detto che vuole parlarti.

    — Allora, come mai non è venuta di persona, eh?

    — Penso… dico, penso… che sia convinta di non riscuotere le tue simpatie, Golan, e che esiti ad avvicinarsi a te. Ho fatto del mio meglio, vecchio mio, per assicurarle che tu non abbia nulla contro lei. Stento a credere che qualcuno possa giudicarla in modo men che positivo. Eppure, Bliss ha voluto che fossi io ad intavolare la discussione con te. Posso riferirle che sei disposto ad incontrarla, Golan?

    — Certo, la vedrò subito.

    — E sarai ragionevole? Vedi, vecchio mio, ha insistito parecchio. Ha detto che è una questione di capitale importanza, e che lei deve venire con te.

    — Non ti ha detto il perché, vero?

    — No, ma se lei pensa di dover partire, significa che lo pensa anche Gaia.

    — Il che significa che io non devo rifiutare. Giusto, Janov?

    — Sì, credo che tu non debba rifiutare, Golan.


    3

    Per la prima volta nel suo breve soggiorno su Gaia, Trevize entrò nella casa di Bliss, che ora ospitava anche Pelorat.

    Trevize si guardò attorno un istante. Su Gaia, le case tendevano alla semplicità. Con l’assenza pressoché totale di violenti fenomeni meteorologici di alcun genere, con la temperatura mite in ogni stagione a quella latitudine, con le placche tettoniche che scivolavano senza scosse quando proprio dovevano spostarsi, era inutile costruire case destinate ad una protezione complessa o a creare un ambiente comodo all’interno di un ambiente esterno disagevole: l’intero pianeta era una casa destinata a proteggere gli abitanti.

    La casa di Bliss, nell’ambito della casa planetaria, era piccola; le finestre prive di vetri erano schermate da specie di zanzariere, i pochi mobili erano di linea piacevole e soprattutto pratici. C’erano immagini olografiche alle pareti; in un ologramma compariva un Pelorat dall’aria piuttosto sorpresa e impacciata. Trevize contrasse le labbra ma cercò di mascherare il proprio divertimento e incominciò a sistemarsi con cura la fusciacca.

    Bliss lo osservò. Non sorrideva come al solito. Aveva invece un’espressione seria, e i suoi occhi scuri erano sgranati, mentre i capelli le scendevano sulle spalle in una morbida onda nera. Solo le sue labbra carnose, sfumate di rosso, conferivano un po’ di colore al viso.

    — Grazie per essere venuto da me, Trev.

    — Janov mi ha spiegato che si trattasse di una cosa urgente, Blissenobiarella.

    Bliss accennò un sorriso. — Bel colpo. Se mi chiamerai Bliss, un monosillabo accettabile, cercherò di pronunciare il tuo nome per intero, Trevize. — Incespicò, quasi impercettibilmente, sulla seconda sillaba.

    Trevize alzò la destra. — Sarebbe un’ottima soluzione. Mi rendo conto della consuetudine gaiana di usare parti monosillabiche dei nomi nel dialogo di pensieri comune, per cui non mi offenderò se di tanto in tanto dovessi chiamarmi Trev. Comunque, mi sentirò più a mio agio se cercherai di dire Trevize il più spesso possibile… ed io ti chiamerò Bliss.

    Trevize la studiò, come faceva sempre quando la vedeva. Come individuo, era una ragazza poco più in là dei vent’anni. Come parte di Gaia, però, aveva interi millenni sulle spalle. Questa particolarità non influiva sul suo aspetto esteriore; la differenza invece si notava a volte nel suo modo di parlare, e nell’atmosfera che inevitabilmente la circondava. E lui voleva che diventassero così tutti gli esseri umani esistenti? No! Nella maniera più assoluta! Tuttavia…

    Bliss disse: — verrò subito al nocciolo della questione. Hai messo in rilievo il tuo desiderio di trovare la Terra…

    — Ho parlato a Dom — disse Trevize, deciso a non piegarsi a Gaia se non dopo avere insistito sul proprio punto di vista.

    — Sì, ma parlando a Dom hai parlato a Gaia e ad ogni sua parte, quindi anche a me, per esempio.

    — Mi hai sentito mentre parlavo?

    — No, perché non stavo ascoltando. Ma in seguito, prestando attenzione, ho potuto ricordare le tue parole. Ti prego di accettare le cose come stanno, e proseguiamo. Hai manifestato il desiderio di trovare la Terra, insistendo sulla sua importanza. Io non vedo come questo possa essere importante, ma tu hai la capacità di avere ragione, pertanto io/noi/Gaia dobbiamo accettare quel che dici. Se la missione ha un’importanza cruciale per la tua decisione riguardo Gaia, allora è importantissima anche per Gaia, quindi Gaia deve venire con te, se non altro per cercare di proteggerti.

    — Dicendo che Gaia deve venire con me, intendi dire che tu devi venire con me. Esatto?

    — Io sono Gaia — disse semplicemente Bliss.

    — Come lo sono tutte le altre cose su questo pianeta e di questo pianeta. Perché, allora, proprio tu? Perché non un’altra parte di Gaia?

    — Perché Pel vuole venire con te, e partendo con te, non sarebbe felice con una parte di Gaia che non fossi io.

    Pelorat, che sedeva con discrezione in un angolo (volgendo le spalle alla propria immagine, notò Trevize), disse sottovoce: — È vero, Golan: Bliss è la mia parte di Gaia.

    Bliss scoccò un sorriso immediato. — È eccitante sentirsi considerati in questo modo. È un concetto decisamente alieno, sia chiaro.

    Be’, vediamo. — Trevize incrociò le mani dietro la testa e cominciò a dondolarsi sulle gambe posteriori della sedia. Le gambe scricchiolarono subito, al che lui decise che l’oggetto non fosse abbastanza solido da resistere a quel gioco e si affrettò a riportare la sedia nella posizione corretta. — Farai ancora parte di Gaia se la lascerai?

    — Non è indispensabile. Per esempio, in caso di grave pericolo posso isolarmi affinché eventuali sofferenze non si riversino su Gaia, o posso isolarmi per altre ragioni di carattere eccezionale, in casi di emergenza. Comunque, generalmente farò sempre parte di Gaia.

    — Anche se balzeremo nell’iperspazio?

    — Sì, anche se i Balzi nell’iperspazio complicheranno leggermente le cose.

    — È una prospettiva che non mi tranquillizza affatto.

    — Perché?

    Trevize arricciò il naso nella solita reazione metaforica ad un cattivo odore. — Perché tutte le cose che sentirai e vedrai sulla mia nave saranno sentite e viste da tutta Gaia.

    — Io sono Gaia, quindi Gaia vedrà, sentirà e percepirà quello che io vedrò, sentirò e percepirò.

    — Appunto. Persino questa parete vedrà, sentirà e percepirà.

    Bliss guardò la parete indicata da Trevize e si strinse nelle spalle. — Sì, anche questa parete. Possiede solo una coscienza infinitesimale, quindi sente e capisce solo a livello infinitesimale, ma per fare un esempio suppongo che ci siano dei mutamenti subatomici come reazione a quanto stiamo dicendo ora, mutamenti che permettano alla parete di fondersi attivamente con la struttura complessiva di Gaia contribuendo così al benessere dell’insieme.

    — Ma se io volessi un po’ di privacy? Può darsi che non voglia che una parete sappia cosa dico e cosa faccio.

    Bliss sembrava esasperata e Pelorat si affrettò ad intervenire. — Non voglio intromettermi, Golan, dal momento che io stesso ignoro molte cose di Gaia. Eppure, stando con Bliss ho afferrato in parte come sia la situazione qui… Se su Terminus cammini tra la folla, vedi e senti parecchie cose, e può darsi che ne ricordi alcune. Potresti addirittura ricordarle tutte, con gli stimoli cerebrali adeguati, ma per lo più non ti riguardano, non ti interessano. E lasci perdere. Lasci perdere anche le scene che lì per lì ti colpiscono, le cose che lì per lì catturano la tua attenzione, e dimentichi. Probabilmente, su Gaia succede la stessa cosa. Anche se tutta Gaia è al corrente in modo dettagliato dei tuoi affari, questo non significa che le interessano per forza… Non è vero, mia cara Bliss?

    — Non avevo mai preso in considerazione questo particolare punto di vista, Pel, ma c’è qualcosa di pertinente nelle tue parole. Comunque, questa privacy di cui parla Trev… cioè, Trevize… è una cosa che per noi non ha alcun valore. Anzi io/noi/Gaia la troviamo incomprensibile. Volersi escludere dalla totalità… senza che gli altri sentano la tua voce, senza che gli altri siano testimoni delle tue azioni, senza che gli altri colgano i tuoi pensieri… — Bliss scosse la testa vigorosamente. — Ho detto che nelle emergenze possiamo isolarci, però nessuno di noi vivrebbe così spontaneamente, nemmeno per un’ora.

    — Io, sì — disse Trevize. — Proprio per questo devo trovare la Terra… per scoprire la ragione imprescindibile, sempre che esista, che mi abbia spinto a scegliere per l’umanità questo destino spaventoso.

    — Non è un destino spaventoso, ma accantoniamo l’argomento. Verrò con te non come spia, ma come amica ed aiutante. Ed anche Gaia ti seguirà, come amica ed aiutante.

    Trevize disse accigliato: — Gaia potrebbe aiutarmi più concretamente indicandomi la posizione della Terra.

    Bliss scosse la testa lentamente. — Gaia non conosce la posizione della Terra, ti è già stato detto da Dom.

    — Non ci credo. Dopo tutto, dovete avere dei documenti. Perché durante la mia permanenza qui non sono mai riuscito a vederne? Anche se Gaia non sappia veramente dove sia la Terra, io potrei ricavare qualche indizio utile dai documenti. Conosco la Galassia in modo abbastanza dettagliato, senza dubbio meglio di Gaia. Forse potrei trovare e decifrare degli indizi contenuti nei vostri documenti… particolari che forse Gaia non afferra.

    — Ma di quali documenti stai parlando, Trevize?

    — Qualsiasi. Libri, film, registrazioni, olografie, manufatti, qualunque cosa abbiate. Da che sono arrivato qui, non ho visto un solo oggetto che potesse essere considerato un documento… E tu, Janov?

    — No — rispose Pelorat tentennante. — Ma non è che mi sia guardato attorno seriamente.

    — Io invece l’ho fatto, con discrezione — disse Trevize. — E non ho visto nulla. Nulla! Non mi resta che pensare che mi si stia nascondendo qualcosa. Perché, mi domando? Vuoi dirmelo?

    La giovane fronte liscia di Bliss si corrugò. — Perché non me l’hai chiesto prima? Io/noi/Gaia non nascondiamo nulla, e non mentiamo. Un isolato, un individuo in isolamento, può mentire. È limitato, ed ha paura proprio perché è limitato. Ma Gaia è un organismo planetario di grandi capacità mentali e non ha paura. Per Gaia dire menzogne, creare descrizioni che non corrispondono alla realtà, è del tutto inutile.

    Trevize sbuffò. — Allora perché mi avete impedito con tanta sollecitudine di vedere anche un solo documento? Dammi una giustificazione valida.

    — Certo. — Bliss alzò le mani, allargandole. — Non abbiamo alcun documento.


    4

    Pelorat si riebbe per primo, mentre Trevize sembrava più colpito.

    — Mia cara — disse garbatamente — È impossibile: non può esistere una civiltà di livello accettabile senza qualche tipo di documenti.

    Bliss inarcò le sopracciglia. — Certo, capisco. Intendevo semplicemente dire che non abbiamo alcun documento del tipo cui si riferisce Trev… Trevize, quindi era improbabile che ne vedesse. Io/noi/Gaia non abbiamo scrittura, né stampa, né film, né banche dati computerizzate Non abbiamo neppure incisioni su pietra. Ecco cosa sto cercando di dire. E dal momento che non abbiamo nulla del genere, è naturale che Trevize non abbia trovato nulla.

    Trevize chiese: — Cosa avete allora, se non avete documenti riconoscibili come tali?

    Scandendo bene le parole, quasi stesse rivolgendosi a un bambino, Bliss rispose: — Io/noi/Gaia abbiamo una memoria. Io ricordo.

    — Cosa ricordi? — chiese Trevize.

    — Tutto.

    — Ricordi qualsiasi dato?

    — Certo.

    — Di quanto? Risalendo di quanto nel passato?

    — Per periodi di tempo illimitati.

    — Potresti fornirmi dati storici, biografici, geografici, scientifici? Persino i pettegolezzi locali?

    — Tutto.

    — Tutto racchiuso in quella testolina. — Trevize indicò la tempia di Bliss.

    — No — disse lei. — I ricordi di Gaia non si limitano al contenuto del mio cranio individuale. — Nella circostanza, assunse un atteggiamento formale, anzi leggermente severo, cessando di essere unicamente Bliss e riflettendo un amalgama di più componenti. — Vedi, prima degli albori della storia, è esistito senza dubbio un periodo in cui gli esseri umani erano estremamente primitivi, e anche se erano in grado di ricordare gli eventi non sapevano parlare. In seguito è stato inventato il linguaggio, e serviva a esprimere i ricordi e a trasferirli di persona in persona. Poi è stata inventata la scrittura, per registrare i ricordi e tramandarli nel tempo alle generazioni future. Tutto il progresso tecnologico delle fasi successive è servito a creare più spazio per immagazzinare i ricordi ed a facilitare il compito di richiamare quelli desiderati. Ma quando gli individui si sono uniti formando Gaia, tutto questo processo è stato superato. Noi siamo in grado di tornare alla memoria, il sistema fondamentale di raccolta dati alla base di tutto. Capisci?

    Trevize chiese: — Vorresti dire che la somma complessiva di tutti i cervelli di Gaia possa ricordare molti più dati di un singolo cervello?

    — Certo.

    — Ma se i dati di Gaia sono disseminati in tutta la memoria planetaria, tu che vantaggio ne ricavi come parte individuale di Gaia?

    — Un vantaggio notevolissimo. Qualsiasi cosa desideri conoscere si trova in qualche mente individuale, forse in più menti. Se si tratta di un dato fondamentale, per esempio il significato della parola sedia, allora è in ogni mente. Ma anche se si tratta di un dato esoterico presente solo in una piccola parte della mente di Gaia, io posso richiamarlo se necessario… certo, il richiamo di un ricordo di questo tipo richiede più tempo rispetto a un ricordo più diffuso… Ecco, Trevize, se vuoi sapere qualcosa che non sia presente nella tua mente, tu guardi un certo video-libro od usi la banca dati di un computer: io analizzo la mente globale di Gaia.

    Trevize replicò: — Come fai a impedire che tutte le informazioni ti si riversino nel cervello facendoti esplodere il cranio?

    — È sarcasmo il tuo, Trevize?

    Pelorat intervenne: — Via, Golan, non essere scortese.

    Trevize guardò i due, quindi con uno sforzo visibile lasciò che la tensione che gli contraeva il viso si allentasse. — Mi dispiace. Sono schiacciato da una responsabilità che non voglio, e non so in che modo sbarazzarmene. Per questo a volte possa sembrare scortese, senza volerlo. Bliss, mi interessa davvero saperlo… Come fai ad attingere il contenuto di altre menti senza immagazzinarlo nella tua mente e senza sovraccaricarne così la capacità?

    Bliss rispose: — Non lo so, Trevize. Del resto, nemmeno tu conosci nei particolari il funzionamento del tuo cervello individuale… Ecco, probabilmente conosci la distanza del tuo sole da una stella vicina, però non ci pensi di continuo. Immagazzini il dato e puoi richiamarlo in qualsiasi momento, se necessario. Se non è importante, può darsi che col tempo tu dimentichi questo dato, però puoi sempre ricorrere alla memoria di un computer. La mente di Gaia è un’enorme banca dati, diciamo, ed io posso sempre usarla, ma non c’è bisogno che ricordi consciamente ogni cosa che mi serve: una volta utilizzato un certo dato, posso lasciare che mi esca dalla mente. Posso rimetterlo dove l’ho preso, per così dire.

    — Quanti abitanti ha Gaia, Bliss? Quanti esseri umani?

    — Circa un miliardo. Vuoi la cifra esatta?

    Trevize sorrise mesto. — Mi rendo conto che sei in grado di fornirmi la cifra esatta volendo, ma mi accontenterò del numero approssimativo.

    — In effetti la popolazione è stabile ed oscilla attorno ad un certo numero leggermente superiore al miliardo. Posso dirti di quanto quel numero si discosti per eccesso o per difetto dalla media esatta estendendo la mia coscienza e… be’, tastando i limiti. È la spiegazione migliore che possa dare a qualcuno che non abbia mai vissuto l’esperienza diretta.

    — Mi pare comunque che un miliardo di menti umane, tra cui sono comprese menti di bambini, non siano affatto sufficienti a memorizzare tutti i dati di cui abbia bisogno una società complessa.

    — Ma gli esseri umani non sono le uniche creature viventi di Gaia, Trev.

    — Intendi dire che anche gli animali ricordano?

    — I cervelli non umani possono immagazzinare ricordi con la stessa densità di quelli umani, e gran parte dello spazio di tutti i cervelli, sia umani che non umani, deve essere ceduto ai ricordi personali, che sono di scarsa utilità, che sono utili solo ai componenti individuali della coscienza planetaria che li ospitano. In ogni modo, quantità significative di dati importanti possono essere, e sono, immagazzinate nei cervelli animali, e nei tessuti vegetali, e nella struttura minerale del pianeta.

    — Nella struttura minerale? Le rocce e le catene montuose, cioè?

    — E per certi dati, l’oceano e l’atmosfera: tutto è Gaia.

    — Ma i sistemi inanimati cosa possono contenere?

    — Parecchio. L’intensità è bassa ma il volume è così grande che la maggior parte della memoria globale di Gaia è appunto nelle rocce. Occorre più tempo per recuperare e depositare i ricordi nelle rocce, dunque quello è il posto preferito per immagazzinare dati morti, per così dire… dati che, in circostanze normali, non si usano spesso.

    — Cosa succede quando muore qualcuno che racchiuda nel cervello dati di considerevole valore?

    — I dati non vanno perduti. Si disperdono lentamente mentre il cervello si disgrega dopo la morte, ma c’è tempo a sufficienza per distribuire i ricordi in altre parti di Gaia. Ed intanto i nuovi cervelli dei bambini nati si sviluppano, ed oltre a formare ricordi e pensieri personali ricevono da altre fonti le conoscenze adeguate. Quella che tu definiresti educazione, è un processo interamente automatico per me/noi/Gaia.

    Pelorat commentò: — Francamente, Golan, mi sembra che questa concezione di un mondo vivente presenti diversi aspetti positivi.

    Trevize lanciò una breve occhiata in tralice al suo compagno fondazionista. — Indubbiamente, Janov, ma la mia impressione rimane sfavorevole. Il pianeta, per quanto grande e vario, rappresenta un unico cervello. Uno solo! Ogni nuovo cervello che nasca si fonde con la totalità. Non c’è la possibilità di opporsi, di discordare! Quando pensiamo alla storia umana, pensiamo al singolo individuo che, nonostante la sua visione minoritaria condannata dalla società, alla fine vince e cambia il mondo. Che spazio c’è su Gaia per i grandi ribelli della storia?

    — La conflittualità interna esiste — disse Bliss. — Non è detto che ogni aspetto di Gaia condivida il punto di vista comune.

    — Dev’essere una conflittualità limitata — replicò Trevize. — Non si può avere un fermento eccessivo in un singolo organismo, altrimenti il suo funzionamento ne risentirebbe. Il progresso e lo sviluppo verranno sicuramente rallentati, anche se forse non si arresteranno del tutto. Possiamo correre il rischio di imporre una situazione del genere all’intera Galassia? A tutta l’umanità?

    Senza mostrarsi particolarmente scossa, Bliss chiese: — Stai mettendo in discussione la tua decisione? Stai cambiando idea? Stai affermando che Gaia rappresenti un futuro indesiderabile per l’umanità?

    Trevize serrò le labbra ed esitò. Poi, lentamente, rispose: — Mi piacerebbe farlo, ma… per ora non posso. Ho preso la mia decisione basandomi su qualcosa… su una base inconscia… e finché non avrò scoperto cosa sia, non posso decidere se cambiare idea o meno. Torniamo dunque all’argomento Terra.

    — Dove sei convinto di scoprire la natura della base su cui poggi la tua decisione. Vero, Trevize?

    — Sì, ho questa sensazione… Bene, Dom dice che Gaia non conosca la posizione della Terra. E tu concordi con lui, credo.

    — Certo che concordo con lui: sono Gaia quanto lui, io.

    — E mi nascondi delle informazioni? Consapevolmente, voglio dire?

    — Certo che no. Anche se fosse possibile mentire, Gaia non mentirebbe mai a te. Ricorda che dipendiamo dalle tue conclusioni, vogliamo che siano precise, e per essere precise devono basarsi sulla realtà.

    — In tal caso — disse Trevize — usiamo la tua memoria planetaria. Risali indietro nel tempo e dimmi fino a che punto riesci a ricordare.

    Ci fu una lieve esitazione. Bliss guardò Trevize inespressiva, quasi attraversasse un attimo di trance. Poi rispose: — Quindicimila anni.

    — Perché hai esitato?

    — Ho impiegato un po’ di tempo. I ricordi più vecchi sono racchiusi per lo più nella base delle montagne, e non è possibile riesumarli immediatamente.

    — Quindicimila anni fa, dunque? È in quel periodo che Gaia è stata colonizzata?

    — No, per quel che ne sappiamo la colonizzazione è avvenuta tremila anni prima di quel periodo… circa.

    — Perché sei incerta? Non ricordi? Non ricorda, Gaia?

    Bliss disse: — Parliamo di un’epoca precedente allo sviluppo di una memoria globale su Gaia.

    — Eppure, prima di poter contare sulla vostra memoria collettiva, Gaia avrà avuto senza dubbio dei documenti, Bliss. Documenti, nel senso tradizionale del termine… documenti registrati, scritti, filmati, e così via.

    — Immagino di sì, ma non credo si siano conservati in tutto questo tempo.

    — E se fossero stati duplicati o, meglio ancora, trasferiti nella memoria globale dopo lo sviluppo di quest’ultima?

    Bliss corrugò la fronte. Ci fu un’altra esitazione, questa volta più lunga. — Non trovo alcuna traccia di questi documenti primitivi di cui mi parli.

    — Perché?

    — Non saprei, Trevize. Presumo che si siano rivelati di scarsa importanza. Probabilmente, quando si è capito che quei documenti non-mnemonici stessero deteriorandosi, si è stabilito che erano ormai arcaici e inutili.

    — Ma non lo sai. Presumi, immagini, però non lo sai. Gaia non lo sa.

    Bliss abbassò gli occhi. — Dev’essere così.

    — Dev’essere? Io non sono una parte di Gaia, e quindi non sono tenuto a presumere quello che presuma Gaia… il che ti esemplifica l’importanza dell’isolamento. Io, come Isolato, presumo qualcos’altro.

    — Cioè?

    — Innanzitutto, di una cosa sono certo. Una civiltà attiva difficilmente distrugge i propri documenti più antichi. Lungi dal giudicarli arcaici ed inutili, se mai li tratterà con rispetto esagerato e farà il possibile per conservarli. Se i documenti preglobali di Gaia sono stati distrutti, Bliss, difficilmente si è trattato di una distruzione volontaria.

    — Come spiegheresti questo fatto, allora?

    — Nella Biblioteca di Trantor, tutti i riferimenti riguardanti la Terra sono stati sottratti da qualcuno o da qualche forza estranea alla Seconda Fondazione di Trantor. Non è possibile che anche su Gaia tutti i dati riguardanti la Terra siano stati sottratti da qualcosa estranea a Gaia?

    — Come sai che quei documenti antichi riguardassero la Terra ?

    — Stando a quanto hai detto, Gaia è stata fondata almeno diciottomila anni fa. Questo ci riporta al periodo prima della costituzione dell’Impero Galattico, al periodo in cui la Galassia era in fase di colonizzazione, e la fonte primaria di coloni era la Terra. Pelorat può confermartelo.

    Pelorat, chiamato di colpo in causa, parve per un po’ sorpreso e si schiarì la voce. — Così affermano le leggende, mia cara. Io prendo quelle leggende seriamente e penso, come Golan, che il genere umano in origine fosse confinato su un unico pianeta, e che tale pianeta fosse la Terra: i primi coloni provenivano dalla Terra.

    Trevize disse: — Se Gaia è stata fondata agli inizi dell’era iperspaziale, è molto probabile che sia stata colonizzata dai Terrestri, o forse dai nativi di un mondo non molto vecchio colonizzato poco prima dai Terrestri. Per questo motivo i documenti riguardanti la colonizzazione di Gaia e i suoi primi millenni dovevano avere qualche legame con la Terra ed i Terrestri. E questi documenti sono scomparsi. Pare che qualcosa stia intervenendo perché la Terra non venga citata in alcun documento della Galassia. E se questo è vero, un motivo deve esistere senz’altro.

    Bliss ribatté indignata: — Congetture, Trevize. Non hai prove.

    — Ma è Gaia ad insistere che il mio talento particolare consista appunto nel pervenire a conclusioni corrette partendo da prove insufficienti. Dunque, se giungo ad una conclusione e ne sono convinto, non dirmi che mi manchino le prove.

    Bliss rimase in silenzio.

    Trevize continuò: — Motivo di più per trovare la Terra, mi pare. Intendo partire non appena la “Far Star” sarà pronta: volete ancora venire, voi due?

    — Sì — fu la risposta immediata di Bliss.

    E: — Sì — ripeté Pelorat.


    2. Verso Comporellen


    1

    Piovigginava. Trevize guardò il cielo, che era una distesa compatta grigiastra.

    Portava un cappello impermeabile che respingeva le gocce e le faceva schizzare lontano dal suo corpo in ogni direzione. Pelorat, tenendosi fuori dal raggio degli schizzi, non sfruttava una protezione identica.

    Trevize disse: — Non vedo perché vuoi proprio bagnarti, Janov.

    — Bagnarmi non mi dà fastidio, mio caro ragazzo — replicò Pelorat con la solita espressione solenne. — È una pioggia lieve e tiepida. Non c’è un alito di vento. E poi, per citare il vecchio detto: «Su Anacreon, fa come gli anacreontini». — Indicò i gaiani accanto alla “Far Star”, che osservavano silenziosi la nave. Erano disseminati ordinatamente, come gli alberi di un boschetto gaiano, e nessuno portava cappelli protettivi.

    — Immagino che non gli dispiaccia bagnarsi — commentò Trevize — perché tutto il resto di Gaia si sta bagnando. Le piante, l’erba, il terreno… tutto quanto bagnato, e tutto parte di Gaia, compresi i gaiani.

    — Non c’è nulla di illogico — disse Pelorat. — Presto uscirà il sole, e tutto asciugherà in fretta. Gli indumenti non faranno grinze né si restringeranno, non c’è freddo, e dato che non ci sono microrganismi patogeni inutili nessuno prenderà il raffreddore o l’influenza o la polmonite. Perché preoccuparsi per un po’ di umidità, dunque?

    Trevize non ebbe difficoltà a cogliere la logica del discorso, ma non gli andava affatto l’idea di interrompere le proprie rimostranze. — Comunque, non era necessario che piovesse proprio mentre stiamo partendo. Dopo tutto, la pioggia è volontaria, dipende solo dalla volontà di Gaia. Ecco, sembra quasi che Gaia stia mostrando il suo disprezzo per noi.

    — Forse — e il labbro di Pelorat ebbe un fremito — Gaia sta piangendo di dispiacere perché partiamo.

    Trevize disse: — Può darsi, io non piango di certo.

    — In realtà — proseguì Pelorat — È probabile che il terreno in questa zona abbia bisogno di essere innaffiato, e questo bisogno dev’essere più importante del tuo desiderio di sole.

    Trevize sorrise. — Ho l’impressione che questo mondo ti piaccia davvero, sbaglio? Anche non tenendo conto di Bliss, intendo dire.

    — Sì, mi piace — rispose Pelorat, leggermente sulla difensiva. — La mia è sempre stata un’esistenza tranquilla ed ordinata, e pensa a come mi troverei qui, con un mondo intero che operi per mantenere la quiete e l’ordine… Dopo tutto, Golan, quando costruiamo una casa, o una nave come quella, cerchiamo di creare un rifugio perfetto. Lo forniamo di tutte le cose di cui abbiamo bisogno; facciamo in modo che la temperatura, l’aerazione, l’illuminazione e così via siano controllate da noi e predisposte in modo tale da rendere l’ambiente perfettamente adatto alle nostre esigenze. Gaia è solo un ampliamento del desiderio di comodità e sicurezza esteso a un intero pianeta. Che c’è di male in questo?

    — Che c’è di male? — fece Trevize. — C’è che la mia casa o la mia nave sono costruite per adattarsi a me: non sono io a dovermi adattare. Se facessi parte di Gaia, anche se il pianeta cercasse il più possibile di venire incontro alle mie esigenze, mi disturberebbe comunque moltissimo il fatto di dovermi piegare anch’io in parte alle esigenze globali.

    Pelorat arricciò le labbra. — Si potrebbe ribattere che ogni società modelli i propri componenti perché questi si adeguino ad essa. In una società nascono delle consuetudini legittime che vincolano ogni individuo ai bisogni generali.

    — Nelle società che conosco, ci si può ribellare. Ci sono eccentrici, persino criminali.

    — Ti piacciono gli eccentrici ed i criminali?

    — Perché no? Noi due siamo eccentrici. Sicuramente non siamo due esempi tipici per gli abitanti di Terminus. E per quanto riguarda i criminali, è una questione di definizione. E se i criminali sono il prezzo che dobbiamo pagare per avere i ribelli, gli eretici, i geni, ebbene, sono disposto a pagarlo. Anzi, lo pretendo.

    — I criminali sono l’unico prezzo possibile? Non si possono avere i geni anche senza criminali?

    — Non si possono avere geni e santi senza che esistano persone che si discostino abbondantemente dalla norma, e non vedo come sia possibile arrivare a certi elementi eccezionali se nessuno si spinge oltre la linea che delimita lo status quo. In ogni caso, non mi basta sapere che Gaia sia la versione planetaria di una casa comoda: voglio una ragione più valida alla base della mia decisione di scegliere Gaia come modello per il futuro dell’umanità.

    — Mio caro amico, non stavo cercando di convincerti della bontà della tua decisione, stavo solo osserv…

    Pelorat si interruppe. Bliss stava avanzando verso di loro, i capelli bagnati, la tunica che aderiva al corpo mettendo in risalto l’ampiezza generosa dei fianchi.

    — Mi dispiace di avervi trattenuto più del necessario — disse trafelata. — Il colloquio con Dom è durato più del previsto.

    — Eppure, sicuramente, sai tutto quello che Dom sa — disse Trevize.

    — A volte c’è una differenza di interpretazione. Non siamo identici, in fin dei conti, così discutiamo. Senti — disse Bliss con una sfumatura di asprezza — tu hai due mani. Fanno parte di te, e sembrano identiche, a parte il fatto di essere ognuna l’immagine speculare dell’altra. Eppure non le usi esattamente nello stesso modo, no? Certe cose le fai quasi sempre con la destra, e alcune con la sinistra. Differenze di interpretazione, per così dire.

    — Ti ha inchiodato — commentò Pelorat, con palese soddisfazione.

    Trevize annuì. — Un’analogia efficace, se fosse pertinente, e non sono del tutto sicuro che lo sia. In ogni caso, questo significa che adesso possiamo finalmente salire a bordo? Sta piovendo.

    — Sì, sì. I nostri sono scesi tutti, e la nave è sistemata alla perfezione. — Poi, all’improvviso, guardando incuriosita Trevize, Bliss disse: — Sei asciutto. Le gocce di pioggia non ti colpiscono.

    — Certo. Evito di bagnarmi, io.

    — Ma non è bello bagnarsi di tanto in tanto?

    — Bellissimo. Ma devo essere io a scegliere quando bagnarmi. Non deve dipendere dalla pioggia.

    Bliss si strinse nelle spalle. — Be’, come preferisci. I nostri bagagli sono a bordo. Saliamo.

    S’incamminarono verso la “Far Star”. La pioggia era sempre più lieve, ma l’erba era fradicia. Trevize si ritrovò a muoversi con passi guardinghi, ma Bliss si era tolta le ciabatte, che ora aveva in mano, e sguazzava scalza tra l’erba.

    — È delizioso — disse, rispondendo all’occhiata significativa di Trevize.

    — Bene — fece lui distrattamente. Poi, con una punta di irritazione: — Perché quegli altri gaiani se ne stanno qui attorno, si può sapere?

    Bliss rispose: — Stanno registrando questo evento, che Gaia giudica importantissimo: per noi sei importante, Trevize. Pensa… Se in seguito a questo viaggio dovessi cambiare idea e decidere contro di noi, noi non ci svilupperemmo diventando Galaxia e non sopravvivremmo nemmeno come Gaia.

    — Dunque rappresento la vita o la morte per Gaia, per l’intero mondo.

    — Crediamo di sì.

    Trevize si arrestò di colpo e si levò il cappello. Nel cielo stavano aprendosi squarci d’azzurro. — Ma adesso avete il mio voto favorevole: se mi ucciderete, non potrò più cambiarlo.

    — Golan — mormorò Pelorat scioccato. — Che cosa terribile hai detto.

    — Tipico di un Isolato — fece Bliss calma. — Devi capire, Trevize, che non ci interessi come persona, né ci interessa il tuo voto, ci interessa solo la verità, la realtà dei fatti. Sei importante solo come tramite per arrivare alla verità, e il tuo voto come espressione della verità. È questo che vogliamo da te. Se ti uccidessimo per evitare una modifica del voto, non faremmo altro che nascondere la verità a noi stessi.

    — Se vi dirò che la verità sia sfavorevole a Gaia, accetterete tutti allegramente di morire?

    — Non proprio allegramente, forse, però quasi.

    Trevize scosse la testa. — Questa tua affermazione dovrebbe bastare a convincermi che Gaia sia un orrore e meriterebbe di morire. — Poi, tornando a guardare i gaiani che osservavano pazientemente (e, senza dubbio, ascoltavano), disse: — Perché sono sparsi in quel modo? E perché ne occorrono tanti? Se un osservatore assiste all’evento e lo immagazzina nella sua memoria, il ricordo non è disponibile per il resto del pianeta? Non può essere depositato in qualsiasi posto se volete?

    Bliss rispose: — Ognuno di loro sta osservando l’evento da una prospettiva diversa, ed ognuno di loro lo deposita in un cervello leggermente diverso. Quando tutte le osservazioni verranno studiate, l’avvenimento risulterà maggiormente comprensibile esaminando la totalità delle osservazioni invece di una qualsiasi osservazione presa singolarmente.

    — In altre parole, l’intero è superiore alla somma delle parti.

    — Esatto. Hai colto il motivo fondamentale dell’esistenza di Gaia. Tu, come individuo umano, sei composto, diciamo, di cinquanta trilioni di cellule. Però, come individuo multicellulare sei molto più importante della somma dell’importanza individuale di quei cinquanta trilioni di cellule. Su questo sarai d’accordo, mi auguro.

    — Sì, sono d’accordo.

    Trevize salì a bordo della nave, e si voltò un attimo per un ultimo sguardo a Gaia. La breve pioggia aveva conferito una nuova freschezza all’atmosfera. Trevize vide un mondo verdeggiante, rigoglioso, tranquillo, pacifico; un’oasi di serenità tra i tumulti di una Galassia stanca.

    E Trevize si augurò di cuore di non rivederlo mai più.


    2

    Quando il portello si chiuse alle loro spalle, Trevize ebbe la sensazione di avere escluso, se non un incubo, almeno qualcosa di estremamente anormale che gli avesse impedito di respirare liberamente.

    Si rendeva conto che un elemento di quella anormalità era ancora con lui, incarnato da Bliss. Se c’era lei, c’era anche Gaia… tuttavia Trevize era anche convinto che la presenza di Bliss fosse essenziale. Era un altro responso della scatola nera, e lui sperava di non cominciare a credere troppo in quell’artificio.

    Si guardò attorno, osservando la nave, e la trovò bellissima. Era sua da poco, da quando il Sindaco Harla Branno della Fondazione l’aveva costretto ad imbarcarsi e lo aveva spedito tra le stelle… un parafulmine vivente destinato ad attirare gli strali di quelli che la Branno considerava i nemici della Fondazione. L’impresa era stata ultimata, ma la nave era ancora sua, e lui non intendeva restituirla.

    Era sua da appena pochi mesi, però ormai gli sembrava che quella fosse la sua casa, e ricordava solo in modo vago cos’era stata un tempo la sua casa su Terminus.

    Terminus! Il perno scentrato della Fondazione, destinato, secondo il Piano Seldon, a formare un secondo e più grande Impero nel corso dei prossimi cinque secoli… solo che lui, Trevize, ora aveva mandato a monte tutto. Con la sua decisione, stava annullando completamente la Fondazione, e stava invece contribuendo all’attuazione di una nuova società, di un nuovo sistema di vita, di una spaventosa rivoluzione che sarebbe stata il fenomeno più ampio e sconvolgente mai verificatosi da quando si era evoluta la vita multicellulare.

    Ora stava affrontando un viaggio destinato a dimostrargli la validità della sua scelta (od a continuarla).

    Si accorse di essersi bloccato, immerso nei propri pensieri, e si scosse, irritato. Si affrettò a raggiungere la sala comandi e notò che il suo computer era ancora là.

    Luccicava; tutto luccicava. La pulizia era stata accurata. I contatti che toccò, quasi a caso, funzionavano alla perfezione, anzi sembrava che fossero ancor più morbidi e scorrevoli di prima. Il sistema di ventilazione era così silenzioso che Trevize dovette posare la mano sulle feritoie per sentire il flusso d’aria.

    Il cerchio luminoso sul computer brillava invitante. Trevize lo toccò, e la luce si diffuse, estendendosi sulla sommità della scrivania, e apparvero i contorni di due mani, una destra ed una sinistra. Inspirò profondamente, e si rese conto di avere trattenuto il respiro per qualche istante. I gaiani non sapevano nulla della tecnologia della Fondazione, ed avrebbero potuto danneggiare facilmente il computer senza volerlo. Finora, nessun danno… le mani c’erano ancora.

    La prova cruciale consisteva nell’appoggiare sul ripiano le sue stesse mani comunque, e Trevize ebbe un attimo di esitazione. Avrebbe capito subito se ci fosse stato qualcosa che non andasse… ma in tal caso, cosa avrebbe potuto fare? Se fossero occorse delle riparazioni, sarebbe dovuto tornare su Terminus, dove sicuramente il Sindaco Branno gli avrebbe impedito di ripartire. E se non fosse ripartito…

    Il cuore gli batteva forte; era inutile prolungare deliberatamente la tensione.

    Tese in avanti le mani e le posò entro i contorni sulla scrivania. Subito, ebbe l’impressione che un altro paio di mani stringesse le sue. I suoi sensi si estesero, e Trevize vide Gaia in tutte le direzioni, verdeggiante e umida; vide i gaiani che stavano ancora osservando. Quando con la volontà alzò lo sguardo, vide un cielo nuvoloso. Altro intervento della volontà, e le nubi svanirono, e lui si ritrovò a contemplare una distesa ininterrotta di cielo azzurro, con il disco del sole di Gaia filtrato.

    Poi, sempre dietro suo comando, la distesa azzurra lasciò il posto alle stelle.

    Trevize le spazzò via, e vide invece la Galassia, simile ad una girandola osservata in prospettiva. Controllò l’immagine computerizzata, regolandone l’orientamento, alterando l’apparente sfasamento temporale, facendola ruotare prima in un senso, quindi in quello opposto. Individuò il sole di Sayshell, la stella più importante vicino a Gaia; poi il sole di Terminus; poi quello di Trantor; uno dopo l’altro. Viaggiò di stella in stella nella mappa galattica racchiusa nelle viscere del computer.

    Infine, staccò le mani, lasciando che il mondo reale lo circondasse di nuovo… e si rese conto di essere in piedi, chino sul computer per il contatto manuale. Si sentiva irrigidito, e dovette distendere i muscoli del dorso prima di sedersi.

    Fissò il computer avvertendo una calda sensazione di sollievo. Funzionava perfettamente. Anzi, la sua sensibilità sembrava anche maggiore, e Trevize provava per il computer qualcosa di definibile solo con la parola “amore”. Dopo tutto, quando Trevize stringeva le mani della macchina (di fronte a se stesso, si rifiutò di ammettere che le considerasse le mani di lei) lui ed il computer si fondevano, e la volontà di Trevize controllava un insieme più grande, ne faceva parte, viveva un’esperienza particolare. Lui e il computer provavano su scala ridotta (rifletté d’un tratto, turbato) quello che Gaia provava su scala planetaria.

    Scosse la testa. No! In questo caso era lui, Trevize, a controllare completamente la situazione: il ruolo del computer era solamente passivo.

    Si alzò, spostandosi nella piccola cambusa che fungeva anche da zona pranzo. C’erano abbondanti scorte alimentari di ogni genere, con tutti gli impianti di refrigerazione e cottura occorrenti. Aveva già notato che i suoi videolibri erano riposti ordinatamente nella sua stanza, ed era abbastanza sicuro… no, del tutto sicuro… che anche la biblioteca personale di Pelorat fosse a posto. Altrimenti le rimostranze di Janov si sarebbero già fatte sentire.

    Pelorat! Ricordandosi improvvisamente una cosa, Trevize entrò nella stanza dello studioso. — C’è posto per Bliss qui, Janov?

    — Oh, sì, certo.

    — Posso trasformare il saloncino in una camera da letto per lei.

    Bliss alzò lo sguardo, spalancando gli occhi. — Non desidero affatto una camera da letto separata: sono contenta di stare qui con Pel. Comunque, immagino di poter usare le altre stanze in caso di necessità. La palestra, per esempio.

    — Certamente. Qualsiasi stanza, purché non sia la mia.

    — Bene. È proprio quello che avrei suggerito io, se fosse dipeso da me. Naturalmente, tu starai fuori dalla nostra.

    — Naturalmente — disse Trevize, abbassando lo sguardo e notando che le sue scarpe oltrepassavano la soglia. Mosse un passo indietro, e disse con espressione severa: — Questo non è un alloggio adatto ad una luna di miele, Bliss.

    — Date le sue dimensioni, direi che sia proprio così, anche se Gaia l’ha ampliata di una buona metà rispetto a prima.

    Trevize cercò di non sorridere. — Dovrete andare molto d’accordo.

    — Andiamo molto d’accordo — disse Pelorat, visibilmente imbarazzato dall’argomento. — Ma, credimi, vecchio mio, lascia che siamo noi a studiare la nostra sistemazione.

    — In realtà, non posso — replicò lentamente Trevize. — Voglio mettere bene in chiaro che questo non è il luogo adatto a una luna di miele. Se siete d’accordo tutti e due siete liberi di fare quel che vogliate, io non ho alcuna obiezione a questo proposito, però dovete rendervi conto che non avrete un minimo di privacy. Spero che tu lo capisca, Bliss.

    — C’è una porta — disse lei — e immagino che non verrai a disturbarci quando la troverai chiusa… a meno che non si tratti di una situazione di emergenza, ovvio.

    — Certo, non vi disturberò. In ogni modo, qui l’insonorizzazione è inesistente.

    — In pratica, Trevize — fece Bliss — stai cercando di dire che sentirai chiaramente le nostre conversazioni e certi suoni che potremmo produrre durante il rapporto sessuale.

    — Sì, mi riferivo a questo. Quindi, tenendo conto di questo particolare, può darsi che dobbiate limitare le vostre attività a bordo. Sarà seccante, mi spiace, purtroppo la situazione è questa.

    Pelorat si schiarì la voce garbatamente: — In effetti, Golan, è un problema che ho già dovuto affrontare. Come saprai, ogni sensazione provata da Bliss, quando è insieme a me, viene provata da tutta Gaia.

    — Ci avevo pensato — annuì Trevize, e a giudicare dall’espressione sembrava che stesse reprimendo un sussulto. — Ma non intendevo parlartene… caso mai non ti fosse venuto in mente.

    — Ma mi è venuto in mente, temo — disse Pelorat.

    Bliss intervenne: — Non ingigantire la cosa, Trevize. In qualunque istante, può darsi che ci siano migliaia di esseri umani su Gaia impegnati in attività sessuali, milioni di persone intente a mangiare, a bere, od impegnate in altre attività ricreative che producano piacere. Questo fenomeno crea un aura generale di delizia che Gaia avverte in tutte le sue parti. Gli animali, le piante, i minerali… tutti hanno i loro piaceri, su scala progressivamente ridotta… e pure questi contribuiscono a una gioia cosciente generalizzata che Gaia percepisce sempre, e che è sconosciuta su tutti gli altri mondi.

    — Anche noi abbiamo le nostre gioie — disse Trevize. — Se vogliamo, possiamo dividerle con gli altri, più o meno. E se vogliamo, le teniamo per noi.

    — Se poteste provare le nostre, capireste come siete poveri, voi Isolati, sotto questo aspetto.

    — Come puoi sapere cosa proviamo noi?

    — Anche senza saperlo, mi pare logico supporre che un mondo di piaceri comuni debba essere un’esperienza molto più intensa dei piaceri alla portata di un singolo individuo isolato.

    — Forse, ma anche se i miei piaceri fossero miseri, mi terrei le mie gioie e i miei dolori e mi accontenterei, nonostante la loro scarsa intensità, e sarei me stesso, non il fratello consanguineo della roccia più vicina.

    — Non schernire — disse Bliss. — Tu apprezzi il valore di ogni cristallo minerale delle tue ossa o dei tuoi denti, e ti preoccupi del loro stato, anche se hanno il medesimo livello di coscienza dei comuni cristalli di roccia delle stesse dimensioni.

    — Be’, è vero — ammise Trevize con riluttanza — ma intanto stiamo divagando. Non mi interessa se tutta Gaia sia partecipe della tua gioia, Bliss. Io non voglio esserne partecipe. Viviamo in uno spazio esiguo, e non intendo partecipare per forza alle vostre attività, nemmeno indirettamente.

    Pelorat disse: — È una discussione superflua, vecchio mio. Sono ansioso quanto te di tutelare la mia intimità. Bliss ed io saremo discreti, vero, Bliss?

    — Come desideri, Pel.

    — Dopo tutto — continuò Pelorat — probabilmente i periodi di tempo trascorsi sui pianeti saranno più lunghi di quelli di volo spaziale, e sui pianeti le opportunità per godere di un’autentica privacy…

    — Non mi interessa quello che farete sui pianeti — l’interruppe Trevize. — Ma su questa nave sono io che comando.

    — Appunto — disse Pelorat.

    — Allora, chiarito questo, è ora di decollare.

    — Ma… un momento. — Pelorat trattenne Trevize per la manica. — Decollare per dove? Non sai dove sia la Terra. Bliss ed io non lo sappiamo. E non lo sa neppure il tuo computer, perché mi hai detto tempo fa che non abbia alcuna informazione riguardo la Terra. Che intendi fare, dunque? Non puoi semplicemente vagare per lo spazio a casaccio, mio caro amico.

    Al che, Trevize sorrise, esprimendo qualcosa di prossimo alla gioia. Per la prima volta da quando era caduto nella morsa di Gaia, si sentiva padrone del proprio destino.

    — Ti assicuro che non è mia intenzione vagare nello spazio, Janov. So perfettamente quale sia la mia destinazione.


    3

    Pelorat entrò adagio nella sala comandi dopo avere atteso invano che rispondessero ai suoi lievi battiti alla porta. Trovò Trevize che fissava assorto il campo stellare.

    — Golan… — esordì Pelorat, e attese.

    Trevize alzò lo sguardo. — Janov! Siediti… Dov’è Bliss?

    — Sta dormendo… Siamo nello spazio, vedo.

    — Vedi correttamente. — Trevize non ebbe alcuna reazione di stupore di fronte alla leggera sorpresa del compagno. Sulle nuove navi gravitazionali, non c’era modo di accorgersi del decollo. Non c’erano effetti inerziali; nessuna spinta d’accelerazione, nessun rumore, nessuna vibrazione.

    Possedendo la capacità di isolarsi dai campi gravitazionali esterni, a qualsiasi livello fino ad un isolamento totale, la “Far Star” si staccava dalla superficie dei pianeti come se stesse galleggiando su un mare cosmico. E mentre lo faceva, l’effetto gravitazionale all’interno della nave, paradossalmente rimaneva normale.

    Mentre la nave era all’interno dell’atmosfera, naturalmente, non c’era bisogno di accelerare, di modo che il sibilo e le vibrazioni del rapido scorrimento dell’aria erano assenti. Uscendo dall’atmosfera, comunque, era possibile accelerare, e parecchio, senza che i passeggeri ne risentissero.

    Era il massimo della comodità e Trevize era convinto che sarebbe stato impossibile inventare qualcosa di superiore, almeno finché l’umanità non avesse scoperto un sistema per spostarsi nell’iperspazio senza navi e senza preoccuparsi dei campi gravitazionali vicini che avrebbero potuto essere troppo forti. Ora la “Far Star” avrebbe dovuto allontanarsi da Gaia per parecchi giorni prima che l’intensità gravitazionale scendesse a livelli sufficientemente deboli da consentire il Balzo iperspaziale.

    — Golan, amico mio — disse Pelorat. — Posso parlarti un attimo? Non sei troppo occupato?

    — Non sono affatto occupato. Il computer si occupa di tutto, una volta ricevuto le mie istruzioni. Ed a volte sembra quasi che indovini quali saranno i miei ordini, e li esegue ancor prima che io riesca ad articolare il messaggio. — Trevize accarezzò affettuosamente la sommità della scrivania.

    Pelorat disse: — Siamo diventati buoni amici, Golan, nel breve periodo di tempo da che ci conosciamo, anche se devo ammettere che a me non sembra un periodo poi tanto breve. Sono accadute tante cose. È strano, se mi soffermo a pensare alla mia esistenza moderatamente lunga mi rendo conto che gran parte degli avvenimenti degni di nota si sono concentrati negli ultimi mesi. Almeno, così parrebbe. Sarei quasi tentato di…

    Trevize alzò una mano. — Janov, stai uscendo dal seminato, credo. Eri partito dicendo che siamo diventati buoni amici in breve tempo. Sì, è vero, lo siamo diventati, e lo siamo tuttora… Se è per questo, conosci Bliss da ancor meno tempo e con lei hai stretto un’amicizia ancor più profonda.

    — Be’, è una faccenda diversa, naturalmente — osservò Pelorat, schiarendosi la voce imbarazzato.

    — Naturalmente — annuì Trevize. — Ma cosa consegue dalla nostra breve ma salda amicizia?

    — Ecco, ragazzo mio, se come hai appena detto siamo ancora amici, allora devo passare a Bliss… che come hai appena detto mi è particolarmente cara.

    — Capisco. E allora?

    — Lo so, Golan, che Bliss non ti piace, ma vorrei, per…

    Trevize alzò di nuovo la mano. — Un attimo, Janov. Non sono estasiato dalla presenza di Bliss, però non la detesto nemmeno. In effetti, non ho alcuna animosità nei suoi confronti. È una ragazza attraente, ed anche se non lo fosse sarei disposto a trovarla attraente per l’amicizia che mi lega a te. È Gaia che detesto.

    — Ma Bliss è Gaia.

    — Lo so, Janov: è questo che complica tanto le cose. Finché vedo Bliss come persona, nessun problema. Se penso a lei come Gaia, i problemi sorgono.

    — Ma non hai concesso a Gaia una sola possibilità, Golan. Ascolta, vecchio mio, lascia che ti confessi una cosa. Quando Bliss ed io siamo in intimità, a volte lei per un paio di minuti mi lascia entrare nella sua mente. Solo un paio di minuti, perché dice che sono troppo vecchio per adattarmi… Oh, non ridere, Golan, anche tu saresti troppo vecchio per adattarti al fenomeno. Se un Isolato, come noi due, dovesse far parte di Gaia per più di un paio di minuti potrebbero esserci delle lesioni cerebrali, che in cinque o dieci minuti sarebbero irreversibili… Ah, se solo potessi provare questa esperienza, Golan…

    — Quale? Le lesioni cerebrali irreversibili? No, grazie.

    — Golan, mi stai fraintendendo volutamente. Mi riferivo a quei brevi attimi di unione: non sai cosa perdi. È indescrivibile. Bliss parla di un senso di gioia. È come dire che si prova un senso di gioia nel bere finalmente un po’ d’acqua dopo essere quasi morti di sete. No, se dovessi descrivere la sensazione non saprei neppure da che parte iniziare… Ecco, si è partecipi dei piaceri provati separatamente da un miliardo di persone. Non è una gioia costante; se lo fosse, dopo un po’ non la si avvertirebbe più. È qualcosa che vibra… che lampeggia… ha uno strano ritmo pulsante che ti cattura. È una gioia più grande, no, migliore, di quella che si può provare separatamente. Quando Bliss mi esclude, avrei voglia di piangere, quasi…

    Trevize scosse la testa. — Sei sorprendentemente eloquente, amico mio, ma dalle tue parole si direbbe quasi che stessi descrivendo una tossicodipendenza da pseudoendorfina, o da qualche altra droga che ti offra una gioia passeggera per poi sprofondarti in un inferno permanente. Non fa per me! Non intendo rinunciare alla mia individualità per qualche barlume fugace di gioia.

    — Io ho ancora la mia individualità, Golan.

    — Ma se continuerai, per quanto tempo la conserverai, Janov? Vorrai dosi sempre maggiori della tua droga, ed alla fine il tuo cervello sarà danneggiato. Janov, non devi permettere a Bliss di farti una cosa simile. Forse sarebbe meglio che gliene parlassi io.

    — No! Non farlo! Ecco, non sei un campione di tatto, e non voglio che si offenda. Ti assicuro che sotto questo aspetto si prende cura di me più di quanto immagini. La possibilità di lesioni cerebrali la preoccupa più di quanto non preoccupi il sottoscritto: te lo garantisco.

    — Be’ in tal caso, mi rivolgerò a te, Janov: non farlo più. Hai vissuto per cinquantadue anni col tuo tipo particolare di piacere e di gioia, e il tuo cervello si è adattato a sopportare una data situazione. Non lasciarti coinvolgere da un vizio nuovo e insolito, altrimenti dovrai pagare un prezzo, magari non subito, però alla fine pagherai.

    — Sì, Golan — disse Pelorat sottovoce, guardandosi la punta delle scarpe. Poi disse: — Prova a guardare la cosa sotto questa angolazione… E se tu fossi una creatura unicellulare…

    — So cosa vorresti dire, Janov. Lascia perdere. Bliss e io abbiamo già discusso di questa analogia.

    — Sì, ma rifletti un attimo… Immaginiamo degli organismi unicellulari con un grado di coscienza pari a quello umano e in possesso della facoltà di pensiero… e immaginiamo che si trovino di fronte alla possibilità di diventare un organismo multicellulare. Gli organismi unicellulari non piangerebbero la loro perdita di individualità, non sarebbero fermamente contrari all’imminente fusione coatta nella personalità di un organismo globale? E non sbaglierebbero? Una cellula individuale potrebbe mai immaginare la potenza del cervello umano?

    Trevize scosse deciso a testa. — No, Janov, è una falsa analogia. Gli organismi unicellulari non hanno coscienza né facoltà di pensiero… od al massimo hanno un livello di coscienza infinitesimale che equivale in pratica a zero. Combinandosi e perdendo la loro individualità, questi organismi perdono qualcosa che in realtà non hanno mai avuto. Un essere umano, invece, è cosciente e pensante. Perderebbe una coscienza ed una intelligenza indipendente vera, quindi l’analogia viene a cadere a questo punto.

    Ci fu un attimo di silenzio tra loro, un silenzio quasi opprimente. Infine Pelorat, tentando di spostare la conversazione lungo una rotta diversa, disse: — Perché fissi lo schermo?

    — La forza dell’abitudine — rispose Trevize con un sorriso amaro. — Il computer mi dice che non ci siano navi gaiane che ci seguano, né squadre sayshelliane che ci vengano incontro. Eppure osservo ansioso lo schermo, confortato dalla mancata apparizione di queste navi, nonostante i sensori del computer siano centinaia di volte più acuti e precisi dei miei occhi. Come se non bastasse, il computer è in grado di percepire certe proprietà dello spazio che i miei sensi non potranno mai cogliere… Pur sapendo tutto questo, io guardo.

    — Golan, se siamo veri amici…

    — Ti prometto che non farò nulla che possa angustiare Bliss… almeno, se proprio non sarà inevitabile.

    — C’è un’altra cosa. Mi tieni nascosta la tua destinazione, come se non ti fidassi di me. Dove stiamo andando? Credi di conoscere la posizione della Terra?

    Trevize alzò gli occhi, inarcando le sopracciglia. — Mi dispiace. Ho serbato il segreto tutto per me, vero?

    — Sì… perché?

    Trevize rispose: — Già, anch’io me lo chiedo. Forse dipende da Bliss.

    — Bliss? Cioè, non vuoi che lei sappia? Via, vecchio mio, di lei ci si può fidare nel modo più assoluto.

    — Non si tratta di questo. A che servirebbe non fidarsi di Bliss? Ho il sospetto che, volendo, Bliss possa carpire dalla mia mente qualsiasi segreto. Credo che ci sia un motivo più infantile alla base del mio comportamento: ho la sensazione che tu ti interessi solo a lei, e che io in pratica non esista più.

    Pelorat inorridì. — Ma non è vero, Golan.

    — Lo so… sto solo cercando di analizzare i miei sentimenti. Sei appena venuto da me manifestando dei timori riguardo la nostra amicizia, e ripensandoci, credo di avere avuto anch’io gli stessi timori. Non l’ho ammesso apertamente, tra me, ma penso di essermi sentito tagliato fuori da Bliss. Forse sto cercando di pareggiare i conti tenendoti all’oscuro delle cose. Un atteggiamento infantile, immagino.

    — Golan!

    — Un atteggiamento infantile, ho detto. Del resto, tutti si comportano in modo infantile di tanto in tanto, no? Comunque, siamo amici. Chiarito questo punto, non mi perderò in ulteriori giochetti. Stiamo puntando su Comporellen.

    — Comporellen? — fece Pelorat, momentaneamente perplesso.

    — Ricorderai senza dubbio il mio amico traditore, Munn Li Compor. Ci siamo incontrati su Sayshell.

    Il volto di Pelorat si illuminò visibilmente. — Certo, ora ricordo. Comporellen era il mondo dei suoi antenati.

    — Può darsi. Non sono tenuto a credere a tutto quello che Compor abbia detto. Comunque Comporellen è un mondo noto, e Compor ha affermato che i suoi abitanti sapessero della Terra. Bene, noi andremo là ed indagheremo. Può darsi che non approdiamo a nulla, ma è l’unico punto di partenza che abbiamo.

    Pelorat si schiarì la voce e parve dubbioso. — Oh, mio caro amico, sei proprio sicuro?

    — Non c’è nulla di cui essere sicuri o meno: abbiamo un unico punto di partenza e, per quanto debole possa essere, non ci resta che seguire questa traccia.

    — Sì, ma se andiamo là in base alle parole di Compor, forse dovremmo prendere in considerazione tutto quello che ci abbia detto. Mi pare di ricordare che ci abbia detto, con particolare rilievo, che la Terra non esistesse più come pianeta abitato… che la sua superficie fosse radioattiva e priva di qualsiasi forma di vita. In tal caso, andremmo su Comporellen per nulla.


    4

    I tre stavano pranzando nella zona pranzo, occupando quasi tutto lo spazio disponibile.

    — Molto buono — commentò Pelorat con evidente soddisfazione. — Fa parte delle nostre provviste originali di Terminus?

    — No. Quelle sono terminate da un pezzo — rispose Trevize. — Fa parte delle scorte che abbiamo comprato su Sayshell, prima di dirigerci su Gaia. Insolito, vero? Una specie di piatto di mare, piuttosto croccante. Questa roba, invece… credevo fosse cavolo quando l’ho comprata, ma il gusto è completamente diverso.

    Bliss ascoltò senza parlare, spilluzzicando il cibo con circospezione.

    Pelorat disse dolcemente: — Devi mangiare, cara.

    — Lo so, Pel. E sto mangiando.

    Trevize disse, senza riuscire a reprimere un moto di impazienza: — Abbiamo anche vivande gaiane, Bliss.

    — Lo so, ma preferisco conservarle — fece lei. — Non sappiamo per quanto tempo viaggeremo nello spazio, e prima o poi dovrò imparare a mangiare cibo da Isolato.

    — È tanto cattivo? O Gaia deve mangiare solo Gaia?

    Bliss sospirò. — In effetti, c’è una nostra massima che dice: «Quando Gaia mangia Gaia non ci sono perdite né guadagni». Non è altro che uno spostamento di coscienza lungo i vari gradi della scala. Qualsiasi cosa mangi su Gaia è Gaia, e quando il cibo è metabolizzato e diventa parte di me, è ancora Gaia. Anzi, mangiando, parte di quel che mangio ha la possibilità di raggiungere un livello più elevato di coscienza, mentre il resto, naturalmente, si trasforma in rifiuti di vario genere e dunque scende ad un livello più basso.

    Prese un boccone di cibo, masticò per un attimo, deglutì, infine continuò dicendo: — È un grande cerchio. Le piante crescono e vengono mangiate dagli animali. Gli animali mangiano e vengono mangiati. Ogni organismo che muore viene assimilato nelle cellule delle muffe, dei batteri di decomposizione e così via… e rimane Gaia. In questa vasta circolazione di coscienza è compresa persino la materia inorganica, ed ogni cosa, periodicamente, ha la possibilità di essere partecipe di un grado di consapevolezza non indifferente.

    — Questo si può dire di qualsiasi mondo — osservò Trevize. — Ogni atomo del mio corpo ha una lunga storia, durante la quale può aver fatto parte di molti esseri viventi, esseri umani compresi, e durante la quale può anche aver trascorso lunghi periodi come parte del mare, o in un pezzo di carbone, o in una roccia, o come elemento costitutivo del vento.

    — Su Gaia, però — replicò Bliss — tutti gli atomi fanno anche parte continuamente di una più elevata coscienza planetaria che vi è estranea.

    — Be’, cosa succede, allora — disse Trevize — a questa verdura di Sayshell che stai mangiando? Diventa parte di Gaia?

    — Sì… lentamente. E le scorie che il mio corpo espelle, altrettanto lentamente, cessano di essere parte di Gaia. Dopo tutto, sono prive di qualsiasi contatto con Gaia, sono prive persino del contatto indiretto iperspaziale che io riesco a mantenere grazie al mio alto livello di intensità cosciente. È questo contatto iperspaziale che permette al cibo non-gaiano di diventare parte di Gaia, lentamente, dopo che io l’ho ingerito.

    — E le nostre scorte di viveri gaiani? Diventeranno lentamente non-gaiani? In tal caso, ti conviene mangiarli finché sei in tempo.

    — Non c’è motivo di preoccuparsi — rispose Bliss. — I nostri viveri gaiani sono stati trattati in modo da rimanere parte di Gaia per un lungo periodo di tempo.

    Di colpo Pelorat intervenne: — Ma cosa succederà quando noi mangeremo cibo gaiano? Anzi, cosa ci è successo quando abbiamo mangiato cibo gaiano su Gaia? Anche noi lentamente stiamo diventando Gaia?

    Bliss scosse la testa ed un’espressione turbata le attraversò il viso. — No, quello che avete mangiato è andato perduto per noi. Od almeno, la parte metabolizzata nei vostri tessuti. Quello che avete espulso è rimasto Gaia, o è diventato Gaia lentamente, così in sostanza l’equilibrio non si è alterato, ma parecchi atomi di Gaia sono diventati non-Gaia in seguito alla vostra visita.

    — Perché? — chiese Trevize incuriosito.

    — Perché non sareste stati in grado di sopportare la conversione, neppure una trasformazione parziale. Eravate nostri ospiti, eravate arrivati sul nostro mondo dietro costrizione, per così dire, e dovevamo proteggervi dal pericolo, anche a costo di perdere qualche minuscolo frammento di Gaia. Eravamo pronti a pagare quel prezzo, ma non è stato piacevole.

    — Ci dispiace — disse Trevize — ma sei sicura che il cibo non-gaiano, od almeno certi tipi di cibo non-gaiano, non possano a loro volta essere nocivi per te?

    — No — rispose Bliss. — Quello che per voi è commestibile, lo è anche per me. Per me c’è solo il problema aggiuntivo di metabolizzare questi cibi in Gaia oltre che nei miei tessuti. È una barriera psicologica che mi impedisce di gustare appieno i pasti e mi costringe a mangiare lentamente, ma col tempo supererò l’ostacolo.

    — E le infezioni? — sbottò Pelorat allarmato. — Chissà perché non ci ho pensato prima? Bliss! I mondi su cui atterreremo probabilmente saranno pieni di microrganismi contro cui tu non avrai alcuna difesa, e morirai per una semplice infezione. Trevize, dobbiamo tornare indietro!

    — Pel, caro, non lasciarti prendere dal panico — sorrise Bliss. — Anche i microrganismi vengono assimilati da Gaia quando fanno parte del mio cibo o quando entrano nel mio corpo in qualsiasi altro modo. Se si riveleranno dannosi verranno assimilati più in fretta, e quando saranno Gaia non avranno più effetti nocivi.

    Il pasto si avviò al termine, e Pelorat sorseggiò la sua miscela calda di succhi di frutta speziati. — Povero me — disse. — Credo sia ora di cambiare di nuovo argomento. Pare che la mia unica occupazione su questa nave sia quella di cambiare argomento. Come mai?

    Trevize disse con aria solenne: — Perché Bliss ed io ci appigliamo a qualsiasi argomento di discussione, battendoci alla morte. Dipendiamo da te, Janov, per conservare il nostro equilibrio psichico. A quale argomento vuoi passare, vecchio mio?

    — Ho consultato il mio materiale su Comporellen, e il suo settore di appartenenza è ricco di antiche leggende. Fanno risalire la loro colonizzazione ad un periodo molto remoto, al primo millennio dei viaggi iperspaziali. Comporellen parla addirittura di un fondatore leggendario di nome Benbally, anche se non dicono da dove venisse. Sostengono che il nome iniziale del loro pianeta fosse Benbally World.

    — E quanto c’è di vero, in questo, secondo te, Janov?

    — Una piccola parte di verità, forse. Ma chi può stabilire quale sia?

    — Non ho mai sentito parlare di un personaggio storico chiamato Benbally. E tu?

    — No, neppure io. Ma sai che nell’ultimo periodo dell’era Imperiale ci fu una soppressione deliberata della storia pre-Imperiale. Gli Imperatori, negli ultimi secoli turbolenti dell’Impero, erano ansiosi di ridurre il patriottismo locale, dal momento che lo ritenevano, a ragione, un’influenza disgregante. In quasi tutti i settori della Galassia, dunque, la storia autentica corredata di documentazioni complete e cronologie accurate comincia solo a partire dai giorni in cui l’influenza di Trantor si estese e i vari settori si allearono all’Impero o furono annessi.

    — Non pensavo che fosse così facile sradicare la storia — commentò Trevize.

    — Per molti versi, non è facile. Però un governo deciso e potente può indebolirla notevolmente. Se sufficientemente indebolita, la storia primitiva finisce col dipendere da materiale sparso e tende a degenerare in racconti popolari. Invariabilmente, questi racconti folcloristici si riempiono di esagerazioni e tendono a dimostrare che il settore in questione sia più vecchio e potente di quanto non sia mai stato in realtà. E per quanto una leggenda possa essere sciocca ed inverosimile, per i nativi, crederci, diventa una questione di patriottismo. Potrei mostrarti storie di ogni angolo della Galassia che parlino di colonizzazione originaria da parte della Terra stessa, anche se non sempre indicano con questo nome il pianeta d’origine.

    — In quali altri modi lo chiamano?

    — In svariati modi. Lo chiamano l’Unico, a volte; altre volte, il Più Vecchio. O lo chiamano il Mondo Lunato, che stando ad alcune fonti è un termine riferito al suo satellite gigante. Altri sostengono che significhi “Mondo Perduto” e che “Lunato” sia una derivazione di “Allunato”, una parola pre-galattica che significherebbe “perduto” od “abbandonato”.

    — Janov, basta — intervenne garbatamente Trevize. — Non intenderai continuare all’infinito a citare fonti e controfonti? Queste leggende sono ovunque, dici?

    — Oh, si, amico mio. Se ne esaminassi un po’ noteresti subito come l’uomo abbia l’abitudine di iniziare da un granello di verità per poi rivestirlo di strati successivi di falsità… proprio come le ostriche di Rhampora che formano perle attorno ad una pietruzza. Una volta mi sono appunto imbattuto in questa metafora, mentre…

    — Janov! Basta! Dimmi, le leggende di Comporellen hanno qualcosa di diverso rispetto alle altre?

    — Oh! — Per un attimo Pelorat guardò Trevize inespressivo. — Qualcosa di diverso? Be’, dicono che la Terra sia relativamente vicina, il che è insolito. Su gran parte dei mondi che parlino della Terra, qualunque sia il nome che usino, c’è una tendenza ad essere vaghi riguardo la sua posizione… la si colloca in qualche regione sperduta o remotissima.

    Trevize disse: — Già, come quelli di Sayshell che ci hanno detto che Gaia si trovasse nell’iperspazio.

    Bliss rise.

    Trevize le lanciò una breve occhiata. — È vero: ci hanno detto proprio così.

    — Certo, ci credo. Solo che è divertente. Naturalmente, noi vogliamo che gli altri lo pensino. Chiediamo solo di essere lasciati in pace adesso, e mi pare che un posto più sicuro dell’iperspazio non esista, giusto? Se poi non siamo là, è come se ci fossimo, finché la gente pensa che sia quella la nostra posizione.

    — Sì — disse Trevize asciutto — e nello stesso modo c’è qualcosa che spinge la gente a credere che la Terra non esista, o che è lontanissima, o che ha una crosta radioattiva.

    — Solo che i Comporelliani credono che sia relativamente vicina al loro mondo — osservò Pelorat.

    — Ma sostengono che la sua crosta sia radioattiva. In un modo o nell’altro, ogni mondo con una leggenda della Terra considera la Terra inavvicinabile.

    — È abbastanza vero — annuì Pelorat.

    Trevize disse: — Su Sayshell molti credevano che Gaia fosse vicina, alcuni indicavano addirittura la sua stella correttamente, eppure tutti la consideravano inavvicinabile. Forse ci sono dei Comporelliani in grado di indicare la stella della Terra, pur sostenendo magari che si tratti di un pianeta radioattivo e morto. Non ci avvicineremo ugualmente, nonostante le loro credenze. Nel caso di Gaia ci siamo comportati esattamente così.

    Bliss disse: — Gaia era disposta a ricevervi, Trevize. Vi avevamo catturati, bloccati, però non avevamo intenzione di farvi del male. E se anche la Terra fosse potente, ma ostile? Cosa succederebbe?

    — Io devo cercare di raggiungerla comunque, e accettare le conseguenze: è il mio compito. Quando individuerò la Terra e farò rotta su di essa, voi sarete ancora in tempo per ritirarvi. Vi lascerò sul mondo della Fondazione più vicino, o vi riporterò su Gaia, se proprio vorrete, poi raggiungerò la Terra da solo.

    — Amico mio — disse Pelorat, visibilmente a disagio — non dirle neppure certe cose: non mi sognerei mai di abbandonarti.

    — Né io di abbandonare Pel — disse Bliss, e tese la mano sfiorando la guancia di Pelorat.

    — Benissimo, allora. Tra poco saremo pronti per il Balzo verso Comporellen, dopo di che auguriamoci che il Balzo successivo ci porti… sulla Terra.


    Parte seconda
    Comporellen


    3. Alla stazione d’ingresso


    1

    Bliss, entrando nella loro camera, disse: — Trevize ti ha avvisato che effettueremo il Balzo e passeremo nell’iperspazio da un istante all’altro?

    Pelorat, chino sul visore, alzò il capo. — Be’, si è affacciato e mi ha detto: «Tra mezz’ora».

    — Non mi va l’idea, Pel. Non mi è mai piaciuto il Balzo: mi provoca una strana sensazione di rivoltamento.

    Pelorat parve un po’ sorpreso. — Bliss, cara, non pensavo che fossi una viaggiatrice spaziale.

    — Infatti, non posso certo considerarmi tale, e non solo come componente di Gaia. Gaia stessa non ha occasione di compiere viaggi regolarmente. Per nostra natura, io/noi/Gaia non esploriamo, non commerciamo, non facciamo gite nello spazio. Eppure, c’è la necessità di avere qualcuno nelle stazioni di ingresso…

    — Come quando siamo stati così fortunati da incontrarti.

    — Sì, Pel — sorrise affettuosa Bliss. — E anche la necessità di visitare Sayshell o altre regioni stellari, per vari motivi… di solito clandestini. Ma, clandestino o no, questo comporta sempre e necessariamente il Balzo iperspaziale, e naturalmente quando una parte di Gaia effettua il balzo, tutta Gaia lo sente.

    — Oh, peccato.

    — Potrebbe andare anche peggio. La maggior parte di Gaia non viene sottoposta al balzo, così l’effetto risulta molto diluito. Comunque, pare che io sia particolarmente sensibile, più della media di Gaia. Come continuo a spiegare a Trevize, anche se tutta Gaia è Gaia, le componenti individuali non sono identiche. Abbiamo le nostre differenze, e per chissà quale motivo la mia costituzione è particolarmente sensibile al balzo.

    — Aspetta! — esclamò Pelorat, ricordando d’un tratto. — Trevize me lo ha spiegato una volta… È sulle navi normali, chi viaggia lascia il campo gravitazionale galattico entrando nell’iperspazio, e vi ritorna al rientro nello spazio normale. Sono l’uscita ed il rientro a causare quegli inconvenienti. Ma la “Far Star” è una nave gravitazionale. È indipendente dal campo gravitazionale, ed in pratica non si sposta mai fuori e dentro il campo. Per questo motivo, non sentiremo nulla: te lo assicuro, cara, per esperienza personale.

    — Ma è magnifico. Peccato che non abbia pensato di discuterne prima, mi sarei risparmiata tante apprensioni inutili.

    — Ed i vantaggi non sono tutti qui — disse Pelorat, sentendosi col morale alle stelle in quel ruolo insolito di divulgatore di astronautica. — Una nave normale deve allontanarsi dalle grandi masse, tipo le stelle, per lunghi tratti attraverso lo spazio normale prima di effettuare il balzo. In parte questo avviene perché più si è vicini a una stella, più il campo gravitazionale è intenso, e più sono pronunciate le sensazioni collaterali del balzo. Inoltre, più il campo gravitazionale è intenso, più si complicano le equazioni da risolvere per effettuare un balzo sicuro e raggiungere il punto dello spazio normale desiderato.

    «Su una nave gravitazionale, comunque, non si hanno sensazioni di balzo avvertibili. Questa nave, poi, dispone di un computer molto più perfezionato di quelli abituali, un computer capace di risolvere equazioni complesse con precisione e rapidità sorprendenti. Di conseguenza, invece di doversi allontanare da una stella per un paio di settimane prima di raggiungere una distanza di sicurezza per il balzo, alla “Far Star” bastano due o tre giorni di spostamento. Questo avviene anche perché non siamo soggetti ad un campo gravitazionale e, dunque, ad effetti inerziali… questa è la spiegazione di Trevize, cose che io ammetto di non capire… e così possiamo accelerare più velocemente di una normale nave.

    — Bliss disse: — Meraviglioso, e la capacità di Trev di pilotare questa nave insolita gli fa onore.

    Pelorat corrugò leggermente la fronte. — Per favore, Bliss. Di’ “Trevize”.

    — Lo faccio, lo faccio. Ma quando lui è assente mi rilasso un po’.

    — Non farlo. Non incoraggiare neppur minimamente questo tuo vizio: Trevize è molto suscettibile riguardo questo punto.

    — Non riguardo questo punto, riguardo me: non gli sono simpatica.

    — Non è vero — si affrettò a ribattere Pelorat. — Gliene ho parlato, sai?… Su, su, non imbronciarti. Ho usato molto tatto, bambina cara. Mi ha assicurato che non gli sei antipatica. Trevize diffida di Gaia, ed è infelice perché si è ritrovato a scegliere Gaia come futuro dell’umanità. Dobbiamo capirlo. Supererà questa fase, via via che comprenderà gradualmente i vantaggi di Gaia.

    — Lo spero, ma non si tratta solo di Gaia. Qualunque cosa ti abbia detto, Pel… e ricorda che ti è molto affezionato e non vuole ferire i tuoi sentimenti… io proprio non gli piaccio personalmente.

    — No, Bliss: impossibile.

    — Non tutti sono obbligati ad amarmi solo perché tu mi ami, Pel. Lascia che ti spieghi. Vedi, Trev… d’accordo, Trevize… pensa che io sia un robot.

    Un’espressione allibita increspò i lineamenti solitamente flemmatici di Pelorat. — Pensa che tu sia un essere umano artificiale? Impossibile!

    — Cosa c’è di tanto sorprendente? Gaia è stata colonizzata con l’aiuto di robot. È un fatto risaputo.

    — I robot avranno collaborato, come qualsiasi altra macchina, ma sono stati degli esseri umani a colonizzare Gaia; gente della Terra. È questo che pensa Trevize, lo so.

    — Come ti ho detto, nella memoria di Gaia non c’è nulla riguardo la Terra. Invece, nei nostri ricordi più vecchi figurano ancora dei robot, a tremila anni di distanza, impegnati nel completamento della trasformazione di Gaia in mondo abitabile. All’epoca stavamo anche trasformando Gaia in coscienza planetaria… È occorso molto tempo, Pel, e questo è un altro motivo della nebulosità dei nostri ricordi più antichi, e forse non si è trattato di una cancellazione da parte della Terra, come crede Trevize…

    — D’accordo, Bliss — fece Pelorat ansioso. — Ma… tornando ai robot?

    — Be’, con la formazione di Gaia, i robot se ne andarono. Non volevamo una Gaia che comprendesse robot perché eravamo convinti, e lo siamo tuttora, che una componente robotica a lungo andare fosse dannosa per una società umana, sia Isolata che Planetaria. Non so in che modo arrivammo a questa conclusione, ma è possibile che si basasse su eventi collegati alla primissima fase della storia galattica, e pertanto esclusi dalla memoria di Gaia.

    — Se i robot se ne andarono…

    — Già, ma se qualche robot fosse rimasto? Se io fossi uno di loro… un robot di quindicimila anni? Trevize ha questo sospetto.

    Pelorat scosse lentamente la testa. — Ma tu non sei un robot.

    — Sei sicuro di crederlo davvero?

    — Certo: tu non sei affatto un robot.

    — Come puoi saperlo?

    — Bliss, lo so! Non c’è nulla di artificiale in te. Se non lo so io, non può saperlo nessuno.

    — Potrei essere un organismo artificiale perfetto fin nei minimi particolari, così perfetto da risultare indistinguibile da un essere umano. In tal caso, come faresti ad accorgerti della differenza?

    — Mi pare impossibile che tu sia un organismo artificiale assolutamente perfetto — rispose Pelorat.

    — Ma se fosse possibile, nonostante quello che pensi tu?

    — No, semplicemente non ci credo.

    — Facciamo una nuova ipotesi. Se fossi un robot indistinguibile, cosa proveresti?

    — Ecco, io… io…

    — Per essere più precisi, come reagiresti all’idea di fare l’amore con un robot?

    Di colpo, Pelorat fece schioccare il pollice e il medio della destra. — Sai, esistono leggende di donne innamoratesi di uomini artificiali, e viceversa. Ho sempre pensato che avessero un significato allegorico, e non ho mai immaginato che potessero essere vere alla lettera[1]… Naturalmente, Golan ed io non avevamo mai sentito la parola “robot” prima di atterrare su Sayshell, ma ora che ci penso, quegli uomini e quelle donne artificiali dovevano essere proprio dei robot. Evidentemente, simili robot esistevano davvero nel remoto passato. Il che significa che le leggende andrebbero reinterpretate…

    Pelorat piombò in un silenzio meditabondo, e dopo avere atteso alcuni istanti Bliss batté le mani all’improvviso, facendolo sussultare.

    — Pel caro — disse Bliss — stai servendoti della tua mitografia per sottrarti alla domanda. La domanda è: come reagiresti all’idea di fare l’amore con un robot?

    Lui la fissò a disagio. — Un robot veramente indistinguibile? Proprio identico ad un essere umano?

    — Sì.

    — In tal caso, mi pare che un robot indistinguibile da un essere umano sia un essere umano: se tu fossi un robot del genere, per me non saresti altro che un essere umano.

    — È quello che volevo sentirti dire, Pel.

    Pelorat attese, quindi fece: — Bene, adesso che te l’ho detto, cara, perché non mi dici che sei un essere umano naturale e che non c’è bisogno che io mi dibatta in situazioni ipotetiche?

    — No, non farò nulla del genere. Hai definito un essere umano naturale come un oggetto che ha tutte le proprietà di un essere umano naturale. Se ritieni che io abbia tutte queste proprietà, allora la discussione è chiusa. Siamo giunti alla definizione operativa, e deve bastarci. Dopo tutto, chi mi dice che tu non sia un semplice robot indistinguibile da un essere umano?

    — Io te lo dico: non sono un robot.

    — Ah, ma se fossi un robot indistinguibile da un essere umano, potresti essere stato progettato in modo tale da affermare di essere un essere umano naturale, potresti addirittura essere stato programmato in modo tale da crederlo tu stesso. La definizione operativa è tutto quel che abbiamo, che possiamo avere.

    Bliss circondò con le braccia il collo di Pelorat, e lo baciò. Il bacio diventò sempre più appassionato, e si protrasse finché Pelorat riuscì a dire con voce alquanto soffocata: — Avevamo promesso a Trevize di non creargli imbarazzo trasformando questa nave in un covo per amanti in luna di miele…

    Bliss disse in tono carezzevole: — Lasciamoci andare, e dimentichiamo le promesse, non pensiamoci.

    Turbato, Pelorat ribatté: — Ma non posso farlo, cara. Lo so che ti infastidirà, Bliss, ma io penso in continuazione, e sono costituzionalmente contrario a lasciarmi trasportare dai sentimenti. È un’abitudine vecchia quanto me, probabilmente molto noiosa per gli altri. Le donne con cui ho vissuto, prima o poi, si sono sempre lamentate di questo. La mia prima moglie… oh, ma immagino che sarebbe poco conveniente discutere di…

    — Certo, poco conveniente, ma non del tutto sconveniente. Nemmeno tu sei il mio primo amante.

    — Oh! — esclamò Pelorat, piuttosto perplesso. Poi, notando il sorrisetto di Bliss disse: — Volevo dire, certo che no. Non mi aspettavo di essere… In ogni modo, alla mia prima moglie non piaceva.

    — Ma a me piace. Trovo attraente il tuo atteggiamento sempre meditabondo, pensoso.

    — Non riesco a crederci, ma avrei un altro pensiero. Robot o umano, non importa. Su questo siamo d’accordo. Comunque, come sai sono un Isolato. Non faccio parte di Gaia, e quando siamo in rapporti intimi tu provi sentimenti esterni a Gaia anche quando mi lasci fondere con Gaia per un breve periodo di tempo, e può darsi non si arrivi alla stessa intensità emotiva che invece proveresti se fosse Gaia ad amare Gaia.

    Bliss disse: — Pel, amare te presenta dei lati deliziosi: io non cerco altro.

    — Ma non si tratta solo di amarmi. Tu non sei solamente te stessa. E se Gaia considerasse questo fatto una perversione?

    — In tal caso, lo saprei, perché anch’io sono Gaia. E dal momento che con te provo piacere, pure Gaia lo prova. Quando facciamo l’amore, tutta Gaia è partecipe della sensazione a vari livelli. Quando dico che ti amo, significa che Gaia ti ama, anche se il ruolo immediato è assegnato solo alla parte rappresentata da me… Sembri confuso.

    — Essendo un Isolato, Bliss, non afferro del tutto.

    — Si può sempre fare un’analogia col corpo di un Isolato, Pel. Quando fischietti un motivo, il tuo intero corpo, cioè tu come organismo, vuole fischiare il motivo, ma il compito diretto spetta alle tue labbra, alla lingua ed ai polmoni: il tuo alluce destro non fa nulla.

    — Potrebbe battere il tempo.

    — Ma battere il tempo con l’alluce non è indispensabile all’atto del fischiare. Battere il piede non è l’azione stessa ma una reazione, e in effetti tutte le parti di Gaia potrebbero reagire in un modo o nell’altro ai miei sentimenti, come io reagisco ai loro.

    Pelorat disse: — Immagino sia inutile sentirsi imbarazzati per questo.

    — Sì, perfettamente inutile.

    — Però provo uno strano senso di responsabilità. Quando cerco di renderti felice, in pratica è come se cercassi di rendere felice ogni organismo di Gaia.

    — Fino all’ultimo atomo… Ma ci riesci. Incrementi il senso di gioia comune che io ti lascio percepire brevemente. Certo, il tuo contributo è troppo piccolo per essere facilmente misurabile, però esiste, il che dovrebbe accrescere la tua gioia.

    Pelorat disse: — Peccato che non abbia la certezza che Golan sia abbastanza preso dalle manovre iperspaziali da restare in sala comandi per un po’…

    — Vorresti concederti una luna di miele, vero?

    — Sì.

    — Allora prendi un foglio, scrivi sul foglio “Reparto Luna di Miele” ed attaccalo fuori sulla porta, così se lui vorrà entrare sarà un problema suo.

    Pelorat lo fece, e fu durante le piacevoli procedure successive che la “Far Star” effettuò il balzo. Né Pelorat né Bliss se ne accorsero, del resto non se ne sarebbero accorti nemmeno se avessero prestato attenzione.


    2

    Erano trascorsi solo pochi mesi da quando Pelorat aveva conosciuto Trevize e aveva lasciato Terminus per la prima volta. Fino ad allora, per oltre mezzo secolo (tempo galattico standard) di vita, non si era mai staccato dalla superficie del pianeta.

    Nel suo intimo, in quei mesi Pelorat era diventato un vecchio lupo dello spazio. Aveva visto tre pianeti dallo spazio: Terminus stesso, Sayshell e Gaia. E sullo schermo adesso ne vedeva un quarto, quantunque attraverso un congegno telescopico controllato dal computer: quel quarto pianeta era Comporellen.

    E per la quarta volta Pelorat si sentì vagamente deluso. Chissà perché, continuava a credere che guardare un mondo abitabile dallo spazio significasse vedere il profilo dei suoi continenti sullo sfondo del mare circostante, o nel caso di un mondo asciutto, i contorni dei suoi laghi all’interno della massa di terra.

    Non succedeva mai.

    Se un mondo era abitabile, aveva un’atmosfera oltre ad una idrosfera. E se aveva sia aria che acqua, aveva ammassi di nubi; e se c’erano nubi, la vista era ostruita. Ancora una volta, Pelorat si ritrovò a guardare dei vortici bianchi che lasciavano scorgere di tanto in tanto una chiazza d’azzurro o di marrone ruggine.

    Accigliato, si chiese come fosse possibile identificare un mondo osservandolo su uno schermo a 300 mila chilometri di distanza. Com’era possibile distinguere un vortice di nubi da un altro?

    Bliss fissò Pelorat preoccupata. — Che c’è, Pel? Sembri infelice.

    — È che tutti i pianeti sono uguali visti dallo spazio.

    Trevize disse: — E allora, Janov? Anche tutte le coste di Terminus sembrano uguali all’orizzonte, a meno che non si sappia cosa cercare… un particolare picco montuoso, od un isolotto al largo dalla forma caratteristica.

    — Lo so, grazie — replicò Pelorat chiaramente insoddisfatto. — Ma che riferimenti si possono cercare in una massa di nubi in movimento? Ed anche provando, prima di trovarli, ci si sposta probabilmente nel lato notturno.

    — Guarda più attentamente, Janov. Se segui la disposizione delle nubi, vedi che tendono a formare una massa che gira attorno al pianeta e che ha un centro: quel centro corrisponde più o meno ad uno dei poli.

    — Quale? — chiese Bliss interessata.

    — Dato che, rispetto a noi, il pianeta ruota in senso orario, noi ci troviamo per definizione sul polo sud. Dato che il centro è ad una quindicina di gradi dal terminatore, la linea d’ombra del pianeta, e dato che l’asse planetario è inclinato di ventun gradi rispetto alla perpendicolare del piano di rivoluzione, siamo o a metà primavera o a metà estate, a seconda che il polo si stia allontanando dal terminatore o si stia avvicinando. Il computer può calcolare la sua orbita e comunicarmelo subito, se dovessi chiederlo. La capitale si trova a nord dell’equatore, quindi là è autunno od inverno inoltrato.

    Pelorat corrugò la fronte — Sei in grado di capire tutte queste cose? — Ed osservò lo strato di nubi quasi si aspettasse che cominciasse a parlargli ed a rivelargli dati, cosa che naturalmente lo strato di nubi non fece.

    — Queste e altre — disse Trevize. — Se guardi le zone polari, vedrai che non ci sono squarci nel manto di nubi, a differenza di quanto avviene nelle zone lontane dai poli. In realtà, degli squarci ci sono ma attraverso di essi si vede solo ghiaccio, bianco su bianco quindi.

    — Ah — fece Pelorat — immagino sia un fatto scontato ai poli.

    — Sui pianeti abitabili, certamente. I pianeti inabitabili possono essere privi d’aria o di acqua, o possono presentare certi segni che dimostrino che le nubi non siano di vapore acqueo, o che il ghiaccio non sia ghiaccio acqueo. Questo pianeta non presenta questi segni, pertanto sappiamo di trovarci di fronte a nubi e ghiaccio di origine acquea.

    «La cosa che notiamo successivamente sono le dimensioni dell’area di bianco ininterrotto sul lato diurno del terminatore, che all’occhio esperto appare subito più estesa della media. Inoltre, si può notare una certa sfumatura aranciata, molto debole, nella luce riflessa, il che significa che il sole di Comporellen sia decisamente più freddo del sole di Terminus. Malgrado Comporellen sia più vicino al suo sole in confronto a Terminus, non è abbastanza vicino da compensare la temperatura inferiore della sua stella. Dunque, pur nei limiti dell’abitabilità, Comporellen è un mondo freddo.

    — Leggi tutto come un videolibro, vecchio mio — commentò Pelorat ammirato.

    — Non meravigliarti troppo — sorrise affettuosamente Trevize. — Il computer mi ha fornito tutti i dati statistici utili del pianeta, compresa la sua temperatura media un po’ bassa. È facile dedurre qualcosa che si sappia già. In effetti, Comporellen è prossimo ad un’era glaciale, e l’attraverserebbe se la configurazione dei suoi continenti fosse più adatta al fenomeno.

    Bliss si morse il labbro inferiore. — Non mi piacciono i mondi freddi.

    — Abbiamo indumenti caldi — disse Trevize.

    — Non importa. Gli esseri umani non sono fatti per il freddo. Non abbiamo manti spessi di pelo o di piume, né uno strato sottocutaneo di grasso. Se un mondo ha un clima freddo significa che è abbastanza indifferente verso il benessere delle sue parti.

    Trevize chiese: — Gaia è un mondo uniformemente mite?

    — Per lo più, sì. Ci sono alcune zone fredde per piante e animali adatti al freddo, e alcune zone calde per piante ed animali che prediligono il caldo eccessivo, ma per lo più le parti di Gaia hanno un clima mite uniforme, mai troppo caldo mai troppo freddo, per gli esseri intermedi, compresi gli esseri umani, naturalmente.

    — Gli esseri umani, naturalmente. Tutte le parti di Gaia sono vive e pertanto uguali ma alcune come gli esseri umani, sono evidentemente più uguali delle altre.

    — Non fare dello sciocco sarcasmo — replicò Bliss, con una punta di stizza. — Il livello e l’intensità di coscienza e consapevolezza sono importanti. Un essere umano rappresenta una parte di Gaia più utile di una roccia dello stesso peso, e le proprietà e le funzioni di Gaia come organismo globale propendono per gli esseri umani… non come sui vostri Mondi isolati, comunque. E certe volte, quando si tratta dei bisogni globali di Gaia, gli esseri umani passano in secondo piano. Ad esempio, per lunghi periodi di tempo, potrebbe passare in primo piano l’interno roccioso. Anche quello richiede attenzione, o tutte le parti di Gaia potrebbero soffrirne. A nessuno piacerebbe un’eruzione vulcanica inutile, no?

    — Già, un’eruzione inutile non piace a nessuno — disse Trevize.

    — Sei ancora dello stesso parere, vero?

    — Ascolta — disse Trevize. — Abbiamo mondi più freddi e più caldi della media; mondi coperti in gran parte da foreste tropicali, e mondi occupati da savane sterminate. Non esistono due soli mondi identici, e ogni mondo è una casa per quelli che si siano abituati alle sue caratteristiche. Io mi sono abituato alla relativa mitezza di Terminus (lo abbiamo trasformato in un ambiente moderato quasi quanto Gaia, in effetti) però almeno temporaneamente mi piace passare a qualcosa di diverso. A differenza di Gaia, Bliss, noi abbiamo la varietà. Se Gaia sfocerà in Galaxia, tutti i mondi della Galassia saranno costretti a diventare miti? Una simile uniformità sarebbe insopportabile.

    Bliss rispose: — In tal caso, e se la varietà sarà preferibile, la varietà verrà conservata.

    — Come dono del comitato centrale, per così dire? — sbottò secco Trevize. — E a piccole dosi controllate? Preferirei lasciare che fosse la natura a decidere.

    — Ma non avete lasciato che fosse la natura a decidere: tutti i mondi abitabili della Galassia sono stati modificati; le condizioni naturali originarie di ogni mondo erano disagevoli per l’umanità, e i mondi sono stati modificati, resi accoglienti il più possibile. Se questo mondo è freddo, sono sicura che è così perché i suoi abitanti non erano in grado di scaldarlo ulteriormente senza affrontare costi proibitivi. Ed in ogni caso, le parti abitate sicuramente saranno riscaldate artificialmente a livelli accettabili per l’uomo. Quindi non dire con tanto moralismo e superbia che sarebbe meglio lasciare alla natura certe decisioni.

    Trevize disse: — Parli per Gaia, immagino.

    — Parlo sempre per Gaia: io sono Gaia.

    — Ma se Gaia è così sicura della propria superiorità, perché si è resa necessaria la mia decisione? Perché non avete agito senza di me?

    Un attimo di pausa, quasi volesse riordinarsi le idee, poi Bliss rispose: — Perché non è saggio fidarsi eccessivamente di sé. È più facile, e naturale, vedere le proprie virtù che i propri difetti. Noi siamo ansiosi di fare quel che è giusto; non quello che ci sembri giusto, ma quel che sia giusto, obiettivamente, ammesso che esista qualcosa di obiettivamente giusto. Tu sei la cosa più vicina all’obiettività che siamo riusciti a trovare, dunque ci lasciamo guidare da te.

    — Ho talmente ragione, sono così vicino al giusto, che non capisco nemmeno il perché della mia decisione, e cerco una giustificazione di base — commentò con aria mesta Trevize.

    — La troverai — disse Bliss.

    — Lo spero.

    — Se devo essere sincero, vecchio mio — intervenne Pelorat — mi pare che quest’ultima discussione sia stata vinta piuttosto agevolmente da Bliss. Perché non riconosci che le sue argomentazioni giustifichino la tua decisione, che Gaia rappresenti il futuro dell’umanità?

    Trevize rispose brusco: — Perché quando ho preso la mia decisione non sapevo nulla di queste argomentazioni, non ero al corrente di certi particolari di Gaia. È stato qualcos’altro ad influenzarmi, almeno inconsciamente, qualcosa che non è collegato a Gaia, qualcosa che dev’essere più basilare. È questo che devo scoprire.

    Pelorat alzò una mano, conciliante. — Non arrabbiarti, Golan.

    — Non sono arrabbiato. Sono solo sottoposto ad una tensione quasi insostenibile: non voglio essere il punto focale della Galassia.

    Bliss disse: — Ti capisco, Trevize, e mi spiace davvero che le tue capacità ti abbiano costretto ad occupare questa posizione… Quando atterreremo su Comporellen?

    — Fra tre giorni, e solo dopo aver fatto sosta ad una delle stazioni d’ingresso in orbita attorno al pianeta.

    Pelorat chiese: — Non dovrebbero esserci problemi alla stazione, vero?

    Trevize scrollò le spalle. — Dipende dal numero di navi che convergono su Camporellen, dal numero delle stazioni di ingresso esistenti, e soprattutto dalle norme in base a cui consentire o rifiutare l’ingresso. Certe norme cambiano di tanto in tanto.

    Pelorat eruppe, indignato: — Come, rifiutare l’ingresso? Come possono rifiutare l’ingresso a cittadini della Fondazione? Comporellen non fa parte dei territori della Fondazione?

    — Be’, sì… e no. A questo proposito c’è una questione legalitaria piuttosto delicata, e non so di preciso in che modo la interpreti Comporellen. Può darsi che ci rifiutino il permesso d’ingresso, ma lo ritengo poco probabile.

    — E se accadesse, cosa facciamo?

    — Non lo so — rispose Trevize. — Aspettiamo di vedere cosa succeda prima di logorarci pensando a piani alternativi.


    3

    Erano sufficientemente vicini a Comporellen, e adesso il pianeta appariva come un globo consistente anche senza ingrandimento telescopico. Con l’ausilio del telescopio, però, era possibile vedere le stazioni d’ingresso. Erano le strutture orbitanti più esterne, ed erano ben illuminate.

    Avvicinandosi dalla direzione del polo sud del pianeta, come stava facendo la “Far Star”, una metà del globo era costantemente illuminata dal sole. Le stazioni d’ingresso sul lato notturno naturalmente erano visibili in maniera più netta come scintille di luce. Erano distribuite a intervalli regolari formando un arco attorno al pianeta. Se ne scorgevano sei (più sei sul lato diurno, senza dubbio), e tutte ruotavano a velocità costante e identica.

    Pelorat, un po’ intimorito dalla vista, disse: — Ci sono altre luci più vicine al pianeta. Cosa sono?

    Trevize rispose: — Non conosco Comporellen in modo dettagliato, quindi non sono in grado di dirtelo. Alcune potrebbero essere fabbriche orbitali, o laboratori od osservatori, forse addirittura comunità popolate. Certi pianeti preferiscono far sì che gli oggetti in orbita risultino scuri esternamente, tranne le stazioni d’ingresso. Terminus, per esempio. Pare invece che Comporellen abbia un atteggiamento più liberale.

    — Verso quale stazione ci dirigeremo, Golan?

    — Dipende da loro. Io ho inviato la mia richiesta a terra su Comporellen, e prima o poi riceveremo istruzioni che ci indicheranno a quale stazione rivolgerci, e quando. Dipende soprattutto da quante navi in arrivo stiano cercando di passare. Se ad ogni stazione c’è una dozzina di navi in attesa, dovremo per forza pazientare.

    Bliss disse: — Prima d’ora mi sono trovata a distanza iperspaziale da Gaia due sole volte, ed in entrambi i casi ero su Sayshell o vicino a Sayshell: non mi sono mai trovata ad una distanza del genere.

    Trevize la squadrò arcigno. — Ha importanza? Sei ancora Gaia, no?

    Per un attimo, Bliss parve irritata, poi si abbandonò ad una risatina che rivelava un leggero imbarazzo. — Devo ammettere che questa volta mi hai colta in fallo, Trevize. La parola “Gaia” ha un doppio significato. Può indicare il pianeta stesso come oggetto globulare nello spazio; può inoltre indicare l’organismo vivente che include quel globo. Parlando correttamente, dovremmo usare due parole diverse per i due concetti diversi, ma i gaiani capiscono sempre dal contesto a cosa ci si riferisca. Ammetto che un Isolato a volte possa incontrare delle difficoltà.

    — Bene, allora — disse Trevize — assodato che ti trovi a molte migliaia di parsec da Gaia come globo, fai ancora parte di Gaia considerata come organismo?

    — Se ci riferiamo all’organismo, sì, faccio ancora parte di Gaia.

    — Senza attenuazioni?

    — Essenzialmente, no. Mi pare di averti già detto che sia un po’ più complesso rimanere Gaia attraverso l’iperspazio, comunque, sono ancora Gaia.

    Trevize disse: — Non ti sembra che Gaia possa essere vista come un kraken galattico, il leggendario mostro tentacolato, coi tentacoli tesi in ogni direzione? Basta mettere qualche Gaiano su ogni mondo abitato, ed in pratica avrete già realizzato Galaxia. Anzi, probabilmente è proprio quello che avete fatto. Dove sono piazzati i vostri gaiani? Immagino che un paio si trovino su Terminus, ed un altro paio su Trantor. Fino a dove vi spingete?

    Bliss era visibilmente a disagio. — Ti ho detto che non ti avrei mentito, Trevize, ma questo non significa che debba per forza dirti tutta la verità. Ci sono certe cose che non sei tenuto a sapere, tra queste la posizione e l’identità di parti individuali di Gaia.

    — Sono tenuto a conoscere la ragione dell’esistenza di quei tentacoli, Bliss, pur senza sapere dove siano?

    — Secondo Gaia, no.

    — Però, posso cercare di indovinare, vero? Voi credete di fungere da guardiani della Galassia.

    — Vogliamo una Galassia stabile e sicura, pacifica e fiorente. Il Piano Seldon, almeno nelle intenzioni originali di Hari Seldon, mira allo sviluppo di un Secondo Impero Galattico, un impero più stabile e funzionale del Primo. Il Piano, che è stato continuamente modificato e migliorato dalla Seconda Fondazione, apparentemente ha funzionato bene finora.

    — Ma Gaia non vuole un Secondo Impero Galattico nel senso classico del termine, vero? Voi volete Galaxia… una Galassia vivente.

    — Dal momento che tu lo permetti, speriamo, col tempo, di realizzare Galaxia. Se tu non l’avessi permesso, ci saremmo impegnati per il Secondo Impero di Seldon ed avremmo cercato di renderlo il più sicuro possibile.

    — Ma cosa c’è di sbagliato nel…

    Trevize udì un ronzio lieve, e disse: — Il computer mi sta segnalando: immagino stia ricevendo istruzioni riguardo la stazione d’ingresso. Torno tra poco.

    Andò nella sala comandi, posò le mani sui contorni tracciati sulla scrivania, e in effetti trovò le istruzioni per la stazione d’ingresso da contattare… le sue coordinate rispetto alla linea dal centro di Comporellen al polo nord, la rotta di avvicinamento stabilita.

    Trevize diede il segnale di “ricevuto”, quindi restò un attimo seduto.

    Il Piano Seldon! Era da parecchio tempo che non ci pensava. Il Primo Impero Galattico era crollato, e per cinquecento anni la Fondazione si era consolidata, prima rivaleggiando con l’Impero, poi sulle sue rovine… tutto secondo il Piano.

    C’era stata l’interruzione del Mulo, che per un po’ aveva minacciato di sgretolare il Piano, ma la Fondazione era riuscita a spuntarla… probabilmente con l’aiuto della Seconda Fondazione, sempre misteriosa e nascosta… forse con l’aiuto di Gaia, ancor meglio nascosta.

    Ora il Piano era minacciato da qualcosa di più serio del Mulo. Invece di un rinnovamento dell’Impero, si prospettava all’orizzonte qualcosa di completamente diverso e senza precedenti nella storia… Galaxia. E Trevize stesso aveva dato il suo consenso.

    Ma perché? C’era un errore nel Piano? Un difetto di base?

    Per una frazione di secondo, a Trevize parve davvero che quel difetto esistesse, gli parve di sapere quale fosse, di averlo saputo anche quando aveva preso la sua decisione… ma quel guizzo conoscitivo, ammesso che lo fosse, scomparve con la stessa rapidità con cui si era manifestato, e lui si ritrovò a mani vuote.

    Forse si trattava solo di un’illusione; sia quando aveva deciso, sia adesso. Dopo tutto, lui non sapeva nulla del Piano a parte i postulati fondamentali su cui si reggeva la Psicostoria. A parte questo, non conosceva altri particolari, e sicuramente nulla della sua struttura matematica.

    Chiuse gli occhi e pensò…

    Nulla.

    E se fosse stato per l’ampliamento di facoltà che riceveva dal computer? Posò le mani sulla sommità della scrivania e sentì il calore delle mani del computer che prendevano le sue. Chiuse gli occhi e pensò di nuovo…

    Ancora nulla.


    4

    Il Comporelliano che salì a bordo portava una carta d’identità olografica. Il documento riproduceva con fedeltà sorprendente il suo volto paffuto incorniciato da una barba poco vistosa, e sotto l’immagine compariva il nome, A. Kendray.

    Era basso, ed il suo corpo era tondeggiante come il viso. Aveva un’espressione ingenua e modi disinvolti, e si guardò attorno meravigliato.

    Disse: — Come avete fatto a scendere così in fretta? Vi aspettavamo non prima di un paio d’ore.

    — È un nuovo modello di nave — rispose Trevize, educatamente ma senza sbilanciarsi.

    Kendray non era il giovanotto innocente che sembrava, comunque. Entrò nella sala comandi e disse subito: — Gravitazionale?

    Trevize non vide l’utilità di negare l’evidenza. La voce incolore, disse: — Sì.

    — Molto interessante. Si sente parlare di queste navi, ma non si riesce mai a vederle. I motori sono nella carena?

    — Esatto.

    Kendray guardò il computer. — I circuiti del computer, anche?

    — Esatto. Almeno, così mi hanno detto: io non ho mai controllato.

    — Ah, bene. Mi serve la documentazione della nave; numero del motore, luogo di costruzione, codice d’identificazione, la pappardella completa, insomma. È tutto nel computer, immagino, e scommetto che il computer può sfornare in mezzo secondo la certificazione che mi occorre.

    Il computer impiegò poco più di mezzo secondo. Kendray tornò a guardarsi attorno. — Solo voi tre, a bordo?

    — Esatto — rispose Trevize.

    — Animali? Piante? Stato di salute?

    — No, no, e buono — disse Trevize conciso.

    — Hmm! — fece Kendray, scrivendo. — Potreste mettere la mano qui dentro? Semplice routine… La destra, per favore.

    Trevize guardò l’apparecchio senza benevolenza. Il suo uso era sempre più comune: stava diventando sempre più elaborato. Si poteva dedurre quasi subito l’arretratezza di un mondo dall’arretratezza del suo microrivelatore. Ormai erano pochi i mondi che non ne avessero uno, per quanto arretrati. Il fenomeno era iniziato con lo sgretolamento finale dell’Impero, via via che ogni frammento dell’intero era diventato sempre più ansioso di proteggersi dalle malattie e dai microrganismi estranei degli altri.

    — Cos’è? — chiese Bliss sottovoce, interessata, sporgendo la testa per osservare bene.

    Pelorat rispose: — Credo che si chiami microrivelatore.

    Trevize aggiunse: — Nulla di misterioso. È un congegno che controlla automaticamente una parte del corpo, dentro e fuori, in cerca di eventuali microrganismi capaci di trasmettere malattie.

    — Questo li classifica anche, i microrganismi — disse Kendray, con una sfumatura piuttosto evidente di orgoglio. — È stato progettato qui su Comporellen… E se non vi dispiace, vorrei ancora la vostra destra.

    Trevize inserì la mano ed osservò una serie di piccoli segni rossi che si spostavano lungo delle linee orizzontali. Kendray toccò un contatto, ed un fac-simile della diagnosi apparve immediatamente. — Se volete firmarlo, signore.

    Trevize firmò. — In che condizioni sono? — chiese. — Non sono in grave pericolo, vero?

    Kendray rispose: — Non sono un medico, quindi non sono in grado di dirvelo di preciso, ma qui non ci sono i segni che mi costringerebbero a respingervi od a mettervi in quarantena, ed a me non interessa altro.

    — Sono proprio fortunato — commentò Trevize asciutto, scuotendo la mano per liberarsi del lieve pizzicore che provava.

    — Voi, signore — disse Kendray.

    Pelorat inserì la mano con una certa riluttanza, quindi firmò il certificato.

    — E voi, signora?

    Alcuni attimi dopo, Kendray stava fissando i risultati, dicendo: — Mai visto niente del genere prima d’ora. — Guardò Bliss con un’espressione intimorita. — Completamente negativo.

    Bliss scoccò un sorriso accattivante. — Magnifico.

    — Sì, signora. Vi invidio. — Kendray tornò a guardare il primo certificato. — La vostra carta d’identità, signor Trevize.

    Trevize gliela mostrò. Kendray, guardandola, alzò gli occhi sorpreso. — Consigliere della Legislatura di Terminus?

    — Appunto.

    — Funzionario della Fondazione?

    — Appunto. Quindi vediamo di sbrigarci, d’accordo?

    — Siete voi il capitano della nave?

    — Sì.

    — Scopo della visita?

    — Motivi di sicurezza della Fondazione, e non vi dirò altro. Capite?

    — Sì, signore. Quanto intendete fermarvi?

    — Non lo so. Forse una settimana.

    — Molto bene, signore. E quest’altro signore?

    — È il dottor Janov Pelorat — rispose Trevize. — Avete lì la sua firma, e per lui garantisco io. È uno studioso di Terminus, e mi assiste in questa mia visita.

    — Capisco, signore, ma devo vedere il suo documento. Le regole non transigono, temo. Spero che anche voi capiate, signore.

    Pelorat mostrò i suoi documenti.

    Kendray annuì. — E voi, signorina?

    Trevize intervenne: — Non c’è bisogno di importunare la signorina. Garantisco anche per lei.

    — Certo, signore. Ma io devo vedere i documenti.

    — Temo di non avere nessun documento, signore — disse Bliss.

    Kendray aggrottò le sopracciglia. — Come avete detto?

    Trevize disse: — La signorina non ha portato con sé i documenti. Semplice dimenticanza. È tutto a posto: mi assumo qualsiasi responsabilità.

    Kendray replicò: — Vorrei potervelo permettere, ma non posso: la responsabilità è mia. Date le circostanze, non è terribilmente importante. Non dovrebbero esserci difficoltà a procurarsi dei duplicati. La signorina, immagino, è di Terminus.

    — No.

    — Di qualche regione della Fondazione, allora?

    — A dire il vero, no.

    Kendray fissò Bliss, quindi Trevize. — Le cose si complicano, Consigliere. Forse occorrerà più tempo per farsi rilasciare una copia dei documenti da un mondo che non appartenga alla Fondazione. Poiché non siete cittadina della Fondazione, signorina, dovete dirmi il nome del vostro mondo natale e quello del vostro mondo di residenza. Poi dovrete aspettare che arrivino i duplicati.

    Trevize disse: — Sentite, signor Kendray, non vedo il motivo di questa perdita di tempo. Sono un funzionario della Fondazione e sono qui per una missione di notevole importanza: non devo essere intralciato da banali questioni burocratiche.

    — Non dipende da me, Consigliere. Se dipendesse da me, vi lascerei scendere su Comporellen immediatamente, purtroppo i regolamenti non si discutono: devo attenermi ad essi, o peggio per me… Naturalmente, immagino che qualche rappresentante governativo di Comporellen vi stia aspettando. Se volete dirmi il suo nome, mi metterò in contatto con lui, e se lui mi ordinerà di lasciarvi passare, bene, lo farò.

    Trevize esitò un attimo. — Signor Kendray, sarebbe un’azione poco opportuna. Posso parlare col vostro diretto superiore?

    — Certo, però non potete vederlo così su due piedi…

    — Sono sicuro che verrà subito quando capirà che si tratti di un funzionario della Fondazione…

    — A dire il vero — fece Kendray — e rimanga tra noi, in questo modo peggiorereste le cose. Sapete, noi non facciamo parte del territorio metropolitano della Fondazione. Siamo una Potenza Alleata, e prendiamo seriamente questo ruolo. I nostri sono ansiosi di non sembrare burattini della Fondazione, per usare un’espressione popolare, e si fanno in quattro per dimostrare la loro indipendenza. Il mio superiore probabilmente riceverebbe dei buoni extra rifiutandosi di fare un favore ad un funzionario della Fondazione.

    L’espressione di Trevize si oscurò. — Anche voi?

    Kendray scosse la testa. — Io sono al di fuori della politica, signore: nessuno mi dà punti extra. Posso considerarmi fortunato se mi pagano lo stipendio. Ed anche se non ricevo premi, le note di biasimo posso riceverle, e molto facilmente, purtroppo.

    — Data la mia posizione, posso occuparmi io di voi.

    — No, signore. Scusate se vi sembro impertinente, ma non credo che possiate… E, signore, è imbarazzante dirlo, ma per favore non offritemi regali. Danno punizioni esemplari a chi accetti cose del genere, ed oggigiorno sono bravissimi a scoprire i colpevoli.

    — Non intendevo corrompervi. Sto solo pensando a cosa potrà farvi il Sindaco di Terminus se ostacolerete la mia missione.

    — Consigliere, io sono perfettamente al sicuro finché mi nascondo dietro il regolamento. Se i membri del Presidium di Comporellen verranno puniti in qualche modo dalla Fondazione, è un problema loro, non mi riguarda… Comunque, se lo ritenete utile, signore, posso lasciar passare voi ed il dottor Pelorat, e la vostra nave. La signorina Bliss rimarrà alla stazione d’ingresso; la tratterremo per un po’, e la manderemo in superficie non appena arriveranno i suoi documenti. Se per qualche motivo sarà impossibile avere quei documenti, la rimanderemo sul suo mondo con un trasporto commerciale. Temo però che in questo caso qualcuno dovrà pagare la corsa.

    Trevize notò l’espressione di Pelorat e disse: — Signor Kendray, posso parlarvi in privato nella sala comandi?

    — D’accordo, ma non posso restare a bordo ancora a lungo, o mi faranno delle domande.

    — Ci sbrigheremo — disse Trevize.

    Nella sala comandi, Trevize chiuse bene la porta con gesti un po’ teatrali, quindi disse sottovoce: — Sono stato in molti posti, signor Kendray, ma in nessun posto ho trovato una simile pignoleria riguardo i regolamenti dell’immigrazione, soprattutto se si tratta di cittadini e funzionari della Fondazione.

    — Ma la ragazza non appartiene alla Fondazione.

    — Non importa.

    Kendray disse: — Queste cose sono fenomeni passeggeri. Ci sono stati degli scandali e ora come ora c’è molta severità. Tornando il prossimo anno, magari non avrete problemi, purtroppo adesso non posso fare nulla.

    — Provate, signor Kendray — insisté Trevize, con voce più dolce. — Mi affido alla vostra clemenza, mi rivolgo a voi da uomo a uomo. Pelorat ed io siamo in missione da parecchio, lui e io. Solo lui e io. Siamo buoni amici, però anche tra amici ci si sente soli, non so se mi capite… Qualche tempo fa, Pelorat ha trovato questa ragazza. Non è necessario che vi racconti quel che è successo, comunque, abbiamo deciso di portarla con noi. Servirci di lei di tanto in tanto per noi è salutare.

    «Il fatto è che Pelorat ha dei legami su Terminus. Io non ho problemi, sia chiaro, ma Pelorat è un uomo anziano, ed a quell’età si è un po’… sì, disperati. Si sente il bisogno di tornare in parte giovani, o qualcosa del genere. Pelorat non può rinunciare alla ragazza. Nel medesimo tempo, se la notizia dovesse trapelare ufficialmente, quando il vecchio Pelorat tornerà su Terminus lo attenderà un mare di guai. Non stiamo facendo nulla di male. La signorina Bliss, così si chiama, nome azzeccato considerando la sua professione, non è esattamente una ragazza acuta; non la vogliamo per questo. È proprio necessario che figuri nel vostro rapporto? Non potete riferire che sulla nave ci siamo soltanto Pelorat e io? Quando abbiamo lasciato Terminus eravamo registrati solo noi due. Non è necessaria alcuna menzione ufficiale della ragazza. Dopo tutto, è sanissima come avete potuto verificare voi stesso.

    Kendray fece una smorfia. — Non intendo crearvi dei disagi. Capisco la situazione, credetemi, ed avete tutta la mia comprensione. Chi pensa che sia divertente restare di turno su questa stazione per mesi consecutivi, si sbaglia di grosso. E i turni misti non esistono, non su Comporellen. — Scosse la testa. — E poi, anch’io ho una moglie, quindi capisco. Ma, sentite, anche se vi lascio passare, non appena scopriranno che quella… signorina è senza documenti, be’, lei finirà in prigione, voi ed il signor Pelorat vi troverete in un bel pasticcio e la notizia arriverà dritta fino su Terminus. Ed io sicuramente dovrò cercarmi un altro lavoro.

    — Signor Kendray, fidatevi di me — disse Trevize. — Una volta su Comporellen, sarò al sicuro. Parlerò della mia missione con le persone giuste, dopo di che non ci saranno più problemi. Mi assumerò l’intera responsabilità di quanto sia successo qui, se mai il fatto dovesse venire a galla… cosa di cui dubito. Inoltre, caldeggerò la vostra promozione, e verrete promosso, perché farò in modo che Terminus eserciti pressioni adeguate nel caso qualcuno qui sollevasse obiezioni… E Pelorat potrà starsene tranquillo.

    Kendray esitò, poi annuì. — D’accordo. Vi lascerò passare… ma vi avverto… comincerò subito a pensare ad un modo per salvarmi le chiappe, se questa storia dovesse saltar fuori. E non muoverò un dito per salvare le vostre. Io so come vanno certe cose su Comporellen, mentre voi non lo sapete, e Comporellen non è un mondo facile per chi sgarra.

    — Grazie, signor Kendray. Non ci saranno problemi, ve lo assicuro.


    4. Su Comporellen


    5

    Erano passati. La stazione d’ingresso si era ridotta rapidamente ad un punto luminoso sempre più fioco dietro di loro, e entro un paio d’ore avrebbero attraversato lo strato di nubi.

    Una nave gravitazionale non doveva rallentare immettendosi in una lunga rotta a spirale, ma non poteva nemmeno tuffarsi in picchiata a tutta velocità. Essere liberi dalla gravità non significava esserlo anche dalla resistenza dell’aria. La nave poteva scendere in linea retta, ma con prudenza; non era possibile esagerare con la velocità.

    — Dove stiamo andando? — chiese Pelorat confuso. — Vecchio mio, con tutte quelle nubi non riesco a distinguere nulla.

    — Nemmeno io — disse Trevize. — Ma abbiamo una mappa ufficiale di Comporellen, una mappa olografica che ci fornisce la forma delle masse continentali, con tanto di altezze dei rilievi e profondità oceaniche, ed anche le suddivisioni politiche. La mappa è nel computer, e sarà il computer a provvedere a tutto. Confronterà la configurazione planetaria con la mappa, orientando così la nave correttamente, e ci condurrà seguendo una rotta cicloidale.

    Pelorat disse: — Andando nella capitale, ci immergeremo subito nel vortice politico. Se questo mondo è anti-Fondazione, come ha lasciato intendere quel tipo alla stazione d’ingresso, andremo in cerca di guai.

    — D’altro canto, la capitale dev’essere il centro intellettuale del pianeta, e se vogliamo informazioni, è là che le troveremo, ammesso che esistano. E per quanto riguarda le loro tendenze ostili, dubito che potranno mostrarle troppo apertamente. Forse non sarò molto simpatico al Sindaco, però il Sindaco non può nemmeno permettere che un Consigliere venga maltrattato: non vorrà certo creare un precedente del genere.

    Bliss era uscita dalla toilette; si era lavata le mani, che erano ancora umide. Sistemandosi la biancheria intima come se nulla fosse, disse: — A proposito, spero che gli escrementi vengano interamente riciclati.

    — Per forza — rispose Trevize. — Secondo te, quanto durerebbe la nostra scorta d’acqua se non riciclassimo gli escrementi? Secondo te, come crescono quelle focacce aromatiche lievitate che mangiamo per insaporire le nostre razioni surgelate? Spero che questo non ti rovini l’appetito, mia efficiente Bliss.

    — Perché dovrebbe? Da dove credi che provengano il cibo e l’acqua su Gaia, o su questo pianeta, o su Terminus?

    — Su Gaia, naturalmente, gli escrementi sono vivi come te.

    — Non vivi, consapevoli. È diverso. Naturalmente, il livello di consapevolezza è bassissimo.

    Trevize sbuffò sprezzante, ma non cercò di ribattere. Disse: — Vado in sala comandi a tener compagnia al computer.

    Pelorat disse: — Possiamo venire ad aiutarti a tenere compagnia al computer? Non riesco ad abituarmi al fatto che il computer sia in grado di portarci sul pianeta da solo, individuando altre navi, o perturbazioni… o che so io!

    Trevize sorrise. — Meglio che ti ci abitui. La nave è molto più sicura affidata al controllo del computer che guidata da me… Certo, venite pure, comunque. Sarà istruttivo vedere cosa succede.

    Erano sul lato illuminato del pianeta adesso e come stava spiegando Trevize la mappa del computer poteva essere confrontata più facilmente coi dati reali alla luce del sole che al buio.

    — È ovvio — commentò Pelorat.

    — Non è affatto ovvio. Il computer reagisce altrettanto rapidamente ai raggi infrarossi che la superficie emana anche in presenza dell’oscurità. Ma le onde infrarosse, per la loro lunghezza, non consentono al computer la definizione d’immagine consentita dalla luce visibile. In parole povere, il computer vede meno bene e meno chiaramente con l’infrarosso, e se non è proprio necessario preferisco facilitargli le cose il più possibile.

    — E se la capitale si trova sul lato notturno?

    — Le probabilità sono pari, ma anche se fosse sul lato notturno, una volta confrontata la mappa alla luce del giorno, possiamo abbassarci progressivamente e raggiungerla con precisione nonostante l’oscurità. E prima di avvicinarci alla capitale, incroceremo fasci di microonde e riceveremo messaggi che ci guideranno verso lo spazioporto più comodo… Non c’è motivo di preoccuparsi.

    — Sicuro? chiese Bliss. — Mi stai portando sul pianeta senza documenti, e senza che abbia un mondo d’origine riconosciuto da questa gente… e io non intendo, anzi non posso, fare il nome di Gaia, in alcun caso. Cosa faremo allora se una volta sulla superficie mi chiederanno i documenti?

    — Improbabile che accada — rispose Trevize. — Tutti penseranno che certe formalità siano già state sbrigate alla stazione d’ingresso.

    — Ma se dovessero chiedermeli?

    — Se sorgerà questo problema, lo affronteremo a tempo debito. Intanto, non creiamoceli dal nulla i problemi.

    — Quando affronteremo i problemi che potranno presentarsi, forse sarà troppo tardi per risolverli.

    — Conto sulla mia ingegnosità per far sì che non sia troppo tardi.

    — A proposito di ingegnosità, come sei riuscito a farci superare la stazione d’ingresso?

    Trevize guardò Bliss, e lasciò che le sue labbra si schiudessero lentamente in un sorriso monellesco. — Ho usato semplicemente il cervello.

    — Ma cos’hai fatto, vecchio mio? — Insisté Pelorat.

    Trevize rispose: — Si trattava solo di rivolgersi a lui nel modo giusto. Avevo provato con le minacce e con la corruzione velata. Avevo fatto appello alla sua logica e alla sua fedeltà alla Fondazione. Non ottenendo nulla, ho giocato la mia ultima carta: ho detto che tradivi tua moglie, Pelorat.

    — Mia moglie? Ma amico mio, non ho alcuna moglie al momento.

    — Lo so, ma lui non lo sapeva.

    Bliss intervenne: — Con “moglie” presumo vi riferiate ad una donna che sia la compagna regolare di un uomo.

    Trevize precisò: — Qualcosa di più, Bliss. Compagna legale, con diritti esercitabili riguardo il rapporto di compagnia.

    Pelorat disse nervoso: — Bliss, non ho alcuna moglie. Ne ho avute occasionalmente in passato, ma è da parecchio tempo che non ho una moglie. Se vuoi che celebriamo il rito legale…

    — Oh, Pel — rispose Bliss con un gesto secco della destra. — Che vuoi che m’interessi? Ho innumerevoli compagni che mi sono sempre vicini, come le tue braccia sono sempre vicine al tuo corpo. Solo gli Isolati si sentono così distaccati da dover ricorrere a convenzioni artificiose per consolidare un legame che è un debole surrogato della vera compagnia.

    — Ma, Bliss… io sono un Isolato, cara.

    — Col tempo, sarai meno Isolato, Pel. Forse non sarai mai pienamente Gaia, ma sarai meno Isolato, e avrai una miriade di compagni.

    — Io voglio solo te, Bliss! — esclamò Pelorat.

    — È perché non sai nulla della vera compagnia: imparerai.

    Durante quella discussione Trevize si era concentrato sullo schermo, con un’espressione di tolleranza forzata in volto. Lo strato di nubi si era avvicinato, e per un attimo tutto si trasformò in una nebbia grigia.

    «Visione microonde», pensò Trevize, ed il computer passò subito al rilevamento degli echi radar. Le nubi scomparvero e la superficie di Comporellen apparve; i colori erano falsati, e i confini tra i settori di diversa composizione erano un po’ sfocati e tremolanti.

    — È così che ci apparirà Comporellen d’ora in poi? — chiese Bliss stupita.

    — Solo finché non sbucheremo al di sotto delle nubi. Poi passeremo di nuovo alla luce solare. — Mentre Trevize rispondeva, il sole e la visibilità normale ritornarono.

    — Capisco — annuì Bliss. — Ma c’è una cosa che non capisco… Non vedo perché il fatto che Pel tradisca o meno la moglie dovesse interessare al funzionario della stazione d’ingresso.

    — Se quel tale, Kendray, ti avesse trattenuta, la notizia, gli ho detto, avrebbe potuto raggiungere Terminus, e quindi la moglie di Pelorat. Pelorat si sarebbe trovato nei guai. Non ho specificato che genere di guai, ma ho alluso a una situazione seria… C’è una specie di tacita solidarietà tra i maschi. — Trevize stava sorridendo adesso. — Ed un maschio non tradisce un altro uomo, anzi se gli viene chiesto lo aiuta. Dipende, presumo, dal fatto che chi aiuta potrebbe a sua volta avere bisogno di aiuto in seguito. Probabilmente — aggiunse assumendo un’espressione un po’ seria — esiste una complicità simile tra le donne, ma non essendo una donna non ho mai avuto occasione di osservarla direttamente.

    La faccia di Bliss assomigliava ad una graziosa nube temporalesca. — È una battuta?

    — No, parlo seriamente — rispose Trevize. — Non dico che quel Kendray ci abbia lasciati passare solo per aiutare Janov a non mettersi nei guai con la moglie. Può darsi che il senso di complicità maschile sia servito a dare un’ultima spinta decisiva alle altre mie argomentazioni.

    — Ma è terribile. Sono le regole che tengono unita una società, che la fondono in un unico complesso: ti pare una cosa da nulla ignorare queste regole per motivi banali?

    — Be’ — disse Trevize, di colpo sulla difensiva — certe regole sono di per se stesse futili: pochi mondi sono pignoli per quanto riguarda l’accesso ed il passaggio nel loro spazio in un periodo di pace e prosperità commerciale, come quello che stiamo attraversando adesso grazie alla Fondazione. Comporellen non è al passo coi tempi, probabilmente per qualche oscura questione di politica interna. Non vedo perché proprio noi dovremmo subirne le conseguenze.

    — Questo non c’entra. Se obbediamo solo alle regole che riteniamo giuste e ragionevoli, allora qualsiasi regola cessa di avere valore, perché non esiste una regola giusta e ragionevole per tutti. E se ci interessa solo il nostro tornaconto personale, troveremo sempre una giustificazione per definire ingiusta una regola restrittiva. Si comincia con un trucco astuto e si finisce con l’anarchia e la catastrofe, così, anche per lo scaltro autore del trucco, dal momento che nemmeno lui sopravvivrà al crollo della società.

    Trevize ribatté: — La società non crolla tanto facilmente. Tu parli come Gaia, e Gaia non può capire un’unione di individui liberi. Le regole, instaurate con ragionevolezza e giustizia, possono facilmente diventare superate e inutili via via che le circostanze cambiano, e restare ugualmente in vigore per inerzia. In tal caso è legittimo ed anche utile infrangere queste regole, se non altro per evidenziare che sono diventate superflue e magari anche dannose.

    — Allora ogni ladro, ogni assassino, può giustificarsi dicendo che stia servendo l’umanità.

    — Non arrivare agli estremi. Nel superorganismo di Gaia c’è un consenso automatico circa le regole sociali e a nessuno viene in mente di infrangerle. Si potrebbe anche dire che Gaia vegeti e si fossilizzi. Nella libera associazione di individuo c’è senza dubbio un elemento di disordine, ma è il prezzo che bisogna pagare per non perdere la capacità di introdurre novità e cambiamenti… Tutto sommato, è un prezzo ragionevole.

    La voce di Bliss si fece leggermente più acuta e sonora. — Ti sbagli, se pensi che Gaia vegeti e si fossilizzi. Le nostre realizzazioni, le nostre usanze, i nostri punti di vista, tutto quanto viene sottoposto ad un esame di coscienza costante. Senza un motivo valido, non c’è nulla che persista solo per inerzia. Gaia impara tramite l’esperienza ed il pensiero, perciò cambia quando è necessario.

    — Anche se quel che dici è vero, l’esame di coscienza e l’apprendimento devono essere molto lenti, perché su Gaia non esiste altro che Gaia. Qui, in regime di libertà, anche quando quasi tutti sono d’accordo, c’è sempre una minoranza che discordi, e in alcuni casi quella minoranza può darsi che abbia ragione. E se quei pochi sono abbastanza abili, abbastanza entusiasti, abbastanza giusti, alla fine vinceranno e nel futuro diventeranno eroi… come Hari Seldon, che ha perfezionato la Psicostoria, ha sfidato con le sue concezioni l’intero Impero Galattico, ed ha vinto.

    — Ha vinto solo fino ad ora, Trevize. Il Secondo Impero pianificato da Seldon non si realizzerà: ci sarà Galaxia, invece.

    — Ah, davvero? — disse Trevize con espressione truce.

    — È stata tua la decisione, ed anche se continui a discutere con me sostenendo gli Isolati e la loro libertà di essere sciocchi e criminali, nei recessi della tua mente c’è qualcosa che ti ha costretto ad essere d’accordo con me/noi/Gaia quando hai fatto la tua scelta.

    — Quello che si cela nei recessi della mia mente è proprio quel che cerco — disse Trevize ancor più arcigno. — Là, per cominciare — aggiunse, indicando lo schermo, dove una città si estendeva all’orizzonte, un agglomerato di strutture basse, salvo alcune eccezioni isolate, circondato da campi marroni coperti da uno strato di brina.

    Pelorat scosse la testa. — Peccato. Volevo osservare la fase di avvicinamento, ma mi sono distratto ascoltando la discussione.

    — Non importa, Janov — disse Trevize. — Guarderai quando ce ne andremo. Prometto che terrò la bocca chiusa, sempre che tu riesca a far tacere Bliss.

    E la “Far Star” atterrò allo spazioporto guidata da un raggio a microonde.


    6

    Kendray aveva un’aria grave quando tornò alla stazione d’ingresso ed osservò la “Far Star” che passava. Al termine del suo turno era ancora chiaramente depresso.

    Stava consumando il suo ultimo pasto della giornata quando uno dei suoi colleghi, un tipo allampanato con gli occhi ben distanziati, radi capelli chiari e sopracciglia così bionde da sembrare assenti, si sedette accanto a lui.

    — Che c’è che non va, Ken?

    Kendray arricciò le labbra. — Quella che è appena passata era una nave gravitazionale, Gatis.

    — Quella strana con radioattività zero?

    — Proprio per questo non era radioattiva. Niente combustibile: gravitazionale.

    Gatis annuì. — Quella che ci avevano detto di tener d’occhio, giusto?

    — Giusto.

    — E l’hai beccata tu: il solito fortunato.

    — Non tanto fortunato. A bordo c’era una donna senza documenti… ed io non ho denunciato la sua presenza.

    — Cosa? Senti, non dirmi niente. Non voglio sapere: non una parola di più. Siamo amici, ma non ho intenzione di diventare complice del fatto.

    — Non è questo che mi preoccupa. Non molto. Ho dovuto mandare giù la nave. Vogliono una nave gravitazionale… quella o una qualsiasi altra, lo sai.

    — Certo, però almeno avresti potuto fare rapporto sulla donna.

    — Non mi andava. Non è sposata. È stata presa a bordo solo per… per essere usata.

    — Quanti uomini c’erano a bordo?

    — Due.

    — E l’hanno presa a bordo solo per… per quello. Devono essere di Terminus.

    — Esatto.

    — Se ne fregano di quel che fanno, su Terminus.

    — Già.

    — Disgustoso. E la fanno franca.

    — Uno di loro era sposato, e non voleva che sua moglie venisse a saperlo. Se avessi denunciato la presenza della donna, la moglie l’avrebbe scoperto.

    — Ma la moglie non è su Terminus?

    — Certo, però l’avrebbe scoperto ugualmente.

    — Gli starebbe bene a quel tipo se sua moglie lo scoprisse.

    — Sono d’accordo… ma non volevo essere proprio io il responsabile.

    — Se la prenderanno con te per non avere fatto rapporto. Volere risparmiare dei guai a quel tipo non è una scusa valida.

    — Tu avresti fatto rapporto?

    — Avrei dovuto farlo per forza, credo.

    — No, non avresti dovuto. Il Governo vuole quella nave, se avessi insistito per fare rapporto sulla donna, gli uomini a bordo avrebbero cambiato idea ed invece di scendere qui sarebbero andati su qualche altro pianeta. Ed al Governo non sarebbe piaciuto.

    — Ma ti crederanno?

    — Penso di sì… Era molto carina, quella donna. Pensa, una donna del genere disposta ad andare con due uomini, e degli uomini sposati col coraggio di approfittarne… Sai, è allettante come idea.

    — Non credo che tua moglie sarebbe contenta se sapesse che hai detto una cosa del genere, o che l’hai pensata.

    Kendray replicò con aria di sfida: — Perché, chi andrà a riferirglielo? Tu?

    — Dài, non dirlo nemmeno per scherzo. — L’espressione indignata di Gatis scomparve rapidamente, e Gatis disse: — Sai, mica gli hai dato una mano a quei tipi, lasciandoli passare.

    — Lo so.

    — Giù in superficie scopriranno subito tutto, e magari tu la passerai liscia, ma loro no.

    — Lo so — annuì Kendray — e mi dispiace per loro. I guai che gli creerà la donna saranno poca cosa rispetto ai guai che gli creerà la nave. Il capitano ha fatto certi commenti…

    Kendray si interruppe, e Gatis lo sollecitò smanioso: — Che commenti?

    — Non importa — rispose Kendray. — Se dovesse spargersi la voce, io mi gioco le chiappe.

    — Non dirò niente.

    — Nemmeno io… Comunque, mi spiace per quei due uomini di Terminus.


    7

    Per chiunque fosse stato nello spazio ed avesse conosciuto la sua immutabilità, la parte veramente eccitante del volo spaziale arrivava quando si trattava di atterrare su un nuovo pianeta. Il terreno scorreva sotto la nave, lasciando intravedere scorci di terra e di acqua, aree e linee geometriche che forse corrispondevano a campi e strade. Si scorgevano il verde della natura che cresceva, il grigio del cemento, il marrone del terreno spoglio, il bianco della neve. E soprattutto, c’era l’eccitazione trasmessa dai centri urbani, città che su ogni mondo presentavano caratteristiche geometriche proprie e varianti architettoniche.

    Su una normale nave, inoltre ci sarebbe stato il brivido del contatto col terreno e dello spostamento lungo una pista. Per la “Far Star” era diverso. Galleggiando nell’aria, rallentò bilanciando abilmente attrito e gravità, e infine si fermò sopra lo spazioporto. Il vento soffiava a raffiche, il che complicava le cose. Quando veniva regolata su una spinta agravitazionale particolarmente elevata, la “Far Star” oltre a presentare un peso estremamente basso diminuiva anche come massa. Se la massa si avvicinava troppo allo zero, il vento avrebbe trascinato via la nave immediatamente. Quindi, bisognava attenuare il campo agravitazionale ed usare delicatamente dei razzi direzionali per contrastare l’attrazione del pianeta e la spinta del vento, intervenendo con correzioni che combaciassero il più possibile con le variazioni di intensità delle raffiche. Senza un computer all’altezza, sarebbe stato impossibile farlo in maniera corretta.

    La “Far Star” si abbassò progressivamente, con piccole e inevitabili oscillazioni in un senso o nell’altro, fino a posarsi sul settore delimitato assegnatole.

    Il cielo era di un azzurro pallido chiazzato di bianco, quando la nave atterrò. Anche in superficie il vento era teso, e pur non costituendo più un pericolo per la navigazione le sue sferzate gelide fecero sussultare Trevize. Si rese subito conto che i loro indumenti non erano adatti al clima di Comporellen.

    Pelorat invece si guardò attorno soddisfatto ed inspirò a fondo dal naso, apprezzando almeno momentaneamente il morso del freddo. Aprì addirittura il giaccone per sentire il contatto del vento sul petto. Entro breve tempo, lo sapeva, avrebbe richiuso l’indumento e si sarebbe sistemato bene la sciarpa, ma per ora desiderava sentire l’esistenza di un’atmosfera. A bordo di una nave era impossibile.

    Bliss si strinse nel giaccone e, con mani guantate, si calò il cappello sulle orecchie. Aveva un’espressione disfatta e infelice, e sembrava prossima alle lacrime.

    Borbottò: — Questo mondo è malvagio: ci odia e ci maltratta.

    — Niente affatto, cara — replicò Pelorat convinto. — Sono sicuro che i suoi abitanti lo amino, e che questo mondo… li ami, se vogliamo esprimerci così. Tra poco saremo al coperto, al caldo.

    Quasi dietro un ripensamento, scostò un lembo del giaccone e lo avvolse attorno a Bliss, mentre lei gli si rannicchiava contro.

    Trevize si sforzò di ignorare la temperatura. Ricevette una tessera magnetizzata dalla direzione portuale, controllando col suo computer tascabile per assicurarsi che fornisse i particolari necessari: il numero di corsia e dell’area di parcheggio, il nome e il numero di matricola della nave, e via dicendo. Poi si accertò nuovamente che la “Far Star” fosse ermeticamente chiusa, e stipulò la massima assicurazione consentita contro i sinistri (inutile, in realtà, poiché la “Far Star” sarebbe dovuto essere invulnerabile considerato il probabile livello tecnologico di Comporellen, e poiché in caso contrario sarebbe stata insostituibile a qualunque prezzo).

    Trevize trovò il parcheggio dei taxi dove previsto. (Negli spazioporti, parecchie attrezzature e servizi si trovavano in posizioni standard, ed erano standardizzati come aspetto esteriore e modo d’impiego. Era una scelta obbligata, considerata l’utenza interplanetaria.)

    Trevize chiamò un taxi, e indicò la destinazione battendo semplicemente “Città”.

    Un taxi scivolò verso di loro su pattini diamagnetici, scosso leggermente dal vento e dalle vibrazioni di un motore non proprio silenzioso. Era di colore grigio scuro, e le insegne bianche spiccavano sulle posteriori. L’autista indossava un cappotto scuro e un cappello di pelo bianco.

    Pelorat, notando certi particolari, commentò sottovoce: — Pare che i colori planetari siano il nero ed il bianco.

    Trevize disse: — Può darsi che in città l’ambiente si vivacizzi un po’.

    L’autista parlò in un piccolo microfono, forse per evitare di aprire il finestrino. — Andate in città, gente?

    Il suo dialetto galattico aveva una cadenza dolce e cantilenante piuttosto simpatica, ed era facilmente comprensibile… il che era sempre un sollievo su un mondo nuovo.

    — Esatto — rispose Trevize, e la portiera posteriore si aprì scorrendo di lato.

    Bliss entrò, seguita da Pelorat e Trevize. La portiera si chiuse, e l’aria calda li avvolse.

    Bliss si strofinò le mani, con un lungo sospiro di sollievo.

    Il taxi partì lentamente, e l’autista disse: — La nave con cui siete arrivati è gravitazionale, vero?

    Trevize rispose asciutto: — Considerando il modo in cui è atterrata, avete qualche dubbio?

    L’autista chiese: — È di Terminus, allora?

    Trevize rispose: — Conoscete qualche altro mondo in grado di costruirne una?

    Il conducente rifletté un attimo mentre il taxi acquistava velocità. Poi disse: — Quando vi fanno una domanda, rispondete sempre con un’altra domanda?

    Trevize non seppe resistere. — Perché no?

    — In tal caso, cosa rispondereste se vi chiedessi se vi chiamate Golan Trevize?

    — Risponderei: «Perché me lo chiedete?»

    Il taxi si fermò ai margini dello spazioporto e l’autista disse: — Semplice curiosità! Ve lo chiedo ancora… Siete Golan Trevize?

    La voce di Trevize divenne dura ed ostile. — Sono affari vostri?

    — Amico mio — fece l’autista — finché non risponderete alla mia domanda non ci muoveremo. E se non risponderete in modo chiaro con un sì od un no entro due secondi, spegnerò il riscaldamento del vano passeggeri e continueremo ad aspettare. Siete Golan Trevize, Consigliere di Terminus? In caso di risposta negativa dovrete mostrarmi i vostri documenti.

    — Sì, sono Golan Trevize, e come Consigliere della Fondazione pretendo di essere trattato con tutta la cortesia dovuta alla mia carica. Se sarete irriguardoso vi metterete nei pasticci, amico. Ebbene?

    — Adesso possiamo procedere un po’ più distesi. — L’autista si avviò di nuovo. — Scelgo attentamente i miei passeggeri, e mi aspettavo di dare un passaggio a due uomini e basta. La donna è stata una sorpresa per me, ed ho pensato di essermi sbagliato. Invece, ho le persone giuste, e lascerò che siate voi a spiegare la presenza della donna quando sarete a destinazione.

    — Voi non sapete quale sia la nostra destinazione.

    — Guarda caso, lo so: andate al Dipartimento dei Trasporti.

    — Non è là che vogliamo andare.

    — Questo non ha la benché minima importanza, Consigliere. Se fossi un tassista vi porterei dove volete. Dato che non lo sono, vi porterò dove voglio andare io.

    — Scusate — disse Pelorat sporgendosi in avanti ma mi pare che siate sicuramente un tassista: guidate un taxi.

    — Chiunque può guidare un taxi. Non tutti hanno la licenza, però. E non tutte le vetture che sembrano taxi sono taxi.

    Trevize intervenne: — Smettiamola di cincischiare. Chi siete, e cosa state facendo? Ricordate che dovrete rendere conto del vostro comportamento alla Fondazione.

    — Io, no — ribatté l’autista. — I miei superiori, forse. Io sono un agente della Forza di Sicurezza comporelliana. Ho l’ordine di trattarvi col dovuto rispetto in considerazione della vostra carica, però dovete seguirmi. E niente scherzi, perché questo veicolo è armato, ed ho l’ordine di difendermi in caso di aggressione.


    8

    Il veicolo, raggiunta la velocità di crociera, avanzava silenzioso e senza scossoni, e Trevize sedeva assolutamente immobile, come pietrificato. Si rendeva conto, anche senza guardare, che di tanto in tanto Pelorat lo fissava con espressione incerta e sembrava chiedergli: «Che facciamo adesso? Per favore, dimmelo».

    Bliss, notò Trevize dopo una rapida occhiata, era invece calma, apparentemente imperturbabile. Certo, lei era un mondo intero di per se stessa. Tutta Gaia, nonostante la distanza galattica, era racchiusa nella sua pelle. Bliss disponeva di grandi risorse, e poteva utilizzarle in caso di emergenza.

    Ma, in sostanza, cos’era successo?

    Chiaramente, il funzionario della stazione d’ingresso, seguendo la prassi, aveva inoltrato il suo rapporto, omettendo Bliss, e il rapporto aveva attirato l’attenzione del corpo di sicurezza e, fatto strano, del Dipartimento dei Trasporti. Perché?

    Era tempo di pace, e Trevize non era al corrente di attriti particolari tra Comporellen e la Fondazione: lui stesso era un importante funzionario della Fondazione…

    Un attimo, aveva detto al funzionario della stazione di ingresso… Kendray, sì, sì chiamava così… aveva detto a Kendray di avere affari importanti con il Governo locale. Lo aveva sottolineato, nel tentativo di ottenere il permesso di ingresso. Kendray doveva avere riferito anche questo fatto, il che aveva suscitato ovviamente un interesse notevole.

    Trevize non lo aveva previsto, mentre avrebbe dovuto prevederlo.

    Dov’era finita la sua prodigiosa intuizione? Cominciava a credere veramente di essere la scatola nera che diceva Gaia? Stava lasciandosi attirare in un pantano per un eccesso di sicurezza basata sulla superstizione?

    Come aveva potuto lasciarsi intrappolare da quell’idea folle anche per un attimo? Non aveva mai sbagliato in vita sua? Sapeva che condizioni meteorologiche ci sarebbero state il giorno dopo? Vinceva grandi somme ai giochi d’azzardo? No, e poi no…

    Allora, era solo riguardo le cose in generale, i fatti vaghi, che aveva ragione? Come poteva saperlo?

    Meglio lasciar perdere! Dopo tutto, dichiarando di avere importanti affari di Stato… no, aveva parlato di motivi di sicurezza della Fondazione…

    Be’, dichiarando di essere lì per motivi di sicurezza della Fondazione, arrivando in gran segreto senza contatti ufficiali, era logico che avesse attirato l’attenzione. Già però finché non avessero saputo di che si trattasse, i Comporelliani avrebbero dovuto agire con la massima circospezione, avrebbero dovuto essere cerimoniosi, trattarlo come si convenisse ad un personaggio di primo piano. Non avrebbero dovuto rapirlo e ricorrere alle minacce.

    Eppure, era proprio quello che avevano fatto. Perché?

    Cos’era che li facesse sentire tanto forti e potenti da riservare una simile accoglienza ad un Consigliere di Terminus?

    La Terra, forse? La stessa forza che nascondeva così efficacemente il mondo d’origine, persino ai grandi mentalisti della Seconda Fondazione, stava operando anche adesso per ostacolare fin dalla fase iniziale la ricerca di Trevize? La Terra era onnisciente? Onnipotente?

    Trevize scosse la testa. No, quelli erano sintomi paranoici. Intendeva forse incolpare la Terra di tutto? Ogni comportamento strano, ogni circostanza avversa, ogni piccolo intralcio… doveva dipendere per forza dalle macchinazioni segrete della Terra? Cominciando a pensare in quel modo, poteva già considerarsi battuto!

    Sentì che il veicolo rallentava, e fu riportato di colpo al presente.

    Si rese conto di non avere osservato, neppure per un attimo, la città che avevano attraversato. Al che, si guardò attorno, con un pizzico di frenesia. Gli edifici erano bassi, ma era un pianeta freddo, e probabilmente gran parte delle strutture erano sotterranee.

    Non vide traccia di colori, e questo gli sembrò contrario alla natura umana.

    Di tanto in tanto, vedeva passare una persona, infagottata. Del resto la gente, come gli edifici, doveva essere per lo più sottoterra.

    Il taxi si era fermato davanti ad una costruzione bassa ed ampia, situata in una depressione di cui Trevize non riusciva a scorgere il fondo. Passarono alcuni secondi, e il taxi continuava a rimanere immobile, come l’autista. Il suo cappello bianco di pelo sfiorava il tetto del veicolo.

    Trevize si chiese per un attimo come facesse l’autista a salire e a scendere senza perdere il cappello, poi disse con la collera contenuta che era lecito aspettarsi da un funzionario altero e bistrattato: — Ebbene, autista, e adesso?

    La versione comporelliana del campo di forza scintillante che separava il conducente dai passeggeri non era affatto rudimentale. Le onde sonore potevano attraversarlo, ma Trevize era certo che gli oggetti materiali con una certa forza d’impatto non l’avrebbero superato.

    L’autista disse: — Qualcuno salirà a prendervi. Restate seduti e tranquilli.

    Mentre parlava, tre teste sbucarono lentamente dall’avvallamento che ospitava l’edificio, seguite dal resto dei corpi. Chiaramente, i tre uomini stavano salendo con una specie di scala mobile, ma dalla posizione in cui si trovava Trevize non era in grado di notare i particolari.

    Mentre i tre si avvicinavano, la portiera del taxi si aprì, lasciando entrare una ventata d’aria gelida.

    Trevize smontò, stringendo il giaccone al collo. Gli altri due lo imitarono; Bliss con considerevole riluttanza.

    I tre Comporelliani erano informi, indossavano indumenti rigonfi che probabilmente erano riscaldati elettricamente. Trevize provò un senso di disprezzo a quella vista. Certe cose erano superflue su Terminus, e l’unica volta che aveva preso in prestito un soprabito termico durante l’inverno sul pianeta vicino Anacreon, Trevize aveva scoperto che l’indumento tendeva a scaldarsi lentamente, così quando si era accorto di avere troppo caldo stava già sudando abbondantemente.

    Mentre i Comporelliani avanzavano, Trevize notò indignato che erano armati, e non si curavano di nasconderlo. Anzi… Ognuno aveva un disintegratore in una fondina fissata esternamente.

    Uno di loro, fermandosi di fronte a Trevize, disse con voce burbera: — Scusate, Consigliere — e gli aprì il giaccone con un movimento brusco. Allungò le mani e le spostò velocemente su e giù lungo i fianchi di Trevize, lungo la schiena, il torace e le cosce. Il giaccone venne scosso e tastato. Sopraffatto dalla confusione e dallo sbigottimento, Trevize si rese conto di essere stato perquisito con estrema efficienza solo ad operazione terminata.

    Pelorat, il mento piegato e la bocca contratta in una smorfia, stava subendo un identico trattamento indegno per mano del secondo Comporelliano.

    Il terzo si accostò a Bliss, che agì prima di lasciarsi toccare. Lei almeno sapeva cosa aspettarsi, perché si tolse il giaccone e per alcuni attimi rimase esposta al sibilo del vento coperta solo da indumenti leggeri.

    In tono gelido quanto la temperatura, disse: — Vedete benissimo che non sono armata.

    Era più che evidente. Il Comporelliano scosse il giaccone, come se dal peso fosse in grado di giudicare se contenesse un’arma (forse era in grado di stabilirlo), quindi indietreggiò.

    Bliss tornò ad infilarsi il giaccone, avvolgendoselo bene addosso, e Trevize non poté fare a meno di ammirare il suo gesto. Sapeva quanto soffrisse il freddo Bliss, eppure la ragazza non si era lasciata sfuggire un solo tremito mentre era rimasta in camicetta e calzoni. (Poi Trevize si domandò se, in quella particolare emergenza, non avesse per caso assorbito calore dal resto di Gaia.)

    Un Comporelliano li chiamò con un gesto, ed i tre forestieri esterni lo seguirono. Gli altri due Comporelliani si accodarono. Il paio di pedoni che erano per strada non si presero la briga di osservare cosa stava accadendo. O erano abituati a episodi del genere, o, più probabilmente, pensavano più che altro a raggiungere un ambiente chiuso quanto prima.

    Trevize ebbe modo di constatare che quella lungo la quale i Comporelliani erano saliti poco prima fosse una rampa mobile. Ora stavano scendendo, tutti e sei, ed attraversarono un sistema di chiusura complicato quasi quanto quello di un’astronave… senza dubbio, per trattenere il calore all’interno, non l’aria.

    E d’un tratto si trovarono dentro un edificio enorme.


    5. Lotta per la nave


    9

    Lì per lì, Trevize ebbe l’impressione di trovarsi sul set di un iperdramma… per la precisione, sul set di un romanzo storico d’ambientazione imperiale. C’era un set particolare, con poche variazioni (forse ne esisteva uno solo ed era usato da tutti i produttori ipervisivi, per quel che ne sapesse Trevize), che rappresentava la mastodontica città-pianeta di Trantor nel periodo di maggior splendore.

    C’erano larghi spazi, lo scalpiccio indaffarato dei pedoni, i piccoli veicoli che sfrecciavano lungo le corsie riservate.

    Trevize alzò lo sguardo, aspettandosi quasi di vedere degli aerotaxi che si spingevano in oscuri recessi a volta, ma almeno questo mancava. Infatti, superata la sorpresa iniziale, si rese conto che l’edificio era molto più piccolo di quanto ci si sarebbe aspettati su Trantor. Era solo un edificio, non una parte di un complesso che si estendesse ininterrottamente per migliaia di chilometri in ogni direzione.

    Anche i colori erano diversi. Negli iperdrammi, Trantor era sempre raffigurato come un mondo dalle tinte eccessivamente sgargianti, e gli abiti se presi alla lettera apparivano privi di qualsiasi praticità reale. Comunque, tutti quei colori e quei fronzoli avevano un preciso significato simbolico, in quanto indicavano la decadenza (una prospettiva obbligatoria, in quei giorni) dell’Impero, e soprattutto di Trantor.

    In tal caso, Comporellen era esattamente l’opposto della decadenza, perché il modello cromatico che Pelorat aveva fatto notare allo spazioporto trovava lì una netta conferma.

    Le pareti erano di varie tonalità di grigio, i soffitti bianchi, il vestiario della popolazione nero, grigio, e bianco. Di tanto in tanto, si vedeva un abito completamente nero; ancor più raramente, un completo grigio; di completi bianchi, nessuna traccia, per quel che poteva constatare Trevize. I modelli ed i disegni però erano sempre diversi, come se la gente, pur priva dei colori, riuscisse ugualmente ad affermare in altri modi la propria individualità.

    Le facce tendevano a essere inespressive, e se non erano inespressive tendevano a un’espressione arcigna. Le donne portavano i capelli corti; gli uomini li portavano più lunghi ma raccolti sulla nuca in codini. Nessuno guardava gli altri, passando. Sembrava che tutti avessero uno scopo ben preciso, e che nella loro mente non ci fosse spazio per nient’altro. Uomini e donne vestivano in maniera identica, e li si distingueva solo dalla lunghezza dei capelli, dal rigonfiamento del seno e dall’ampiezza dei fianchi.

    I tre furono guidati in un ascensore che scese cinque livelli più in basso. Una volta usciti, vennero condotti davanti a una porta grigia su cui, in piccole lettere bianche, compariva la scritta: “Mitza Lizalor — MinTras”.

    Il Comporelliano in testa al gruppetto toccò la scritta, che, un istante dopo, luccicò in risposta: la porta si aprì, ed entrarono.

    Era una stanza ampia e piuttosto spoglia, e forse la scarsezza di arredi rappresentava uno spreco voluto di spazio destinato a ostentare il potere di chi la occupava.

    Due guardie se ne stavano ritte contro la parete opposta, i volti inespressivi, gli occhi fissi sui nuovi arrivati. Un’ampia scrivania riempiva il centro della stanza, sistemata forse leggermente arretrata rispetto al centro esatto. La figura dietro la scrivania era senza dubbio Mitza Lizalor… corporatura imponente, tratti regolari, occhi scuri, mani forti e capaci con dita lunghe dalla punta tozza posate sulla scrivania.

    Il MinTras (Ministro dei Trasporti, dedusse Trevize) aveva i risvolti del vestito di un bianco abbagliante che spiccavano sul grigio scuro dell’indumento. La doppia striscia bianca proseguiva in diagonale sotto i risvolti incrociandosi al centro del petto. Anche se il taglio dell’indumento minimizzava le protuberanze del seno femminile, notò Trevize, quella X candida richiamava l’attenzione proprio su quel punto.

    Il Ministro era senza dubbio una donna. Anche ignorando il seno, lo si capiva dai capelli corti; e anche se sulla faccia non c’era ombra di trucco, i lineamenti erano decisamente femminili.

    Pure la sua voce era indiscutibilmente femminile, una voce sonora da contralto.

    Il Ministro esordì: — Buon pomeriggio. Ci capita di rado di avere l’onore di ricevere una visita da uomini di Terminus… E da una donna non meglio identificata. — I suoi occhi osservarono i tre, poi si posarono su Trevize, che se ne stava rigido ed accigliato. — E uno degli uomini è inoltre membro del Consiglio.

    — Un Consigliere della Fondazione — disse Trevize, cercando di far squillare la propria voce. — Consigliere Golan Trevize, in missione per conto della Fondazione.

    — In missione? — Il Ministro inarcò le sopracciglia.

    — In missione — ripeté Trevize. — Perché dunque veniamo trattati come criminali? Perché siamo stati presi in custodia da guardie armate e portati qui come prigionieri? Il Consiglio della Fondazione, spero ve ne rendiate conto, non accoglierà la notizia con piacere.

    — E in ogni caso — intervenne Bliss, e la sua voce sembrava leggermente stridula rispetto quella dell’altra donna, più anziana di lei — dobbiamo restare in piedi in eterno?

    Il Ministro le lanciò un’occhiata fredda, poi alzò un braccio e disse: — Tre sedie! Presto!

    Una porta si aprì, e tre uomini che indossavano i soliti capi spenti della moda comporelliana si affrettarono a portare tre sedie. I tre forestieri davanti alla scrivania si sedettero.

    — Ecco — disse il Ministro con un sorriso privo di qualsiasi calore. — Siamo comodi?

    A Trevize pareva proprio di no. Le sedie non erano imbottite, erano fredde al tatto, piatte, non venivano ad alcun compromesso con la forma del corpo. — Perché siamo qui? — chiese.

    Il Ministro consultò degli incartamenti sulla scrivania. — Ve lo spiegherò non appena sarò sicura dei dati in mio possesso. La vostra nave è la “Far Star” proveniente da Terminus. È esatto Consigliere?

    — Sì.

    Il Ministro alzò lo sguardo. — Ho usato il vostro titolo, Consigliere. Volete essere tanto cortese da usare il mio?

    — È sufficiente “Signor Ministro”? O c’è qualche titolo onorifico?

    — Nessun titolo onorifico, signore, e non è necessario che usiate due parole. “Ministro” è più che sufficiente o “signora” se non vi piacciono le ripetizioni.

    — In tal caso a mia risposta è: sì, Ministro.

    — Il capitano della nave è Golan Trevize, cittadino della Fondazione e membro del Consiglio di Terminus… Consigliere giovane di nomina recente, per la precisione. E voi siete Trevize. È tutto esatto, Consigliere?

    — Sì, Ministro. E dal momento che sono un cittadino della Fondazione…

    — Non ho ancora finito, Consigliere. Risparmiate le vostre obiezioni per quando avrò concluso. Il vostro accompagnatore è Janov Pelorat, studioso, storico, e cittadino della Fondazione. E quell’uomo siete voi, vero, dottor Pelorat?

    Pelorat ebbe un lieve sussulto quando il Ministro spostò il suo sguardo penetrante su di lui. — Sì, sono io, mia ca… — S’interruppe e ricominciò: — Sì, sono io, Ministro.

    Il Ministro congiunse le mani. — Nel rapporto che mi è pervenuto non c’è alcun accenno ad una donna: questa donna appartiene all’effettivo della nave?

    — Sì, Ministro — rispose Trevize.

    — Allora mi rivolgerò a lei. Il vostro nome?

    — Sono conosciuta come Bliss — rispose Bliss, sedendo eretta e parlando con calma e chiarezza — anche se il mio nome è più lungo, signora. Devo dirvelo per intero?

    — Mi accontenterò di Bliss per il momento. Siete cittadina della Fondazione, Bliss?

    — No, signora.

    — Di quale mondo siete cittadina, Bliss?

    — Non ho documenti di cittadinanza di alcun mondo, signora.

    — Nessun documento, Bliss? — Il Ministro fece un segnetto sull’incartamento che aveva di fronte. — Prendiamo nota di questo fatto… Cosa fate a bordo della nave?

    — Sono un passeggero, signora.

    — Il Consigliere Trevize od il dottor Pelorat non hanno chiesto di vedere i vostri documenti prima che saliste a bordo, Bliss?

    — No, signora.

    — Li avete informati di essere priva di documenti Bliss?

    — No, signora.

    — Qual è la vostra mansione a bordo della nave, Bliss? Il vostro nome, Bliss, “Beatitudine”, si adatta alla vostra mansione?

    Bliss rispose orgogliosa: — Sono un passeggero, e non ho altra mansione.

    Trevize intervenne: — Perché state tormentando questa donna, Ministro? Che legge ha violato?

    Lo sguardo del Ministro Lizalor si spostò su di lui. — Voi siete un forestiero, un Esterno, Consigliere, e non conoscete le nostre leggi. Malgrado questo, siete soggetto ad esse se decidete di visitare il nostro mondo. Non portate con voi le vostre leggi ovunque andiate: questa è una regola generale del diritto galattico, credo.

    — Certamente, Ministro, ma devo ancora sapere quale delle vostre leggi abbia violato Bliss.

    — Consigliere, di regola nella Galassia un visitatore proveniente da un mondo al di fuori del territorio politico del mondo che stia visitando deve avere con sé dei documenti di identità. Sotto questo aspetto, molti mondi sono poco severi, o perché interessati al turismo, o perché indifferenti verso la legge e l’ordine. Noi Comporelliani non ci comportiamo così. Siamo un mondo legato alla legge, e l’applichiamo in modo rigoroso. Questa donna è un’apolide, pertanto infrange la nostra legge.

    Trevize replicò: — Non aveva scelta. Ero io che pilotavo la nave, e l’ho portata su Comporellen. Lei ha dovuto accompagnarci, Ministro… o a vostro parere avrebbe dovuto chiederci di essere gettata nello spazio?

    — Questo significa soltanto che anche voi, Consigliere, avete violato le nostre leggi.

    — No, non è esatto, Ministro. Io non sono un Esterno, sono un cittadino della Fondazione, e Comporellen ed i mondi compresi nella sua sfera d’influenza politica sono una Potenza Alleata della Fondazione: come cittadino della Fondazione, posso viaggiare liberamente in questo territorio.

    — Certo, Consigliere, a patto che abbiate dei documenti che dimostrino che siete davvero cittadino della Fondazione.

    — E li ho, Ministro.

    — Eppure, anche in qualità di cittadino della Fondazione, non avete il diritto di violare le nostre leggi portando con voi una persona apolide, senza cittadinanza.

    Trevize esitò. Chiaramente, la guardia di confine, Kendray, non aveva mantenuto la parola, quindi era inutile proteggerlo. — Non siamo stati fermati alla stazione di immigrazione, così ho dato per scontato che avessimo il permesso di portare con noi questa donna, Ministro.

    — Non vi hanno fermati, è vero, Consigliere. Ed è vero che la donna non sia stata denunciata dall’immigrazione ed abbia potuto passare. Immagino, comunque, che i funzionari della stazione d’ingresso abbiano pensato, giustamente, che fosse più importante far scendere in superficie la vostra nave piuttosto che preoccuparsi della presenza di un’apolide. Il loro comportamento, a rigor di logica, ha infranto le regole, e bisognerà affrontare adeguatamente il problema, ma senza dubbio alla fine si deciderà che si sia trattato di un’infrazione giustificata. Siamo un mondo che osserva rigorosamente le leggi, Consigliere, ma non siamo rigidi oltre i limiti della ragionevolezza.

    Trevize disse prontamente: — Allora mi appello alla ragione perché non siate troppo rigidi in questa circostanza, Ministro. Se la stazione d’ingresso non vi ha davvero informato circa la presenza a bordo di un’apolide, è evidente che non sapevate che stavamo infrangendo la legge quando siamo atterrati. Eppure è altrettanto evidente che eravate pronti a prenderci in custodia non appena fossimo atterrati, cosa che infatti è avvenuta. Perché l’avete fatto, dal momento che non avevate motivo di pensare che si stesse commettendo qualche reato?

    Il Ministro sorrise. — Capisco la vostra confusione, Consigliere. Vi assicuro che il vostro fermo sarebbe avvenuto in ogni caso… indipendentemente dalla notizia della presenza a bordo di un passeggero privo di cittadinanza. Stiamo agendo per conto della Fondazione, di cui siamo una Potenza Alleata, come voi stesso ribadite.

    Trevize la fissò. — Ma è impossibile, Ministro… Anzi, peggio… È addirittura ridicolo, assurdo.

    Il Ministro eruppe in una risatina melliflua. — Interessante notare come pregiate il ridicolo all’impossibile, Consigliere. Sono d’accordo con voi. Sfortunatamente, non è né l’una né l’altra cosa. Perché dovrebbe esserlo?

    — Perché sono un funzionario del governo della Fondazione, in missione per conto della Fondazione, ed è inconcepibile che proprio la Fondazione voglia farmi arrestare… o abbia addirittura il potere di farlo, dal momento che godo dell’immunità parlamentare.

    — Ah, dimenticate il mio titolo, ma siete sconvolto, quindi la mancanza forse è perdonabile. Comunque, non mi è stato chiesto espressamente di arrestarvi: lo faccio solo per poter eseguire quello che mi è stato chiesto di fare, Consigliere.

    — Sarebbe, Ministro? — disse Trevize, cercando di controllare le proprie emozioni di fronte a quella donna tremenda.

    — Requisire la vostra nave, Consigliere, e restituirla alla Fondazione.

    — Cosa?

    — Continuate a dimenticare il mio titolo, Consigliere. Un atteggiamento molto trascurato, con cui non perorate certo la vostra causa. La nave non è vostra, suppongo. È stata progettata da voi, o costruita da voi, o pagata da voi?

    — Naturalmente, no, Ministro: mi è stata assegnata dal governo della Fondazione.

    — Quindi, evidentemente, il governo della Fondazione ha il diritto di annullare questa assegnazione, Consigliere. È una nave di valore, immagino.

    Trevize non rispose.

    Il Ministro continuò: — È una nave gravitazionale, Consigliere. È impossibile che ne esistano molte, e persino la Fondazione deve averne pochissime. Si saranno pentiti di avervi assegnato una di queste rare navi. Forse riuscirete a persuaderli perché vi assegnino un’altra nave, meno preziosa, ma comunque ampiamente sufficiente per svolgere la vostra missione… La nave su cui siete arrivato, però, deve restare in mano nostra.

    — No, Ministro, non posso cedere la nave: è impossibile che la Fondazione vi abbia chiesto di requisirmela.

    Il Ministro sorrise. — Non l’ha chiesto solo a me, Consigliere, né a Comporellen, specificatamente. Abbiamo motivo di credere che la richiesta sia stata inviata a tutti i mondi ed i settori sotto la giurisdizione della Fondazione o suoi alleati. Da questo deduco che la Fondazione non conosca il vostro itinerario e vi stia cercando con un certo accanimento. Dal che, deduco inoltre che non vi trovate in missione su Comporellen per conto della Fondazione, perché in tal caso la Fondazione avrebbe conosciuto la vostra posizione e si sarebbe rivolta direttamente a noi. In parole povere, Consigliere, mi avete mentito.

    Con una certa difficoltà, Trevize disse: — Vorrei vedere una copia della richiesta che avete ricevuto dal governo della Fondazione: ne ho diritto, penso.

    — Certamente, se arriveremo a un’azione legale. Noi prendiamo molto seriamente la nostra prassi legale, Consigliere, ed i vostri diritti saranno tutelati pienamente, ve l’assicuro. Comunque, sarebbe più conveniente e più semplice raggiungere subito un accordo, qui, senza la pubblicità e lo spreco di tempo di un procedimento giudiziario. Noi lo preferiremmo, e sono sicura che lo preferirebbe anche la Fondazione… piuttosto che in tutta la Galassia si venisse a sapere di un Legislatore fuggitivo. La Fondazione cadrebbe nel ridicolo e, secondo il vostro punto di vista ed il mio, il ridicolo è peggio dell’impossibile.

    Trevize tacque ancora.

    Il Ministro attese un istante, poi proseguì imperturbabile: — Via, Consigliere, in un modo o nell’altro, o per un accordo informale o per azione legale, intendiamo requisire la nave. La pena per l’introduzione di un passeggero apolide dipenderà dalla via che sceglieremo. Se volete un procedimento giudiziario, la donna rappresenterà un’aggravante a vostro carico, e dovrete scontare interamente le conseguenze penali del vostro reato, che non saranno leggere, ve l’assicuro. Giungendo ad un accordo, la passeggera potrà raggiungere qualunque destinazione desideri con un volo commerciale, e volendo, voi due sarete liberi di accompagnarla. O, se la Fondazione sarà d’accordo, potremo fornirvi una delle nostre navi, una nave perfettamente adeguata… ammesso, naturalmente, che la Fondazione la sostituisca con una sua nave equivalente. O se per qualche motivo non desideriate tornare nel territorio controllato dalla Fondazione, saremo disposti a offrirvi asilo politico qui, e forse in seguito anche la cittadinanza comporelliana. Come vedete, un accordo amichevole presenta molte possibilità vantaggiose, mentre insistendo sui vostri diritti legali potrete solo rimetterci.

    Trevize disse: — Ministro, siete troppo impaziente di concludere. Fate promesse che non siete in grado di mantenere: non potete offrirmi asilo politico ignorando la richiesta di consegna della Fondazione.

    — Consigliere, non faccio mai promesse a vuoto. La richiesta della Fondazione riguarda solo la nave, non parla né di voi né di qualsiasi altra persona a bordo.

    Trevize lanciò un’occhiata a Bliss e disse: — Ministro, posso avere il permesso di consultare brevemente il dottor Pelorat e la signorina Bliss?

    — Certo, Consigliere. Vi concedo un quarto d’ora.

    — In privato, Ministro.

    — Vi accompagneranno in una stanza, e tra un quarto d’ora verrete condotti di nuovo qui, Consigliere. Non sarete disturbati, e non tenteremo di spiare la vostra conversazione. Avete la mia parola, ed io mantengo la parola data. Comunque, sarete sorvegliati, quindi non siate tanto sciocchi da cercare di fuggire.

    — Capiamo, Ministro.

    — E quando tornerete, ci aspettiamo che abbiate optato per un accordo amichevole e consegnate la nave. Altrimenti, la legge seguirà il suo corso, e le conseguenze saranno molto spiacevoli per tutti voi, Consigliere. Capito?

    — Certo, Ministro — rispose Trevize controllando la collera che aveva in corpo, dato che sarebbe stato controproducente lasciarla sfogare.


    10

    Era una stanza piccola, ma bene illuminata. Conteneva un divano e due sedie, e si sentiva il rumore lieve di una ventola d’aerazione. Complessivamente, era molto più accogliente dell’ampio ufficio asettico del Ministro.

    Li aveva scortati una guardia, un tipo alto e serissimo, con la mano accostata all’impugnatura del disintegratore. Rimase all’esterno mentre loro entravano e con voce grave disse: — Avete un quarto d’ora.

    Dopo di che la porta si chiuse di scatto.

    — Spero solo che non ci spiino — esordì Trevize.

    — Ci ha dato la sua parola, Golan — fece Pelorat.

    — Giudichi gli altri in base a te stesso, Janov. La sua cosiddetta parola non basta. Se vuole romperà la promessa senza esitare.

    — Non importa — intervenne Bliss. — Posso schermare la stanza.

    — Hai un congegno schermante? — chiese Pelorat.

    Bliss sorrise, con un balenio improvviso di denti bianchi. — La mente di Gaia è un congegno schermante, Pel: è una mente enorme.

    — E noi siamo qui grazie ai limiti di quella mente enorme — osservò Trevize rabbioso.

    — Cosa vorresti dire? — fece Bliss.

    — Al termine del confronto a tre, mi hai cancellato dalla mente del Sindaco e di Gendibal, il membro della Seconda Fondazione. Non dovevano più pensare a me, se non in modo molto vago e con indifferenza, così da lasciarmi in pace.

    — Abbiamo dovuto farlo — disse Bliss. — Tu sei la nostra risorsa più importante.

    — Già. Golan Trevize, colui che non sbaglia mai. Però non hai cancellato la mia nave dalla loro mente, vero? Il Sindaco Branno non ha chiesto di catturare me… io non le interesso minimamente… però ha chiesto la consegna della nave. Non ha dimenticato la nave!

    Bliss corrugò la fronte.

    Trevize incalzò: — Rifletti. Gaia ha presunto distrattamente che io comprendessi la mia nave, che fossimo un unico insieme. Non pensando a me, la Branno non avrebbe pensato nemmeno alla mia nave. Il guaio è che Gaia non capisce l’individualità: ha creduto che la nave ed io formassimo un singolo organismo, ed ha sbagliato.

    Bliss disse sottovoce: — È possibile.

    — Be’, allora sta a te rimediare a quell’errore — disse Trevize sbrigativo. — Mi servono assolutamente la mia nave e il mio computer, non dei rimpiazzi qualsiasi. Quindi, Bliss, fai in modo che la “Far Star” resti in mano mia: tu puoi controllare le menti.

    — Sì, Trevize, però non esercitiamo il controllo mentale alla leggera. Lo abbiamo fatto in occasione del vertice a tre, ma hai idea del tempo occorso per preparare quell’incontro, per calcolare tutto, soppesare? Sono occorsi anni ed anni, davvero. Non posso avvicinarmi ad una donna e, come se nulla fosse, modificare la sua mente in base alle esigenze di un altra persona.

    — È una circostanza…

    Bliss continuò imperterrita: — Se cominciassi ad adottare questa linea d’intervento, quale sarebbe il limite? Avrei potuto influenzare la mente dell’agente alla stazione d’ingresso e saremmo passati subito. Avrei potuto influenzare la mente dell’agente sul taxi e ci avrebbe lasciati andare…

    — Già, a proposito, perché non l’hai fatto?

    — Perché non sappiamo quali sarebbero le conseguenze. Non conosciamo gli effetti collaterali, ed in questo modo c’è il rischio di peggiorare la situazione. Influenzando la mente del Ministro, influenzerei i suoi rapporti con le altre persone, e dato che si tratta di un importante funzionario governativo potrebbero addirittura esserci delle ripercussioni sulle relazioni interstellari. Bisognerebbe esaminare tutto approfonditamente prima di azzardarci a toccare la sua mente.

    — Allora perché sei con noi?

    — Perché un giorno la tua vita potrebbe essere in pericolo. Devo proteggerti ad ogni costo, anche a costo di sacrificare il mio Pel o me stessa. Alla stazione d’ingresso la tua vita non era in pericolo, e nemmeno adesso è in pericolo. Dovrai risolvere il problema da solo, almeno finché Gaia non avrà valutato bene le conseguenze di un’eventuale azione.

    Trevize meditò qualche secondo, poi disse: — In tal caso, devo fare un tentativo. E non è detto che funzioni.

    La porta si aprì, scorrendo rumorosamente come quando si era chiusa.

    La guardia disse: — Uscite.

    Mentre uscivano, Pelorat mormorò: — Cosa intendi fare, Golan?

    Trevize scosse la testa. — Non lo so, di preciso. Dovrò improvvisare.


    11

    Il Ministro Lizalor sedeva ancora alla scrivania quando tornarono nel suo ufficio. Vedendoli entrare, contrasse la faccia in un sorriso sinistro.

    Disse: — Spero, Consigliere Trevize, che siate qui per dirmi che intendiate cedere la nave della Fondazione in mano vostra.

    — Sono qui per discutere delle condizioni, Ministro — rispose calmo Trevize.

    — Non ci sono condizioni da discutere, Consigliere. Se proprio insistete, si può istruire un processo molto rapidamente, e chiuderlo ancor più rapidamente. Vi garantisco una condanna anche in caso di un dibattimento perfettamente equo, dato che portando su Comporellen, una persona priva di cittadinanza avete commesso un reato lampante. Dopo di che, noi confischeremo la nave con un atto del tutto legittimo e voi tre dovrete scontare pene severe. Non fatevi punire a tutti i costi solo per rimandare di un giorno l’inevitabile.

    — Eppure, ci sono delle condizioni da chiarire, Ministro, perché anche condannandoci con la massima rapidità non potrete impadronirvi della nave senza il mio consenso. Se tenterete di introdurvi a bordo con la forza, distruggerete la nave, lo spazioporto e tutte le persone dello spazioporto. In questo modo renderete furiosa la Fondazione, e non credo che oserete tanto. Ricorrere alle minacce o ai maltrattamenti per costringermi ad aprire la nave è sicuramente un atto contrario alle vostre leggi, e se in preda alla disperazione violerete la legge e ci torturerete o ci sottoporrete a una carcerazione dura e particolarmente lunga, la Fondazione verrà a saperlo e si infurierà ancora di più. Nonostante tengano tanto alla mia nave, non possono creare un precedente del genere che consentirebbe di maltrattare impunemente dei cittadini della Fondazione… Bene, possiamo discutere delle condizioni?

    — Sono solo sciocchezze — replicò il Ministro accigliandosi. — Se necessario, chiameremo in causa la Fondazione stessa. Loro saranno in grado di aprire la loro nave, o vi costringeranno ad aprirla.

    Trevize disse: — Non avete usato il mio titolo, Ministro, ma siete sconvolta, quindi forse è una mancanza perdonabile. Sapete benissimo che non vi rivolgerete mai alla Fondazione, dato che non avete alcuna intenzione di restituire la nave.

    Il volto del Ministro si irrigidì. — Che assurdità sono queste, Consigliere?

    — Sono assurdità che forse gli altri non dovrebbero sentire, Ministro. Lasciate che il mio amico e la ragazza si ritirino in una comoda stanza d’albergo e riposino come meritano, e fate uscire anche le vostre guardie. Rimarranno accanto alla porta, e potrete chiedere un disintegratore. Non siete una donna gracile, e con un disintegratore non avrete nulla da temere da me: io sono disarmato.

    Il Ministro si sporse in avanti sulla scrivania. — Non ho nulla da temere da voi in ogni caso.

    Senza voltarsi, rivolse un cenno ad una delle guardie, che si avvicinò immediatamente e si fermò di fianco alla scrivania battendo i tacchi. Il Ministro disse: — Guardia, porta quei due all’Appartamento cinque. Resteranno là, e dovranno disporre di ogni comodità ed essere ben sorvegliati. Sarai ritenuto responsabile di qualsiasi maltrattamento ai loro danni, e di qualsiasi infrazione alla sicurezza.

    Si alzò, e nonostante si stesse sforzando di conservare una compostezza assoluta Trevize non riuscì ad evitare un lieve sussulto. Era alta; alta almeno quanto lui, cioè un metro e ottantacinque, forse addirittura un paio di centimetri più di lui. Aveva una vita sottile, e le due strisce bianche incrociate sul petto proseguivano girandole attorno alla vita, facendola sembrare ancor più snella. Era aggraziata ma comunque imponente, e Trevize rifletté mesto che affermando di non avere nulla da temere da lui quella donna forse non aveva parlato a vanvera. In un corpo a corpo sarebbe stata capacissima di inchiodarlo con le spalle al tappeto.

    Il Ministro disse: — Venite con me, Consigliere. Se proprio volete dire delle assurdità, per il vostro bene, meno persone vi sentiranno, meglio sarà per voi.

    Fece strada con passo svelto, e Trevize la seguì, sentendosi sminuito dalla sua sagoma massiccia, sensazione che non aveva mai provato in precedenza di fronte a una donna.

    Salirono su un ascensore e, mentre la porta si chiudeva, lei disse: — Siamo soli, adesso, Consigliere, e se credete di poter usare la forza con me per raggiungere chissà quale fine, per favore dimenticatevene. — Poi con il tono cantilenante della voce più pronunciato, chiaramente divertita disse: — Avete l’aria di un tipo abbastanza robusto, ma vi assicuro che non avrò alcuna difficoltà a spezzarvi un braccio, o la schiena, se necessario. Sono armata, ma non avrò bisogno di usare nessuna arma.

    Trevize si sfregò una guancia e i suoi occhi squadrarono dall’alto in basso, e viceversa, quel corpo femminile. — Ministro, in un incontro di lotta posso tener testa a qualsiasi uomo del mio peso, ma ho già deciso di rinunciare a misurarmi con voi. Quando sono surclassato, me ne rendo conto.

    — Bene — disse lei soddisfatta.

    — Dove andiamo, Ministro?

    — Giù! Molto in basso. Ma non preoccupatevi. In un iperdramma, questa discesa annuncerebbe il vostro trasferimento in una prigione sotterranea, immagino… ma non abbiamo segrete su Comporellen… solo prigioni decenti. Stiamo andando nel mio appartamento privato; non sarà romantico come una segreta dell’infame epoca imperiale antica, ma è molto più comodo.

    Trevize calcolò che dovevano essere ad almeno una cinquantina di metri dalla superficie del pianeta, quando la porta dell’ascensore si aprì e loro uscirono.


    12

    Trevize si guardò attorno nell’appartamento, stupito.

    Il Ministro disse con espressione torva: — Non vi piace il mio alloggio, Consigliere?

    — Oh, no, perché non dovrebbe piacermi, Ministro? Sono solo sorpreso. Non me l’aspettavo. Da quel poco che ho visto e sentito dal mio arrivo sul vostro mondo, mi ero fatto l’impressione che fosse un mondo sobrio, scevro di lussi inutili.

    — Ed è così, Consigliere. Le nostre risorse sono limitate, e la nostra vita deve essere dura come il nostro clima.

    — Ma questo, Ministro. — E Trevize allargò le mani quasi ad abbracciare la stanza dove, per la prima volta su quel mondo, vedeva dei colori, dove i divani erano bene imbottiti, dove la luce delle pareti era soffusa, e dove il pavimento era rivestito da un campo di forza che rendeva i passi elastici e silenziosi. — Questo mi pare proprio lusso.

    — Come avete appena detto, Consigliere, evitiamo i lussi inutili, l’ostentazione, gli sprechi del lusso eccessivo. Questo comunque è lusso privato, e ha una sua utilità. Io lavoro duramente e ho grandi responsabilità. Ho bisogno di un posto dove poter dimenticare, per un po’, le difficoltà della mia carica.

    — E tutti i Comporelliani vivono così quando gli occhi altrui sono rivolti altrove, Ministro? — chiese Trevize.

    — Dipende dal genere di lavoro e responsabilità. Pochi possono permetterselo, e lo meritano o, grazie al nostro codice etico, lo desiderano.

    — Ma voi, Ministro, potete permettervelo, lo meritate… e lo desiderate?

    — Il rango ha i suoi privilegi, oltre che i suoi doveri. E adesso sedetevi, Consigliere, e parlatemi di questa vostra follia. — Il Ministro si sedette sul divano, che cedette lentamente sotto il suo peso, e indicò una poltrona altrettanto soffice di fronte a sé, a breve distanza.

    Trevize si accomodò. — Follia, Ministro?

    Il Ministro si rilassò visibilmente, appoggiando il gomito destro su un cuscino. — In privato non siamo tenuti ad osservare le regole del discorso formale con eccessivo puntiglio. Chiamatemi Lizalor. Io vi chiamerò Trevize… Ditemi cosa avete in mente, Trevize, e discutiamone.

    Trevize accavallò le gambe. — Vedete, Lizalor, mi avete offerto la possibilità di scegliere tra il consegnare spontaneamente la nave e l’essere sottoposto ad un procedimento penale. In entrambi i casi, la nave finirebbe in mano vostra. Eppure avete fatto di tutto per convincermi ad accettare un accordo pacifico. Siete disposti a offrirmi un’altra nave per rimpiazzare la mia, così che i miei amici ed io possiamo andare dove desideriamo. Volendo, potremmo addirittura restare qui su Comporellen e ottenere la cittadinanza. Inoltre, mi avete concesso un quarto d’ora per consultarmi coi miei amici, e siete arrivata anche a portarmi nel vostro alloggio privato, mentre i miei amici adesso avranno trovato una comoda sistemazione, suppongo. In parole povere, Lizalor, mi stiate corrompendo con un trattamento speciale perché ceda la nave senza che si renda necessario un processo, e mi sembrate piuttosto alle strette.

    — Via, Trevize, non volete proprio darmi atto di possedere impulsi umani?

    — No.

    — O che una resa spontanea sarebbe più rapida e conveniente di un processo?

    — No! Io avrei un’altra ipotesi da suggerire.

    — Cioè?

    — Un processo presenta un aspetto molto negativo: è un atto pubblico. Avete sottolineato parecchie volte come su questo mondo ci sia un sistema legale rigoroso, be’, io credo che sarebbe difficile allestire un processo senza una documentazione pubblica e completa. In questo caso, la Fondazione ne avrebbe notizia e voi dovreste consegnare la nave al termine del processo.

    — Certo — disse Lizalor, inespressiva. — La nave appartiene alla Fondazione.

    — Ma un accordo privato con me non dovrebbe figurare su un documento ufficiale. Avreste la nave, e dato che la Fondazione sarebbe all’oscuro di tutto… non sanno nemmeno che siamo su questo mondo… Comporellen potrebbe tenerla: sono sicuro che le vostre intenzioni siano queste.

    — E perché lo faremmo? — Lizalor era sempre impassibile. — Non facciamo parte della Confederazione della Fondazione?

    — Non proprio: voi siete una Potenza Alleata. In ogni mappa galattica su cui i mondi membri della Fondazione compaiono in rosso, Comporellen ed i suoi mondi satelliti formano invece una chiazza rosa pallido.

    — Comunque, come Potenza Alleata, collaboreremmo certamente con la Fondazione.

    — Davvero? E se Comporellen sognasse l’indipendenza totale, o magari addirittura un ruolo guida? Siete un mondo vecchio. Quasi tutti i mondi sostengono di essere più vecchi di quel che siano realmente, ma Comporellen è realmente un mondo vecchio.

    Un sorriso freddo apparve sul volto di Lizalor. — Il più vecchio, volendo prestar fede a quel che dicono certi nostri elementi fanatici.

    — Forse un tempo Comporellen era davvero il mondo guida di un piccolo gruppo di mondi. Forse voi sognate ancora di riconquistare quella posizione preminente persa.

    — Credete che sogniamo una meta così impossibile? L’ho definita follia prima di conoscere i vostri pensieri, ed adesso che li conosco è senza dubbio follia.

    — Per quanto possa essere impossibile un sogno, si può sognare comunque. Terminus, situato ai bordi della Galassia e con alle spalle cinque secoli di storia, una storia più breve di quella di qualsiasi altro mondo, governa in pratica la Galassia. Perché Comporellen non dovrebbe essere al suo posto, eh? — Trevize stava sorridendo.

    Lizalor rimase seria. — Terminus ha raggiunto quella posizione in seguito all’attuazione del piano di Hari Seldon, è risaputo.

    — Questo è il sostegno psicologico della sua superiorità, che forse reggerà solo finché la gente ci crederà. Può darsi che il governo di Comporellen non ci creda. In ogni modo, Terminus gode anche di saldi fondamenti tecnologici. L’egemonia galattica di Terminus dipende indubbiamente dalla sua tecnologia avanzata… di cui la nave gravitazionale che siete tanto ansiosi di requisire costituisce un esempio. Nessun’altro mondo all’infuori di Terminus possiede navi gravitazionali. Se Comporellen potesse disporre di una nave gravitazionale e riuscisse a scoprirne il funzionamento, compirebbe un salto qualitativo tecnologico gigantesco. Non credo che basterebbe a sopraffare Terminus, però può darsi che il vostro governo sia di avviso contrario.

    Lizalor replicò: — Non penso che parliate sul serio. Un governo che trattenesse la nave malgrado la richiesta della Fondazione attirerebbe di sicuro su di sé la collera della Fondazione, e la storia ci insegna che la Fondazione può adirarsi in modo molto pericoloso.

    — La collera della Fondazione si scatenerebbe solo se esistesse un motivo per cui adirarsi.

    — In tal caso, Trevize… supponendo che la vostra analisi della situazione non sia precisamente folle… non sarebbe vantaggioso per voi consegnarci la nave e concludere un ottimo affare? Vi pagheremmo bene pur di procurarci la nave senza scalpore, stando al vostro ragionamento.

    — Ed avreste la certezza che io non denuncerei il fatto alla Fondazione?

    — Sì, dal momento che dovreste denunciare anche il vostro ruolo nella vicenda.

    — Potrei dire di essere stato costretto ad agire così con la forza.

    — Già. Ma il vostro buon senso vi direbbe che il vostro Sindaco non crederebbe mai a questa versione dei fatti… Su, concludiamo l’affare.

    Trevize scosse la testa. — No, Lizalor. La nave è mia e deve restare mia. Come vi ho spiegato, se tenterete di introdurvi con la forza, provocherete un’esplosione tremenda. Vi assicuro che è la verità, non si tratta di un bluff.

    — Voi potreste aprirla, e riprogrammare il computer.

    — Certo, però non lo farò.

    Lizalor sospirò. — Sapete, potremmo farvi cambiare idea… non direttamente, ma con quello che potremmo fare al vostro amico, il dottor Pelorat, o alla ragazza.

    — Tortura, Ministro? È questa la vostra legge?

    — No, Consigliere. Ma non è detto che si debba ricorrere a metodi così cruenti. C’è sempre la Sonda Psichica.

    Per la prima volta dal suo ingresso nell’appartamento del Ministro, Trevize avvertì un brivido interiore.

    — Non potete farlo. L’uso della Sonda Psichica per scopi che non siano medici è illegale in tutta la Galassia.

    Ma se fossimo spinti dalla disperazione…

    — Sono pronto a correre il rischio — replicò Trevize calmo — perché non otterreste nulla. La mia determinazione nel conservare la nave è così intensa che la Sonda Psichica distruggerebbe la mia mente prima di costringerla a cedere alla vostra richiesta. — Quello era un bluff, invece, e il brivido interiore di Trevize si intensificò. — E anche se foste tanto abili da persuadermi senza distruggermi la mente, anche se dovessi aprire la nave e disattivarla e consegnarla a voi, non otterreste ugualmente nulla: il computer di bordo è ancor più perfezionato della nave e, non so come, è progettato in modo tale da sviluppare tutto il suo potenziale operativo solo con me. Credo lo si potrebbe definire un computer “su misura”.

    — E se la nave restasse vostra, e continuaste a pilotarla voi? Non sareste disposto a pilotarla per noi… come stimato cittadino di Comporellen? Uno stipendio consistente, lussi considerevoli… anche per i vostri amici.

    — No.

    — Cosa proponete? Che vi lasciamo partire tutti quanti, liberi di girare per la Galassia ? Vi avverto che piuttosto di fare una cosa del genere, potremmo invece informare la Fondazione che siete qui con la vostra nave, e lasciare che siano loro a sbrigarsela.

    — E perdereste la nave?

    — Se proprio dobbiamo perderla, meglio consegnarla alla Fondazione che ad un Esterno impudente.

    — Allora lasciatemi suggerire un compromesso.

    — Un compromesso? D’accordo, vi ascolto, parlate pure.

    Trevize disse con cautela: — Sono in missione, una missione importante. È iniziata con l’appoggio della Fondazione. A quanto pare, la Fondazione adesso ha ritirato il suo appoggio, però la missione resta sempre importante. Concedetemi allora l’appoggio di Comporellen, e se porterò a termine la missione con successo, Comporellen ne trarrà vantaggio.

    Lizalor assunse un’espressione dubbiosa. — E non restituirete la nave alla Fondazione?

    — Mai avuto questa intenzione. La Fondazione non cercherebbe la nave con tanto accanimento se pensasse che abbia intenzione di restituirla prima o poi.

    — Questo non equivale a dire che darete la nave a noi.

    — Una volta completata la missione, può darsi che la nave non mi occorra più. In tal caso non avrei nulla in contrario a consegnarla a Comporellen.

    Lizalor ribatté: — Avete usato il condizionale… Può darsi che non vi occorra più. Questo vale ben poco per noi.

    — Potrei promettervi chissà che, ma che valore avrebbero per voi delle promesse altisonanti? Le mie sono promesse caute e limitate, il che dovrebbe dimostrarvi che si tratti almeno di promesse sincere.

    — Ben detto — annuì Lizalor. — Mi piace. Bene, qual è la vostra missione, e che vantaggi ne ricaverebbe Comporellen?

    — No, no, sta a voi rispondere. Avrò il vostro appoggio se vi dimostro che la missione è importante anche per Comporellen?

    Il Ministro Lizalor si alzò dal divano, ergendosi in tutta la sua figura imponente. — Ho fame, Consigliere Trevize, e non discuterò oltre a stomaco vuoto. Vi offrirò qualcosa da mangiare e da bere… con moderazione. Dopo di che, finiremo di discutere.

    Ed in quel momento a Trevize sembrò che quella donna avesse un che di famelico, così serrò le labbra avvertendo un senso di lieve disagio.


    13

    Il pasto forse era nutriente, ma non era certo una delizia per il palato. Il piatto principale consisteva in manzo bollito immerso in una salsa che sapeva di senape, accompagnato da un contorno di verdura in foglie che Trevize non riconobbe… non riconobbe e non apprezzò, in quanto aveva un sapore amarognolo e salato, sgradevole. Scoprì in seguito che si trattasse di un tipo d’alga marina.

    Fu quindi la volta di un frutto che sapeva di mela ed aveva un lieve retrogusto di pesca (tutt’altro che malvagio) e di una bevanda calda e scura decisamente troppo amara per Trevize, che l’avanzò e chiese invece un bicchiere d’acqua. Le porzioni erano tutte piccole, ma date le circostanze, Trevize era contento così.

    Avevano mangiato in privato, senza servitori presenti. Lizalor aveva scaldato e servito di persona il pasto, e fu lei a sparecchiare.

    — Spero che il pasto vi sia piaciuto — disse Lizalor mentre lasciavano la sala da pranzo.

    — Certo — rispose Trevize con scarso entusiasmo.

    Il Ministro tornò a sedere sul divano. — Riprendiamo la discussione di prima… Avete accennato al fatto che Comporellen potrebbe essere contrariato dal predominio tecnologico di Terminus e dal suo potere politico. In un certo senso è vero, però questo aspetto della questione interessa solo a chi si occupa di politica interstellare, e il numero di costoro è poco consistente. Se mai bisogna dire che il Comporelliano medio inorridisce di fronte all’immoralità della Fondazione. C’è immoralità su gran parte dei mondi, però su Terminus è particolarmente spiccata. Direi che qualsiasi tendenza anti-Terminus esistente sul nostro mondo è legato a questo fatto, non a motivazioni più astratte e generali.

    — Immoralità? — fece Trevize perplesso. — Malgrado le pecche della Fondazione, dovete ammettere che governa la sua parte della Galassia con discreta efficienza ed onestà fiscale. I diritti civili, complessivamente, sono rispettati e…

    — Consigliere Trevize, io parlo di moralità “sessuale”.

    — In tal caso, proprio non capisco. La nostra è una società totalmente morale, sessualmente parlando: le donne sono rappresentate in ogni sfaccettatura della vita sociale, il nostro Sindaco è una donna e circa la metà del Consiglio è…

    Lizalor assunse per un attimo un’espressione esasperata. — Consigliere, mi state prendendo in giro? Sapete senz’altro cosa significhi moralità sessuale. Su Terminus, il matrimonio è o non è un sacramento?

    — In che senso, sacramento?

    — C’è una cerimonia matrimoniale ufficiale che unisca due persone?

    — Certo, per chi lo desidera. Questa cerimonia semplifica i problemi fiscali e di successione.

    — Ma c’è la possibilità di divorziare.

    — Certo. Sarebbe sessualmente immorale obbligare due persone a stare insieme quando…

    — Non ci sono restrizioni religiose?

    — Religiose? Be’, certe persone sono legate a culti antichi, ne fanno una filosofia di vita, ma questo che c’entra col matrimonio?

    — Consigliere, qui su Comporellen ogni aspetto del sesso è controllato rigidamente. Non può avvenire al di fuori del matrimonio. La sua espressione è limitata anche nell’ambito matrimoniale. Rimaniamo esterrefatti e rattristati di fronte ai mondi, Terminus in particolare, dove pare che il sesso sia considerato solo un piacere sociale di scarsa importanza da praticare quando, come, e con chi si desideri, in spregio dei valori della religione.

    Trevize scrollò le spalle. — Mi spiace, ma non posso riformare la Galassia, e nemmeno Terminus… ma questo che c’entra con la mia nave?

    — Vi sto spiegando quale sia la visione dell’opinione pubblica, e in che modo questo fatto limiti la mia facoltà di giungere ad un compromesso. La gente di Comporellen inorridirebbe se scoprisse che avete preso a bordo una ragazza attraente per soddisfare le vostre esigenze libidinose e quelle del vostro compagno. È per la vostra incolumità che vi ho sollecitato ad accettare un accordo pacifico invece di un processo pubblico.

    Trevize disse: — Vedo che avete approfittato del pasto per escogitare un nuovo sistema di persuasione violenta. Allora, devo temere un linciaggio da parte della folla?

    — Vi sto solo indicando i pericoli. La donna che avevate a bordo non è altro che un oggetto sessuale, non potete negarlo!

    — Certo che posso negarlo. Bliss è la compagna del mio amico, dottor Pelorat. Il dottor Pelorat non ha alcun rivale. Forse la loro unione non è definibile con la parola “matrimonio”, tuttavia credo che nel loro intimo Pelorat e la ragazza sentano tra loro un vincolo matrimoniale.

    — Mi state dicendo che voi non avete alcun coinvolgimento?

    — Certo — sbottò Trevize. — Per chi mi prendete?

    — Non sono in grado di dirlo: non conosco la vostra concezione della moralità.

    — Allora lasciate che vi spieghi… La mia concezione morale mi dice che non devo scherzare con quanto appartiene al mio amico… o meglio con la sua compagnia.

    — Non siete nemmeno tentato?

    — Le tentazioni sono inevitabili, però è impossibile che io ceda.

    — Proprio impossibile? Per caso, le donne non vi interessano?

    — Vi sbagliate, mi interessano.

    — Da quanto tempo non avete rapporti sessuali con una donna?

    — Da mesi. Da quando ho lasciato Terminus.

    — Sicuramente non vi piacerà questa situazione.

    — No, non mi piace, però non ho scelta.

    — Ma il vostro amico Pelorat, vedendo che soffrite, non dividerebbe la sua donna con voi?

    — Non esterno la mia sofferenza, ma anche se lo facessi, Pelorat non mi cederebbe Bliss. E penso che anche lei non acconsentirebbe: non è attratta da me.

    — Lo dite perché avete tastato il terreno in quel senso?

    — Non ho tastato il terreno. È una conclusione che traggo senza bisogno di tastare il terreno. Ed in ogni caso, Bliss non mi piace in particolar modo.

    — Sorprendente! Eppure è il tipo di donna che gli uomini considerano attraente.

    — Fisicamente, è attraente, sì. Però, non mi attira. Innanzitutto è troppo giovane, troppo infantile sotto certi aspetti.

    — Preferite le donne mature, allora?

    Trevize esitò. Trappola in vista? — Sono abbastanza vecchio da apprezzare la maturità in certe donne — rispose cauto. — Ma questo che c’entra con la mia nave?

    Lizalor disse: — Dimenticate la vostra nave, per un attimo… Ho quarantasei anni, e non sono sposata: sono stata sempre troppo impegnata per sposarmi.

    — In tal caso, in base alle regole della vostra società, dovete avere alle spalle una vita di continenza. È per questo che mi avete chiesto da quanto tempo non abbia rapporti sessuali? Mi state chiedendo un consiglio in materia?… Se volete un parere, ecco, posso dirvi che a differenza del cibo e dell’acqua, si può farne a meno. Non è piacevole fare a meno del sesso, però non è impossibile.

    Lizalor sorrise, e nei suoi occhi apparve di nuovo un’espressione famelica. — Non fraintendetemi, Trevize. Il rango ha i suoi privilegi, ed è possibile essere discreti. Non sono rimasta in completa astinenza. Tutti gli uomini di Comporellen non sono soddisfacenti. Accetto il fatto che la moralità sia un bene assoluto, però tende a far gravare sui Comporelliani un senso di colpa, così i Comporelliani diventano poco avventurosi, poco intraprendenti, lenti a iniziare e svelti nel concludere, e in generale inesperti.

    Trevize disse, con la massima cautela: — Anche in questo caso, io non posso far nulla.

    — State insinuando che la colpa forse sia mia? Che sia poco invitante?

    Trevize alzò una mano. — Non ho detto nulla del genere.

    — In tal caso, come reagireste, voi, se aveste l’occasione giusta? Voi, un uomo di un mondo immorale, che deve avere avuto numerose esperienze sessuali di ogni genere, che da mesi è costretto all’astinenza pur trovandosi a stretto contatto con una ragazza affascinante… Come reagireste in presenza di una donna come me, una di quelle donne mature che dite di prediligere?

    — Mi comporterei con il rispetto ed il decoro richiesti dalla vostra carica e dalla vostra importanza.

    — Non siate sciocco! — esclamò Lizalor. La sua mano si abbassò verso il fianco destro. La striscia bianca che le cingeva la vita si allentò e si sciolse del tutto, dal collo al petto. Il corpetto del suo abito nero cessò di aderire al corpo.

    Trevize rimase pietrificato. Il Ministro aveva pensato a quella cosa fin dall’inizio? O era un espediente per ottenere quello che non era riuscita ad ottenere con le minacce?

    Il corsetto scivolò in basso, col rinforzo che fasciava il seno. Lizalor restò nuda dalla cintola in su, con un’espressione di sdegno e d’orgoglio in viso. I seni erano in perfetta armonia col resto della figura… imponenti, sodi, grandiosi.

    — Be’? — disse Lizalor.

    Trevize rispose con estrema franchezza: — Magnifico!

    — E cosa farete?

    — Cosa dice la morale di Comporellen, Lizalor?

    — Che importanza ha per un uomo di Terminus? Cosa dice la vostra moralità?… E sbrigatevi: il mio petto è freddo ed ha bisogno di calore.

    Trevize si alzò e cominciò a spogliarsi.


    6. La natura della Terra


    14

    Trevize si sentiva quasi narcotizzato, e si chiese quanto tempo fosse trascorso.

    Accanto a lui giaceva Mitza Lizalor, Ministro dei Trasporti. Era stesa sullo stomaco, la testa piegata di lato, la bocca aperta, e russava. Per Trevize era un sollievo che stesse dormendo. E sperava che una volta sveglia si rendesse conto di avere dormito.

    Anche lui aveva voglia di dormire, ma sapeva che era importante restare sveglio. Al risveglio, lei non doveva trovarlo addormentato, così avrebbe capito che mentre lei aveva ceduto alla spossatezza, lui avesse resistito. Era logico che si aspettasse una tale resistenza da un elemento immorale cresciuto nella Fondazione, e a questo punto era meglio non deluderla.

    In un certo senso, era stato in gamba. Aveva indovinato, quando aveva pensato che Lizalor data la sua mole e la sua forza, il suo potere politico, il suo disprezzo per gli uomini di Comporellen che aveva incontrato, il misto di orrore e di fascino che provava per le storie (chissà cosa aveva sentito dire?) delle imprese sessuali dei decadenti di Terminus, avrebbe voluto essere dominata, lo avrebbe addirittura preteso pur essendo incapace di esprimere quel desiderio.

    Trevize aveva agito partendo da quel presupposto e, fortunatamente, aveva scoperto di aver ragione. (Trevize l’infallibile, derise se stesso.) Aveva accontentato la donna ed aveva potuto indirizzare le attività in maniera tale da logorare Lizalor, mentre lui era uscito relativamente indenne dal confronto.

    Non era stato facile. Lizalor aveva un corpo stupendo (46 anni, gli aveva detto, ma quel corpo non avrebbe fatto sfigurare un’atleta di 25) e un’energia enorme… energia superata solo dalla foga godereccia con cui l’aveva spesa.

    Già, se fosse stato possibile domarla e insegnarle la moderazione, se con la pratica (ma lui sarebbe sopravvissuto a tale pratica?) avesse imparato a valutare meglio le proprie capacità e soprattutto quelle del compagno, sarebbe stato bello…

    Lizalor cessò di colpo di russare e si agitò. Trevize le posò una mano su una spalla e l’accarezzò piano… e lei aprì gli occhi. Trevize era appoggiato su un gomito, e si sforzò di apparire fresco e pieno di vita.

    — Sono contento che tu abbia, dormito, cara — le disse. — Avevi bisogno di riposare un po’.

    Lei gli rivolse un sorriso sonnolento, e per un attimo di panico Trevize ebbe il timore che potesse proporgli una ripresa delle ostilità, invece Lizalor si limitò a girarsi sulla schiena. Con voce bassa e appagata, gli disse: — Ti avevo giudicato correttamente fin dall’inizio: sei un campione di sessualità.

    Trevize cercò di mostrarsi modesto. — Devo moderarmi un po’.

    — Sciocchezze, sei stato perfetto. Temevo che quella ragazza ti avesse tenuto in allenamento, prosciugandoti, ma tu mi hai assicurato che non era successo. È proprio vero, eh?

    — Ti sembravo uno quasi sazio di piacere?

    — No, assolutamente — sbottò a ridere Lizalor.

    — Stai ancora pensando alla Sonda Psichica?

    Lei rise di nuovo. — Sei pazzo? Dovrei perderti proprio ora?

    — Tuttavia, sarebbe meglio se mi perdessi temporaneamente…

    — Cosa? — Lizalor s’incupì.

    — Se stessi qui per sempre, mia… mia cara, quanto tempo passerebbe prima che gli occhi cominciassero ad osservare e le bocche a mormorare? Se partissi per la mia missione, comunque, tornerei periodicamente a riferire gli esiti, in tal caso sarebbe del tutto naturale per noi due appartarci un po’… E la mia è una missione importante.

    Lizalor rifletté un istante, grattandosi distrattamente un fianco. Poi disse: — Immagino che tu abbia ragione. Detesto quest’idea ma… hai ragione, credo.

    — E non pensare che io non tornerei: non sono così idiota da dimenticare cosa mi aspetterebbe qui.

    Lei gli sorrise, gli accarezzò la guancia e guardandolo negli occhi disse: — L’hai trovato piacevole, tesoro?

    — Più che piacevole, cara.

    — Eppure sei un uomo della Fondazione. Un uomo nel fiore degli anni, proveniente da Terminus stesso. Sarai abituato a donne d’ogni genere con doti di ogni genere…

    — Non ho mai incontrato nessuna… nessuna… che si avvicini anche vagamente a te — ribatté Trevize, ed il suo tono era molto convincente perché in pratica stava dicendo la verità, o quasi.

    Lizalor annuì compiaciuta. — Be’, se lo dici tu. Eppure, le vecchie abitudini sono dure a morire, sai, e non credo di riuscire a fidarmi della parola di un uomo senza una qualche garanzia. Tu e il tuo amico Pelorat potreste anche partire in missione quando saprò di che si tratta e avrò approvato… però terrò qui la ragazza. Sarà trattata bene, non temere, ed immagino che il dottor Pelorat la desidererà, così farà in modo di tornare spesso su Comporellen, anche se il tuo entusiasmo per la missione potrebbe indurti ad assenze eccessivamente lunghe.

    — Ma, Lizalor, non è possibile.

    — Davvero? Perché — fece lei, l’espressione di colpo sospettosa. — A che ti serve quella ragazza?

    — Non per scopi sessuali, te l’ho detto, e ti ho detto la verità. È di Pelorat, e non mi interessa. E poi, scommetto che si spezzerebbe in due se provasse a cimentarsi in quello che tu hai portato a termine in maniera trionfale.

    Lizalor represse un sorriso e insisté severa: — Allora che differenza c’è per te se resta su Comporellen?

    — La sua presenza è fondamentale per la nostra missione: è per questo che deve venire.

    — Bene, allora qual è la tua missione? È ora che tu me lo dica.

    Trevize esitò un attimo. Doveva dirle la verità. Non gli veniva in mente una bugia altrettanto efficace.

    — Ascoltami — disse. — Comporellen sarà un mondo vecchio, anche uno dei più vecchi, forse, però non può essere il più vecchio. La vita umana non ha avuto origine qui. I primi esseri umani arrivati su Comporellen provenivano da un’altro mondo, e forse la vita umana non aveva avuto origine neppure là, ma su un mondo ancor più vecchio. Alla fine però questi salti a ritroso nel tempo devono pure cessare, portandoci al primo mondo, il mondo d’origine del genere umano… Sto cercando la Terra.

    Il cambiamento improvviso di Lizalor lo lasciò sbalordito.

    Aveva sgranato gli occhi, respirava con affanno, e ogni muscolo del suo corpo sembrava essersi irrigidito… Lizalor drizzò le braccia di scatto, ed incrociò le prime due dita di entrambe le mani.

    — L’hai nominata — mormorò con voce roca.


    15

    Non disse nulla, dopo quella frase; non lo guardò. Abbassò lentamente le braccia, spostò le gambe oltre il bordo del letto e si drizzò a sedere volgendogli la schiena. Trevize restò dov’era, raggelato.

    Nella mente, gli echeggiarono le parole dette da Munn Li Compor nel centro turistico vuoto di Sayshell. Gli pareva ancora di sentirlo parlare del suo pianeta ancestrale, il pianeta su cui adesso Trevize si trovava… «Sono superstiziosi. Ogni volta che pronunciano quella parola alzano le mani e incrociano le prime due dita per scacciare la sventura.»

    Ma era inutile ricordarsene a fatto avvenuto.

    — Cosa avrei dovuto dire, Mitza? — mormorò.

    Lei scosse leggermente la testa, si alzò, andò verso una porta e la varcò. La porta si chiuse, ed un attimo dopo si sentì uno scrosciare d’acqua.

    Non gli restava che aspettare, nudo, poco dignitoso, domandandosi se fosse il caso di raggiungerla nella doccia, e decidendo che sarebbe stato meglio non farlo. E proprio perché quella possibilità gli era negata, d’un tratto Trevize avvertì il bisogno impellente di una doccia.

    Infine Lizalor uscì, e in silenzio cominciò a scegliere gli indumenti da mettere.

    Trevize disse: — Ti spiace se io…

    Lei non disse nulla, e Trevize interpretò il mutismo come una risposta affermativa. Cercò di attraversare la stanza con un atteggiamento forte e mascolino, ma provava esattamente quello che aveva provato un tempo quando sua madre, contrariata da qualche sua azione sbagliata, l’aveva punito solo col silenzio, facendolo sentire meschino e confuso.

    Una volta nel cubicolo, si guardò attorno e notò che le pareti erano spoglie, completamente spoglie… Guardò meglio… No, nulla.

    Aprì la porta dello stanzino e si affacciò, chiedendo: — Senti, com’è che funziona la doccia?

    Lizalor depose il deodorante (almeno, Trevize immaginò che si trattasse di deodorante) raggiunse la doccia e, sempre senza guardarlo, indicò. Trevize seguì la direzione del suo dito e scorse sulla parete un punto rotondo di un rosa chiarissimo, come se il progettista avesse rovinato a malincuore il candore assoluto del muro e solo per motivi funzionali.

    Stringendosi nelle spalle, Trevize si allungò verso la parete e toccò la chiazza di colore. Evidentemente, bisognava fare così, perché un attimo dopo un diluvio di schizzi finissimi d’acqua lo colpirono da ogni direzione. Soffocando un grido, Trevize toccò nuovamente la chiazza e i getti si arrestarono.

    Aprì la porta, rendendosi conto di avere un’aria ancor meno dignitosa ora che tremava a tal punto da stentare ad articolare le parole. — Per avere l’acqua calda… come si fa? — domandò farfugliando.

    Lizalor finalmente lo guardò e, evidentemente, lo spettacolo offerto da Trevize dissolse la sua collera (o la sua paura, o qualsiasi sentimento si fosse impossessato di lei) in quanto Lizalor represse una risatina e poi, d’un tratto, esplose in una risata fragorosa.

    — Quale acqua calda? — disse. — Credi che sprechiamo energia per scaldare l’acqua che usiamo per lavarci? Quella è acqua a temperatura giusta, acqua non più gelida. Che altro vorresti, Terminiano mollaccione? Torna dentro e lavati!

    Trevize esitò, ma per poco, dato che chiaramente non aveva scelta.

    Con estrema riluttanza toccò ancora la chiazza rosa e si preparò a ricevere i getti gelati. Acqua a temperatura giusta? Si accorse che sul suo corpo si formava della schiuma saponata e si affrettò a strofinarsi; probabilmente quello era il ciclo di lavaggio e non sarebbe durato a lungo.

    Poi venne la fase di risciacquo. Ah, calda… Be’, non esattamente calda, ma neppure fredda come prima, e decisamente piena di calore per il suo corpo ghiacciato. Poi, mentre stava pensando di toccare la chiazza e chiudere l’acqua, e si stava chiedendo come avesse fatto Lizalor a uscire asciutta dal momento che non c’erano salviette o facenti funzione di salviette lì dentro, l’acqua si arrestò. Fu seguita da una raffica d’aria che l’avrebbe di certo atterrato se non fosse provenuta da varie direzioni con pari intensità.

    Era calda; quasi troppo calda. Era necessaria meno energia per riscaldare l’aria che per riscaldare l’acqua, Trevize lo sapeva. Le gocce sul suo corpo evaporarono, e in pochi minuti Trevize uscì dal cubicolo asciutto come un deserto.

    Lizalor sembrava essersi riavuta completamente. — Ti senti bene?

    — Abbastanza. — In effetti, Trevize si sentiva meravigliosamente. — È bastato che mi preparassi alla temperatura… Ma non mi avevi detto che…

    — Mollaccione — fu il rimprovero bonario di Lizalor.

    Trevize usò il suo deodorante, quindi si vestì, rimpiangendo di non avere, come lei, della biancheria intima pulita. — Come avrei dovuto chiamarlo… quel mondo?

    — Noi lo chiamiamo Il Più Vecchio.

    — Come potevo sapere che il nome usato da me fosse proibito? Me l’hai detto, tu?

    — E tu me l’hai chiesto?

    — Non sapevo di dover chiedere.

    — Adesso lo sai, comunque.

    — Finirò col dimenticarmene.

    — Meglio che non te ne dimentichi.

    — Che differenza c’è? — fece Trevize un po’ spazientito. — È solo una parola, un suono.

    Lizalor rispose, rabbuiandosi: — Ci sono parole che non si dicono. Tu dici ogni parola che conosci in qualsiasi circostanza?

    — Certe parole sono volgari, certe sono improprie, alcune in una data circostanza potrebbero essere crudeli. Cos’è… la parola che ho usato?

    — È una parola triste, una parola solenne. Rappresenta un mondo da cui tutti discendiamo, e che ora non esiste più. È qualcosa di tragico, e noi lo sentiamo in modo particolare perché quel mondo era vicino a noi. Preferiamo non parlarne o, se dobbiamo, preferiamo non usare il suo nome.

    — E le dita incrociate? In che modo quel gesto allevia il dolore e la tristezza?

    Lizalor arrossì. — È stata una reazione automatica, e non ti ringrazio certo perché mi hai costretta a reagire così. Certe persone credono che quella parola, pronunciata o anche pensata, porti sfortuna… e la scacciano in questo modo.

    — E anche tu credi che incrociare le dita scacci la sfortuna?

    — No… Be’, sì, in un certo senso. Se non lo faccio non mi sento tranquilla. — Lizalor evitò di guardarlo. Poi, come se fosse ansiosa di cambiare argomento, disse: — E quale sarebbe il ruolo essenziale della ragazza dai capelli neri nella tua missione verso… verso il mondo di cui hai parlato?

    — Di’ Il Più Vecchio. O preferisci evitare anche questo?

    — Preferirei non discuterne affatto… ma ti ho rivolto una domanda.

    — Credo che i concittadini di Bliss abbiano raggiunto il mondo che occupano attualmente emigrando dal Più Vecchio.

    — Come noi — fece Lizalor orgogliosa.

    — Ma la gente di Bliss ha particolari tradizioni che sono la chiave per comprendere Il Più Vecchio, sostiene Bliss… solo se lo raggiungeremo e studieremo i suoi documenti, però.

    — La ragazza mente.

    — Può darsi, ma noi dobbiamo controllare.

    — Se avete questa ragazza con le sue conoscenze dubbie, e se volete raggiungere Il Più Vecchio con lei, perché siete venuti su Comporellen?

    — Per scoprire la posizione del Più Vecchio. Un tempo avevo un amico, un membro della Fondazione come me, di origine comporelliana, però… bene, questo mio amico mi ha assicurato che gran parte della storia del Più Vecchio era nota su Comporellen.

    — Davvero? E questo tuo amico ti ha raccontato qualcosa della storia del Più Vecchio?

    — Sì — rispose Trevize, continuando ad essere sincero. — Mi ha detto che Il Più Vecchio era un mondo morto, interamente radioattivo. Non sapeva il perché, ma pensava che potesse dipendere da una serie di esplosioni nucleari… In seguito ad una guerra, forse.

    — No! — esclamò Lizalor.

    — No, non c’è stata nessuna guerra? O no, Il Più Vecchio non è radioattivo?

    — È radioattivo, ma non c’è stata alcuna guerra.

    — Allora com’è diventato radioattivo? È impossibile che lo fosse fin dall’inizio, dato che su di esso è nata l’umanità: se fosse stato radioattivo non avrebbe mai ospitato alcuna forma di vita.

    Lizalor parve esitare. Era ritta in piedi, e respirava a fondo, in modo quasi affannoso. — È stata una punizione. Era un mondo che usava dei robot. Sai cosa siano i robot?

    — Sì.

    — Avevano i robot, e per questo sono stati puniti. Tutti i mondi che hanno avuto i robot sono stati puniti e non esistono più.

    — Chi li ha puniti, Lizalor?

    — Colui che Punisce… Le forze della storia… Non lo so. — Lizalor distolse lo sguardo, a disagio, quindi disse sottovoce: — Chiedilo a qualcun’altro.

    — Mi piacerebbe, ma a chi posso chiederlo? Su Comporellen ci sono persone che hanno studiato la storia primitiva?

    — Sì. Non sono persone popolari tra noi… tra i Comporelliani medi… ma la Fondazione, la tua Fondazione, insiste sulla libertà intellettuale, come la chiamano loro.

    — Non è un’insistenza sbagliata, a mio avviso — osservò Trevize.

    — Tutte le cose imposte dall’esterno lo sono — ribatté Lizalor.

    Trevize scrollò le spalle. Era inutile discuterne. — Il mio amico, il dottor Pelorat, è anche lui uno studioso di storia primitiva. Sono sicuro che gli piacerebbe incontrare i suoi colleghi comporelliani. Puoi provvedere tu, Lizalor?

    Lei annuì. — C’è uno storico di nome Vasil Deniador, che lavora qui in città presso l’Università. Non tiene corsi, comunque può darsi che sia in grado di dirvi quello che vogliate sapere.

    — Perché non insegna?

    — Non è che gli venga proibito; solo che gli studenti non scelgono il suo corso.

    — Immagino che gli studenti vengano incoraggiati in questo senso — disse Trevize, cercando di evitare un tono sardonico.

    — Perché dovrebbero sceglierlo? È uno Scettico. Sì, anche da noi ne abbiamo. Ci sono sempre degli individui che si oppongano alle linee di pensiero generali e che siano tanto arroganti da credere che la ragione sia tutta dalla loro parte e la maggioranza abbia torto.

    — In alcuni casi potrebbe essere in effetti così, non ti pare?

    — No, mai! — scattò Lizalor. Sembrava talmente convinta che era chiaro che sarebbe stato superfluo cercare di approfondire l’argomento. — E nonostante il suo Scetticismo, quell’uomo sarà costretto a dirti quello che ti direbbe qualsiasi Comporelliano.

    — Cioè?

    — Che se cercherai Il Più Vecchio, non lo troverai.


    16

    Nell’alloggio loro assegnato, Pelorat ascoltò Trevize pensoso, il lungo volto inespressivo, poi disse: — Vasil Deniador? Non mi pare di averlo mai sentito nominare, ma può darsi che a bordo della nave trovi delle sue opere nella mia biblioteca.

    — Sei sicuro di non avere mai sentito il suo nome? Pensaci! — disse Trevize.

    — No, non lo ricordo proprio — rispose cauto Pelorat — ma dopo tutto, amico mio, ci saranno centinaia di illustri studiosi di cui non sia a conoscenza, o che non riesca a ricordare.

    — Eppure, non può essere uno studioso di prim’ordine, o ne avresti sentito parlare.

    — Lo studio della Terra…

    — Abituati a dire Il Più Vecchio, Janov, altrimenti ci saranno dei problemi.

    — Lo studio del Più Vecchio — spiegò Pelorat — non occupa un posto di rilievo che frutti riconoscimenti adeguati nei corridoi del sapere, quindi gli studiosi di prim’ordine, anche se si occupano di storia primitiva, tendono a rivolgere altrove la loro attenzione. E, inversamente, gli studiosi che si occupino già del Più Vecchio non diventano abbastanza famosi da essere considerati di prim’ordine anche se lo fossero… Io, sicuramente, non sono considerato di prim’ordine da nessuno.

    — Da me, Pel — disse teneramente Bliss.

    — Sì, da te certo, mia cara — disse Pelorat sorridendo. — Ma tu non mi giudichi nella mia veste di studioso.

    Era quasi notte ormai, stando all’ora, e Trevize si sentì un po’ spazientito, come gli capitava sempre quando Bliss e Pelorat si scambiavano affettuosità.

    Disse: — Cercherò di combinare un incontro con questo Deniador domani, ma se, come dice il Ministro, Deniador ne sa quanto gli altri, non ci sarà molto utile.

    — Potrebbe indicarci qualcuno più utile — fece Pelorat.

    — Ne dubito. L’atteggiamento di questo mondo verso la Terra… ah, meglio che anch’io mi abitui a parlarne per ellissi… l’atteggiamento di Comporellen verso Il Più Vecchio è sciocco e fondato sulla superstizione. — Trevize si girò. — Comunque, è stata una giornata dura e dovremmo pensare a un pasto serale, sempre che riusciamo a sopportare la loro cucina così poco invitante… sì, dovremmo pensare al pasto serale e poi a dormire un po’. Avete imparato a usare la doccia, voi due?

    — Mio caro amico — rispose Pelorat — siamo stati trattati con estrema gentilezza: ci hanno fornito istruzioni di ogni genere, per lo più inutili.

    Bliss intervenne. — Trevize… E la nave?

    — Sì?

    — Il governo di Comporellen la confischerà?

    — No, non credo.

    — Ah, benissimo. E come mai?

    — Perché ho convinto il Ministro a cambiare idea.

    — Sorprendente — disse Pelorat. — Non mi è sembrata un tipo facilmente persuasibile.

    Bliss disse: — Non so… dalla sua disposizione mentale, era chiaro che era attratta da Trevize…

    Trevize la guardò in uno scatto improvviso di esasperazione.

    — L’hai fatto, Bliss?

    — Fatto cosa, Trevize?

    — Hai alterato la sua…

    — Non ho alterato nulla. Però, quando ho notato che era attratta da te non ho potuto fare a meno di spezzare un paio di inibizioni. È stato un intervento minimo. Quelle inibizioni probabilmente si sarebbero spezzate comunque… e mi è sembrato importante assicurarmi che lei fosse ben disposta nei tuoi confronti.

    — Ben disposta? Qualcosa di più, direi! Si è ammorbidita, certo, ma… nella fase post-coitale.

    Pelorat disse: — Vecchio mio, non intenderai sicuramente dire…

    — E perché no? — replicò Trevize irascibile. — Non sarà più una ragazzina, però si è dimostrata un’ottima conoscitrice dell’arte. Non era affatto una principiante, posso garantirlo. Né intendo indossare i panni del gentiluomo e mentire. È stata sua l’idea… grazie all’intromissione di Bliss che le ha spezzato certe inibizioni… e data la mia posizione non potevo certo rifiutare, anche se avessi voluto… non volevo… Via, Janov, non guardarmi con quell’espressione puritana. Sono mesi che non mi si presenta un’occasione del genere. Tu invece… — E indicò in modo vago in direzione di Bliss.

    — Credimi, Golan, sbagli, se interpreti la mia espressione come un’espressione puritana: non ho alcuna obiezione.

    — Però lei è puritana — osservò Bliss. — Io intendevo renderla più cordiale nei tuoi confronti… non pensavo di scatenare un parossismo sessuale.

    — Ma è esattamente quello che hai provocato, mia piccola impicciona — fece Trevize. — Forse Lizalor deve mostrarsi puritana in pubblico, col risultato di alimentare di continuo il fuoco che ha dentro.

    — Così, basta che tu soddisfi le sue voglie, e lei tradirà la Fondazione…

    — L’avrebbe fatto in ogni caso. Voleva la nave… — Trevize s’interruppe e mormorò: — Staranno ascoltando di nascosto?

    — No! — rispose Bliss.

    — Sicura?

    — Certo: è impossibile interferire in modo non autorizzato con la mente di Gaia senza che Gaia se ne accorga.

    — In tal caso… Comporellen vuole la nave per sé… un’aggiunta preziosa per la sua flotta.

    — Ma la Fondazione non sarebbe certo d’accordo.

    — Comporellen non intende informare la Fondazione.

    Bliss sospirò. — I soliti Isolati. Il Ministro intende tradire la Fondazione per conto di Comporellen, ma in cambio di qualche prestazione sessuale è pronta a tradire anche Comporellen… E Trevize è contento di vendere le prestazioni del suo corpo pur di provocare il tradimento. Che anarchia in questa vostra Galassia. Che caos!

    Trevize replicò gelido: — Ti sbagli, ragazza…

    — In quello che ho appena detto, non sono una ragazza, sono Gaia. Tutta Gaia.

    — Allora sbagli, Gaia. Non ho venduto le prestazioni del mio corpo: le ho fornite volentieri. Mi è piaciuto, e nessuno ne ha sofferto. E per quel che riguarda le conseguenze, si sono rivelate positive dal mio punto di vista, quindi mi sta bene. E se Comporellen vuole la nave per i propri scopi, chi può dire da che parte stia la ragione? È una nave della Fondazione, ma è stata data a me per cercare la Terra. Dunque è mia finché non porterò a termine la ricerca, e penso che la Fondazione non abbia il diritto di annullare il suo accordo. Per quel che riguarda Comporellen, non gli piace il dominio della Fondazione, così sogna l’indipendenza. Per Comporellen è giusto agire così ed ingannare la Fondazione, perché per questa gente si tratta di un atto patriottico, non di tradimento. Dunque, chi può dire da che parte stia la ragione?

    — Esattamente. Chi può dirlo? In una Galassia di anarchia, com’è possibile distinguere le azioni ragionevoli da quelle irragionevoli? Com’è possibile decidere tra quello che sia giusto e sbagliato, tra il bene ed il male, la giustizia e il crimine, l’utile e l’inutile? E come spieghi il fatto che il Ministro tradisca il suo governo lasciandoti tenere la nave? Desidera una indipendenza personale da un mondo oppressivo? È una traditrice od una patriota di se stessa?

    — Per essere sinceri — rispose Trevize — non credo che sia disposta a lasciarmi la nave solo per gratitudine nei miei confronti per il piacere che le ho dato. Secondo me, ha deciso così soltanto quando le ho detto di essere alla ricerca del Più Vecchio. È un mondo di malaugurio per lei, e noi e la nave che ci porta, cercandolo, siamo stati contagiati dalla sventura. Probabilmente, il Ministro pensa di avere attirato la sventura su di sé e questo mondo, tentando di impossessarsi della nave, e può darsi che adesso consideri la nave con orrore. Forse, lasciandoci partire con la nostra nave, è convinta di allontanare la sventura da Comporellen, dunque, in un certo senso, sta compiendo un gesto patriottico.

    — Se fosse così, ed io ne dubito Trevize, la superstizione sarebbe la causa dell’azione. Ti sembra ammirevole?

    — Io non ammiro, né condanno. La superstizione guida sempre l’azione in mancanza della conoscenza. La Fondazione crede nel Piano Seldon, anche se nessuno di noi sia in grado di capirlo, di interpretarne i dettagli, o di usarlo per predire. Lo seguiamo ciecamente, per ignoranza e per fede… e non è superstizione anche questa?

    — Sì, può darsi.

    — E anche Gaia… Voi credete che io abbia preso una decisione corretta stabilendo che Gaia dovrebbe assorbire la Galassia in un unico grande organismo, però non sapete perché abbia ragione, o se sia davvero sicuro per voi adeguarvi a quanto ho deciso. Siete pronti ad adeguarvi solo per ignoranza e fede, e vi secca persino che io cerchi delle prove che dissipino l’ignoranza e rendano superflua la fede. Non è superstizione, questa?

    — Bliss, credo che ti abbia messo con le spalle al muro — commentò Pelorat.

    — No — ribatté Bliss. — O non troverà nulla al termine della ricerca, o troverà qualcosa che confermerà la sua decisione.

    Trevize disse: — E saremo al punto di partenza, quindi, all’ignoranza ed alla fede. In altre parole, alla superstizione!


    17

    Vasil Deniador era un ometto minuto, col vezzo di guardare all’insù alzando solo gli occhi e non la testa. Per questa sua caratteristica, e per i brevi sorrisi che periodicamente gli illuminavano il viso, sembrava che stesse sempre ridendo in silenzio del mondo.

    Il suo ufficio era lungo e stretto, pieno di nastri che sembravano abbandonati a un estremo disordine, non perché fossero in effetti in disordine, ma perché non erano riposti con cura nei loro ricettacoli, così che gli scaffali formavano tante linee frastagliate. Le tre sedie che indicò ai visitatori erano scompagnate, e si vedeva che erano state spolverate da poco ed in maniera approssimativa.

    Vasil Deniador disse: — Janov Pelorat, Golan Trevize, e Bliss… Non conosco il vostro cognome, signora.

    — Di solito mi chiamano semplicemente Bliss — fece lei, e si sedette.

    — È sufficiente, in fin dei conti — osservò Deniador, ammiccando. — Siete così attraente che bisognerebbe scusarvi anche se non aveste alcun nome.

    I tre finirono di accomodarsi. Deniador proseguì dicendo: — Ho sentito parlare di voi, dottor Pelorat, anche se non siamo mai stati in corrispondenza. Siete della Fondazione, vero? Di Terminus?

    — Sì, dottor Deniador.

    — E voi, Consigliere Trevize… Mi pare di avere sentito che recentemente siate stato espulso dal Consiglio ed esiliato. Non credo di avere mai compreso il perché.

    — Non sono stato espulso, signore. Sono tuttora membro del Consiglio, anche se non so quando riprenderò il mio incarico. E non sono esattamente in esilio: mi è stata affidata una missione, riguardo la quale desidereremmo consultarvi.

    — Felicissimo di cercare di aiutarvi — disse Deniador. — E la dolce signora? Di Terminus anche lei?

    Trevize si affrettò a intervenire. — È originaria d’altrove, dottore.

    — Ah, strano mondo, questo Altrove. Da là proviene una schiera di esseri umani decisamente insolita… Ma dato che due di voi provengono da Terminus, capitale della Fondazione, ed il terzo componente è una ragazza attraente, e Mitza Lizalor, è risaputo, non nutre un affetto smisurato né per l’una né per l’altra categoria di persone, come mai proprio lei vi raccomanda così caldamente alle mie attenzioni?

    — Per sbarazzarsi di noi, credo — disse Trevize. — Vedete, prima ci aiuterete, prima ce ne andremo da Comporellen.

    Deniador fissò Trevize interessato (di nuovo quel sorriso ammiccante) e annuì. — Certo, un giovanotto vigoroso come voi potrebbe attrarla indipendentemente dall’origine: Mitza Lizalor recita bene il ruolo di vestale fredda, ma non alla perfezione.

    — Non so nulla di questo — fece Trevize secco.

    — Ed è meglio che non sappiate nulla. In pubblico, almeno. Ma io sono uno Scettico, e per professione sono abituato a non credere alle apparenze. Ebbene, Consigliere, qual è la vostra missione? Vediamo se posso aiutarvi.

    Trevize rispose: — In questo campo, il dottor Pelorat è il nostro portavoce.

    — Nulla in contrario — disse Deniador. — Dottor Pelorat?

    Pelorat disse: — In breve, caro dottore, per tutta la mia vita matura ho tentato di penetrare fino al nocciolo basilare di conoscenza riguardo il mondo su cui la specie umana abbia avuto origine, e sono stato inviato unitamente al mio buon amico Golan Trevize… pur se, in verità, all’epoca non lo conoscevo… in missione per trovare, se possibile, hmm… Il Più Vecchio, credo che lo chiamiate così.

    — Il Più Vecchio? — fece Deniador. — Cioè vi riferite alla Terra.

    Pelorat restò a bocca aperta, poi con un lieve balbettio disse: — Ero convinto che… o meglio, mi è stato riferito… che non…

    Guardò Trevize, smarrito.

    Trevize intervenne: — Il Ministro Lizalor mi ha detto che quella parola non viene usata su Comporellen.

    — Intendete dire che ha fatto così? — Deniador torse la bocca all’ingiù, arricciò il naso, e alzò le braccia di scatto, incrociando le prime due dita di ambo le mani.

    — Esatto — annuì Trevize. — Proprio quello che intendevo.

    Deniador si rilassò e rise. — Sciocchezze, signori. Lo facciamo per abitudine, e nelle regioni fuori mano forse la considerano una cosa seria, ma complessivamente non ha importanza. Tutti i Comporelliani dicono “Terra” quando sono irritati o si spaventano: è il volgarismo più diffuso che abbiamo.

    — Volgarismo? — mormorò Pelorat.

    — Imprecazione, se preferite.

    — Comunque — fece Trevize — il Ministro sembrava piuttosto sconvolto quando ho usato quella parola.

    — Oh, be’, è una donna di montagna.

    — In che senso, signore?

    — Nel senso letterale. Mitza Lizalor proviene dalla Catena Montuosa Centrale. Là i bambini vengono allevati secondo quella che è definita la buona vecchia maniera, il che significa che per quanto possono diventare istruiti non si riesce mai a far perdere loro il vizio di incrociare le dita.

    — Dunque la parola Terra non vi dà alcun fastidio, vero, dottore? — chiese Bliss.

    — Affatto, cara signora: sono uno Scettico.

    Trevize disse: — Conosco il significato della parola “scettico” in galattico, ma voi in che accezione l’usate?

    — Nella vostra stessa accezione, Consigliere. Accetto solo quello che sono costretto ad accettare in base a prove ragionevolmente attendibili, e la mia accettazione rimane sempre provvisoria in attesa di prove ulteriori. Questo non ci rende popolari.

    — Perché? — chiese Trevize.

    — Non lo saremmo in nessun luogo. Ovunque la gente preferisce un credo comodo, caldo e collaudato, per quanto illogico, ai venti gelidi dell’incertezza… Pensate a come voi stessi crediate nel Piano Seldon senza prove.

    — Sì — disse Trevize, studiandosi la punta delle dita. — Ho detto la stessa cosa ieri per fare un esempio.

    Pelorat intervenne: — Posso tornare in argomento, vecchio mio? Dei fatti noti riguardanti la Terra, cosa accetta uno Scettico?

    Deniador rispose: — Pochissimo. Possiamo presumere che ci sia un singolo pianeta su cui la specie umana si sia sviluppata, perché è estremamente improbabile che la stessa specie, così identica da essere interfeconda, possa essersi sviluppata su più mondi, od anche solo su due mondi diversi. Possiamo chiamare il pianeta d’origine “Terra”, volendo. In generale, qui su Comporellen, si crede che la Terra si trovi in questo angolo della Galassia, perché qui i mondi sono insolitamente vecchi, ed è probabile che i primi mondi colonizzati fossero vicini alla Terra.

    — E la Terra ha qualche caratteristica unica, a parte quella di essere il pianeta d’origine? — domandò ansioso Pelorat.

    — Avete in mente qualcosa? — fece Deniador, col suo sorriso pronto.

    — Sto pensando al suo satellite, che certi chiamano la Luna. Questo sarebbe insolito, vero?

    — Una domanda tendenziosa, dottor Pelorat. Forse volete suggerirmi una via particolare.

    — Non sto dicendo per quale motivo la Luna dovrebbe essere insolita.

    — Per le sue dimensioni, naturalmente. Sbaglio?… No, vedo che ho ragione. Tutte le leggende della Terra parlano del suo grande campionario di specie e del suo grande satellite… satellite con un diametro dai tremila ai tremilacinquecento chilometri. La moltitudine di forme di vita si può accettare senza difficoltà, in quanto sarebbe ricollegabile all’evoluzione biologica, sempre che quello che sappiamo del fenomeno sia preciso. Un satellite gigante invece è più difficile da accettare. Nella Galassia, nessun altro mondo abitato ha un satellite del genere. I grandi satelliti sono sempre una peculiarità dei giganti gassosi, disabitati ed inabitabili. Come Scettico, dunque, preferisco non accettare l’esistenza della Luna.

    Pelorat replicò: — Se la Terra è unica per la sua enorme moltitudine di specie, non potrebbe esserlo anche per la presenza di un satellite gigantesco? Se è unica in un senso, potrebbe esserlo anche nell’altro.

    Deniador sorrise. — Non vedo come la presenza sulla Terra di milioni di specie abbia potuto creare dal nulla un satellite gigantesco.

    — E se fosse il contrario… Forse un satellite gigantesco potrebbe avere contribuito allo sviluppo di milioni di specie.

    — Anche questa ipotesi mi pare impossibile.

    Trevize intervenne: — E la storia della radioattività della Terra?

    — È universalmente nota… universalmente accettata.

    — Eppure è impossibile che fosse così radioattiva se per miliardi di anni ha ospitato la vita. Come è diventata radioattiva? In seguito ad una guerra?

    — Questa è l’opinione più comune, Consigliere Trevize.

    — Dal vostro tono, mi sembra di capire che voi non siate d’accordo.

    — Non ci sono prove che questa guerra sia avvenuta. L’opinione comune, pur se universalmente accettata, non è di per sé una prova sufficiente.

    — Che altro potrebbe essere accaduto?

    — Non ci sono prove che sia accaduto qualcosa. Forse la radioattività è una leggenda puramente inventata come il satellite gigantesco.

    — Pelorat domandò: — Qual è la versione locale della storia della Terra? Nel corso della mia carriera professionale, ho raccolto numerose leggende riguardo l’origine, ed in molte si parlava di un mondo chiamato Terra o con un nome abbastanza simile. Ma di Comporellen non ho nulla, a parte un vago accenno ad un tale Benbally che, se dobbiamo basarci sulle leggende comporelliane, potrebbe anche essere sbucato dal nulla.

    — Un fatto normale. Di solito non esportiamo le nostre leggende, e mi sorprende che abbiate trovato degli accenni a proposito di Benbally: siamo di nuovo nel campo della superstizione.

    — Ma voi non siete superstizioso, quindi potete parlarne tranquillamente, vero?

    — Esatto — annuì il piccolo storico, alzando lo sguardo verso Pelorat. — Parlandone, rischio di accrescere la mia impopolarità, forse addirittura in modo pericoloso, ma voi tre lascerete presto Comporellen ed immagino che non mi citerete mai come fonte.

    — Vi diamo la nostra parola d’onore — si affrettò a rassicurarlo Pelorat.

    — Allora, eccovi un riassunto di quello che dovrebbe essere successo, sfrondato degli aspetti soprannaturali e moralistici. La Terra da tempo immemorabile era il solo pianeta abitato dagli esseri umani, poi dai venti ai venticinquemila anni fa l’umanità mise a punto il viaggio interstellare tramite il Balzo nell’iperspazio e colonizzò un gruppo di pianeti. I Coloni di questi pianeti usavano i robot, che erano stati ideati sulla Terra prima del periodo dei viaggi iperspaziali e… a proposito, sapete cosa siano i robot?

    — Sì — rispose Trevize. — Ci è stato chiesto in più di una occasione: sappiamo cosa siano.

    — I Coloni, con una società interamente robotizzata, raggiunsero un livello tecnologico elevatissimo e una longevità insolita, e disprezzarono il loro mondo d’origine. Stando alle versioni più drammatiche della loro storia, arrivarono a dominarlo ed opprimerlo. La Terra infine inviò nello spazio un nuovo gruppo di Coloni, tra i quali i robot erano proibiti. Di questi nuovi mondi, Comporellen fu tra i primi. I nostri patrioti più accaniti sostengono che sia stato il primo, ma non ci sono prove accettabili per uno Scettico circa questo punto. Il primo gruppo di Coloni si estinse…

    Trevize l’interruppe: — Perché il primo gruppo si estinse, dottor Deniador?

    — Perché? Di solito i nostri romantici immaginano che siano stati puniti per i crimini commessi da Colui Che Punisce, anche se nessuno si scomodi a spiegare come mai questo Colui abbia atteso così a lungo. Ma non è necessario rifugiarsi nelle fiabe. Una società che dipenda totalmente dai robot, si può dedurre facilmente, diventa debole e decadente, si spegne e muore per pura noia o, volendo essere più sottili, perché le viene a mancare la voglia di vivere.

    «La seconda ondata di Coloni, senza robot, continuò a vivere e assunse il controllo di tutta la Galassia, ma la Terra divenne radioattiva e lentamente passò in secondo piano, venne dimenticata. Di solito si dice che sia successo perché anche sulla Terra ci fossero dei robot, dal momento che la prima ondata aveva incoraggiato il fenomeno.

    Bliss, che aveva ascoltato finora piuttosto impaziente, disse: — Bene, dottor Deniador, indipendentemente dalla radioattività o meno e del numero delle ondate di Coloni, la domanda cruciale è semplicissima. Dov’è esattamente la Terra ? Quali sono le sue coordinate?

    — La risposta a questa domanda è: non lo so… Ma, venite. È ora di pranzo. Posso farne servire uno, qui, e saremo liberi di parlare della Terra a vostro piacimento.

    — Non lo sapete? — sbottò Trevize con voce particolarmente stridula.

    — A quanto mi risulta, nessuno lo sa.

    — Ma… È impossibile.

    — Consigliere — sospirò Deniador — se volete definire impossibile la verità, prego, è un vostro privilegio, ma non approderete a nulla.


    7. Partenza da Comporellen


    18

    Il pranzo consisteva in una grande quantità di polpette morbide e croccanti di vari colori, e contenenti ripieni diversi.

    Deniador prese un piccolo oggetto che si svolse trasformandosi in un paio di sottilissimi guanti trasparenti, e li infilò, imitato dai suoi ospiti.

    Bliss chiese: — Cosa c’è dentro queste cose, per favore?

    Deniador rispose: — Quelle rosa contengono un trito di pesce alle spezie, una specialità comporelliana. Quelle gialle, un ripieno al formaggio molto delicato. Le verdi, un misto di verdure. Mangiatele finché sono abbastanza calde, poi mangeremo torta calda di mandorle e prenderemo le solite bibite: io consiglierei il sidro caldo. Dato il clima rigido, noi tendiamo a scaldare le nostre vivande, persino i dessert.

    — Vi trattate bene — commentò Pelorat.

    — Non proprio — fece Deniador. — Cortesia verso gli ospiti. Di solito io mi accontento di poco: non ho una gran massa corporea da alimentare, come avrete senza dubbio notato.

    Trevize diede un morso ad una polpetta rosa e… sì, in effetti sapeva di pesce, e le spezie avevano un gusto gradevole. Solo che pesce e spezie, probabilmente, avrebbero tenuto compagnia al suo stomaco per il resto della giornata, e forse anche durante la notte.

    Quando staccò quella specie di polpetta dalle labbra, scoprì che la crosta si era richiusa sul ripieno. Nemmeno uno schizzo, nemmeno una goccia… e per un attimo Trevize si domandò a cosa servissero i guanti: anche senza guanti era praticamente impossibile sporcarsi le mani, quindi doveva trattarsi di una questione di igiene. I guanti si mettevano invece di lavarsi le mani, per comodità, e probabilmente la consuetudine ne imponeva l’uso anche se si avessero le mani pulite. (Lizalor non aveva usato i guanti quando Trevize aveva mangiato con lei il giorno prima… Forse perché era una donna di montagna).

    — Sarebbe poco educato parlare d’affari durante il pranzo? — chiese Trevize.

    — Su Comporellen, sì, Consigliere, ma voi siete miei ospiti e ci atterremo alle vostre usanze. Se volete discutere seriamente, e pensate che questo non guasti il piacere della tavola, o se non v’importa tanto del piacere della tavola, prego, discutete pure, ed io parteciperò alla discussione.

    — Grazie — disse Trevize. — Il Ministro Lizalor ha lasciato intendere… no, anzi, ha affermato senza mezzi termini… che gli Scettici non godano di molta popolarità su questo mondo. È vero?

    Il buon umore di Deniador parve accentuarsi. — Certo. Ci sentiremmo offesi se fossimo popolari. Vedete, Comporellen è un mondo frustrato, senza alcuna conoscenza dei particolari, la gente è legata ad un credo mitico molto diffuso secondo il quale un tempo, parecchi millenni fa, quando la Galassia abitata era piccola, Comporellen sarebbe stato il mondo guida. Non lo dimentichiamo mai, ed il fatto che nella storia nota non siamo mai stati dei dominatori ci urta, ci riempie… o meglio, riempie la maggioranza della popolazione… di un senso di ingiustizia.

    «Eppure, cosa possiamo fare? Il Governo è stato costretto ad essere un fedele vassallo dell’Imperatore un tempo, ed adesso è un fedele alleato della Fondazione. E più ci rendiamo conto della nostra posizione subordinata, più forte diventa l’attaccamento ai grandi, misteriosi giorni del passato. Cosa può fare allora Comporellen? Non ha mai potuto sfidare l’Impero in passato, e adesso non può sfidare apertamente la Fondazione. Si rifugia perciò negli attacchi contro di noi, odiandoci, dal momento che non crediamo alle leggende e ridiamo delle superstizioni.

    «Malgrado questo, siamo al sicuro dagli effetti più brutali della persecuzione. Controlliamo la tecnologia, ed abbiamo cariche importanti nelle facoltà universitarie. Alcuni di noi particolarmente schietti non possono dedicarsi all’insegnamento apertamente. Io, per esempio, ho delle difficoltà, anche se ho i miei studenti ed organizzo riunioni con discrezione al di fuori del campus. Comunque, se venissimo allontanati realmente dalla vita pubblica, la tecnologia andrebbe a rotoli e le università perderebbero prestigio a livello galattico. Probabilmente, a dimostrazione della follia del genere umano, la prospettiva di un suicidio intellettuale non impedirebbe ai nostri denigratori di sfogare il loro odio, ma la Fondazione ci sostiene. Quindi, veniamo continuamente rimproverati, derisi, denunciati… ma nessuno ci tocca, mai.

    Trevize disse: — È l’opposizione popolare che vi impedisce di dirci la posizione della Terra? Temete che, nonostante tutto, l’ostilità degli anti-Scettici potrebbe farsi pericolosa se vi spingeste troppo oltre?

    Deniador scosse la testa. — No. La posizione della Terra è ignota: non vi sto nascondendo nulla, né per paura né per nessun’altra ragione.

    — Ma, sentite — incalzò Trevize. — In questo settore della Galassia esiste un numero limitato di pianeti che possiedano le caratteristiche fisiche indispensabili per l’abitabilità, e quasi tutti saranno non solo abitabili ma anche abitati, e quindi dovreste conoscerli. Non dovrebbe essere difficile esplorare il settore in cerca di un pianeta che sarebbe abitabile, se non fosse per la presenza della radioattività, no? E poi, questo pianeta avrebbe pure un satellite gigante. Tra la radioattività ed il satellite, la Terra dovrebbe essere assolutamente inconfondibile, e non potrebbe sfuggire nemmeno ad una ricerca approssimativa. Occorrerebbe un po’ di tempo, forse, ma sarebbe l’unica difficoltà.

    Deniador replicò: — Il punto di vista degli Scettici, naturalmente, è che la radioattività della Terra ed il suo grande satellite siano semplicemente due leggende: cercare cose simili equivarrebbe a cercare latte di passero e piume di coniglio.

    — Forse, però Comporellen dovrebbe almeno tentare. Se Comporellen trovasse un mondo radioattivo delle dimensioni adatte all’abitabilità, e con un grande satellite, la credibilità delle sue leggende ne trarrebbe un vantaggio notevole.

    Deniador rise. — Può darsi che Comporellen non cerchi la Terra proprio per questo motivo: se fallissimo, o se trovassimo una Terra diversa da quella delle leggende, avverrebbe il contrario. Le leggende comporelliane in generale perderebbero qualsiasi valore e diventerebbero oggetto di scherno: comporellen non correrebbe mai un rischio del genere.

    Trevize ebbe una breve esitazione, poi insisté: — Ma anche accantonando queste due unicità… ammesso che nel galattico esista questa parola… a parte la radioattività ed il grande satellite, dicevo, c’è una terza caratteristica che, per definizione, deve esistere, senza alcun riferimento alle leggende. La Terra deve accogliere sulla sua superficie una incredibile varietà di forme di vita, od i resti di questa ampia gamma, o come minimo i fossili.

    Deniador rispose: — Consigliere, anche se Comporellen non ha organizzato alcuna spedizione di ricerca avente come obiettivo la Terra anche noi abbiamo occasione di viaggiare nello spazio, e di tanto in tanto riceviamo rapporti da navi che per una ragione o per l’altra siano finite fuori rotta. I Balzi non sempre sono perfetti, come forse saprete. Ebbene, non ci è mai giunta notizia di qualche pianeta che presentasse le caratteristiche della Terra o brulicante di forme di vita. Ed è alquanto improbabile che una nave scenda su un mondo apparentemente disabitato e che l’equipaggio vada a caccia di fossili. Se allora, nel corso di migliaia di anni, non si è avuta alcuna notizia a questo riguardo, sono dispostissimo a credere che sia impossibile localizzare la Terra, in quanto la Terra non esiste e pertanto non può essere localizzata.

    Trevize sbottò, frustrato: — Eppure la Terra deve essere da qualche parte, da qualche parte c’è sicuramente un pianeta su cui si siano evolute l’umanità e tutte le forme di vita che conosciamo: se la Terra non è in questo settore galattico, sarà altrove.

    — Forse — disse imperturbabile Deniador. — Ma in tutto questo tempo non è saltata fuori in alcun posto.

    — La gente non l’ha cercata sul serio.

    — Be’, pare che voi lo stiate facendo. Vi auguro buona fortuna, però non scommetterei mai sul vostro successo.

    Trevize disse: — Non si è mai tentato di determinare la posizione probabile della Terra indirettamente, tramite sistemi che non fossero una ricerca diretta?

    — Sì — risposero due voci all’unisono. Deniador, il proprietario di una delle voci, disse a Pelorat: — State pensando al progetto di Yariff?

    — Sì — annuì Pelorat.

    — Volete spiegarlo voi al Consigliere, allora? Secondo me, crederà più volentieri a voi.

    — Vedi, Golan — iniziò Pelorat — negli ultimi giorni dell’Impero, ci fu un periodo in cui la Ricerca delle Origini, come veniva chiamata, era un passatempo in voga, forse per sottrarsi alla spiacevolezza della realtà circostante. Sai, all’epoca l’Impero stava sgretolandosi.

    «Uno storico liviano, Humbal Yariff, pensò che il pianeta d’origine, quale che fosse, dovesse aver colonizzato i mondi vicini a sé prima, ed in seguito quelli più lontani: vale a dire, più un mondo è lontano dal punto d’origine, più tardi deve essere stato colonizzato. Supponiamo dunque di prendere la data di colonizzazione di tutti i pianeti abitabili della Galassia e tracciare delle reti comprendenti tutti i pianeti con un dato numero di millenni… Per esempio, una rete che unisca tutti i pianeti di diecimila anni, un’altra che unisca quelli di dodicimila anni, un’altra ancora che unisca quelli di quindicimila anni… In teoria, ogni rete dovrebbe essere grosso modo sferica, e tutte dovrebbero essere grosso modo concentriche. Le reti più vecchie formeranno sfere di raggio minore rispetto a quelle più recenti, e calcolando tutti i centri, questi dovrebbero trovarsi in un volume di spazio relativamente limitato nel quale dovrebbe essere compreso il pianeta d’origine… la Terra.

    Pelorat aveva un’espressione fervida, e continuava a tracciare superfici sferiche piegando le mani a coppa. — Capisci, Golan?

    Trevize annuì. — Sì. Ma mi sembra di capire che questo sistema non abbia funzionato.

    — In teoria avrebbe dovuto funzionare, vecchio mio. Il guaio era che le date di colonizzazione dei pianeti erano estremamente imprecise: ogni pianeta esagerava con la propria, e non era facile riuscire a determinare la data indipendentemente dai dati leggendari.

    Bliss intervenne: — Il decadimento del carbonio-14 nel legno[2].

    — Certo, cara — disse Pelorat. — Ma per misurarlo sarebbe stata necessaria la collaborazione dei mondi in questione, e nessuno collaborò: nessun mondo accettò che la propria anzianità fosse messa in discussione e ridimensionata, ed all’epoca l’Impero non era in una posizione tale da opporsi alle obiezioni locali per una questione di così scarsa importanza. Aveva ben altro a cui pensare.

    «Yariff dovette limitarsi ad usare dei mondi con appena duemila anni di storia, la cui fondazione era stata documentata scrupolosamente in circostanze attendibili. Quei mondi erano pochi, e pur essendo distribuiti in una simmetria approssimativamente sferica, fornivano un centro abbastanza vicino a Trantor, la capitale dell’Impero, perché proprio da là erano partite le spedizioni che avevano colonizzato quel gruppo esiguo di pianeti.

    «Questo, ovviamente, era un altro problema. La Terra non era l’unico punto d’origine della colonizzazione. Col passare del tempo, i mondi più vecchi avevano inviato nello spazio spedizioni di coloni proprie, e nel periodo culminante dell’Impero, Trantor rappresentava appunto uno dei mondi più intraprendenti in fatto di colonizzazione. Yariff, piuttosto ingiustamente, fu deriso e ridicolizzato e la sua reputazione professionale fu rovinata.

    Trevize disse: — Capisco benissimo, Janov… Dottor Deniador, dunque non siete in grado di fornirci alcuna indicazione che lasci acceso almeno un barlume di speranza? Non c’è qualche altro mondo dove in teoria si dovrebbe trovare qualche informazione sulla Terra?

    Deniador assunse un’espressione dubbiosa e meditabonda. — Be’… — disse infine, incerto — come Scettico devo dirvi che non sono certo che la Terra esista, o che sia mai esistita… Comunque… — tacque di nuovo.

    Alla fine, Bliss disse: — Credo che abbiate pensato a qualcosa che potrebbe essere importante, dottore.

    — Importante? Oh, ne dubito — obiettò sottovoce Deniador. — Divertente, forse… La Terra non è l’unico pianeta dalla posizione misteriosa. Ci sono anche i mondi del primo gruppo di Coloni… gli Spaziali, come vengono chiamati nelle nostre leggende. Alcuni chiamano quei pianeti i “Mondi Spaziali”, altri li chiamano “Mondi Proibiti”: la seconda definizione è quella usata attualmente.

    «Stando alla leggenda, nel fior fiore del loro splendore, gli Spaziali erano estremamente longevi, vivevano secoli interi, e non permettevano ai nostri antenati dalla vita breve di atterrare sui loro mondi. Dopo la loro sconfitta, per mano nostra, la situazione si rovesciò. Ci rifiutammo di avere rapporti con loro e li abbandonammo a se stessi, proibendo alle nostre navi ed ai Mercanti di avere a che fare con gli Spaziali. Così, quei pianeti diventarono i Mondi Proibiti. Sempre secondo la leggenda, erano sicuri che Colui Che Punisce li avrebbe distrutti anche senza il nostro intervento, e a quanto pare Colui Che Punisce li distrusse davvero. Per lo meno, che ci risulti, sono millenni che nella Galassia non ci sia traccia di Spaziali.

    — Pensate che gli Spaziali abbiano notizie della Terra? — domandò Trevize.

    — Può darsi, dal momento che i loro mondi erano più vecchi dei nostri… Un attimo, sempre ammesso che gli Spaziali esistano, il che è alquanto improbabile.

    — Anche se non esistessero più, i loro mondi potrebbero contenere ugualmente dei documenti.

    — Sempre che riuscirete a trovare quei mondi.

    Trevize era esasperato. — Vorreste dire che la chiave per arrivare alla Terra, la cui posizione è ignota, si trova forse sui mondi degli Spaziali, la cui posizione è anch’essa ignota?

    Deniador si strinse nelle spalle. — Sono ventimila anni che non abbiamo contatti con loro, che non pensiamo a loro: anche loro, come la Terra sono scomparsi nelle nebbie del tempo.

    — Su quanti mondi vivevano gli Spaziali?

    — Le leggende parlano di cinquanta mondi… una cifra tonda che insospettisce. Probabilmente, erano meno.

    — E non conoscete la posizione di almeno uno su cinquanta?

    — Be’, forse… ora che ci penso…

    — Cosa?

    Deniador disse: — Dato che la storia primitiva è il mio hobby, come è l’hobby del dottor Pelorat, occasionalmente ho esaminato dei vecchi documenti in cerca di qualche riferimento al periodo primitivo, di qualche dato che vada al di là delle leggende. Lo scorso anno mi sono imbattuto nelle documentazioni di una vecchia nave, materiale pressoché indecifrabile. Risaliva addirittura all’epoca in cui il nostro mondo non era ancora noto come Comporellen. Veniva usato il nome “Baleyworld” che, forse, è una forma precedente del “Benbally World” delle nostre leggende.

    Pelorat intervenne eccitato: — Avete divulgato il materiale?

    — No. Non voglio tuffarmi prima di avere la certezza che ci sia dell’acqua nella piscina, come afferma il vecchio detto. Vedete, stando a quella documentazione, il capitano della nave aveva visitato un Mondo Spaziale ed era partito portando con sé una donna spaziale.

    Bliss osservò: — Ma avete detto che gli Spaziali non volevano visitatori.

    — Appunto, ed è per questo motivo che non pubblico il materiale: sembra incredibile. Esistono racconti piuttosto vaghi che, volendo interpretarli così, potrebbero riferirsi agli Spaziali ed al loro conflitto con i Coloni… i nostri antenati. Tali racconti esistono non solo su Comporellen ma anche su molti altri mondi, ed in svariate versioni, ma tutti concordano in maniera assoluta su un fatto: i due gruppi, Spaziali e Coloni, mantenevano accanitamente le distanze. Non c’erano contatti sociali, per non parlare poi dei contatti sessuali. Eppure pare che il capitano dei Coloni e la donna degli Spaziali fossero legati da un vincolo d’amore. È talmente incredibile che ho dovuto per forza accettare la storia come un frammento di narrativa storico-romantica.

    Trevize sembrava deluso. — Non avete nient’altro da dirci?

    — No, Consigliere, avrei un’altra cosa. Ho trovato delle cifre in quello che restava del giornale di bordo della nave… cifre che potrebbero, dico potrebbero, rappresentare delle coordinate spaziali. Se lo fossero… e, dato che il mio onore di Scettico mi obbliga a farlo torno a ribadire che non è detto che siano coordinate spaziali… se lo fossero, comunque, dalle prove intrinseche avrei concluso che si tratti delle coordinate spaziali di tre Mondi Spaziali: uno potrebbe essere il mondo su cui il capitano atterrò e da cui ripartì con la sua amata.

    — Anche se la storia è immaginaria, può darsi che le coordinate siano vere, no? — disse Trevize.

    — Può darsi — rispose Deniador. — Vi fornirò quei dati, e sarete liberi di usarli… ma non è detto che otteniate qualcosa di concreto… Comunque, ho un’idea divertente…

    — Quale? — chiese Trevize.

    — E se una di quelle serie di coordinate rappresentasse la Terra ?


    19

    Il sole di Comporellen, nettamente arancione, era apparentemente più grande di quello di Terminus, però era basso all’orizzonte ed emanava poco calore. Il vento, per fortuna lieve, lambiva la faccia di Trevize con dita gelide.

    Trevize rabbrividì nella giacca elettrificata che Mitza Lizalor gli aveva dato. Mitza era accanto a lui, e lui le disse: — Non ci sarà sempre così freddo, Mitza.

    Lei alzò un istante lo sguardo verso il sole, circondata dal vuoto dello spazioporto, senza mostrare alcun segno di disagio… alta, imponente, con addosso un indumento più leggero di quello di Trevize, sprezzante del freddo, se non insensibile.

    — Abbiamo un’estate stupenda — disse. — Non è lunga, ma le nostre piante alimentari vi si adattano. Sono selezionate con cura, crescono rapidamente col sole e resistono al gelo. I nostri animali domestici hanno una consistente copertura di pelo, e la lana comporelliana è ritenuta da tutti la migliore della Galassia. Inoltre, in orbita attorno a Comporellen, abbiamo insediamenti agricoli che producono frutti tropicali. Infatti esportiamo ananas sciroppati di qualità superiore. Gran parte della gente che ci considera solo un mondo freddo non lo sa.

    — Grazie per averci accompagnato allo spazioporto, Mitza — disse Trevize — e per avere collaborato con noi in questa nostra missione. Per sentirmi tranquillo, però, devo chiederti se per quanto è successo ti troverai in guai seri.

    — No! — Mitza scosse la testa con fierezza. — Nessun guaio. Innanzitutto, nessuno mi farà delle domande. Sono io che dirigo i trasporti, il che significa che io sola fisso le regole per gli spazioporti, le stazioni d’ingresso, le navi in partenza ed in arrivo. Il primo Ministro si fida di me ed è ben felice di ignorare certi dettagli… Ed anche se mi facessero delle domande, basterà che dica la verità: il Governo mi darebbe il suo plauso dal momento che non ho consegnato la nave alla Fondazione. La gente farebbe altrettanto, se fosse prudente informarla. E la Fondazione stessa non saprebbe nulla.

    Trevize disse: — Può darsi che il Governo non voglia consegnare la nave alla Fondazione, ma ti approverà ugualmente dal momento che ci hai permesso di riprendere la nave?

    Lizalor sorrise. — Sei una brava persona, Trevize. Ti sei battuto caparbiamente per non perdere la tua nave, e adesso che l’hai ti prendi la briga di preoccuparti per me. — Allungò incerta una mano, come per esternare quello che provava con un gesto affettuoso, poi a fatica frenò l’impulso.

    Con rinnovata asprezza, disse: — Anche se contesteranno la mia decisione, basterà che dica che cercavi, e stai tuttora cercando, la Terra, e confermeranno tutti che ho fatto bene a liberarmi di te il più in fretta possibile, nave compresa. E celebreranno i riti d’espiazione, poiché ti è stato consentito di atterrare su Comporellen, anche se allora non potevamo conoscere le tue intenzioni.

    — Temi davvero che la mia presenza porti sfortuna a te ed alla tua gente?

    — Certo — rispose Lizalor impassibile. Poi il suo tono si addolcì leggermente. — A me hai già portato sfortuna, perché adesso che ti ho conosciuto gli uomini di Comporellen mi sembreranno ancor più spenti: mi rimarrà un desiderio inappagabile. Colui Che Punisce mi ha già colpita.

    Trevize disse dopo una breve esitazione: — Non voglio che tu cambi idea, però non voglio nemmeno che tu abbia dei timori ingiustificati. L’idea che io porti sfortuna, sappi, è semplice superstizione.

    — È stato lo Scettico a dirtelo, immagino.

    — Lo sapevo senza che lui me lo dicesse.

    Lizalor si sfregò il viso, perché un velo di brina stava depositandosi sulle sue sopracciglia, e disse: — Lo so che certi la considerano superstizione. Ma Il Più Vecchio porta davvero sfortuna: è stato dimostrato molte volte, e tutte le abili argomentazioni degli Scettici non possono cancellare la realtà delle cose.

    Di colpo, tese la mano. — Addio, Golan. Sali sulla nave ed unisciti ai tuoi compagni, prima che il tuo delicato corpo terminiano geli in questo nostro vento freddo ma dolce.

    — Addio, Mitza, e spero di rivederti al mio ritorno.

    — Sì, hai promesso di ritornare, e io ho provato a credere che tornerai. Ho pensato addirittura che sarei venuta incontro alla tua nave nello spazio, per attirare la sventura solo su di me e non sul mio mondo… ma non tornerai.

    — Non è vero! Tornerò! Non credere che possa rinunciare a te tanto facilmente dopo il piacere provato insieme. — Ed in quel momento Trevize era veramente convinto di quel che diceva.

    — Non dubito dei tuoi impulsi romantici, mio dolce uomo della Fondazione… ma quelli che si avventurano nello spazio alla ricerca del Più Vecchio non tornano mai più… in nessun posto. Lo so, nel mio intimo.

    Trevize si sforzò di controllare il battito dei denti. Aveva solo freddo; non voleva che lei pensasse che fosse paura quella. Disse: — Anche questa è superstizione.

    — Eppure, anche questa cosa è vera — fece Mitza.


    20

    Era bello essere di nuovo nella sala comandi della “Far Star”. Forse non era molto spaziosa. Forse era una cella di prigionia nello spazio infinito. Tuttavia era un ambiente familiare, accogliente, caldo.

    Bliss osservò: — Mi fa piacere che tu sia salito a bordo finalmente. Mi chiedevo per quanto tempo saresti rimasto col Ministro.

    — Non a lungo — disse Trevize. — C’era freddo.

    — Mi è parso che stessi prendendo in considerazione l’idea di restare con lei e rimandare la ricerca della Terra. Non mi piace sondare la tua mente, nemmeno in modo leggero, però ero preoccupata per te, e la tentazione che provavi era evidentissima.

    — Hai ragione — ammise Trevize. — Per un attimo ho provato la tentazione di cui parli. Il Ministro è una donna eccezionale, non ho mai conosciuto un’altra come lei… Hai rafforzato la mia resistenza, Bliss?

    — Ti ho detto molte volte che non devo influenzare in alcun modo la tua mente, e non la influenzerò, Trevize. Sei stato tu a sconfiggere la tentazione, immagino… grazie al tuo forte senso del dovere.

    — No, non credo — sorrise amaramente Trevize. — Non è stato nulla di tanto drammatico e nobile. La mia resistenza è stata rafforzata innanzitutto dal fatto che ci fosse in effetti molto freddo, ed in secondo luogo dalla triste constatazione che con qualche altro incontro intimo con lei sarei morto: non sarei mai stato in grado di reggere certi ritmi.

    Pelorat disse: — Be’, comunque adesso sei a bordo, sano e salvo. Quale sarà la nostra prossima mossa?

    — Nell’immediato futuro, ci porteremo all’esterno del sistema planetario ad andatura sostenuta, finché non saremo abbastanza lontani dal sole di Comporellen da effettuare il balzo.

    — Credi che ci bloccheranno o ci inseguiranno?

    — No, secondo me il Ministro vuole davvero che ce ne andiamo il più in fretta possibile e stiamo alla larga, così la vendetta di Colui Che Punisce non si abbatterà sul pianeta. Anzi…

    — Sì?

    — Lei è convinta che la vendetta si abbatterà certamente su di noi, che non torneremo mai più. Questa, tengo a precisare, non è una stima del mio probabile livello di infedeltà, che Lizalor non ha avuto occasione di verificare. A suo avviso, la Terra porta talmente sfortuna che chiunque la cerchi è destinato a perire nel corso della ricerca.

    Bliss chiese: — Come può fare una simile affermazione? Quanti Comporelliani hanno lasciato il pianeta alla ricerca della Terra?

    — Nessuno, credo. Le ho detto che i suoi timori erano frutto della superstizione.

    — E ne sei davvero convinto, o le sue parole ti hanno scosso?

    — So che i suoi timori sono semplice superstizione nel modo in cui lei li ha espressi, però malgrado questo un fondo di verità potrebbe esserci.

    — Vale a dire, la radioattività ci ucciderà se cercheremo di atterrare sulla Terra?

    — Non credo che la Terra sia radioattiva. Credo però che la Terra stia proteggendo se stessa. Teniamo presente che dalla Biblioteca di Trantor è scomparso qualsiasi riferimento riguardante la Terra… che la memoria prodigiosa di Gaia che abbraccia tutto il pianeta, fino agli strati rocciosi superficiali ed al nucleo di metallo fuso, non riesca a spingersi abbastanza indietro da fornirci qualche dato sulla Terra.

    «Chiaramente, se la Terra è abbastanza potente da far questo, potrebbe anche essere capace di influenzare le menti costringendole a credere alla sua radioattività, impedendo così qualsiasi tentativo di ricerca. Forse, proprio perché Comporellen è talmente vicino da costituire un serio pericolo per la Terra, assistiamo ad un ulteriore rafforzamento di questo vuoto di memoria collettivo. Deniador, che è uno scettico ed uno scienziato, è convintissimo che sia inutile cercare la Terra. Dice che è impossibile trovarla… Ed è per questo che la superstizione del Ministro può essere motivata. Se la Terra vuole nascondersi a tutti i costi, non potrebbe ucciderci od alterare la nostra mente, piuttosto che permetterci di trovarla?

    Bliss corrugò la fronte. — Gaia…

    Trevize disse subito: — Non dire che Gaia ci proteggerà. Dal momento che la Terra è riuscita a cancellare i ricordi più antichi di Gaia, è evidente che in un conflitto tra la Terra e Gaia sarebbe la Terra a prevalere.

    Bliss replicò: — Come fai a sapere che quei ricordi siano stati cancellati? La spiegazione potrebbe essere un’altra… È occorso del tempo perché Gaia sviluppasse una memoria planetaria, e forse noi possiamo risalire soltanto fino al periodo del completamento di quella fase di sviluppo. Ed ammettendo che i ricordi siano stati davvero cancellati, chi ti dice che sia stata proprio la Terra a farlo?

    Trevize rispose: — Non lo so, mi limito a fare delle ipotesi.

    Timidamente, Pelorat intervenne: — Se la Terra è tanto potente e vuole tutelare ad ogni costo la propria privacy, per così dire, a che può servire la nostra ricerca? A quanto pare, tu pensi che la Terra non ci permetterà di riuscire nell’impresa, e se necessario ci ucciderà pur di bloccarci. In tal caso, che senso ha continuare?

    — Una nostra rinuncia potrebbe sembrare la soluzione più logica, lo ammetto… eppure sono assolutamente convinto che la Terra esista, che debba trovarla, e la troverò. E secondo Gaia, quando ho certi fermi convincimenti, io ho sempre ragione.

    — Ma come sopravvivremo alla scoperta, vecchio mio?

    Trevize rispose sforzandosi di sdrammatizzare: — Forse anche la Terra riconoscerà il valore del mio intuito straordinario e mi lascerà in pace. Però, e mi preme particolarmente sottolineare questo punto, non posso essere certo della sopravvivenza di voi due, e questo mi preoccupa. Mi è sempre stata a cuore la vostra incolumità, ma adesso la situazione mi sembra ancor più rischiosa, quindi forse dovrei riportarvi su Gaia ed arrangiarmi poi da solo. Sono stato io a decidere di cercare la Terra; sono io a ritenerla una ricerca fondamentale, a voler tentare ad ogni costo. È giusto che sia io, dunque, a rischiare. Lasciate che vada solo… Janov?

    Pelorat affondò il mento nel collo, e la sua faccia sembrò ancor più lunga. — Non nego di essere un po’ nervoso, Golan, ma se ti abbandonassi mi vergognerei di me stesso: rinnegherei me stesso.

    — Bliss?

    — Gaia non ti abbandonerà, Trevize, qualunque cosa tu decida di fare. Se la Terra dovesse rivelarsi pericolosa, Gaia ti proteggerà il più possibile. Ed in ogni caso, nel mio ruolo personale di Bliss, non abbandonerò Pel… e se lui resta con te, io sicuramente resterò con lui.

    Trevize disse con espressione torva: — Molto bene, allora. Vi ho offerto la possibilità di scegliere… Proseguiamo assieme.

    — Assieme — annuì Bliss.

    Pelorat abbozzò un sorriso e strinse la spalla di Trevize. — Assieme… Sempre.


    21

    Bliss disse: — Guarda, Pel.

    Stava usando manualmente il telescopio della nave, senza un obiettivo preciso, come diversivo dalla biblioteca di Pelorat che trattava solo di leggende della Terra.

    Pelorat si avvicinò, le cinse le spalle e osservò lo schermo. Era inquadrato uno dei giganti gassosi del sistema planetario comporelliano, sufficientemente ingrandito da dare un’idea delle dimensioni effettive.

    Era di un colore arancione tenue, con striature più chiare. Visto al piano planetario, e più lontano dal sole della nave stessa, formava quasi un cerchio luminoso completo.

    — Magnifico — commentò Pelorat.

    — La striscia centrale si estende al di là del pianeta, Pel.

    Pelorat aggrottò la fronte e disse: — Già, Bliss, credo proprio che sia così.

    — Pensi che sia un’illusione ottica?

    — Non ne sono certo, Bliss. In questo campo sono un principiante come te… Golan!

    Trevize rispose alla chiamata con un debole: — Che c’è? — ed entrò nella sala comandi rivelando un aspetto un po’ sgualcito, come se si fosse coricato per un sonnellino senza spogliarsi… cosa che aveva puntualmente fatto.

    In tono seccato, sbottò: — Per favore! Non toccate gli strumenti!

    — È solo il telescopio — disse Pelorat. — Guarda.

    Trevize guardò. — È un gigante gassoso, quello chiamato Gallia, stando alle informazioni che mi hanno dato.

    — Come fai a dire che sia proprio quello, guardando e basta?

    — Innanzitutto, a questa distanza dal sole, ed in base alle dimensioni planetarie ed alle posizioni orbitali che ho studiato calcolando la nostra rotta, il gigante gassoso è l’unico pianeta che si possa ingrandire tanto in questo periodo. In secondo luogo, c’è l’anello.

    — L’anello? — ripeté Bliss confusa.

    — Voi vedete solo un segno molto sottile e sbiadito, perché lo stiamo osservando quasi frontalmente. Possiamo spostarci dal piano planetario e salire, così avrete una visuale migliore. Vi piacerebbe?

    Pelorat rispose: — Non voglio costringerti a calcolare di nuovo le posizioni e la rotta, Golan.

    — Oh, tanto provvederà il computer, senza alcun problema. — Trevize si sedette mentre parlava, e posò le mani entro gli appositi contorni. Il computer, in perfetta sintonia con la sua mente, fece il resto.

    La “Far Star”, senza problemi di carburante o di sensazioni inerziali, accelerò rapidamente, e per l’ennesima volta Trevize provò un impeto d’affetto per quell’insieme computer-nave che rispondeva con tanta perfezione ai suoi ordini… quasi fossero i pensieri di Trevize ad alimentare ed a dirigere il tutto, quasi quelle macchine fossero un’estensione potente e docile della sua volontà.

    Non c’era da meravigliarsi se la Fondazione pretendesse la restituzione della “Far Star”, se anche Comporellen avesse cercato di impossessarsene. L’unico dato sorprendente era stata la forza della superstizione, così intensa da indurre Comporellen a rinunciare alla nave.

    Armata in modo adeguato, avrebbe potuto battere qualsiasi nave della Galassia, o qualsiasi schieramento di navi… a patto di non incontrare una nave gemella.

    Naturalmente, non era armata in modo adeguato. Il Sindaco Branno, assegnandogli la nave, aveva avuto tanta accortezza da consegnargliela priva di armamenti.

    Sotto lo sguardo interessato di Pelorat e di Bliss, il pianeta Gallia s’inclinava lentissimamente verso di loro. Il polo superiore (nord o sud che fosse) divenne visibile, presentando un’ampia regione circolare di turbolenze, mentre il polo inferiore scompariva dietro la convessità della sfera.

    Nella parte superiore, il lato notturno del pianeta invase il globo di luce arancione, e quello splendido cerchio diventò progressivamente sbilenco.

    L’aspetto più eccitante era che la pallida striatura centrale non era più rettilinea ma si era curvata, come le altre striature a nord e sud, ma in modo più appariscente.

    Ora la striatura centrale si estendeva nettamente oltre i bordi del pianeta formando su entrambi i lati un’ansa molto stretta. Non si trattava affatto di una illusione; la natura del fenomeno era evidente. Era un anello di materia che girava attorno al pianeta, nascosto in parte sull’emisfero opposto.

    — Questo dovrebbe bastare a rendere l’idea, credo — disse Trevize. — Spostandoci sopra il pianeta, vedremmo l’anello nella sua forma circolare, concentrico rispetto al pianeta, e senza alcun punto di contatto con la superficie. Probabilmente avrete anche notato che in effetti non si tratti di un unico anello, ma di parecchi anelli concentrici.

    — Non l’avrei creduto possibile — commentò Pelorat interdetto. — Come fa a rimanere nello spazio?

    — Grazie allo stesso principio per cui un satellite rimane nello spazio — rispose Trevize. — Gli anelli sono formati da minuscole particelle, ognuna delle quali è in orbita attorno al pianeta. Gli anelli sono così vicini al pianeta che gli effetti gravitazionali impediscono la loro fusione in un unico corpo celeste.

    Pelorat scosse la testa. — Se ci penso, inorridisco, vecchio mio. Pare impossibile… ho passato un’intera vita immerso negli studi eppure non so quasi nulla di astronomia.

    — Ed io non so nulla dei miti dell’umanità. Nessuno può abbracciare tutto il sapere… Comunque, questi anelli planetari non sono qualcosa di insolito. Quasi tutti i giganti gassosi ne hanno, anche se magari si tratta solo di una sottile striscia di polvere. Ma il sole di Terminus non ha un gigante gassoso vero e proprio nella sua famiglia di pianeti, quindi a meno che non viaggi nello spazio o non abbia seguito un corso universitario di astronomia è difficile che un Terminiano sappia che esistano questi anelli planetari. In ogni modo è insolito trovare un anello sufficientemente ampio da risultare vivido e chiaramente visibile, come questo. È stupendo. Deve avere un’ampiezza di almeno un paio di centinaia di chilometri.

    Al che Pelorat fece schioccare le dita. — Ecco qual era il significato!

    — Che c’è, Pel? — chiese Bliss un po’ allarmata.

    Pelorat rispose: — Una volta ho trovato un frammento poetico molto antico, scritto in una versione arcaica del Galattico di difficile decifrazione ma che costituiva un valido attestato della sua antichità… Certo che non dovrei lamentarmi delle forme arcaiche, vecchio mio… Grazie al mio lavoro sono diventato un esperto di diverse varietà di Galattico Antico, il che è senza dubbio gratificante anche se privo di qualsiasi utilità al di fuori del mio ambito lavorativo, e… Di cosa stavo parlando?

    — Di un vecchio frammento poetico, caro — rispose Bliss.

    — Grazie, Bliss — disse Pelorat. E rivolto a Trevize: — Segue sempre attentamente ciò che dico, per riportarmi in rotta ogni volta che divago… il che succede spessissimo.

    — Fa parte del tuo fascino, Pel — sorrise Bliss.

    Comunque, questo frammento poetico mirava a descrivere il sistema planetario della Terra. Lo scopo mi è ignoto, dato che l’opera completa non esiste più, o almeno, io non sono mai riuscito a rintracciarla. Solo quella parte era arrivata fino a noi, forse per il suo contenuto astronomico. In ogni caso, parlava del triplo anello brillante del sesto pianeta «et amplo et grande, sì che lo mondo dispare a paragone». Vedete, riesco ancora a citare il testo. Non capivo cosa potesse essere l’anello di un pianeta. Ricordo di aver pensato a tre cerchi su un lato del pianeta, tutti in fila. Mi sembrava un’assurdità tale che non l’ho inserita nella mia biblioteca. Mi pento di non avere indagato, adesso. — Pelorat scosse la testa. — Il lavoro del mitologo nella Galassia odierna è un lavoro così solitario… ci si dimentica dei vantaggi delle indagini esterne.

    Trevize cercò di consolarlo dicendo: — Probabilmente hai fatto bene a ignorare la cosa, Janov: è un errore interpretare alla lettera le chiacchiere poetiche.

    — Ma è questo che si voleva indicare — disse Pelorat accennando allo schermo. — Ecco di cosa parlava quella poesia… Tre grandi anelli, concentrici, più ampi del pianeta stesso.

    Trevize disse: — Mai sentita una cosa simile. Non credo che degli anelli planetari possano essere così ampi. Rispetto al pianeta, sono sempre molto stretti.

    — Del resto — osservò Pelorat — non abbiamo mai sentito parlare nemmeno di un pianeta abitabile con un satellite gigantesco, né di uno con la crosta radioattiva. Questa è la terza caratteristica unica: trovando un pianeta radioattivo, che sarebbe altrimenti abitabile, con un enorme satellite e con un altro pianeta del sistema circondato da un anello gigantesco, avremmo la certezza di avere trovato la Terra.

    Trevize sorrise. — Sono d’accordo, Janov. Se troveremo queste tre particolarità, avremo certamente localizzato la Terra.

    — Se! — sospirò Bliss.


    22

    Avevano oltrepassato i mondi principali del sistema planetario, e stavano lanciandosi nello spazio tra i due pianeti più esterni, di modo che ora non ci fosse più alcuna massa significativa nel raggio di un miliardo e mezzo di chilometri. Di fronte a loro c’era solo l’immensa nube cometaria che, gravitazionalmente, era irrilevante.

    La “Far Star” aveva accelerato portandosi a una velocità di 0,1 c, un decimo della velocità della luce. Trevize sapeva benissimo che, in teoria, la nave non avrebbe potuto essere spinta quasi alla velocità della luce, ma sapeva anche che in pratica 0,1 c fosse il limite ragionevole.

    A quella velocità, era possibile evitare qualsiasi oggetto di massa apprezzabile, ma non c’era modo di schivare le innumerevoli particelle di pulviscolo cosmico, né tanto meno gli atomi e le molecole. A velocità elevate, persino i corpi infinitesimali potevano causare dei danni intaccando e graffiando lo scafo. A velocità prossime a quella della luce, ogni atomo che urtasse contro lo scafo possedeva le proprietà di una particella di raggio cosmico. Sotto quella radiazione cosmica penetrante, gli occupanti della nave non sarebbero sopravvissuti a lungo.

    Le stelle lontane non mostravano alcun moto percettibile sullo schermo, ed anche se la nave filava a trentamila chilometri al secondo si aveva una sensazione di immobilità.

    Il computer esplorava lo spazio a grandi distanze per individuare qualsiasi corpo in arrivo, piccolo ma di dimensioni pericolose, che potesse trovarsi su una rotta di collisione, e la nave deviava leggermente per evitarlo, nel caso estremamente improbabile che tale operazione fosse necessaria. Date le dimensioni ridotte di un possibile oggetto in arrivo, la velocità con cui veniva superato, la mancanza di effetti inerziali conseguenti al cambiamento di rotta, era impossibile stabilire se fosse accaduto qualcosa di definibile con l’espressione «scamparla per un pelo».

    Trevize dunque non si preoccupava di certe cose, non ci pensava neppure distrattamente. La sua attenzione era concentrata interamente sulle tre serie di coordinate che Deniador gli aveva fornito, e in particolar modo sulle coordinate che indicavano il punto più vicino a loro.

    — Qualcosa che non va in quelle cifre? — chiese Pelorat ansioso.

    — Non sono ancora in grado di dirlo — rispose Trevize. — Le coordinate, di per se stesse, non sono di alcuna utilità, a meno di non conoscere il punto zero ed i parametri usati per fissarle… la direzione in cui segnare la distanza, per così dire… l’equivalente di un meridiano fondamentale, eccetera eccetera.

    — Come puoi ricavare questi dati? — domandò Pelorat interdetto.

    — Ho ricavato le coordinate di Terminus e di alcuni altri punti noti rispetto a Comporellen. Inserendole nel computer, il computer calcolerà quali debbano essere i parametri di base che le correlano perché Terminus e gli altri punti si trovino in posizione corretta. Sto solo cercando di ordinare le idee per poter programmare adeguatamente il computer: una volta fissati i parametri, le cifre dei Mondi Proibiti potrebbero acquistare un significato.

    — Potrebbero, e basta? — disse Bliss.

    — Potrebbero, e basta, temo — disse Trevize. — Questi sono dati vecchi… comporelliani, probabilmente, ma non ne siamo certi. E se si basassero su parametri di misura diversi?

    — Sì, allora?

    — Allora, questi numeri non avrebbero alcun significato. Ma… non ci resta che scoprirlo.

    Le mani di Trevize si mossero rapide sui tasti lievemente luminosi del computer, fornendogli le informazioni necessarie. Poi Trevize posò le mani sui contorni tracciati sul ripiano della scrivania, ed attese, mentre il computer calcolava i parametri delle coordinate note, si fermava un istante, interpretava le coordinate del Mondo Proibito più vicino tramite gli stessi parametri, e infine confrontava quelle coordinate con la mappa galattica racchiusa nella sua memoria.

    Sullo schermo apparve un campo stellare, che si mosse rapidamente, focalizzandosi. Raggiunta la stasi, si espanse, e le stelle schizzarono lateralmente in ogni direzione, fino a rimanere in numero limitato. Era impossibile seguire con lo sguardo quel cambiamento velocissimo; tutto si riduceva ad un’esplosione di macchioline. Infine sullo schermo restò solo uno spazio di un decimo di parsec su ambedue i lati (stando all’indice graduato sotto lo schermo). Non si verificarono ulteriori cambiamenti, e l’oscurità dello schermo era interrotta soltanto da una mezza dozzina di scintille fioche.

    — Qual è il Mondo Proibito? — chiese Pelorat sottovoce.

    — Nessuno di quelli — rispose Trevize. — Quattro sono nane rosse, una è una nana quasi-rossa, e l’ultima stella è una nana bianca. Tutte stelle che non possono avere nel loro sistema un mondo abitabile.

    — Come fai a capire che siano nane rosse con un semplice sguardo?

    Trevize disse: — Non stiamo guardando delle stelle vere; stiamo guardando un settore della mappa galattica memorizzata nel computer. Ognuna è classificata. Non si vede, e normalmente nemmeno io potrei vedere, ma quando sono in contatto manuale come in questo istante, qualsiasi stella osservi, percepisco una quantità considerevole di dati.

    Il tono desolato, Pelorat disse: — Allora le coordinate sono inutili.

    Trevize lo fissò. — No, Janov. Non ho ancora finito. C’è ancora la questione temporale. Le coordinate del Mondo Proibito risalgono a ventimila anni fa. In questi ventimila anni, sia il Mondo Proibito che Comporellen hanno ruotato attorno al centro della Galassia, e può darsi che ruotino a velocità diverse, e lungo orbite con inclinazioni ed eccentricità differenti. Col trascorrere del tempo, dunque, i due mondi possono essersi avvicinati o allontanati… e in ventimila anni il Mondo Proibito può essersi spostato da mezzo parsec a cinque parsec rispetto alla vecchia posizione. In tal caso non comparirebbe certamente in questo quadrato di un decimo di parsec.

    — Cosa facciamo, allora?

    — Diciamo al computer di spostare la Galassia indietro nel tempo di ventimila anni, in relazione a Comporellen.

    — Può farlo? — chiese Bliss impressionata.

    — Be’, non sposta temporalmente la Galassia vera e propria, però può spostare temporalmente la mappa contenuta nella sua memoria.

    Bliss disse: — E noi vedremo succedere qualcosa?

    — Osserva — rispose Trevize.

    Molto lentamente, le sei stelle scivolarono sullo schermo. Una nuova stella, fino a quel momento invisibile, si insinuò nel campo visivo dal margine sinistro dello schermo, e Pelorat la indicò eccitato. — Ecco! Ecco!

    Trevize intervenne: — Spiacente: un’altra nana rossa. Sono comunissime: almeno tre quarti delle stelle della Galassia sono nane rosse.

    L’immagine sullo schermo si stabilizzò.

    — Be’? — fece Bliss.

    Trevize disse: — Fatto. Questo angolo della Galassia si presentava così ventimila anni fa. Al centro dello schermo c’è il punto dove il Mondo Proibito dovrebbe trovarsi, se si fosse mosso ad una velocità media.

    — Dovrebbe, ma non c’è — sbottò brusca Bliss.

    — Non c’è — convenne Trevize, sorprendentemente tranquillo.

    Pelorat emise un lungo sospiro. — Ah, peccato, Golan.

    — Un attimo, non disperate. Non prevedevo di trovare la stella in quel punto.

    — No? — fece Pelorat sbalordito.

    — No. Vi ho spiegato che questa non sia la Galassia vera e propria, ma la mappa galattica del computer. Se una stella non figura sulla mappa, logicamente non la vediamo. Se quel pianeta viene chiamato “Proibito”, ed è definito così da ventimila anni, era prevedibile che non comparisse nella mappa: infatti, manca, e noi non lo vediamo.

    Bliss commentò: — Forse non lo vediamo perché non esiste. Può darsi che le leggende comporelliane siano false, o che le coordinate siano sbagliate.

    — Verissimo. Comunque, il computer adesso può calcolare quali dovrebbero essere le coordinate attuali, dopo avere individuato il punto dove dovesse trovarsi il Mondo Proibito ventimila anni fa. Usando le coordinate modificate in base al tempo, una correzione possibile solo attraverso l’uso della mappa stellare, ora noi siamo in grado di passare al campo stellare reale della Galassia reale.

    Bliss disse: — Ma tu hai ipotizzato uno spostamento a velocità media per il Mondo Proibito. E se la sua velocità non fosse stata media? Adesso le coordinate non sarebbero esatte, vero?

    — Vero. Ma una correzione basata su una velocità media, quasi certamente, si avvicinerà di più alla posizione effettiva del mondo che non un calcolo privo di correzione temporale.

    — Tu speri! — fece Bliss dubbiosa.

    — Esatto — disse Trevize. — Spero… E adesso diamo un’occhiata alla Galassia reale.

    Pelorat e Bliss osservarono tesi, mentre Trevize (forse per alleviare la sua stessa tensione e rimandare l’attimo cruciale) parlava sottovoce, come se stesse tenendo una lezione.

    — È più difficile osservare la Galassia reale. La mappa del computer è una costruzione artificiale, ed è possibile eliminare i particolari che non interessano. Se c’è una nebulosa che ostruisce la visuale, io posso toglierla; se la prospettiva d’osservazione è inadeguata per i miei scopi, posso cambiare l’angolazione, e via dicendo. Ma la Galassia reale va presa così com’è, e se voglio cambiare qualcosa devo muovermi fisicamente nello spazio, il che richiederà molto più tempo rispetto ad una semplice regolazione della mappa.

    Mentre parlava, lo schermo mostrò un ammasso stellare così ricco di singole stelle da sembrare un mucchio irregolare di polvere.

    — Questa è un’immagine grandangolare di un settore della Galassia, ed io naturalmente voglio un primo piano. Ampliando il primo piano, lo sfondo tenderà a svanire. Il punto indicato dalle coordinate è abbastanza vicino a Comporellen, così dovrei riuscire a evidenziarlo fino ad ottenere con buona approssimazione lo stesso campo visivo che mi dava prima la mappa. Devo solo inserire le istruzioni necessarie… sempre che riesca a mantenere abbastanza a lungo il mio equilibrio mentale. Fatto.

    Il campo stellare si dilatò di colpo, mentre migliaia di stelle sparivano oltre bordi dello schermo, dando agli osservatori una sensazione di movimento talmente reale che tutti e tre si piegarono automaticamente all’indietro, quasi reagendo a un’accelerazione improvvisa.

    Il vecchio campo visivo tornò, non più buio come sulla mappa, ma con le sei stelle nella medesima posizione di prima. E verso il centro c’era adesso un’altra stella, molto più brillante delle altre.

    — Eccolo — mormorò Pelorat intimorito.

    — Può darsi… Il computer registrerà il suo spettro e l’analizzerà. — Una pausa non molto breve, poi Trevize annunciò: — Classe spettrale, G-4, il che lo rende un po’ più debole e piccolo del sole di Terminus, ma molto più vivido del sole di Comporellen. E nessuna stella di classe G dovrebbe mancare dalla mappa galattica del computer. Dal momento che questa manca, mi pare un indizio significativo… forse è proprio il sole attorno al quale ruota il Mondo Proibito.

    Bliss disse: — E se scoprissimo che non ci sia alcun pianeta abitabile che ruoti attorno a questa stella?

    — È possibile. In tal caso, cercheremo di individuare gli altri due Mondi Proibiti.

    Bliss insisté: — E se anche gli altri due saranno falsi allarmi?

    — Allora tenteremo qualcos’altro.

    — Cioè?

    — Mi piacerebbe saperlo — rispose cupo Trevize.


    Parte Terza
    Aurora[3]


    8. Mondo Proibito


    1

    Golan, ti dà fastidio, se guardo? — chiese Pelorat.

    — Niente affatto, Janov — disse Trevize.

    — E se faccio domande?

    — Chiedi pure.

    Pelorat disse: — Cosa stai facendo?

    Trevize staccò lo sguardo dallo schermo. — Devo misurare la distanza delle stelle che sullo schermo sembrano vicine al Mondo Proibito, così da poter determinare la loro effettiva vicinanza. Bisogna conoscere i loro campi gravitazionali, per cui mi occorrono la massa e la distanza. Senza questi dati, non avremmo la certezza di effettuare un balzo preciso.

    — Come procedi?

    — Be’, ogni stella che vedo ha coordinate proprie nella memoria del computer, coordinate che si possono trasformare in altre coordinate inserite nel sistema comporelliano. Si può inoltre apportare un’altra lieve correzione tenendo conto delle posizioni della “Far Star” rispetto al sole di Comporellen, ed in questo modo otteniamo la distanza di ogni stella. Quelle nane rosse sembrano tutte piuttosto vicine al Mondo Proibito, sullo schermo, però alcune potrebbero essere molto più vicine di quel che sembra, e alcune altre molto più lontane. A noi serve la loro posizione tridimensionale.

    Pelorat annuì e disse: — Ed hai già le coordinate del Mondo Proibito…

    — Sì, ma non è sufficiente. Mi occorrono le distanze delle altre stelle entro un certo limite di approssimazione. La loro intensità gravitazionale nei pressi del Mondo Proibito è talmente piccola che un lieve errore non avrebbe ripercussioni apprezzabili. Il sole attorno al quale ruota, forse, il Mondo Proibito possiede un campo gravitazionale intensissimo nei pressi del Mondo Proibito, per cui devo sapere la sua distanza con una precisione mille volte maggiore di quella delle altre stelle. Le coordinate da sole non bastano.

    — Poi cosa fai?

    — Misuro la distanza apparente del Mondo Proibito, o meglio della sua stella, da tre stelle del settore che siano talmente fioche da richiedere un ingrandimento considerevole per risultare visibili. In teoria, quelle tre stelle dovrebbero essere lontanissime. Poi centriamo sullo schermo una delle tre stelle ed effettuiamo un balzo di un decimo di parsec in una direzione perpendicolare alla linea visiva del Mondo Proibito. Possiamo farlo senza pericolo anche senza sapere le distanze delle stelle relativamente lontane.

    «La stella di riferimento sarà ancora centrata dopo il Balzo. Le altre due stelle lontane, se tutte e tre sono davvero a grande distanza, non cambieranno posizione, se non impercettibilmente. Il Mondo Proibito invece è abbastanza vicino per cui la sua posizione cambierà sulla scala parallattica. Dall’entità dello spostamento possiamo quindi determinare la sua distanza. Volendo essere ulteriormente sicuri, si scelgono altre tre stelle e si riprova.

    — Quanto tempo richiede tutta questa operazione? — chiese Pelorat.

    — Non molto. Provvede a tutto il computer: io gli dico solo cosa fare. Però devo assolutamente impiegare un po’ di tempo per studiare i risultati ed assicurarmi che siano esatti, e che le mie istruzioni siano corrette. Se fossi uno di quei temerari che si fidano ciecamente di sé e del computer di bordo, si potrebbe sbrigare tutto in pochi minuti.

    Pelorat commentò: — Sorprendente. Pensa a quante cose fa per noi il computer!

    — Ci penso continuamente.

    — Cosa faresti senza il computer?

    — Cosa farei senza una nave gravitazionale? Cosa farei senza il mio addestramento astronautico? Cosa farei se non avessi alle spalle ventimila anni di tecnologia iperspaziale? Il fatto è che io sono quel che sono… qui… adesso. Proviamo a immaginare di trovarci nel futuro, tra ventimila anni. Chissà che meraviglie tecnologiche dovremmo ringraziare? O tra ventimila anni non esisterà più l’umanità?

    — Improbabile — rispose Pelorat. — Improbabile che non esista più. Anche se non diventeremo Galaxia, avremo ancora la Psicostoria a guidarci.

    Trevize si girò sulla poltroncina, interrompendo il contatto manuale col computer. — Lasciamo che calcoli le distanze e che esegua i controlli necessari. Non c’è fretta. — Guardò Pelorat con espressione interrogativa e disse: — La Psicostoria ! Sai, Janov, su Comporellen questo argomento è venuto a galla due volte, e due volte è stato descritto come una superstizione. Una volta da me, poi da Deniador. Dopo tutto, come si può definire la Psicostoria se non come una superstizione della Fondazione? È una credenza priva di qualsiasi prova concreta, no? Che ne pensi, Janov? Questo è il tuo campo, non il mio.

    Pelorat disse: — Perché dici che non ci sono prove, Golan? Il simulacro di Hari Seldon è apparso nella Volta del Tempo molte volte ed ha illustrato gli eventi che in seguito si sarebbero verificati. Nella sua epoca, non avrebbe potuto conoscere il corso degli eventi, se non fosse stato in grado di predirli psicostoricamente.

    Trevize annuì. — È un fatto che colpisce. Si sbagliava riguardo il Mulo, ma malgrado questo, rimane un fatto che colpisce. Eppure, ha un che di magico che lascia perplessi. Qualsiasi prestigiatore è in grado di fare dei trucchi.

    — Nessun prestigiatore è in grado di predire il futuro con secoli di anticipo.

    — Nessun prestigiatore è in grado di fare realmente quello che dà l’impressione di fare.

    — Via, Golan, non riesco a pensare ad alcun trucco che mi permetta di predire quello che accadrà tra cinque secoli.

    — Non riusciresti a pensare nemmeno a un trucco che permetta a un illusionista di leggere un messaggio nascosto in uno pseudo-cubo quadridimensionale a bordo di un satellite orbitale automatico. Eppure, io l’ho visto fare da un illusionista. Non hai mai pensato che la Capsula del Tempo ed il simulacro di Hari Seldon potrebbero essere manovrati dal Governo?

    Pelorat assunse un’espressione di disgusto. — Non farebbero mai una cosa del genere!

    Trevize sbuffò sprezzante.

    — E se ci provassero, li scoprirebbero — aggiunse Pelorat.

    — Non ne sono tanto sicuro. Comunque, il fatto è che non sappiamo come funzioni la Psicostoria.

    — Be’, io non so come funzioni questo computer, però so che funziona.

    — Perché altri sanno come funzioni. E se nessuno conoscesse il suo funzionamento, allora? Se cessasse di funzionare per un motivo o per l’altro, non sapremmo proprio come intervenire. E se tutt’a un tratto la Psicostoria cessasse di funzionare…

    — I membri della Seconda Fondazione conoscono i meccanismi della Psicostoria.

    — Chi te lo dice, Janov?

    — Si dice.

    — Si può dire qualsiasi cosa… Ah, abbiamo la distanza della stella del Mondo Proibito… precisissima, spero. Diamo un occhiata ai dati.

    Trevize li studiò a lungo, muovendo di tanto in tanto le labbra, quasi stesse eseguendo qualche calcolo mentalmente. Infine, senza alzare lo sguardo, chiese: — Che sta facendo Bliss?

    — Dorme, vecchio mio — rispose Pelorat. Poi, di colpo sulla difensiva soggiunse: — Bliss ha un grande bisogno di sonno, Golan. Restare parte di Gaia attraverso l’iperspazio le costa un dispendio notevole di energia.

    — Lo immagino — disse Trevize, girandosi verso il computer. Posò le mani sulla scrivania e mormorò: — Effettueremo numerosi Balzi, ed ogni volta il computer controllerà. — Quindi, tornò a staccare le mani e disse: — Seriamente, Janov. Cosa sai della Psicostoria?

    Pelorat parve sorpreso. — Nulla. Essere uno storico, come me, è diversissimo dall’essere uno psicostorico… Certo, conosco i due princìpi fondamentali della Psicostoria, ma quelli li conoscono tutti.

    — Già, persino io li conosco. Il primo assioma afferma che il numero di esseri umani oggetto dell’indagine debba essere abbastanza grande da permettere un grande esame statistico valido. Ma cosa vuol dire “abbastanza grande”?

    Pelorat disse: — L’ultima stima della popolazione galattica si aggira sui dieci quadrilioni, e probabilmente è una valutazione per difetto. Mi pare che questo sia un numero abbastanza grande.

    — Chi te lo dice? Come lo sai?

    — Lo so, perché la Psicostoria funziona, Golan. Per quanto si voglia insistere con la logica, funziona.

    — Ed il secondo assioma afferma che gli esseri umani non debbano essere consapevoli della Psicostoria, in modo che la conoscenza non condizioni le loro reazioni… Ma gli esseri umani sono consapevoli dell’esistenza della Psicostoria.

    — Solo della sua esistenza, vecchio mio: non è questo che conta. Il secondo assioma afferma che gli esseri umani non debbano essere consapevoli delle predizioni della Psicostoria, ed infatti non lo sono… i membri della Seconda Fondazione invece devono esserne al corrente, ma loro rappresentano un caso particolare.

    — E partendo da questi due soli assiomi è stata elaborata la scienza della Psicostoria: si stenta a crederlo.

    — Non partendo da questi due soli assiomi — replicò Pelorat. — Ci sono anche teorie matematiche superiori e raffinati metodi statistici. Stando al racconto tradizionale, Hari Seldon creò la Psicostoria prendendo come modello la teoria cinetica dei gas. Ogni atomo o molecola di un gas si muove a caso, quindi non possiamo conoscere né la velocità né la posizione di questi atomi. Però, usando il metodo statistico, possiamo estrapolare le regole che governino il loro comportamento generale, con precisione notevole. Allo stesso modo, Seldon intendeva estrapolare il comportamento generale delle società umane anche se le soluzioni non sarebbero state applicabili al comportamento dei singoli esseri umani.

    — Può darsi… ma gli esseri umani non sono atomi.

    — È vero — annuì Pelorat. — Un essere umano possiede la coscienza, ed il suo comportamento è abbastanza complesso da indurre a credere che esista il libero arbitrio. Non ho idea di come si sia regolato Seldon, e sicuramente non capirei anche se qualcuno cercasse di spiegarmi… comunque, Seldon ci è riuscito.

    Trevize disse: — E perché l’intera costruzione si regga in piedi è necessario che consideri gli esseri umani in base al loro numero e alla loro inconsapevolezza. Non ti sembrano delle fondamenta un po’ traballanti per una struttura matematica così imponente? Se non si soddisfano pienamente queste due premesse, tutto quanto crolla.

    — Ma dal momento che il Piano non è crollato…

    — O se i requisiti di base non sono del tutto falsati od inadeguati, ma semplicemente più deboli del dovuto, la Psicostoria funzionerà forse per qualche secolo e poi, raggiungendo una particolare crisi, crollerà… come si è verificato temporaneamente all’epoca del Mulo… E se poi esistesse un terzo requisito di base?

    — Che terzo requisito? — chiese Pelorat corrugando leggermente la fronte.

    — Non lo so — rispose Trevize. — Un’argomentazione può sembrare perfettamente logica e completa, e contenere tuttavia presupposti impliciti. Forse il terzo requisito è un presupposto talmente scontato che nessuno pensi mai di citarlo.

    — Un presupposto tanto scontato di solito possiede una certa validità, o non sarebbe tanto scontato.

    Trevize sbuffò. — Se tu conoscessi la storia scientifica come conosci quella tradizionale, Janov, capiresti la portata di un simile errore d’impostazione… Ma vedo che siamo in prossimità del sole del Mondo Proibito.

    Infatti, sullo schermo si notava ora una stella molto luminosa… talmente luminosa che lo schermo filtrava automaticamente la sua luce, arrivando addirittura a far scomparire tutte le altre stelle.


    2

    I servizi igienici sulla “Far Star” erano angusti, e l’uso dell’acqua veniva sempre limitato entro un limite ragionevole per non sovraccaricare gli impianti di riciclaggio. Trevize lo aveva ricordato spesso con severità a Pelorat e Bliss.

    Malgrado ciò, Bliss aveva sempre un aspetto fresco, ed i suoi lunghi capelli neri erano immancabilmente lucenti, come le sue unghie.

    Bliss entrò nella sala comandi e disse: — Eccovi qui!

    Trevize sollevò lo sguardo. — Non mi pare il caso di stupirsi. Non possiamo certo abbandonare la nave, ed una ricerca di pochi secondi ti avrebbe rivelato per forza la nostra posizione sulla nave, anche se non fosse riuscita a individuare mentalmente la nostra presenza.

    Bliss ribatté: — L’espressione era semplicemente una forma di saluto, da non prendere alla lettera, come sicuramente sai… Be’, dove siamo?… E non dirmi: «Nella sala comandi».

    — Bliss, cara — disse Pelorat tendendo un braccio — siamo alla periferia del sistema planetario del più vicino dei tre Mondi Proibiti.

    Bliss gli si affiancò, posandogli una mano sulle spalle, mentre lui le cingeva la vita. — Non può essere tanto Proibito: nulla ci ha ostacolato.

    Trevize disse: — È Proibito solo perché Comporellen e gli altri mondi della seconda ondata di colonizzazione hanno volontariamente dichiarato zona vietata i mondi della prima ondata, cioè quelli degli Spaziali. Visto che noi non ci sentiamo in obbligo di rispettare quell’accordo, cos’altro potrebbe ostacolarci?

    — Gli Spaziali, ammesso che ne siano rimasti, a loro volta potrebbero aver dichiarato zona vietata i mondi della seconda ondata. D’accordo, noi ci spingiamo nella loro zona senza problemi, ma non è detto che loro gradiscano l’intrusione.

    — Vero — ammise Trevize. — Sempre che esistano. Ma per ora non sappiamo nemmeno se qui ci sia un pianeta abitabile. Per ora, vediamo solo i soliti giganti gassosi. Due, per la precisione, e di dimensioni non eccezionali.

    Pelorat si affrettò a intervenire. — Ma questo non significa che il mondo degli Spaziali non esista. Un pianeta abitabile deve essere molto più vicino al sole e molto più piccolo, e difficile da individuare nel riflesso solare a questa distanza. Per individuare un pianeta che presenti date caratteristiche dovremo addentrarci nel sistema effettuando dei microbalzi. — Sembrava piuttosto orgoglioso di parlare come un esperto navigatore dello spazio.

    — Allora perché non ci addentriamo? — fece Bliss.

    — No, non ancora — rispose Trevize. — Il computer sta cercando entro un raggio il più ampio possibile eventuali segni di strutture artificiali. Avanzeremo a tappe, anche una dozzina se necessario, controllando ad ogni tappa. Questa volta non voglio ritrovarmi intrappolato come quando ci siamo avvicinati a Gaia. Ricordi, Janov?

    — Le trappole come quella, ben vengano: la trappola di Gaia mi ha fatto incontrare Bliss. — Pelorat guardò la giovane con affetto.

    Trevize sogghignò. — Speri di incontrare una nuova Bliss ogni giorno?

    Pelorat sembrò offeso, e Bliss replicò lievemente seccata: — Mio caro amico… o qualunque sia il modo in cui Pel continua a chiamarti… potresti benissimo avanzare più in fretta. Finché ci sono io con te, non ti ritroverai intrappolato.

    — Il potere di Gaia?

    — Di captare la presenza di altre menti? Certo.

    — Sicura di essere abbastanza forte, Bliss? Mi è parso di capire che devi dormire parecchio per riacquistare le energie spese per mantenere il contatto con il corpo complessivo di Gaia. Fino a che punto posso contare sulle tue capacità, probabilmente limitate, a questa distanza dalla fonte?

    Bliss arrossì. — La forza del collegamento è notevole.

    — Non offenderti. Sto solo chiedendo… Non ti pare uno svantaggio della tua natura gaiana? Io non sono Gaia, sono un individuo completo ed indipendente. Il che significa che posso allontanarmi quanto voglio dal mio mondo e dalla mia gente, e rimanere Golan Trevize. Le capacità che possiedo, continuo a possederle, immutate, ovunque vada. Se fossi solo nello spazio, a parsec di distanza da qualsiasi essere umano, e senza la possibilità, per qualche motivo, di comunicare in alcun modo con chicchessia, senza poter vedere nemmeno la scintilla di una stella nel cielo, sarei e rimarrei sempre Golan Trevize. Forse non riuscirei a sopravvivere, morirei, però morirei come Golan Trevize.

    Bliss replicò: — Solo nello spazio e lontano da tutti gli altri, non saresti in grado di chiedere l’aiuto dei tuoi compagni, non potresti contare sulle loro molteplici capacità e conoscenze. Solo, come individuo isolato, saresti tristemente limitato rispetto al tuo ruolo di individuo inserito in una società organizzata. Non puoi negarlo.

    Trevize disse: — Non sarebbe comunque una limitazione grave come nel tuo caso. Tra te e Gaia c’è un legame molto più forte di quello esistente tra me e la mia società, e tale legame si estende attraverso l’iperspazio e richiede un dispendio di energia per essere mantenuto, per cui tu senza dubbio ansimerai mentalmente per lo sforzo, e ti sentirai una parte limitata molto più di quel che potrei sentirmi io.

    La faccia di Bliss assunse un’espressione dura, e per un attimo Bliss non sembrò più giovane come prima, o meglio divenne una persona senza età… più Gaia che Bliss, quasi a confutare l’affermazione di Trevize. Disse: — Anche se quel che sostieni fosse vero… e può darsi che sia così fino ad un certo punto, ma non oltre… anche se quel che sostieni fosse vero, ti aspetti forse che quando si guadagni un beneficio non ci sia alcun prezzo da pagare? Non è meglio essere una creatura a sangue caldo come te che una creatura a sangue freddo come un pesce o che so io?

    Pelorat intervenne: — Le tartarughe hanno il sangue freddo. Su Terminus non ci sono, però su certi mondi sì. Sono creature col guscio, che si muovono lentissimamente, ma molto longeve.

    — Be’, non è meglio essere un uomo che una tartaruga; muoversi velocemente indipendentemente dalla temperatura piuttosto che muoversi lentamente? Non è meglio sostenere attività ad alto dispendio energetico, muscoli scattanti, fibre nervose efficienti, processi di pensiero intensi e prolungati… che strisciare lentamente, percepire in modo vago, possedere una consapevolezza offuscata dell’ambiente circostante? Non è preferibile?

    — Certo — rispose Trevize. — Certo che è preferibile. E con questo?

    — Be’, non lo sai che devi pagare un prezzo se sei una creatura a sangue caldo? Per mantenere la tua temperatura al di sopra di quella ambientale, devi spendere molta più energia di una tartaruga. Devi mangiare quasi in continuazione per poter riversare nel corpo nuova energia e sostituire subito quella che hai utilizzato. Moriresti di fame più rapidamente di una tartaruga… e muori di sicuro prima di una tartaruga. Preferiresti essere una tartaruga e vivere lentamente e più a lungo? O preferisci pagare un certo prezzo ed essere un organismo pensante, dai movimenti rapidi, dalle percezioni pronte?

    — È un’analogia pertinente, Bliss?

    — No, Trevize, perché la situazione di Gaia è più favorevole. Quando siamo uniti non spendiamo quantità di energia eccessive. Solo quando una parte di Gaia è a distanze iperspaziali dal resto di Gaia l’utilizzo di energia aumenta… E ricorda che quello per cui tu hai optato non è semplicemente una Gaia più grande, un mondo individuale più grande. Tu hai scelto Galaxia, un vasto complesso di mondi. In qualsiasi punto della Galassia, farai parte di Galaxia e sarai attorniato da parti di qualcosa che si estende da ogni atomo interstellare fino al buco nero centrale. Per rimanere parte dell’intero saranno necessarie solo piccole quantità di energia. Nessuna parte sarà troppo lontana dalle altre. È questo che hai scelto, Trevize: come puoi dubitare della bontà della tua decisione?

    Trevize aveva la testa piegata, era immerso nei propri pensieri. Infine alzò lo sguardo e disse: — Può darsi che abbia scelto bene, però devo esserne convinto. La decisione che ho preso è la più importante della storia dell’umanità, e non è sufficiente che si tratti di una buona decisione. Io devo esserne certo… devo saperlo che si tratta di una decisione valida.

    — Dopo quel che ti ho detto, cos’altro ti occorre?

    — Non lo so, ma lo troverò sulla Terra — rispose Trevize con estrema convinzione.

    Pelorat si intromise. — Golan, vicino alla stella si vede un disco.

    Infatti… Il computer, impegnato a svolgere le proprie mansioni e per nulla disturbato dalle discussioni che fervevano nelle immediate vicinanze, aveva proseguito in direzione della stella a tappe, e aveva raggiunto la distanza programmata da Trevize.

    Erano tuttora all’esterno del piano planetario, ed il computer divise lo schermo per mostrare separatamente i tre pianeti interni.

    Era quello più interno ad avere una temperatura di superficie a livelli dell’acqua liquida, ed un’atmosfera di ossigeno. Trevize attese che la sua orbita fosse calcolata, e la prima stima approssimativa gli sembrò promettente. Lasciò che i rilevamenti continuassero, perché osservando più a lungo il moto planetario si sarebbe ottenuto un calcolo più preciso dei suoi elementi orbitali.

    Calmo, Trevize annunciò: — C’è un pianeta abitabile in vista… molto probabilmente abitabile.

    — Ah! — L’espressione solenne di Pelorat assunse, per quanto possibile, una sfumatura deliziata.

    — Però, temo che non ci sia alcun satellite gigantesco — aggiunse Trevize. — Anzi, finora non è stato individuato alcun satellite: non è la Terra, quindi. Almeno, non è la Terra, se stiamo alla tradizione.

    — Non tormentarti per questo, Golan — disse Pelorat. — Quando ho visto che nessuno dei due giganti gassosi avesse un sistema di anelli insolito, mi è subito nato il sospetto che non avremmo trovato la Terra qui.

    — Benissimo, allora. A questo punto dobbiamo scoprire la natura delle forme di vita che si trovino sul pianeta. Data la presenza di un’atmosfera d’ossigeno, possiamo essere assolutamente certi dell’esistenza di forme di vita vegetale, ma…

    — Anche forme di vita animale — disse d’un tratto Bliss. — Ed in gran quantità.

    — Cosa? — Trevize si girò di scatto.

    — La percepisco. Solo debolmente data la distanza, però il pianeta non solo è indiscutibilmente abitabile… È pure abitato.


    3

    La “Far Star” era in orbita polare attorno al Mondo Proibito, ad una distanza sufficiente a mantenere il periodo orbitale leggermente superiore ai sei giorni. Sembrava che Trevize non avesse alcuna fretta di abbandonare l’orbita.

    — Poiché il pianeta è abitato — spiegò — e poiché, stando a Deniador, un tempo era abitato da esseri umani tecnologicamente avanzati che rappresentavano la prima ondata di Coloni, i cosiddetti Spaziali, può darsi che i suoi abitanti siano ancora tecnologicamente avanzati e non abbiano un atteggiamento amichevole nei confronti di gente come noi, appartenente alla seconda ondata che li ha spodestati. Mi piacerebbe che uscissero allo scoperto, così potremmo scoprire qualcosa sul loro conto prima di rischiare un atterraggio.

    — Forse non sanno che siamo qui — disse Pelorat.

    — Noi lo sapremmo, se i ruoli fossero invertiti. Quindi devo presumere che se esistono è probabile che cerchino di mettersi in contatto con noi. Potrebbero addirittura affrontarci ed attaccarci.

    — Ma se fossero tecnologicamente avanzati e ci attaccassero, forse noi saremmo impotenti e non…

    — Lo ritengo impossibile — l’interruppe Trevize. — Il progresso tecnologico non è necessariamente omogeneo. Può darsi che in certi campi siano di gran lunga superiori a noi, ma è chiaro che non lo siano nel volo interstellare. Siamo stati noi, non loro, a colonizzare la Galassia, e in tutta la storia dell’Impero, che io sappia, non hanno mai lasciato i loro mondi e non ci hanno mai rivelato la loro presenza. Se non hanno viaggiato nello spazio, non possono avere compiuto seri progressi nell’astronautica. In tal caso, è impossibile che dispongano di una nave gravitazionale. In pratica siamo disarmati, certo, ma anche se ci inseguissero con una nave da guerra non riuscirebbero mai a raggiungerci… No, non saremmo affatto impotenti.

    — Potrebbero essere progrediti nella mentalica. Forse il Mulo era uno Spaziale…

    Trevize scrollò le spalle irritato. — Il Mulo non può essere tutto. I gaiani l’hanno descritto come un Gaiano anormale. Si è anche detto che fosse un mutante accidentale…

    Pelorat intervenne: — Volendo, si è anche ipotizzato… una ipotesi che non è mai stata presa in seria considerazione, sia chiaro… si è anche ipotizzato che fosse un manufatto meccanico: un robot, in altre parole, sebbene non sia stato usato questo termine.

    — Se ci sarà qualcosa che sembrerà mentalmente pericolosa, dovremo fare affidamento su Bliss perché la neutralizzi. Bliss è in grado di… A proposito, dorme, adesso?

    — Dormiva, ma stava agitandosi quando sono uscito.

    — Si agitava, eh? Be’, dovrà svegliarsi in fretta se succederà qualcosa. Pensaci tu, Janov.

    — Certo, Golan.

    Trevize tornò a dedicare la propria attenzione al computer. — Una cosa che mi impensierisce sono le stazioni d’ingresso. Di solito, sono un segno sicuro che indichi su un pianeta la presenza di esseri umani tecnologicamente avanzati. Ma queste…

    — C’è qualcosa che non va in queste?

    — Parecchie cose. In primo luogo, sono molto antiquate: potrebbero avere alcune migliaia d’anni. Inoltre, non ci sono radiazioni, a parte le termiche.

    — Cosa sono le termiche?

    — Ogni oggetto più caldo dell’ambiente circostante emette radiazioni termiche. È un marchio tipico universale, e consiste in una larga banda di irraggiamento che segue uno schema fisso in relazione alla temperatura. È appunto questo che le stazioni d’ingresso stanno emettendo. Se ci sono congegni funzionanti costruiti dall’uomo a bordo di quelle stazioni, deve esserci per forza una perdita di radiazioni che non siano termiche. Dal momento che sono presenti solo quelle termiche, possiamo presumere che le stazioni siano vuote, forse da migliaia di anni, o che siano occupate da persone in possesso di una tecnologia avanzatissima in questo settore, talmente avanzata che non si registra alcuna fuga di radiazioni.

    — Forse — disse Pelorat — il pianeta ha un alto grado di civiltà, ma le stazioni sono deserte perché il pianeta è evitato da tanto tempo dai Coloni della nostra specie che i suoi abitanti non si aspettano più visite da parte di estranei.

    — Può darsi… O può darsi che sia un tranello.

    Bliss entrò, e Trevize notandola con la coda dell’occhio disse burbero: — Sì, eccoci qua.

    — Vedo — disse Bliss. — E sempre sulla stessa orbita. Vedo anche questo.

    Pelorat si affrettò a spiegare: — Golan sta agendo con prudenza, cara. Pare che le stazioni d’ingresso siano deserte, e non siamo sicuri del significato di questo fatto.

    — Non c’è motivo di preoccuparsi — fece Bliss indifferente. — Non ci sono segni di vita intelligente avvertibili sul pianeta attorno a cui siamo in orbita.

    Trevize la fissò esterrefatto. — Cosa stai dicendo? Avevi detto…

    — Ho detto che c’erano forme di vita animale sul pianeta, e ci sono infatti, ma dovresti saperlo che l’espressione vita animale non comprende necessariamente gli esseri umani.

    — Perché non l’hai detto subito quando hai rilevato la presenza di forme di vita animale?

    — Perché a quella distanza non ero in grado di stabilirlo. Riuscivo a stento a captare l’inconfondibile flusso dell’attività neurale animale, ma data l’intensità minima non avrei saputo distinguere una farfalla da un essere umano.

    — E adesso?

    — Adesso siamo molto più vicini, ed anche se credevi che io dormissi… no, non dormivo, od almeno, ho dormito solo un po’. Per usare un termine improprio, stavo ascoltando sforzandomi il più possibile per cogliere qualsiasi segno di attività mentale abbastanza complesso da rilevare la presenza di esseri intelligenti.

    — E non hai captato alcun segno di intelligenza?

    — Se non capto nulla a questa distanza, è impossibile che ci siano più di poche migliaia di esseri umani sul pianeta — rispose cauta Bliss. — Se ci avviciniamo, potrò fornire una stima più precisa.

    — Be’, allora il discorso cambia — disse Trevize, un po’ confuso.

    — Credo proprio. — Bliss aveva un’aria chiaramente assonnata, e sembrava piuttosto suscettibile. — A questo punto puoi lasciar perdere tutte le analisi delle radiazioni, e tutte le tue deduzioni ed i tuoi ragionamenti, e chissà che altro. I miei sensi gaiani svolgono il lavoro con maggiore efficienza e affidabilità. Forse adesso capirai cosa voglia dire quando sostengo che sia meglio essere un Gaiano che un Isolato.

    Trevize attese prima di ribattere, evidentemente nel tentativo di soffocare una reazione rabbiosa. Quando parlò, il suo tono era garbato, quasi formale. — Ti sono grato per le informazioni. Comunque, per ricorrere ad un’analogia, dovresti renderti conto che la prospettiva di migliorare il mio olfatto non sarebbe una motivazione sufficiente ad indurmi a rinunciare alla mia natura umana per diventare un segugio.


    4

    Ora vedevano il Mondo Proibito, attraversando l’atmosfera dopo avere superato lo strato di nubi. Aveva un aspetto curioso… sembrava un mondo rosicchiato dalle tarme.

    Le regioni polari erano ghiacciate, com’era lecito aspettarsi, ma non eccessivamente estese. Le regioni montuose erano spoglie, con ghiacciai sparsi, ed anch’esse non erano granché come estensione. C’erano piccole aree desertiche, ben distribuite.

    Mettendo da parte questi aspetti, il pianeta era potenzialmente bello. Le sue aree continentali erano ampie ma sinuose, formando lunghi litorali e distese pianeggianti costiere di dimensioni ragguardevoli. C’erano tratti lussureggianti di foreste tropicali e temperate, delimitate da praterie… eppure, in complesso, l’aspetto tarmato del pianeta era più che evidente.

    Disseminate tra le foreste c’erano aree semi-brulle, e le praterie erano punteggiate di zone aride.

    — Una malattia della vegetazione? — si chiese Pelorat a voce alta.

    — No — disse Bliss lentamente. — Qualcosa di peggio di una malattia, e più permanente.

    — Ho visto diversi mondi — osservò Trevize — però non ho mai visto nulla del genere.

    — Ho visto pochissimi mondi — disse Bliss — ma incarno il pensiero di Gaia, e questo è il modo in cui si riduce un mondo da cui l’umidità sia scomparsa.

    — Perché? — domandò Trevize.

    — Rifletti — disse Bliss aspra. — Nessun mondo abitato ha un vero equilibrio ecologico. La Terra doveva averne uno, in origine, perché se è il mondo su cui si è evoluta l’umanità, devono esserci state lunghe ere in cui l’umanità non esistesse… né l’umanità né qualsiasi altra specie capace di creare una tecnologia avanzata e di modificare l’ambiente. Quindi, deve esserci stato un equilibrio naturale… mutevolissimo, ovviamente. Su tutti gli altri mondi abitati, comunque, gli esseri umani hanno trasformato meticolosamente, hanno terraformato, il loro nuovo ambiente ed introdotto la vita vegetale e animale… ma questo sistema ecologico non può essere che squilibrato. Avrà solo un numero limitato di specie, solo quelle specie volute dagli esseri umani, o che non era possibile fare a meno di introdurre…

    Pelorat disse: — Sai cosa mi ricorda questo fatto?… Scusa se ti interrompo, Bliss, ma è una cosa talmente calzante che devo assolutamente raccontarla intanto che mi ricordo… C’è un vecchio mito della creazione, in cui mi sono imbattuto una volta… un mito in cui si formava la vita su un pianeta, e questa vita era costituita solo da un numero limitato di specie, solo le specie utili o gradite all’umanità. I primi esseri umani poi fecero qualcosa di sciocco… non importa cosa, perché quei vecchi miti di solito sono simbolici e se li si prende alla lettera confondono solo le idee… be’, fecero qualcosa di sciocco, ed il suolo del pianeta fu maledetto… «Spini, e rovi pur, esso genererà per voi», ecco qual era la maledizione, anche se il verso suona molto meglio nel Galattico arcaico in cui era scritto… L’interrogativo, comunque, è: era davvero una maledizione? Le cose che gli esseri umani non vogliono o non apprezzano, come i rovi e le spine, potrebbero essere necessarie all’equilibrio ecologico.

    Bliss sorrise. — È sorprendente, Pel… tutto ti ricorda qualche leggenda, e come sono illuminanti a volte! Gli esseri umani terraformando un mondo, lasciano fuori i rovi e le spine, qualunque cosa rappresentino, e poi devono impegnarsi e faticare se vogliono che il mondo mantenga la sua efficienza. Non è infatti un organismo indipendente ed autosufficiente come Gaia, è invece un insieme miscellaneo di Isolati, e questo insieme non è abbastanza versatile da far sì che l’equilibrio ecologico si mantenga a tempo indeterminato. Se l’umanità scompare, se viene a mancare una guida, il modello di vita del mondo comincia inevitabilmente a disgregarsi. Il pianeta si sforma… si sterraforma.

    Trevize disse scettico: — Se è questo il fenomeno che stiamo osservando, be’, non avviene tanto rapidamente. Può darsi che questo mondo sia privo di esseri umani da ventimila anni, eppure per lo più sembra ancora un sistema fiorente.

    — Certo — disse Bliss — dipende dall’equilibrio ecologico iniziale. Partendo da un buon equilibrio ecologico il pianeta può anche durare a lungo senza esseri umani. In fin dei conti, anche se rapportati all’uomo sono moltissimi, ventimila anni sono un lasso di tempo brevissimo a livello di vita planetaria.

    Fissando lo schermo, Pelorat osservò: — Dal momento che questo pianeta sta degenerando, mi pare che possiamo concludere che gli esseri umani siano scomparsi.

    Bliss disse: — Continuo a non captare alcuna attività mentale di tipo umano. Sì, immagino che il pianeta sia tranquillamente privo di esseri umani. C’è il ronzio costante dei livelli di coscienza inferiori, comunque… livelli sufficientemente alti da indicare la presenza di uccelli e mammiferi. Ma anche se il pianeta si stia sformando, non è una prova sufficiente della mancanza degli esseri umani. Un pianeta potrebbe deteriorarsi nonostante la presenza degli esseri umani, se la società stessa fosse anormale e non capisse l’importanza della conservazione ambientale.

    — Una società del genere verrebbe distrutta rapidamente — commentò Pelorat. — Mi sembra impossibile che gli esseri umani non afferrino l’importanza della conservazione dei fattori che li mantengano in vita.

    Bliss replicò: — Io non ho la tua stessa fiducia nella ragione umana, Pel. In una società planetaria composta di Isolati, mi sembra che le preoccupazioni locali e persino individuali possano facilmente soffocare le esigenze planetarie.

    — Mi associo a Pelorat — intervenne Trevize. — Lo ritengo inconcepibile. E dal momento che ci sono migliaia di mondi abitati dall’umanità e nessuno si sia deteriorato a livelli catastrofici, forse i tuoi timori riguardo l’Isolatismo sono eccessivi.

    La nave uscì dall’emisfero diurno ed entrò in quello notturno. L’effetto fu quello di un crepuscolo repentino, seguito dal buio più assoluto, interrotto solo dalle stelle che occhieggiavano nei tratti dove il cielo era limpido.

    La nave si manteneva in quota controllando accuratamente la pressione atmosferica e intensità gravitazionale. Erano a un’altezza troppo grande per urtare qualche massiccio montuoso, dato che la formazione dei rilievi sul pianeta era avvenuta moltissimo tempo prima. Ma il computer tastava ugualmente il terreno con le sue microonde, per maggior sicurezza.

    Trevize scrutò l’oscurità vellutata e disse pensoso: — Il segno più convincente dell’abbandono di questo pianeta secondo me è l’assenza di luci nel lato notturno. Una società tecnologica non riuscirebbe a vivere nell’oscurità… Non appena raggiungeremo il lato diurno, scenderemo.

    — A che scopo? — chiese Pelorat. — Non c’è nulla laggiù.

    — E chi l’ha detto?

    — Bliss. Ed anche tu.

    — No, Janov. Io ho detto che non ci sono radiazioni di origine tecnologica, e Bliss ha detto che non c’è traccia di attività mentale umana, ma questo non significa che non ci sia proprio nulla. Anche se sul pianeta non ci siano esseri umani, ci saranno sicuramente dei resti. Io sono in cerca di informazioni, Janov, e le rovine di un apparato tecnologico potrebbero indicarci la strada giusta da seguire.

    — Dopo ventimila anni? — sbottò Pelorat con voce stridula. — Secondo te, cosa può essere rimasto dopo ventimila anni? Non troveremo alcun film, alcun testo stampato, alcun documento… il metallo sarà arrugginito, il legno sarà marcito, la plastica si sarà sbriciolata… Persino le pietre saranno sbriciolate e corrose.

    — Forse non sono passati ventimila anni — replicò paziente Trevize. — Io ho parlato di ventimila anni come probabile periodo di abbandono del pianeta perché stando alla leggenda comporelliana questo mondo allora era ancora fiorente. Però può darsi che gli ultimi esseri umani siano morti o siano scomparsi o se ne siano andati solo un millennio fa…

    Arrivarono all’estremità opposta del lato notturno, e l’alba spuntò e s’illuminò di luce solare nel giro di pochi secondi.

    La “Far Star” si abbassò lentamente finché i particolari della superficie non apparirono in modo chiaro. Le isolette che costellavano le rive continentali adesso si distinguevano bene. Per lo più erano verdi di vegetazione.

    Trevize disse: — Credo che dovremmo studiare con particolare attenzione le aree devastate. I punti in cui gli esseri umani erano maggiormente concentrati dovrebbero essere quelli di maggior squilibrio ecologico. Quelle aree potrebbero essere i focolai da cui si è diffuso questo fenomeno di disfacimento ambientale. Che ne pensi, Bliss?

    — È possibile. In ogni caso, in mancanza di conoscenze precise, tanto vale cercare nei punti più facili. Le praterie e le foreste avranno inghiottito gran parte delle tracce dell’insediamento umano, quindi cercare là potrebbe rivelarsi un’inutile perdita di tempo.

    — Pensandoci bene — intervenne Pelorat — un mondo alla fine potrebbe creare un equilibrio con ciò di cui dispone… potrebbero svilupparsi nuove specie, e le aree infestate potrebbero essere colonizzate di nuovo partendo da nuovi presupposti.

    — Può darsi, Pel — convenne Bliss. — Dipenderà innanzitutto dallo stato di squilibrio del mondo, credo. E perché un mondo guarisca da solo e raggiunga un nuovo equilibrio attraverso l’evoluzione saranno necessari ben più di ventimila anni. Occorreranno milioni d’anni.

    La “Far Star” non stava più orbitando attorno al pianeta, stava sorvolando lentamente una distesa, ampia cinquecento chilometri, di brughiera in cui spuntavano qui e là macchie di alberi.

    — Che ne pensi di quel punto? — disse Trevize d’un tratto, indicando. La nave si arrestò galleggiando a mezz’aria. Si sentiva un ronzio basso ma persistente, mentre i motori gravitazionali aumentavano il loro sforzo neutralizzando quasi del tutto il campo gravitazionale del pianeta.

    Non c’era molto da vedere nella direzione indicata da Trevize… solo mucchi di terriccio e chiazze erbose.

    — Io non distinguo proprio nulla — fece Pelorat.

    — Quel marciume ha una configurazione rettilinea… Linee parallele… e si intravedono vagamente delle intersezioni ad angolo retto… Vedi? Vedi?… Non c’è nulla del genere nelle formazioni naturali: quella è architettura umana, segni di fondamenta e muri… sembra quasi che le strutture siano ancora in piedi sotto il nostro sguardo.

    — Sarà… — fece Pelorat. — Comunque sono solo rovine. Per compiere delle ricerche archeologiche, dovremmo scavare e scavare… Dei professionisti impiegherebbero anni interi per fare un lavoro accurato…

    — Già, ma noi non abbiamo il tempo per un lavoro accurato. Forse quello è il contorno di un’antica città, forse qualcosa è ancora in piedi. Seguiamo quelle linee e vediamo dove ci conducono.

    Fu in prossimità di un’estremità dell’area, in un punto dove gli alberi crescevano leggermente più fitti, che trovarono dei muri ancora in piedi… o meglio, dei resti di muri.

    Trevize disse: — Come inizio, può andare. Atterriamo.


    9. Affrontando il branco


    5

    La “Far Star” si posò ai piedi di una lieve altura, una collina che affiorava in una campagna generalmente piatta. Quasi senza rendersene conto, Trevize aveva ritenuto opportuno far sì che la nave non fosse visibile per parecchi chilometri in ogni direzione.

    Annunciò: — La temperatura esterna è di ventiquattro gradi; il vento soffia da ovest a circa undici chilometri orari, ed il cielo è parzialmente coperto. Il computer non dispone di informazioni sufficienti sulla circolazione generale dell’aria per una previsione meteorologica. Comunque, poiché l’umidità si aggira sul quaranta per cento, è improbabile che piova. Tutto sommato, pare che abbiamo scelto una latitudine od una stagione favorevole… il che è un vero piacere dopo Comporellen.

    — Dal momento che il pianeta continua a… sterraformarsi — intervenne Pelorat — immagino che le condizioni meteorologiche subiranno una drastica trasformazione.

    — Ne sono sicura — disse Bliss.

    — Liberissima di esserne sicura — fece Trevize. — Abbiamo migliaia d’anni di margine. Per ora, è ancora un pianeta accogliente, e continuerà ad esserlo finché saremo in vita ed oltre.

    Mentre parlava, stava allacciandosi sui fianchi un’ampia cintura, e Bliss gli chiese trasalendo: — Cosa fai, Trevize?

    — Frutto del mio vecchio addestramento in Marina — rispose Trevize. — Non scendo su un mondo sconosciuto disarmato.

    — Intendi davvero portare delle armi?

    — Certo. Qui a destra — Trevize batté su una fondina che conteneva un’arma massiccia dalla estremità tozza — c’è il mio disintegratore, e qui a sinistra — (un’arma più piccola con una canna sottile priva di apertura) — ho la mia frusta neuronica.

    — Due varietà di assassinio — replicò Bliss disgustata.

    — Una sola. Il disintegratore uccide, la frusta neuronica, no: stimola solo i centri nervosi del dolore, e provoca una sofferenza tale che quasi quasi sarebbe preferibile la morte, ho sentito dire. Fortunatamente, non ne hanno mai usata una contro di me.

    — Perché le porti?

    — Te l’ho detto: è un mondo ostile.

    — Trevize, è un mondo deserto!

    — Davvero? Non c’è una società tecnologica, pare… ma se ci fossero dei primitivi in una fase post-tecnologica? Potrebbero essere armati di clave o di pietre, ma anche le pietre e le clave possono essere letali.

    Bliss sembrava esasperata, ma abbassò la voce sforzandosi di mantenere un atteggiamento ragionevole. — Non percepisco alcuna attività neuronica umana, Trevize. Per cui non esistono primitivi di alcun genere, né post-tecnologici né che so io.

    — In tal caso non dovrò usare le armi — disse Trevize. — Insomma, che male c’è se le porto? Mi appesantiranno solo un po’, ed è uno sforzo sopportabile dato che la forza di gravità in superficie è circa il novantuno per cento di quella di Terminus… Senti, la nave in quanto tale è disarmata, però a bordo c’è una scorta discreta di armi portatili. Anche voi due dovreste…

    — No — scattò Bliss. — Non farò alcun gesto che possa causare morte o sofferenza.

    — Non si tratta di uccidere, ma di evitare di essere uccisi, se cogli la differenza.

    — Sono in grado di proteggermi a modo mio.

    — Janov?

    Pelorat esitò. — Su Comporellen non avevamo armi.

    — Via, Janov, Comporellen non era un’incognita, era un mondo alleato della Fondazione. E poi siamo stati arrestati: se avessimo avuto delle armi, ce le avrebbero tolte. Vuoi un disintegratore?

    Pelorat scosse la testa. — Non sono mai stato in Marina, vecchio mio. Non saprei come usare uno di quegli aggeggi, ed in caso d’emergenza non reagirei mai in tempo. Mi limiterei a scappare e… verrei ucciso.

    — Non resterai ucciso, Pel — disse decisa Bliss. — Sei sotto la mia protezione. Io e Gaia proteggiamo te e questo eroe spaccone della Marina.

    Trevize disse: — Ottimo, la protezione mi sta bene, ma non sto facendo l’eroe spaccone: voglio solo essere sicuro, il più possibile, e se non dovrò ricorrere all’uso delle armi sarò felicissimo, te lo garantisco. Però devo averle con me.

    Batté affettuosamente sulle armi e continuò: — Ed adesso scendiamo su questo mondo, su questa superficie che forse non sente su di sé il peso di esseri umani da migliaia d’anni.


    6

    — Ho l’impressione che sia abbastanza tardi — osservò Pelorat. — Eppure dalla posizione del sole dovrebbe essere circa mezzogiorno.

    — Probabilmente — disse Trevize studiando il tranquillo panorama — la tua impressione dipende dalla sfumatura arancione del sole, un colore adatto ad un tramonto. Se fossimo ancora qui al tramonto vero e proprio, col cielo sereno, sicuramente vedremmo uno spettacolo di un rosso insolitamente scuro. Non so se lo troveresti bello o deprimente… Scommetto che su Comporellen il fenomeno era ancor più accentuato, ma là in pratica siamo rimasti sempre al coperto.

    Si girò lentamente, scrutando in tutte le direzioni. Oltre a quella luminosità strana, quasi subliminale, quel mondo o al meno quella parte di mondo aveva un odore tutto particolare… un odore leggermente stantio, ma per nulla sgradevole.

    Gli alberi vicini erano di altezza media, e sembravano vecchi, con cortecce nodose e tronchi un po’ pendenti, forse a causa della direzione predominante del vento, forse a causa di qualche carenza del terreno. Erano gli alberi che conferivano un che di vagamente minaccioso all’ambiente o era qualcos’altro… di meno materiale?

    Bliss chiese: — Cosa intendi fare, Trevize? Non saremo venuti fin qui solo per ammirare il panorama?

    — In effetti, la mia parte dovrebbe essere proprio questa, forse. Propongo che sia Janov a esplorare la zona. In quella direzione ci sono delle rovine, ed è lui la persona in grado di giudicare il valore dei documenti che potremmo trovare. Janov è in grado di capire il galattico arcaico, immagino… io, no. Ed immagino che tu, Bliss, voglia andare con lui per proteggerlo. Io invece rimarrò qui, a montare la guardia.

    — A montare la guardia contro chi? Dei primitivi armati di pietre e di clave?

    — Può darsi. — Poi il sorriso che increspava le labbra di Trevize svanì. — È strano, Bliss… Non so perché, ma questo posto ha qualcosa che non mi convince.

    Pelorat disse: — Vieni, Bliss. È da una vita che me ne sto rintanato nel mio studio a raccogliere vecchie leggende, e non ho mai toccato con mano un documento antico. Pensa, se riuscissimo a trovare…

    Trevize li osservò mentre si allontanavano. La voce di Pelorat si perse, via via che lo studioso si avviava smanioso verso i ruderi; Bliss gli era a fianco.

    Trevize ascoltò distrattamente, poi si voltò e riprese a studiare i dintorni. Cosa poteva causare l’apprensione che avvertiva?

    Non aveva mai messo piede su un mondo privo di popolazione umana, ma ne aveva visti parecchi dallo spazio. Di solito, erano mondi piccoli, non sufficientemente grandi da avere acqua od aria, però erano utili come punto d’incontro durante le manovre navali (non c’erano state guerre nell’arco di vita di Trevize, né nel secolo precedente la sua nascita… ma le esercitazioni continuavano), o per esercitarsi nelle riparazioni d’emergenza simulate. Le navi su cui si trovava Trevize avevano orbitato attorno a questi mondi, erano addirittura scese su alcuni, però Trevize non aveva mai avuto occasione di sbarcare.

    La sua apprensione derivava dal fatto che adesso si trovasse veramente su un mondo deserto? Avrebbe provato la stessa cosa se si fosse trovato su uno dei tanti planetoidi senz’aria che aveva incontrato in gioventù?

    Scosse la testa. Non avrebbe provato alcun disagio, ne era sicuro. Avrebbe indossato una tuta spaziale, come aveva fatto innumerevoli volte uscendo a galleggiare nello spazio. Era una situazione familiare, ed il contatto con un semplice pezzo di roccia lasciava inalterato quel senso di familiarità. Certo!

    Naturale… Adesso non indossava una tuta spaziale.

    Era su un mondo abitabile, accogliente come Terminus, molto più accogliente di Comporellen. Sentiva il vento in faccia, il calore del sole sulla schiena, il fruscio della vegetazione nelle orecchie… Tutto familiare… solo che su quel mondo non c’erano esseri umani, per lo meno, non più.

    Era quello il problema? Era per questo che il pianeta sembrava così misterioso, inquietante? Perché era un mondo non solo disabitato, ma anche abbandonato?

    Non era mai stato su un mondo abbandonato in precedenza; non aveva mai sentito parlare di un mondo abbandonato; non aveva mai pensato che si potesse abbandonare un mondo. Per quel che ne sapesse, tutti i mondi abitati dagli esseri umani erano rimasti abitati per sempre.

    Guardò il cielo. Solo l’uomo se n’era andato da lì. Di tanto in tanto un uccello gli attraversava il campo visivo, e gli sembrava più naturale, chissà perché, del cielo grigio-blu che affiorava tra le nuvole sfumate di arancione. (Trevize era certo che trascorrendo qualche giorno sul pianeta si sarebbe abituato a quel colore strano, che dopo un po’ il cielo e le nuvole gli sarebbero sembrati perfettamente normali.)

    Si sentivano i richiami degli uccelli tra gli alberi, ed i suoni più deboli prodotti dagli insetti. Bliss aveva accennato alle farfalle prima, e le farfalle c’erano davvero… numerose e multicolori.

    Di tanto in tanto si sentivano anche dei fruscii provenienti dalle macchie erbose attorno agli alberi, ma Trevize non riuscì a stabilirne la causa.

    Del resto, la presenza evidente di forme di vita nella zona non suscitava in lui alcun timore. Come aveva detto Bliss, i mondi terraformati erano privi fin dall’inizio di animali pericolosi. Le fiabe dell’infanzia, e le fantasticherie eroiche della sua adolescenza, erano invariabilmente ambientate su un mondo leggendario derivato senza dubbio dai miti nebulosi della Terra. Gli olodrammi ipervisivi erano pieni di mostri… leoni, unicorni, draghi, balene, brontosauri, orsi… e decine di altre creature di cui non ricordava il nome, alcune certamente mitiche, forse tutte. C’erano animali più piccoli che mordevano e pungevano, persino piante che era meglio non toccare… ma solo nel campo dell’immaginario. Una volta aveva sentito dire che le api mellifere primitive potessero pungere, ma sicuramente nessuna ape vera era in qualche modo nociva.

    Lentamente, s’incamminò verso destra, costeggiando il margine della collina. L’erba era alta ed abbondante, ma cresceva a macchie sparse. Si addentrò tra gli alberi, che crescevano anch’essi a gruppi.

    Poi sbadigliò. Be’, non stava certo accadendo nulla di eccitante, e Trevize si domandò se non fosse il caso di tornare a bordo e fare un sonnellino… No, inammissibile: doveva stare di guardia.

    Forse avrebbe potuto comportarsi come una vera sentinella… marciare, uno, due, un due… girarsi di scatto ed eseguire manovre complicate con un’elettrobarra da parata. (Era un’arma in disuso da tre secoli, eppure era ancora essenziale in una esercitazione, senza che nessuno sapesse spiegarne il motivo.)

    A quel pensiero, sorrise, poi si chiese se dovesse unirsi a Pelorat e Bliss tra le rovine… No, a che scopo andare là?

    E se avesse notato qualcosa che Pelorat si fosse lasciato sfuggire?… Be’, se mai avrebbe dato un’occhiata al ritorno di Pelorat. Se c’era qualcosa di facilmente individuabile, meglio che fosse Pelorat a fare la scoperta, senza dubbio.

    E se i due si fossero trovati nei guai? Sciocchezze! Che genere di guai?

    Ed in caso di guai, avrebbero chiamato.

    Si fermò ad ascoltare. Nulla.

    Poi il pensiero irresistibile della sentinella si riaffacciò alla sua mente e Trevize si ritrovò a marciare, battendo i piedi con forza, staccando dalla spalla un’elettrobarra immaginaria, facendola ruotare, tendendola in verticale di fronte a sé, facendola ruotare di nuovo e riaccostandola all’altra spalla. Poi, con un rapido dietro-front, tornò a voltarsi in direzione della nave (piuttosto lontana, adesso).

    E quando si fu girato, si bloccò, e sul serio, non imitando i gesti di una sentinella.

    Non era più solo.

    Fino a quel momento non aveva visto alcuna creatura vivente sul pianeta, a parte la vegetazione, gli insetti e qualche volatile. Non aveva visto nulla, non aveva sentito avvicinarsi nulla… Però adesso tra lui e la nave c’era un animale.

    La sorpresa per quell’evento inatteso lo privò per un attimo di interpretare quello che stava vedendo. Solo dopo un certo intervallo capì cosa stesse osservando.

    Era semplicemente un cane.

    Trevize non era un cinofilo, non aveva mai posseduto un cane e non provava alcun sentimento amichevole verso l’animale quando ne incontrava uno. Non lo provò neppure in quel momento. Pensò, piuttosto spazientito, che quelle creature avevano seguito l’uomo su tutti i mondi. Ne esistevano innumerevoli razze, e Trevize aveva da tempo l’impressione seccante che ogni pianeta vantasse almeno una razza tipica. Comunque, tutte le razze presentavano un aspetto costante: sia che fossero tenuti per passatempo, sia per ostentazione o per chissà quale mansione utile, i cani erano allevati in modo tale da amare gli esseri umani e fidarsi di loro.

    Erano un amore ed una fiducia che Trevize non aveva mai apprezzato. Un tempo aveva vissuto con una donna che aveva un cane. Quel cane, che Trevize sopportava per non contrariare la donna, lo adorava incondizionatamente, lo seguiva, gli si poggiava contro quando si rilassava (con tutti i suoi 25 chili), lo copriva di saliva e di peli nei momenti più impensati, e si accovacciava fuori dalla porta e guaiva ogni volta che Trevize e la donna cercavano di dedicarsi al sesso.

    In seguito a quella esperienza, Trevize aveva concluso di essere, per qualche ragione nota solo alla mente canina ed alla sua capacità analitica olfattiva, un oggetto fisso della devozione di quegli animali.

    Quindi, superata la sorpresa iniziale, osservò il cane tranquillamente. Era un cane grosso, scarno, con le zampe lunghe. Lo fissava senza alcun segno evidente di adorazione. Aveva la bocca aperta in quello che avrebbe potuto essere interpretato come un ghigno di benvenuto, ma i denti che si vedevano avevano un che di minaccioso, e Trevize decise che si sarebbe sentito più a suo agio se quella bestia si fosse allontanata uscendo dal suo campo visivo.

    Gli venne in mente, allora, che il cane non aveva mai visto un essere umano, e che innumerevoli generazioni canine passate non ne avessero mai visto uno. Probabilmente quel cane aveva avuto la stessa reazione di stupore e di incertezza di Trevize. E Trevize, almeno, aveva riconosciuto quasi subito il cane per quello che era, mentre il cane non godeva di questo vantaggio: era ancora perplesso, forse allarmato.

    Chiaramente, date le dimensioni, e la dentatura, dell’animale, conveniva affrettarsi a dissipare i suoi timori. Trevize si rese conto dell’utilità di instaurare immediatamente un rapporto di amicizia.

    Adagio, molto adagio, si avvicinò al cane (niente movimenti bruschi, naturalmente). Tese la mano, pronto a lasciarsela fiutare, e cercò di incoraggiare il cane dicendo sottovoce cose del tipo: — Su, bravo cagnetto — e sentendosi piuttosto imbarazzato.

    Il cane, gli occhi fissi su Trevize, indietreggiò di un paio di passi, come se non si fidasse, poi arricciò il labbro superiore e dalla sua bocca scaturì una specie di ruggito stridulo. Anche se Trevize non aveva mai visto un cane comportarsi così, non si poteva che interpretare la sua reazione come un atteggiamento minaccioso.

    Trevize cessò quindi di avanzare e si immobilizzò. Con lo sguardo colse dei movimenti su un lato, e girò la testa lentamente. C’erano altri due cani che avanzavano da quella direzione: avevano un aspetto ostile come il primo, un’aria micidiale…

    Micidiale? Si rese conto un attimo dopo del significato dell’aggettivo, e gli pareva terribilmente appropriato.

    Di colpo, il cuore prese a battergli forte. La strada verso la nave era sbarrata. Non poteva mettersi a correre senza una meta precisa, perché quelle lunghe zampe canine lo avrebbero raggiunto dopo pochi metri. Se fosse rimasto lì ed avesse usato il disintegratore, mentre uccideva il primo gli altri due gli sarebbero balzati addosso. In lontananza, vide degli altri cani che si avvicinavano: comunicavano per caso in qualche modo? Cacciavano in branchi?

    Lentamente, si spostò a sinistra, una direzione in cui non c’erano cani… per ora. Lentamente. Lentamente.

    I cani si spostarono anch’essi. Se non lo avevano attaccato subito, era solo perché prima d’ora non avevano mai visto né fiutato una creatura come lui, Trevize ne era certo: non avevano alcuno schema di comportamento da seguire di fronte a lui.

    Se si fosse messo a correre, invece, la sua fuga avrebbe presentato un fenomeno familiare per i cani. Sapevano in che modo reagire se un essere delle dimensioni di Trevize avesse dimostrato di aver paura e fosse scappato: si sarebbero messi a correre anche i cani. Più velocemente.

    Trevize continuò a ritirarsi verso un albero. Non vedeva l’ora di rifugiarsi lassù dove i cani non avrebbero potuto raggiungerlo. Gli animali continuarono a seguire i suoi spostamenti e ad avvicinarsi ringhiando. Tutti e tre lo fissavano. Intanto, altri due cani stavano unendosi ai primi, e Trevize vide che altre bestie stavano sopraggiungendo da lontano. Una volta vicino all’albero, avrebbe dovuto scattare. Non poteva aspettare troppo, ma non poteva nemmeno lanciarsi troppo presto: sarebbero stati due errori probabilmente fatali.

    Adesso!

    Trevize stabilì senza dubbio un record personale di velocità, ma nonostante la sua accelerazione riuscì a mettersi in salvo per un pelo. Sentì uno scatto di mascelle vicino a un tacco, e per una frazione di secondo si ritrovò bloccato, prima che i denti scivolassero sulla superficie dura di ceramoide.

    Arrampicarsi sugli alberi non era la sua specialità. L’ultima volta che l’aveva fatto aveva dieci anni, ed anche allora ci era riuscito solo dopo goffi sforzi. In questo caso, però, il tronco non era esattamente verticale, e la corteccia nodosa era piena di appigli. Ma, soprattutto, c’era il bisogno a pungolarlo, e quando il bisogno è abbastanza grande si possono compiere imprese sorprendenti.

    Si ritrovò appollaiato su una biforcazione ad una decina di metri dal terreno. Per il momento, non si rendeva conto di essersi scalfito una mano e di sanguinare. Ai piedi dell’albero, adesso c’erano cinque cani, accovacciati sulle zampe posteriori, gli occhi puntati pazientemente verso l’alto, le lingue penzoloni.

    E adesso…?


    7

    Data la sua posizione, Trevize non era in grado di esaminare la situazione in modo logico e approfondito. I pensieri gli si accavallavano in rapide sequenze, scombinate e distorte, e se si fosse soffermato a riflettere le conclusioni sarebbero state abbastanza semplici…

    Bliss in precedenza aveva affermato che, terraformando un pianeta, gli esseri umani creassero un’ecologia squilibrata, e che per impedire che il sistema ecologico si sfasciasse gli esseri umani dovessero poi impegnarsi di continuo. Per esempio, i Coloni non avevano mai portato con sé i predatori più grossi. Portare quelli piccoli era stato inevitabile… Insetti, parassiti… persino falchetti, topiragno, e così via.

    Gli animali mitici delle leggende e delle vaghe versioni letterarie… le tigri, gli orsi grigi, i coccodrilli, le orche… perché portarli di mondo in mondo, a che scopo?

    Quindi gli esseri umani erano gli unici predatori di dimensioni notevoli, e stava a loro eliminare in parte quelle piante e quegli animali che, se avessero potuto riprodursi liberamente, sarebbero andati incontro a gravi problemi di sovrappopolazione.

    E se in un modo o nell’altro gli esseri umani scomparivano, toccava ad altri predatori sostituirli. Ma quali predatori? I predatori più grandi tollerati dall’uomo erano i cani e i gatti, animali addomesticati che per vivere dipendevano dalla generosità umana.

    E se non rimaneva più alcun essere umano a nutrirli? Be’, allora dovevano trovarsi il cibo da soli… si trattava della loro sopravvivenza, e di quella degli animali di cui si cibavano, il cui numero doveva essere tenuto sotto controllo, altrimenti la sovrappopolazione avrebbe causato danni ben più seri di quelli provocati dai predatori stessi.

    Quindi ecco che i cani si moltiplicavano, in tutte le loro razze; gli esemplari più grandi attaccavano gli erbivori di dimensioni maggiori, ormai incustoditi; i cani più piccoli attaccavano invece gli uccelli e i roditori. I gatti probabilmente cacciavano di notte, mentre i cani di giorno. Inoltre, i primi cacciavano individualmente, i secondi in branchi.

    E forse l’evoluzione un giorno avrebbe prodotto altre specie, per colmare tutti gli spazi ambientali. Chissà, forse certi cani avrebbero acquisito caratteristiche adatte alla vita acquatica ed avrebbero potuto nutrirsi anche di pesce; ed i gatti magari avrebbero imparato le tecniche del volo planato per cacciare gli uccelli più lenti nel loro elemento oltre che a terra.

    Tutte queste considerazioni attraversavano slegate la mente di Trevize, mentre Trevize si sforzava di riordinare le idee per stabilire una linea d’azione.

    Il numero dei cani continuava ad aumentare. Ne contò 23 attorno all’albero, e ce n’erano altri in arrivo. Di quante unità era composto il branco? Già, ma che importanza aveva? Era già fin troppo numeroso.

    Trevize estrasse il disintegratore dalla fondina, ma il calcio massiccio stretto nella mano non gli trasmise il senso di sicurezza sperato. Da quanto tempo non inseriva una unità di energia nell’arma? Quante scariche poteva sparare? Sicuramente, non 23?

    E Pelorat e Bliss? Se fossero arrivati di colpo, i cani li avrebbero aggrediti? Ma erano davvero al sicuro nel posto dove si trovavano? Se i cani avessero avvertito la presenza di due esseri umani tra le rovine, nulla avrebbe impedito al branco di attaccarli laggiù. Non c’erano certamente porte o sbarramenti dietro cui rifugiarsi.

    Bliss era in grado di fermarli e di respingerli? Era in grado di concentrare i suoi poteri attraverso l’iperspazio fino ad ottenere l’intensità desiderata? E per quanto tempo sarebbe riuscita a mantenerla?

    Doveva chiamare, chiedere aiuto? si domandò Trevize. Se avesse gridato, Pelorat e Bliss si sarebbero precipitati da lui, ed i cani sarebbero fuggiti sotto lo sguardo minaccioso di Bliss? (Era necessario uno sguardo, o si trattava semplicemente di un intervento mentale non percepibile esternamente da chi non fosse in possesso di certi poteri?) E se, correndo da lui, Pelorat e Bliss fossero stati dilaniati sotto lo sguardo di Trevize, che sarebbe stato costretto ad assistere impotente alla scena dal suo rifugio relativamente sicuro in cima all’albero?

    No, doveva usare il disintegratore. Se fosse riuscito ad uccidere un cane ed a spaventare gli altri per un po’, avrebbe potuto scendere dall’albero, chiamare Pelorat e Bliss, uccidere un secondo cane se le bestie avessero accennato a riavvicinarsi, e ripararsi coi due compagni a bordo della nave.

    Regolò l’intensità del raggio a microonde sui tre quarti. In questo modo sarebbe riuscito ad uccidere un cane ed a produrre una detonazione abbastanza rumorosa. La detonazione avrebbe spaventato gli altri cani, e lui avrebbe risparmiato energia.

    Mirò attentamente a un cane in mezzo al branco, un animale che (almeno, secondo l’immaginazione di Trevize) sembrava trasudare più ferocia degli altri… forse perché se ne stava accovacciato con maggior tranquillità, quasi studiasse la preda con fredda determinazione. Il cane adesso stava fissando proprio l’arma, come se sfidasse Trevize ad usarla e si sentisse invulnerabile.

    Fu allora che Trevize si rese conto di non avere mai sparato con un disintegratore a un essere umano, né di averlo mai visto fare da altri. Durante l’addestramento si era sparato contro manichini di cuoio o di plastica riempiti d’acqua, e l’acqua portata quasi istantaneamente al punto d’ebollizione lacerava l’involucro e lo faceva esplodere.

    Ma, in tempo di pace, chi avrebbe mai sparato a un essere umano? E chi avrebbe opposto resistenza di fronte a un disintegratore, costringendo l’antagonista a usarlo? Solo lì, su un mondo diventato patologico in seguito alla scomparsa degli esseri umani certe azioni violente…

    Per la strana capacità del cervello di registrare particolari del tutto superflui in determinati frangenti, Trevize notò che una nuvola aveva coperto il sole in quel preciso istante… poi sparò.

    Ci fu uno strano luccichio dell’aria, lungo una linea retta che andava dalla canna del disintegratore al cane; un vago scintillio che sarebbe passato inosservato se il sole non fosse stato velato dalla nube.

    Il cane avvertì l’immediato aumento di calore e fece un piccolo movimento, quasi stesse per balzare via. Quindi esplose, mentre una parte del suo sangue e delle sue componenti cellulari evaporava.

    L’esplosione produsse un rumore di scarsa entità, un botto molto fiacco, perché i tegumenti del cane non avevano la robustezza degli involucri dei manichini da esercitazione. Carne, pelle, sangue ed ossa schizzarono comunque tutt’intorno, e Trevize sentì il moto di protesta del proprio stomaco.

    I cani arretrarono impercettibilmente. Alcuni erano stati bombardati da quei frammenti sgradevolmente caldi. L’esitazione durò solo un attimo, però. Di colpo, gli animali si accalcarono l’uno contro l’altro per mangiare quei bocconi inattesi. La nausea di Trevize crebbe: invece di spaventarli, li stava nutrendo. Con quel sistema, non se ne sarebbero mai andati. Anzi, l’odore del sangue fresco e della carne calda avrebbe attirato altri cani, forse anche altri piccoli predatori.

    Una voce chiamò: — Trevize. Cosa…

    Trevize spostò lo sguardo. Bliss e Pelorat erano sbucati dai ruderi. Bliss si era arrestata di colpo, tendendo le braccia tempestivamente per trattenere Pelorat. La ragazza fissò i cani: la situazione era ovvia, non c’era bisogno di fare domande.

    Trevize gridò: — Ho cercato di cacciarli via senza fare intervenire te e Janov. Puoi tenerli a bada?

    — A stento — rispose Bliss, senza alzare la voce, e Trevize afferrò le sue parole con una certa difficoltà, anche se il ringhiare dei cani si era calmato, come se qualcuno avesse gettato su di loro una barriera fonoassorbente.

    Bliss disse: — Sono troppi, e non ho dimestichezza col loro modello di attività neuronica. Su Gaia non abbiamo simili esseri selvaggi.

    — Non ci sono nemmeno su Terminus, né sugli altri mondi civilizzati — gridò Trevize. — Ne eliminerò il più possibile… tu cerca di occuparti degli altri. Con un numero ridotto dovresti avere meno problemi.

    — No, Trevize. Uccidendoli riuscirai solo ad attirarne altri… Resta alle mie spalle, Pel… tanto non puoi proteggermi in nessun modo… Trevize, l’altra tua arma…

    — La frusta neuronica?

    — Sì. Quella provoca dolore, no? Bassa intensità, mi raccomando, bassa!

    — Hai paura di farli soffrire troppo? — sbottò Trevize arrabbiato. — Ti pare il momento di soffermarsi a considerare la sacralità della vita?

    — Sto pensando alla vita di Pel, e alla mia. Fai come dico: bassa intensità, e spara ad uno dei cani… Non posso tenerli a bada ancora a lungo.

    I cani si erano staccati dall’albero ed avevano circondato Bliss e Pelorat, che si tenevano a ridosso di un muro diroccato. I cani alla testa del branco accennarono ad avvicinarsi ulteriormente ai due, emettendo deboli guaiti… evidentemente stavano cercando di capire cosa li stesse bloccando dal momento che loro non percepivano alcun ostacolo. Alcuni provarono, senza riuscirci, ad arrampicarsi sul muro per attaccare alle spalle le due prede.

    Con mani tremanti, Trevize regolò l’intensità operativa della frusta neuronica. La frusta consumava meno energia del disintegratore ed una unità d’alimentazione produceva centinaia di sferzate, ma ora che ci pensava, Trevize non ricordava quando avesse caricato quell’arma l’ultima volta… come per il disintegratore.

    La precisione della mira in questo caso non era tanto importante. Dato che il consumo energetico era basso, Trevize avrebbe potuto sparare a raffica su tutto il branco. Di solito si faceva così quando bisognava tenere sotto controllo un assembramento di persone che dimostrassero intenzioni ostili.

    Comunque, seguì il suggerimento di Bliss. Prese di mira un cane e sparò. Il cane stramazzò a terra, dimenando le zampe, lanciando lunghi guaiti striduli.

    Gli altri cani indietreggiarono, allontanandosi dall’animale colpito, piegando le orecchie all’indietro. Poi, guaendo a loro volta, fecero dietrofront e se ne andarono lentamente, poi a gambe levate. Il cane che aveva subìto l’effetto della frusta neuronica si drizzò lentamente sulle zampe e si trascinò via continuando a lamentarsi.

    Gli uggiolii si persero in lontananza, e Bliss disse: — Ci conviene salire sulla nave: torneranno. O quelli od altri, torneranno.

    Trevize azionò il meccanismo di apertura della “Far Star” con una rapidità senza precedenti, e si augurò di non doversi ripetere.


    8

    Era ormai calata la notte e Trevize non aveva ancora assorbito completamente gli effetti dell’esperienza traumatica. Il minuscolo lembo di sintopelle sulla scalfittura alla mano aveva alleviato il dolore fisico, ma anche la sua psiche era stata scalfita, e curare quella lesione interiore non era così facile.

    Non si trattava solo del pericolo corso: Trevize era in grado di reagire a situazioni di pericolo come qualsiasi altra persona mediamente coraggiosa… No… era stata la direzione inattesa da cui il pericolo era giunto. E la prospettiva di venire ridicolizzato. Che figura avrebbe fatto se si fosse saputo in giro che fosse stato costretto a rifugiarsi su un albero per sfuggire a dei cani ringhianti? La stessa figura che avrebbe fatto se fosse stato messo in fuga da uno stormo di canarini arrabbiati!

    Per ore intere, continuò a restare in ascolto, preparandosi ad un nuovo attacco da parte dei cani… temendo di sentire un coro di ululati, di sentire degli artigli che graffiassero lo scafo.

    Pelorat invece sembrava abbastanza tranquillo. — Vecchio mio, sapevo fin dall’inizio che Bliss avrebbe affrontato egregiamente la situazione, ma devo dire che anche tu hai utilizzato molto bene la tua arma.

    Trevize scrollò le spalle: non aveva voglia di parlare di quell’argomento.

    Pelorat aveva in mano la sua biblioteca (il minidisco in cui era racchiusa una vita di ricerche sui miti e le leggende) e si ritirò in camera, dove teneva il suo piccolo lettore.

    Sembrava soddisfatto. Trevize notò la cosa, però preferì evitare di chiedergli spiegazioni. Avrebbero discusso in seguito; prima doveva togliersi dalla mente la storia dei cani.

    Quando lui e Bliss furono soli, Bliss disse con una certa titubanza: — Sei stato colto di sorpresa, immagino.

    — Certo — rispose Trevize accigliato. — Non mi sarei mai aspettato, davanti ad un cane, di dover fuggire per salvarmi la vita.

    — Dopo ventimila anni senza uomini, un cane cambia. Adesso quelle bestie sono senza dubbio la principale specie di predatori del pianeta.

    Trevize annuì. — Esattamente quello che ho concluso anch’io mentre mi trovavo su quel ramo nel ruolo di preda. Avevi ragione quando hai parlato di squilibrio ecologico.

    — Certo, squilibrio dal punto di vista umano… ma se consideriamo l’efficienza con cui i cani svolgono la loro parte, almeno per quel che abbiamo potuto vedere, be’, forse Pel ha ragione quando afferma che un sistema ecologico potrebbe raggiungere un nuovo equilibrio autonomo in cui vari settori ambientali verrebbero occupati da nuove varietà derivate dal numero abbastanza limitato di specie portate originariamente su un mondo.

    — Strano — commentò Trevize. — Anch’io ci ho pensato.

    — Naturalmente, a patto che lo squilibrio non sia troppo accentuato, altrimenti il processo di stabilizzazione richiederebbe troppo tempo, e durante un intervallo eccessivamente lungo il pianeta potrebbe diventare del tutto inagibile.

    Trevize sbuffò.

    Bliss lo guardò pensierosa. — Come mai ti è venuto in mente di portare con te delle armi?

    — È servito a poco: è stata la tua capacità…

    — Fino ad un certo punto. Senza preavviso, in contatto soltanto iperspaziale col resto di Gaia, e con tante menti individuali di natura sconosciuta, non avrei potuto ottenere alcun risultato senza la tua frusta neuronica.

    — Il disintegratore non serviva, avevo provato anche con quello.

    — Se usi un disintegratore, Trevize, riesci solo a far scomparire un cane, e basta. Forse gli altri cani rimarranno sorpresi, ma sicuramente ci vuol altro per spaventarli.

    — È andata peggio: hanno mangiato i resti del compagno. In pratica, li ho invitati a restare.

    — Sì, comprensibile. La frusta neuronica è diversa, come effetto. Provoca dolore; un cane che soffre emette lamenti particolari che gli altri cani riconoscono subito, e per un riflesso condizionato si spaventano a loro volta. Coi cani già predisposti alla paura, io mi sono limitata a dare un tocco finale alle loro menti, e sono fuggiti.

    — Già, però hai capito che in questo la frusta era l’arma più efficace delle due che avevo. Io non l’avevo capito.

    — Sono abituata ad avere a che fare con le menti, tu no. È per questo che ho insistito su un’intensità bassa e su un unico bersaglio. Non volevo che una sofferenza eccessiva uccidesse il cane e gli impedisse di lamentarsi. Non volevo che il dolore si disperdesse su vari bersagli e causasse solo qualche lieve guaito. Volevo una sofferenza abbastanza forte e concentrata su un unico punto.

    — E l’hai avuta, Bliss — disse Trevize. — Ha funzionato perfettamente. Ti sono grato, molto grato.

    — Ma non sei soddisfatto — disse Bliss pensosa. — Ti spiace, perché sei convinto di avere avuto un ruolo ridicolo. Eppure, credimi, senza le tue armi non avrei combinato nulla. Ma c’è un fatto che mi lascia perplessa… Come mai hai portato con te quelle armi? Io ti avevo assicurato che non avremmo trovato esseri umani su questo pianeta, e ne sono tuttora certa… Hai previsto la presenza dei cani?

    — No, assolutamente — rispose Trevize. — Almeno, non a livello conscio. E di solito non giro armato. Su Comporellen non ho mai pensato di portare delle armi… Però mi rifiuto di credere che si sia trattato di un fenomeno magico… non posso cadere in un trabocchetto del genere. Probabilmente, prima, mentre discutevamo di squilibri ecologici, il mio inconscio ha visto immagini di animali diventati pericolosi in seguito all’assenza degli esseri umani. Mi pare una conclusione evidente a posteriori, e in effetti può darsi che abbia intuito qualcosa durante la discussione. Tutto qui.

    — Non è una dote trascurabile — osservò Bliss. — Io ho preso parte alla discussione sugli squilibri ecologici, eppure non ho previsto quello che hai previsto tu. È questa tua capacità speciale di preveggenza che Gaia ritiene importantissima. Ma ti capisco… Deve essere seccante possedere una dote nascosta di cui si ignori la natura, agire con decisione ma senza una visione chiara delle motivazioni.

    — Su Terminus usiamo l’espressione «agire in base ad un presagio».

    — Su Gaia diciamo «sapere senza pensiero». Non ti piace sapere senza pensiero, eh?

    — No, è seccante. Non mi va di essere guidato da vaghi presagi. D’accordo, dietro il presagio si cela una ragione, ma il fatto di non sapere quale sia questa ragione è spiacevole… Ho l’impressione di non poter controllare la mia mente… Una specie di lieve pazzia.

    — E quando hai deciso in favore di Gaia e Galaxia hai agito in base a un presagio, ed adesso cerchi la ragione.

    — Te l’ho detto almeno una decina di volte.

    — Ed io mi sono rifiutata di accettare per vera la tua affermazione, mi dispiace. Non ti contraddirò più su questo punto. Spero però di poter continuare a sottolineare i lati positivi di Gaia.

    — Certo — rispose Trevize. — Purché, a tua volta, mi lasci libero di non accettarli.

    — Non pensi, allora, che questo Mondo Sconosciuto stia tornando allo stato selvaggio, sia avviato forse verso la desolazione e l’inabilità, a causa della scomparsa di una singola specie capace di fungere da intelligenza guida? Se questo mondo fosse Gaia, o meglio ancora una parte di Galaxia, un fatto del genere non potrebbe accadere. L’intelligenza guida continuerebbe ad esistere, incarnata dalla Galassia come entità globale, e l’ecologia per quanto squilibrata tenderebbe a riacquistare di nuovo l’equilibrio.

    — Vale a dire che i cani non mangerebbero più?

    — Certo che mangerebbero, proprio come gli esseri umani. Ma mangerebbero con uno scopo preciso, per equilibrare l’ecologia, diretti in modo adeguato, non agendo a caso.

    Trevize replicò: — Può darsi che ai cani non importi di perdere la libertà individuale, ma per gli esseri umani è una questione di grande importanza… E se tutti gli esseri umani cessassero di esistere, ovunque, non solo su un mondo o su alcuni mondi? Se Galaxia restasse senza esseri umani? Ci sarebbe ancora un’intelligenza guida? Tutte le altre forme di vita e la materia inerte riuscirebbero a mettere insieme un’intelligenza comune adatta allo scopo?

    Bliss esitò. — Una simile situazione non si è mai verificata, e probabilmente anche in futuro non si verificherà mai.

    — Ma non capisci che la mente umana qualitativamente è diversa da qualsiasi altra cosa, e che se venisse a mancare, la somma complessiva di tutte le altre forme coscienti non basterebbe a rimpiazzarla. Gli esseri umani costituiscono un caso speciale, e devono essere trattati in quanto tali, non ti pare? Non dovrebbero essere fusi nemmeno tra loro, e a maggior ragione non dovrebbero fondersi con degli esseri estranei.

    — Eppure, tu hai deciso in favore di Galaxia.

    — Per una ragione impellente che non riesco ad afferrare.

    — Forse questa ragione impellente è stata una breve visione degli effetti delle ecologie squilibrate. Forse hai concluso che ogni mondo della Galassia sia in bilico sul filo di una lama, minacciato dall’instabilità, e che solo Galaxia possa impedire che avvengano disastri come quello che sta distruggendo questo mondo… per non parlare poi dei disastri continui che interessano direttamente gli uomini, come la guerra e le insufficienze amministrative.

    — No. Quando ho preso quella decisione non stavo pensando agli squilibri ecologici.

    — Ne sei certo?

    — Può darsi che non sappia quel che prevedo, però se in seguito qualcuno mi suggerisce qualche spunto, sono in grado di riconoscere se esista o meno un collegamento tra una determinata situazione e la mia previsione… Per esempio, non escludo di avere pensato che su questo pianeta potessero esserci degli animali pericolosi.

    — Già, e quegli animali pericolosi avrebbero potuto ucciderci se non fosse stato per l’intervento congiunto dei nostri poteri, la tua preveggenza ed il mio mentalismo. Su, allora — lo invitò Bliss — facciamo amicizia.

    Trevize annuì. — Se vuoi.

    Il tono gelido della voce di Trevize fece inarcare le sopracciglia di Bliss, ma in quel preciso istante Pelorat si precipitò nella stanza, annuendo vigorosamente tra sé, come se intendesse scrollarsi la testa dal collo.

    — Ci sono arrivato, credo — disse.


    9

    Trevize, di solito, non credeva nelle vittorie facili, eppure era un difetto umano volersi illudere a dispetto del proprio raziocinio. Sentì che i muscoli della gola e del torace si contraevano, ma riuscì a chiedere: — La posizione della Terra? Hai scoperto la posizione della Terra, Janov?

    Pelorat fissò Trevize per un attimo ed assunse un’espressione di delusione e di sconcerto. — Be’, no… Non proprio… Anzi, Golan, proprio per niente. Me n’ero dimenticato. Ho scoperto qualcos’altro tra le rovine… Qualcosa di scarsa importanza, immagino.

    Trevize inspirò a fondo. — Non preoccuparti, Janov: tutte le scoperte sono importanti. Allora, cos’è che volevi dirci?

    — Ecco… bisogna premettere che non è sopravvissuto quasi nulla. Ventimila anni di tempeste e di vento non sono uno scherzo. Inoltre, la vegetazione degenera con effetti distruttivi, e gli animali… Be’, veniamo al dunque… Il fatto è che “quasi nulla” e “nulla” non sono la stessa cosa.

    «Le rovine un tempo dovevano essere un edificio pubblico, perché c’erano delle pietre diroccate, o del cemento, con delle scritte incise. Intendiamoci, vecchio mio, c’era ben poco che fosse visibile, ma ho scattato delle fotografie con una delle macchine fotografiche che abbiamo a bordo, quelle speciali computerizzate… Oh, non ti ho chiesto il permesso di prenderne una, Golan, ma era importante, così io…

    Trevize liquidò l’argomento con un cenno sbrigativo della mano. — Vai avanti!

    — Sono riuscito ad identificare parte delle iscrizioni, che erano estremamente arcaiche. Ma nonostante l’aiuto del computer fotografico e le mie discrete capacità di lettura dell’Arcaico, ho potuto decifrare solo una brevissima scritta. Lì le lettere erano più grandi e un po’ più chiare del resto. Forse erano incise più a fondo appunto perché indicavano il mondo stesso. La scritta diceva “Pianeta Aurora”, quindi immagino che il mondo su cui ci troviamo si chiami Aurora, o si chiamasse Aurora.

    — Un nome doveva pur averlo — osservò Trevize.

    — Sì, ma i nomi di solito non vengono scelti a caso. Ho appena compiuto una ricerca accurata nel materiale della mia biblioteca, ed ho trovato due vecchie leggende, di due mondi piuttosto lontani tra loro, e quindi molto probabilmente di origine indipendente… Comunque… in entrambe le leggende Aurora veniva usato come nome per indicare l’alba. Possiamo supporre che in qualche lingua pre-galattica il termine Aurora significasse effettivamente alba.

    «Teniamo presente inoltre che spesso si usano parole che significhino alba o spuntar del giorno per battezzare stazioni spaziali od altre strutture che rappresentino il primo esemplare costruito del loro genere. Se questo mondo si chiama Alba, indipendentemente dalla lingua, può darsi dunque che sia il primo del suo genere.

    Trevize disse: — Secondo te, allora, questo pianeta sarebbe la Terra, e l’avrebbero chiamato Aurora in quanto rappresenterebbe l’alba della vita, l’inizio dell’umanità?

    — Oh, non azzarderei una simile ipotesi, Golan — rispose Pelorat.

    — Già, in fin dei conti non c’è una superficie radioattiva, né un grande satellite, né un gigante gassoso con degli anelli enormi — soggiunse Trevize con una punta di asprezza.

    — Esattamente. Però Deniador, su Comporellen, pensava che questo fosse uno dei mondi abitati un tempo dalla prima ondata di Coloni… gli Spaziali. Se è vero, dato che si chiama Aurora, potrebbe essere allora il primo dei mondi degli Spaziali. Può darsi che in questo preciso istante noi ci troviamo sul mondo umano più vecchio della Galassia, a parte la Terra, ovvio. Non è una prospettiva eccitante?

    — Interessante, in ogni caso, Janov… ma non ti sembra di dedurre troppe cose da un semplice nome?

    — Oh, c’è dell’altro — fece Pelorat infervorandosi. — Stando al mio materiale di consultazione, oggigiorno nella Galassia non c’è alcun mondo che si chiami Aurora, e sono sicuro che il tuo computer confermerà. Come ho detto, esistono numerosi mondi ed altri oggetti chiamati Alba in vari modi, ma in nessun caso si ricorre alla parola Aurora.

    — E chi dovrebbe usarla? Se è una parola arcaica, è probabile che non la conosca quasi nessuno.

    — Ma i nomi restano, anche quando diventano privi di significato. Se questo fosse il primo mondo colonizzato, sarebbe famoso; potrebbe anche essere stato per un certo periodo il mondo più autorevole della Galassia. Sicuramente, ci sarebbero altri mondi chiamati Nuova Aurora od Aurora Minore, o qualcosa del genere. Ed altri…

    Trevize l’interruppe: — Forse non si tratta del primo mondo colonizzato. Forse non è mai stato importante.

    — Secondo me, vecchio mio, c’è una spiegazione migliore.

    — Cioè?

    — Se la prima ondata di colonizzazione è stata soppiantata da una seconda ondata, da cui derivano tutti i mondi esistenti attualmente nella Galassia… come ha affermato Deniador… È molto probabile che ci sia stato un periodo di ostilità tra le due ondate. La seconda ondata, fondatrice dei mondi che esistono ora, non ha usato quindi i nomi dei mondi della prima ondata. Per cui, dal fatto che il nome di Aurora non sia mai stato ripetuto, possiamo dedurre che ci sono state davvero due ondate di coloni, e che questo mondo appartiene alla prima.

    Trevize sorrise. — Comincio a capire come lavorate voi mitologisti, Janov. Costruite strutture splendide, però le fondamenta sono inesistenti, a volte. Le leggende ci dicono che i Coloni della prima ondata fossero accompagnati da numerosi robot, robot ritenuti responsabili della loro rovina. Ecco, se riuscissimo a trovare un robot su questo mondo, sarei disposto ad accettare le tue teorie, ma dato che sono trascorsi ventimila anni non possiamo aspettarci…

    Pelorat, che stava già muovendo le labbra a vuoto, riuscì finalmente a dire: — Ma, Golan, non te ne ho parlato?… No, certo che non te ne ho parlato… Sono così eccitato che non riesco a collegare le cose nell’ordine giusto… Un robot c’era!


    10

    Trevize si strofinò la fronte, come se fosse sofferente. — Un robot? C’era un robot?

    — Sì — annuì deciso Pelorat.

    — Come lo sai?

    — Perbacco, era un robot, quello: come avrei potuto non riconoscerlo?

    — Hai visto qualche robot in precedenza?

    — No, ma era un oggetto di metallo somigliante ad un essere umano. Testa, braccia, gambe, torso. Chiaro, per metallo intendo un ammasso di ruggine per lo più, e quando mi sono avvicinato le vibrazioni causate dai miei passi devono averlo danneggiato ulteriormente, perché quando ho allungato la mano per toccarlo…

    — E perché avresti dovuto toccarlo?

    — Be’, sai, non credevo ai miei occhi. È stato un gesto automatico… E non appena l’ho toccato, si è sbriciolato. Ma…

    — Sì?

    — Prima di sbriciolarsi del tutto, mi è sembrato che i suoi occhi luccicassero leggermente… e il robot ha emesso un suono, come se stesse cercando di dire qualcosa.

    — Vuoi dire che era ancora funzionante?

    — Appena appena, Golan. Poi si è sfasciato.

    Trevize si rivolse a Bliss. — Confermi tutto questo?

    Bliss rispose con voce incolore: — Era un robot, e noi l’abbiamo visto.

    — E funzionava ancora?

    — Mentre si sbriciolava ho percepito una debole attività neuronica.

    — Impossibile: un robot non ha un cervello organico fatto di cellule.

    — Ha l’equivalente computerizzato di un cervello umano, suppongo — ribatté Bliss. — Ed io sono in grado di percepirlo.

    — Hai percepito un’intelligenza robotica nettamente distinta da una umana?

    Bliss arricciò le labbra. — Era molto debole per dare un giudizio preciso, comunque c’era.

    Trevize guardò Bliss e Pelorat, e disse in tono esasperato: — Questo cambia tutto.


    Parte quarta
    Solaria[4]


    10. Robot


    1

    Durante la cena, Trevize era immerso nei propri pensieri, mentre l’attenzione di Bliss era concentrata sul cibo.

    Pelorat, l’unico che sembrava ansioso di parlare, osservò che se il mondo su cui si trovavano era Aurora, e se era davvero il primo mondo colonizzato, allora doveva essere abbastanza vicino alla Terra.

    — Forse sarebbe il caso di esplorare lo spazio circostante — suggerì. — In fondo si tratterebbe solo di esaminare poche centinaia di stelle.

    Trevize borbottò che le ricerche a casaccio erano un sistema da adottare come ultima risorsa, e che voleva il maggior numero di informazioni possibili riguardo la Terra prima di tentare di avvicinarsi ad essa, anche se l’avesse trovata. Non aggiunse altro e Pelorat, chiaramente deluso, rimase zitto a sua volta.

    Terminato il pasto, visto che il mutismo di Trevize continuava, Pelorat domandò incerto: — Restiamo qui, Golan?

    — Per questa notte, almeno. Ho bisogno di riflettere un po’.

    — Ma… siamo al sicuro?

    — A meno che non ci sia in giro qualcosa di peggio dei cani, sulla nave siamo al sicuro, direi.

    — Ma quanto ci vorrebbe per decollare, se ci fosse in giro qualcosa di peggio dei cani?

    Trevize rispose: — Il computer è pronto al lancio. Dovremmo riuscire a decollare in due o tre minuti. E se dovesse accadere qualcosa di insolito, il computer ci avvertirà, quindi suggerirei a tutti di dormire un po’. Domattina deciderò la prossima mossa.

    Facile a dirsi, pensò Trevize, ritrovandosi a contemplare l’oscurità. Era rannicchiato, semisvestito, sul pavimento della sala comandi. Non era un posto comodo, ma Trevize era certo che non sarebbe riuscito ad addormentarsi nemmeno a letto, e lì per lo meno avrebbe potuto entrare subito in azione se il computer avesse dato l’allarme.

    Poi sentì dei passi ed automaticamente si drizzò a sedere, battendo la testa contro il bordo della scrivania… non tanto forte da ferirsi, ma abbastanza forte da doversi massaggiare e fare delle smorfie.

    — Janov? — chiamò con voce soffocata, mentre gli occhi gli lacrimavano.

    — No, sono Bliss.

    Trevize allungò una mano oltre l’orlo della scrivania per un contatto parziale col computer, ed una luce tenue si diffuse nella stanza rivelando Bliss avvolta in una specie di vestaglia rosa chiaro.

    — Che c’è? — chiese Trevize.

    — Ho guardato nella tua stanza ma non c’eri. Comunque ho seguito le tracce inconfondibili della tua attività neuronica. Ho capito che eri sveglio, e sono entrata.

    — Sì, ma cosa vuoi?

    Bliss si sedette appoggiandosi alla parete e rannicchiò le ginocchia, abbassando il mento su di esse. — Non preoccuparti: non intendo minacciare quel che rimane della tua verginità.

    — Su questo non ho alcun dubbio — replicò Trevize sardonico. — Perché non dormi? Hai bisogno di riposo più di noi due.

    — Credimi — disse Bliss con voce bassa e sincera — l’episodio con i cani è stato molto stressante.

    — Ci credo.

    — Ma dovevo parlarti mentre Pel dormiva.

    — Parlarmi di che?

    — Quando Pel ti ha spiegato del robot, tu hai detto che questo fatto cambiava tutto. In che senso?

    — Non ci arrivi da sola? Abbiamo tre serie di coordinate. Tre Mondi Proibiti. Voglio visitarli tutti e tre per scoprire il più possibile riguardo la Terra prima di cercare di raggiungerla.

    Trevize si avvicinò un po’ a lei, per poter parlare ancor più sottovoce, poi si ritrasse di colpo. — Senti, non voglio che Janov venga qui a cercarti. Chissà cosa potrebbe pensare…

    — Improbabile che venga. Dorme, e io ho rinforzato leggermente il suo sonno. Se accennerà a svegliarsi, lo saprò… Continua… Vuoi visitare tutti e tre i mondi. E cos’è cambiato?

    — Non rientrava nei miei piani sprecare tempo senza motivo su questi mondi. Visto che questo mondo, Aurora, è stato abbandonato dagli esseri umani ventimila anni fa, dubito che si possano trovare ancora informazioni preziose. Non voglio perdere settimane o mesi setacciando la superficie del pianeta, affrontando cani e gatti e tori e chissà quali altri animali divenuti nel frattempo pericolosi, nella speranza vaga di trovare un misero indizio in mezzo ai ruderi, alla ruggine e alla polvere. Sugli altri due mondi, del resto, potremmo trovare invece degli esseri umani e delle biblioteche ancora intatte… in base a questo ragionamento, intendevo partire subito da Aurora. Se l’avessi fatto, adesso saremmo nello spazio, e dormiremmo tranquilli.

    — Ma?

    — Ma se esistono ancora dei robot funzionanti su questo mondo, potrebbero avere informazioni utili. Ed affrontare dei robot dovrebbe essere meno rischioso che affrontare degli esseri umani perché, stando a quel che ho sentito, i robot devono obbedire agli ordini e non possono fare del male all’uomo.

    — Così hai modificato i tuoi piani, e adesso resterai su questo mondo in cerca di robot.

    — Sono un po’ restio a farlo, Bliss. Stento a credere che dei robot possano durare ventimila anni senza manutenzione… Eppure, dato che tu ne hai visto uno che aveva ancora una scintilla di attività neuronica, è chiaro che non posso basarmi sulle mie opinioni personali in fatto di robot. Non devo lasciarmi condizionare dall’ignoranza: può darsi che i robot siano più longevi di quanto immaginavo, o che abbiano capacità di auto-manutenzione.

    Bliss disse: — Ascolta, Trevize, e per favore, rimanga tra noi…

    — Tra noi? — fece Trevize, alzando la voce sorpresa. — Noi due?

    — Shhh! Certo, tra noi due. Pelorat non deve saperlo. Senti, non devi modificare i tuoi piani. Avevi ragione fin dall’inizio: non ci sono robot funzionanti su questo mondo. Io non percepisco nulla del genere.

    — Hai individuato l’attività neuronica di un robot, però… e se ce n’è uno che funziona può darsi che…

    — Non ho individuato un bel niente. Quel robot non funzionava… non funzionava da un pezzo!

    — Ma hai detto…

    — Lo so cosa ho detto. Pel credeva di aver visto del movimento, di aver sentito un suono. Pel è un romantico, è una vita che lavora dedicandosi alla raccolta di dati, ma in questo modo non si diventa famosi nel mondo della cultura. Gli piacerebbe, tanto fare un’importante scoperta da solo. La parola “Aurora” l’ha trovata lui, è un suo merito legittimo, e non immagini quanto fosse felice. Moriva dalla voglia di scoprire qualcos’altro.

    — Mi stai dicendo che desiderava a tal punto fare una scoperta valida che si è convinto di essersi imbattuto in un robot funzionante, mentre in realtà il robot non funzionava?

    — Già, si è imbattuto in un ammasso di ruggine che non possedeva più coscienza della roccia a cui era appoggiato.

    — Ma tu hai confermato la sua versione.

    — Non sono riuscita a privarlo della sua scoperta: Pel significa tanto per me.

    Trevize la fissò a lungo, poi disse: — Ti spiace spiegarmi perché significa tanto per te? Voglio saperlo. Mi pare che dovresti vedere in lui nient’altro che un uomo anziano, senza alcun lato romantico. È un Isolato, poi, e tu disprezzi gli Isolati. Sei giovane e bella, Bliss, e ci saranno indubbiamente altre parti di Gaia rappresentate da bei giovani dal corpo vigoroso. Con loro puoi avere relazioni fisiche capaci di risuonare in tutta Gaia e raggiungere vertici estatici. Dunque, che ci trovi di speciale in Janov?

    Bliss lo guardò con espressione solenne. — Tu non lo ami?

    Trevize si strinse nelle spalle. — Gli sono affezionato. Si potrebbe dire, esulando dall’ambito sessuale, che lo amo, immagino.

    — Non lo conosci da molto, Trevize. Perché lo ami, allora, esulando dall’ambito sessuale?

    Senza accorgersene, Trevize sorrise. — È un tipo così strano. Credo davvero che nella sua vita non abbia mai pensato una sola volta a se stesso. Gli è stato ordinato di partire con me, e l’ha fatto. Senza obiettare. Voleva che andassi su Trantor, ma quando gli ho detto che intendevo andare su Gaia non ha protestato. Ed adesso mi sta seguendo in questa ricerca della Terra, pur sapendo probabilmente che sia un’impresa pericolosa. Sono certo che se dovesse sacrificare la sua vita per me… o per qualcun altro… lo farebbe, senza lamentarsi.

    — E tu daresti la vita per lui, Trevize?

    — Potrebbe darsi, se non avessi il tempo di pensarci su. Se mi soffermassi un attimo a riflettere, esiterei, e magari mi tirerei indietro per paura. Non sono buono quanto Janov. E proprio per questo, avverto l’esigenza di proteggerlo, perché rimanga com’è ora. Non voglio che la Galassia gli insegni a cambiare in peggio, capisci? E devo proteggerlo soprattutto da te: non sopporto l’idea che tu possa gettarlo da parte quando avrai finito di divertirti con lui.

    — Già… immaginavo che avresti pensato qualcosa del genere. E se vedessi in Pel quello che vedi tu… anzi, in modo ancor più approfondito, dal momento che posso entrare in contatto diretto con la sua mente? Da come mi comporto, ti pare che voglia fargli del male? Se me ne infischiassi di lui, perché sarei stata al gioco a proposito del robot funzionante, perché avrei sostenuto la sua illusione? Trevize, sono abituata al sentimento che tu definiresti bontà, perché ogni parte di Gaia è pronta a sacrificarsi per il bene della collettività. È l’unica linea di condotta che conosciamo e capiamo. Però comportandoci così non rinunciamo a nulla, perché ogni parte è anche l’intero… anche se non pretendo che tu lo capisca… Pel è diverso.

    Bliss non stava più guardando Trevize, sembrava quasi che parlasse tra sé. — È un Isolato, non è altruista in quanto parte di un insieme più grande: è altruista e basta. Mi capisci? Ha tutto da perdere, e nulla da guadagnare, eppure è quel che è. Di fronte a lui mi vergogno… sì, perché io non devo vivere con la paura di perdere qualcosa, mentre Pel deve vivere senza alcuna speranza di ottenere qualche vantaggio.

    Tornò a fissare Trevize, estremamente seria. — Ti rendi conto che sono in grado di capirlo molto meglio di te? E pensi che possa davvero fargli del male?

    Trevize disse: — Bliss, oggi mi hai chiesto: «Su, facciamo amicizia», ed io ti ho risposto solo con un: «Se vuoi». Da parte mia c’era una certa riluttanza, perché ero preoccupato per quello che avresti potuto fare a Janov. Adesso sono io a chiedertelo… Su, Bliss, facciamo amicizia… Puoi continuare ad indicarmi i vantaggi di Galaxia, ed io posso continuare a respingere i tuoi punti di vista, ma nonostante questo… facciamo amicizia. — E le tese la mano.

    — Certo, Trevize — annuì Bliss, e le loro mani si unirono in una stretta vigorosa.


    2

    Trevize sorrise tra sé. Era un sorriso interiore, perché le sue labbra non si spostarono di un millimetro.

    Quando aveva impiegato il computer per trovare la fantomatica stella della prima serie di coordinate, Pelorat e Bliss lo avevano osservato assorti, rivolgendogli delle domande. Adesso erano in camera loro e dormivano, o riposavano, e lasciavano che Trevize se la sbrigasse da solo.

    In un certo senso, Trevize si sentiva lusingato. Gli sembrava una dimostrazione di fiducia; Bliss e Pelorat ormai si erano resi conto che lui sapeva il fatto suo e non aveva bisogno di supervisori né di essere incoraggiato. Trevize, a sua volta, dopo la prima esperienza aveva imparato a fare maggiore affidamento sul computer, dato che era in grado di lavorare in perfetta autonomia, o quasi.

    Un’altra stella, luminosa e non registrata sulla mappa galattica, apparve sullo schermo. Era più luminosa della stella di Aurora, quindi il fatto che non figurasse nella memoria del computer era ancor più significativo.

    Trevize si meravigliò delle particolarità della tradizione antica. Interi secoli potevano sparire nell’ignoto. Intere civiltà potevano essere confinate nell’oblio. Eppure, di quei secoli e quelle civiltà a volte sopravviveva qualche frammento, qualche traccia concreta, ricordata senza distorsioni… come quelle coordinate.

    Trevize lo aveva fatto notare a Pelorat qualche tempo prima, e Pelorat gli aveva risposto subito che era proprio quella particolarità a rendere lo studio dei miti e delle leggende così gratificante. «Il trucco — aveva detto Pelorat — consiste nell’individuare quali componenti di una leggenda abbiano un sostrato preciso di verità. Non è un compito facile, ed è probabile che mitologisti diversi scelgano componenti diverse… componenti che, di solito, tendono a soddisfare certe loro interpretazioni».

    In ogni caso, la stella si trovava nel punto indicato dalle coordinate di Deniador, opportunamente corrette in base al fattore temporale. Trevize era disposto a scommettere una somma ingente sul fatto che anche la terza stella si sarebbe trovata nella posizione indicata. In tal caso, probabilmente, la leggenda rispondeva a verità anche quando affermava che esistessero 50 Mondi Proibiti (nonostante quella cifra tonda suscitasse qualche sospetto).

    Un mondo abitabile, un Mondo Proibito, ruotava in effetti attorno alla stella, e questa volta la scoperta non provocò in Trevize alcuna sorpresa. Si era aspettato di trovare il pianeta fin dall’inizio, e la “Far Star” iniziò ad orbitare lentamente attorno ad esso.

    La coltre di nubi era abbastanza rada ed offriva un discreto panorama della superficie. Era un mondo acquatico, come quasi tutti i mondi abitabili. C’erano un oceano tropicale ininterrotto e due oceani polari simili. In un punto, ad una latitudine mediana, c’era un continente dai contorni serpeggianti, con baie ed istmi lungo le coste. Sul lato opposto, la massa continentale era spezzata in tre tronconi, ognuno dei quali, a differenza dell’altro continente, si restringeva da nord a sud.

    Trevize rimpianse di non essere un esperto di climatologia e di non poter quindi predire le temperature e le stagioni partendo dalla sua osservazione dallo spazio. Per un attimo pensò di mettere al lavoro il computer e fargli risolvere il problema. Ma il clima era un fattore trascurabile.

    Era ben più importante il fatto che, ancora una volta, il computer non rilevasse alcuna radiazione di origine tecnologica. Il telescopio mostrava un pianeta che non era tarmato, e non si scorgevano zone desertiche. La terra scorreva in varie tonalità di verde, però non c’era traccia di aree urbane sul lato diurno, e sul lato notturno non brillava alcuna luce.

    Un altro pianeta pieno di ogni forma di vita, ad eccezione degli esseri umani?

    Trevize bussò alla porta dell’altra stanza.

    — Bliss? — chiamò sottovoce, e bussò di nuovo.

    Si udì un fruscio, e la voce della ragazza disse: — Sì?

    — Potresti venire qui? Mi serve il tuo aiuto.

    — Un attimo… Mi rendo presentabile.

    Quando finalmente Bliss apparve, a Trevize sembrò né più né meno presentabile delle altre volte. Era un po’ seccato per quell’inutile attesa, dal momento che a lui non importava che aspetto avesse. Ma adesso erano amici, così represse il proprio disappunto.

    Sorridendo, il tono perfettamente cordiale, Bliss gli chiese: — Cosa posso fare per te Trevize?

    Trevize indicò lo schermo. — Come puoi vedere, stiamo sorvolando la superficie di un mondo che sembra perfettamente sano, con un folto manto di vegetazione sulle aree emerse. Però non ci sono luci notturne, né radiazioni tecnologiche. Per favore, ascolta, e dimmi se esista della vita animale. Ad un certo punto mi è parso di vedere delle mandrie di animali che pascolassero, ma non ne sono sicuro. Sai, a volte può capitare di vedere quello che si vuole vedere a tutti i costi.

    Bliss ascoltò; almeno, un espressione di grande concentrazione le si dipinse in viso. Disse: — Oh, sì… È ricco di vita animale.

    — Mammiferi?

    — Penso proprio di sì.

    — Esseri umani?

    Bliss sembrò concentrarsi ancor di più. Passò un intero minuto, un altro, infine la ragazza si rilassò. — Non sono in grado di dirlo. Di tanto in tanto mi è sembrato di percepire una traccia di intelligenza sufficientemente intensa da essere considerata umana. Ma era una traccia troppo debole ed irregolare… Può darsi che anch’io stessi percependo semplicemente quello che desiderassi percepire a tutti i costi. Vedi…

    Si interruppe, assorta, e Trevize la sollecitò con un: — Be’?

    Bliss riprese: — Il fatto è che mi sembra di percepire qualcos’altro. Non si tratta di qualcosa con cui abbia dimestichezza, però sono sicura che non possano essere che…

    — Be’?

    Bliss si rilassò. — Non possono essere che dei robot.

    — Robot!

    — Sì, e se percepisco la loro presenza, mi pare che dovrei riuscire a percepire anche la presenza di esseri umani. Invece, niente.

    — Robot! — ripeté Trevize corrugando la fronte.

    — Sì, e parecchi, direi.


    3

    Pelorat esclamò: — Robot! — usando lo stesso tono di Trevize, quando ricevette la notizia. Poi abbozzò un sorriso. — Avevi ragione Golan, ed io ho sbagliato a dubitare di te.

    — Non ricordo che tu abbia dubitato di me, Janov.

    — Oh, be’, vecchio mio, non ho ritenuto opportuno esternare i miei dubbi. Però, in cuor mio, ho pensato che fosse un errore lasciare Aurora, visto che avevamo opportunità di interrogare qualche robot superstite: ma è chiaro che tu sapessi che qui avremmo trovato un numero maggiore di robot disponibili.

    — Niente affatto, Janov: non lo sapevo, ho solo tentato. Secondo Bliss, stando ai loro campi mentali, i robot dovrebbero essere perfettamente funzionanti, ed a me sembra che non dovrebbero funzionare alla perfezione senza degli esseri umani capaci di provvedere alla loro manutenzione. Comunque, Bliss non riesce ad avvertire alcuna traccia umana, così stiamo ancora cercando.

    Pelorat studiò lo schermo pensieroso. — Un mondo coperto di foreste, direi.

    — In gran parte. Ma ci sono tratti aperti che potrebbero essere praterie. Il problema è che non vedo alcuna città, non ci sono luci notturne: si rilevano solo radiazioni termiche.

    — Insomma, nessun essere umano, eh?

    — Chissà. Bliss è in cambusa, e sta cercando di concentrarsi. Ho fissato un meridiano fondamentale arbitrario così adesso il pianeta è diviso per latitudine e longitudine nel computer. Bliss ha un piccolo congegno, che preme ogni volta che incontra una concentrazione insolita di attività mentale robotica… immagino che non si possa parlare di attività neuronica riferendosi a dei robot… o eventuali tracce di pensiero umano. Il congegno è collegato al computer, che in questo modo fa il punto della situazione in varie coordinate, poi noi lasceremo che sia il computer a scegliere il luogo più adatto dove atterrare.

    Pelorat sembrava a disagio. — È prudente lasciare questa scelta al computer?

    — Perché no, Janov? È un computer efficiente. E poi, in mancanza di riferimenti, che male c’è a prendere in considerazione la scelta del computer?

    Pelorat si illuminò. — Hai ragione, Golan. Sai, alcune delle leggende più antiche raccontano di persone che per scegliere lanciassero dei cubi a terra.

    — Ah? E cosa ottenevano?

    — Vedi, ogni faccia del cubo rappresentava una decisione… sì, no, forse, rimandare, e così via… Il lato rivolto verso l’alto, quando il cubo si posava sul terreno, era quello col consiglio da seguire. Oppure si faceva rotolare una sfera su un disco con tante fessure lungo il bordo, e ogni fessura rappresentava una particolare decisione. La decisione da prendere era quella scritta nella fessura in cui si fermasse la sfera. Alcuni mitologisti ritengono che queste attività fossero dei giochi d’azzardo, più che dei sistemi divinatori, ma io non ci vedo una grande differenza.

    — In un certo senso, noi stiamo giocando d’azzardo nello scegliere il punto d’atterraggio — osservò Trevize.

    Bliss stava uscendo dalla cambusa, e sentì quell’ultimo commento. Disse: — Non stiamo affatto giocando d’azzardo. Ho premuto parecchi “forse” ed un “sì” sicuro al cento per cento, ed è verso quel “sì” che ci dirigeremo.

    — Come mai un sì così sicuro? — domandò Trevize.

    — Ho percepito una traccia di pensiero umano. Chiara, inconfondibile.


    4

    Era piovuto, perché l’erba era bagnata. In cielo, le nuvole filavano veloci e accennavano a diradarsi.

    La “Far Star” si era posata dolcemente accanto a un boschetto. (Nel caso ci fossero anche lì dei cani selvatici, pensò Trevize, scherzando solo in parte). Tutt’intorno si estendeva una specie di pascolo, e durante la discesa, quando avevano raggiunto una quota adatta, Trevize aveva scorto frutteti e campi di grano e, questa volta senza ombra di dubbio, animali che pascolavano.

    Non c’erano strutture, però. Nulla di artificiale… solo che la regolarità della disposizione degli alberi da frutta ed i contorni geometrici che delimitavano i campi erano di per se stessi tracce artificiali significative quanto una centrale a microonde.

    Possibile che quegli interventi artificiali fossero esclusivamente opera dei robot? Che l’uomo fosse del tutto assente?

    Trevize stava sistemando in silenzio le sue fondine. Questa volta si era accertato che entrambe le armi fossero in perfetta efficienza e cariche al massimo. Per un attimo, colse lo sguardo di Bliss e si fermò.

    Bliss disse: — Fai pure. Non credo che ti serviranno, ma è quel che credevo anche la scorsa volta, no?

    Trevize chiese: — Vuoi armarti anche tu, Janov?

    Pelorat rabbrividì. — No, grazie. Con la tua difesa fisica, e con la difesa mentale di Bliss, mi sento tranquillo. Immagino che sia un gesto vigliacco da parte mia nascondermi sotto la vostra ala protettiva… ma se devo essere sincero, non mi vergogno, dato che sono troppo contento di non dover ricorrere in nessun caso alla forza.

    Trevize disse: — Capisco. Ma non allontanarti mai da solo. Se Bliss ed io ci separeremo, stai con lei o con me, e non ti venga in mente di dar retta alla curiosità e sgattaiolare chissà dove per conto tuo.

    — Non preoccuparti, Trevize — intervenne Bliss. — Me ne occupo io.

    Trevize scese dalla nave per primo. Il vento era vivace e leggermente freddo in seguito alla pioggia, ma Trevize preferiva così. Probabilmente prima che piovesse, la calura e l’umidità dovevano essere state opprimenti.

    Respirò, sorpreso. L’odore del pianeta era delizioso. Ogni pianeta aveva un odore particolare, lo sapeva, un odore immancabilmente strano e di solito disgustoso… Forse solo perché era strano… Come se le cose strane dovessero essere per forza sgradevoli… Forse in questo caso, il profumo dipendeva dalla pioggia recente, o da una particolare stagione dell’anno. Comunque…

    — Venite — disse. — Si sta bene qui fuori: è piacevole.

    Pelorat sbucò all’aperto e disse: — Piacevole è la parola giusta. Secondo te, ha sempre questo profumo?

    — Non importa. Tanto in un’ora ci saremo abituati, i nostri recettori nasali saranno ormai saturi, e non sentiremo più alcun profumo speciale.

    — Peccato — fece Pelorat.

    — L’erba è bagnata — si lamentò Bliss.

    — Non piove su Gaia? — chiese Trevize, ed in quel mentre un raggio di sole si posò momentaneamente su di loro attraverso uno squarcio tra le nubi. Tra poco il sole sarebbe uscito per un’apparizione meno fugace.

    — Sì — rispose Bliss — ma noi sappiamo quando pioverà, e siamo preparati.

    — Peccato — disse Trevize. — Perdete il brivido dell’imprevisto.

    Bliss disse: — Hai ragione: cercherò di essere meno provinciale.

    Pelorat si guardò attorno e disse in tono deluso: — Pare proprio che qui non ci sia nulla.

    — Pare, ma non è così — disse Bliss. — Stanno arrivando. Vengono da dietro quell’altura. — Si rivolse quindi a Trevize. — Pensi che sia il caso di andare loro incontro?

    Trevize scosse la testa. — No. Per venire fin qui abbiamo percorso parecchi parsec. Lascia che siano loro a fare l’ultimo tratto di strada: li aspetteremo.

    Solo Bliss era in grado di percepire la loro presenza; poi d’un tratto, nella direzione indicata da lei, una figura apparve sulla sommità dell’altura, seguita subito dopo da una seconda ed una terza figura.

    — Credo che per il momento non ce ne siano altri — annunciò la ragazza.

    Trevize osservò incuriosito. Anche se non aveva mai visto un robot, capì subito che quelli fossero robot. Avevano la forma schematica degli esseri umani, anche se non sembravano propriamente metallici. La loro superficie corporea era opaca e dava un’impressione di morbidezza, quasi fosse rivestita di felpa.

    Ma chi gli garantiva che la morbidezza fosse solo un’impressione? Trevize provò il desiderio improvviso di toccare quelle figure che avanzavano imperturbabili. Se quello era davvero un Mondo Proibito, e se era vero che le navi lo evitassero (il che era senza dubbio vero dal momento che il suo sole non figurava nella mappa galattica) allora la “Far Star” e le persone a bordo dovevano rappresentare qualcosa di estraneo all’esperienza dei robot. Eppure stavano sfoggiando la massima sicurezza, quasi si trovassero ad affrontare una situazione di routine.

    Sottovoce, Trevize disse: — Può darsi che qui riusciamo ad ottenere informazioni non disponibili in qualsiasi altro punto della Galassia. Potremmo chiedere di indicarci la posizione della Terra rispetto a questo mondo… e se la conosceranno ce la diranno. Chissà da quanto tempo questi robot sono attivi? Potrebbero addirittura risponderci attingendo dai loro ricordi personali. Pensate!

    — D’altro canto — replicò Bliss — può darsi che siano di fabbricazione recente, e che non sappiano nulla.

    — O può darsi che sappiano ma che si rifiutino di rispondere — soggiunse Pelorat.

    Trevize disse: — Non credo che possano rifiutarsi di rispondere, a meno di non avere ricevuto ordini precisi di non darci informazioni. E dal momento che nessuno poteva aspettarsi il nostro arrivo, secondo me è impossibile che abbiano ricevuto istruzioni del genere.

    A una distanza di circa tre metri, i robot si fermarono. Non dissero nulla, rimasero immobili.

    Trevize, la mano sul disintegratore, disse a Bliss, tenendo d’occhio i robot: — Percepisci qualche atteggiamento ostile?

    — A parte il fatto che non abbia un minimo di dimestichezza con la loro struttura mentale, non mi sembra di cogliere nulla di ostile — rispose la ragazza.

    Trevize staccò la destra dal calcio dell’arma, ma non di molto. Alzò la sinistra, rivolgendo il palmo ai robot, augurandosi che lo interpretassero come un gesto di pace, e parlando lentamente disse: — Vi saluto. Siamo venuti su questo mondo da amici.

    Il robot al centro del terzetto piegò la testa in una specie di goffo inchino, che ad un ottimista sarebbe potuto apparire come un gesto di pace, quindi rispose.

    Trevize restò a bocca aperta per lo stupore. In un universo unito dal Galattico, era inconcepibile che venisse a mancare il sistema di comunicazione fondamentale. Eppure, il robot non si esprimeva in Galattico Standard, né in alcuna altra lingua che si avvicinasse vagamente a quella universale. Trevize infatti non comprese una sola parola.


    5

    La sorpresa di Pelorat fu pari a quella dell’amico, però il suo era stupore misto a piacere.

    — Che strano, eh? — osservò.

    Trevize gli si rivolse con una certa asprezza nella voce. — Non è strano: direi che sia un farfugliare assurdo.

    — Non è affatto un farfugliare assurdo — lo contraddisse Pelorat. — È Galattico, ma molto arcaico. Capisco qualche parola. Probabilmente riuscirei a capire facilmente se le parole fossero scritte: è la pronuncia il vero ostacolo.

    — Be’, cos’ha detto?

    — Che non ha capito quel che gli hai detto.

    Bliss intervenne: — Non so cos’abbia detto, però avverto della perplessità, che mi pare appropriata. Certo, sempre che possa fidarmi della mia analisi dei sentimenti robotici… ed ammesso che esistano dei sentimenti robotici.

    Parlando lentamente, a fatica, Pelorat disse qualcosa, ed i tre robot piegarono la testa contemporaneamente.

    — Traduci — disse Trevize.

    Pelorat rispose: — Ho detto loro che non so parlare bene questa lingua, ma che farò del mio meglio. Ho chiesto una breve pausa. Santo Cielo, vecchio mio, la faccenda è molto interessante.

    — Molto deludente — borbottò Trevize.

    — Vedi, ogni mondo abitabile della Galassia elabora una propria varietà di Galattico, così esistono migliaia di dialetti che a volte sono praticamente incompatibili ed incomprensibili a vicenda, però tutti sono unificati dal denominatore comune del Galattico Standard. Se questo mondo è rimasto isolato per ventimila anni, la sua lingua avrebbe dovuto discostarsi dalle altre lingue galattiche fino a trasformarsi in una lingua completamente diversa. Questo mutamento non è avvenuto, e forse la spiegazione è che questo mondo abbia un sistema sociale che dipenda dai robot, robot in grado di capire soltanto la lingua parlata all’epoca della loro programmazione. Non si è avuta una riprogrammazione continua, la lingua è rimasta statica, ed adesso ci troviamo di fronte solo ad una forma molto arcaica di Galattico.

    — È un esempio della staticità dannosa e della degenerazione di una società robotizzata — osservò Trevize.

    — Ma, amico mio — protestò Pelorat — il carattere immutabile di una lingua non è necessariamente un segno di degenerazione. Presenta degli aspetti vantaggiosi. I documenti conservano il loro significato per secoli, per millenni; il raggio d’azione e la precisione degli studi storici aumentano. Nel resto della Galassia, la lingua degli editti imperiali dell’epoca di Hari Seldon comincia già a suonare antiquata.

    — E tu conosci questo Galattico arcaico?

    — Non si può dire che lo conosca, Golan. Però, studiando i vecchi miti e le leggende ho imparato a decifrarlo. Il vocabolario non è poi così diverso… cambiano però le coniugazioni, certe espressioni idiomatiche non vengono più usate attualmente, e la pronuncia è completamente cambiata. Posso fungere da interprete, ma non aspettarti un interprete in gamba.

    Trevize emise un sospiro tremulo. — Sempre meglio che niente. Procedi pure, Janov.

    Pelorat si voltò verso i robot, attese un attimo, poi tornò a rivolgersi a Trevize. — Cosa devo dire?

    — Veniamo subito al dunque. Chiedi dove sia la Terra.

    Pelorat pronunciò le parole una alla volta, accompagnandole con gesti esagerati delle mani.

    I robot si guardarono ed emisero dei suoni. Quello al centro parlò a Pelorat, che rispose allargando le mani come se stesse tirando un pezzo di gomma. Il robot rispose scandendo le parole con la stessa meticolosità dello studioso.

    Pelorat disse a Trevize: — Forse non riesco a spiegare di preciso cosa intendo per “Terra”. Ho l’impressione che credano che mi riferisca ad una regione del loro pianeta, e dicono di non sapere dove si trovi questa regione.

    — Indicano questo pianeta con un nome, Janov?

    — Se non vado errato, mi pare che lo chiamino “Solaria”.

    — Mai incontrato questo nome nelle tue leggende?

    — No, mai… come non avevo mai sentito parlare di Aurora.

    — Be’, chiedi se ci sia un posto chiamato Terra in cielo… tra le stelle — insisté Trevize indicando verso l’alto. — Indicagli il cielo.

    Altra breve conversazione, quindi Pelorat si girò e annunciò: — Golan, tutto quello che sono riuscito a farmi dire è che non ci sia alcun posto in cielo.

    Bliss intervenne: — Chiedi ai robot quanti anni abbiano, o meglio da quanti anni funzionino.

    — Non so come tradurre “funzionare” — fece Pelorat scuotendo la testa. — Anzi forse non sono neppure in grado di tradurre “quanti anni”… No, non sono affatto un buon interprete.

    — Fai del tuo meglio, caro — lo sollecitò la ragazza.

    E dopo una discussione fitta col robot, Pelorat annunciò: — Sono in funzione da ventisei anni.

    — Ventisei anni — borbottò Trevize disgustato. — Hanno più o meno la tua età.

    Bliss ribatté inorgogliendo di colpo: — Si dà il caso…

    — Lo so. Sei Gaia, quindi hai migliaia di anni… Comunque, questi robot non possono parlarci della Terra per esperienza diretta, e chiaramente le loro memorie contengono solo dati necessari al loro funzionamento. Per cui non sanno nulla di astronomia.

    Pelorat disse: — Può darsi che da qualche parte del pianeta ci siano dei robot diversi… robot primordiali.

    — Ne dubito — fece Trevize. — Comunque, chiediglielo, se trovi le parole, Janov.

    Questa volta la conversazione fu ancor più lunga, e al termine Pelorat era accaldato ed aveva un’aria delusa. — Golan, ci sono parecchi punti che mi sfuggono, però mi sembra di capire che i robot siano usati per i lavori manuali e non sappiano nulla. Questo robot parla degli esemplari più vecchi in modo sprezzante… o almeno, l’equivalente robotico del disprezzo umano. Loro tre sono robot domestici, dicono, e vengono sostituiti prima di diventare vecchi. Sono loro quelli che sappiano per davvero come stiano le cose… parole loro, non mie.

    — Non sanno granché — grugnì Trevize. — Per lo meno, di quello che ci interessa.

    — Peccato che abbiamo lasciato Aurora con tanta fretta — osservò Pelorat. — Se avessimo trovato qualche robot superstite… e l’avremmo sicuramente trovato, dal momento che il primo che abbia incontrato aveva ancora una scintilla di vita… se avessimo trovato un robot superstite, dicevo, senza dubbio avrebbe saputo parlarci della Terra per esperienza diretta.

    — Sempre che avesse la memoria intatta, Janov — disse Trevize. — Ma possiamo sempre tornare su Aurora, e se sarà necessario lo faremo, cani o non cani… Comunque, se questi robot risalgono solo ad un paio di decenni fa, i loro costruttori devono essere ancora vivi, e deve trattarsi per forza di esseri umani. — Si rivolse a Bliss. — Sei sicura di avere percepito…

    Bliss lo interruppe alzando una mano, ed assunse un’espressione tesa, concentrata. — Sta arrivando — disse sottovoce.

    Trevize si girò in direzione dell’altura, e dal versante opposto emerse la figura inconfondibile di un essere umano che scese con passi decisi verso di loro. Aveva una carnagione pallida, lunghi capelli chiari folti sulle tempie. Aveva un’espressione solenne, ma giovanile. Le braccia e le gambe nude non erano particolarmente muscolose.

    I robot si fecero da parte per lasciarlo passare, e l’uomo avanzò arrestandosi in mezzo a loro.

    Quindi parlò, con una voce chiara e gradevole, e le sue parole, sebbene un po’ antiquate, erano in Galattico Standard, facilmente comprensibili.

    — Salute, vagabondi dello spazio — esordì. — Che abbisognavate dai miei robot?


    6

    Trevize non ebbe una reazione brillante. Disse scioccamente: — Parlate il Galattico?

    Il Solariano sorrise torvo. — E perché mai non dovrei, giacché non sono muto?

    — Ma… questi? — Trevize indicò i robot.

    — Questi sono robot: parlano la nostra lingua, come io la parlo. Ma io sono Solariano e sento le comunicazioni iperspaziali dei mondi esterni, ed in tal modo ho appreso il vostro modo di parlare, come i miei predecessori. I miei predecessori hanno lasciato descrizioni della lingua, eppure di continuo sento parole nuove ed espressioni che cambiano di anno in anno… dal che si direbbe che voi Coloni siate capaci di colonizzare nuovi mondi, ma non di fissare e render stabili le parole. Perché ti sorprende la mia comprensione della tua lingua?

    — Non avrei dovuto mostrarmi sorpreso — disse Trevize. — Mi scuso. Solo che, dopo aver parlato coi robot, non mi aspettavo di sentir parlare il Galattico su questo mondo.

    Studiò il Solariano. Indossava una veste bianca leggera, che li penzolava abbondante sulle spalle, con ampie aperture per braccia. Era aperta sul davanti, lasciando intravedere il torso nudo ed un perizoma sottostante: fatta eccezione per un paio di sandali, non portava altro.

    Trevize si rese conto di non poter stabilire se l’abitante di Solaria fosse maschio o femmina: il petto era certamente maschile, ma glabro, ed il perizoma non mostrava alcun rigonfiamento.

    Si rivolse a Bliss, sottovoce. — Potrebbe trattarsi di un altro robot, un essere artificiale dalle sembianze identiche a…

    Muovendo impercettibilmente le labbra, la ragazza rispose: — La sua mente è quella di essere umano, non un robot.

    Il Solariano disse: — Ancora non avete risposto alla mia precedente domanda. Scuserò la mancanza attribuendola alla vostra sorpresa. Ora vi rivolgerò la domanda di nuovo, e non dovete più astenervi dal rispondere… Che abbisognavate dai miei robot?

    Trevize disse: — Siamo viaggiatori in cerca di informazioni che ci consentano di arrivare a destinazione. Abbiamo chiesto ai robot di darci le informazioni necessarie, ma loro non hanno saputo risponderci.

    — Quali informazioni vi occorrono? Può essere che io possa aiutarvi.

    — Ci occorre sapere la posizione della Terra: siete in grado di indicarcela?

    Il Solariano inarcò le sopracciglia. — Avrei pensato di essere io l’oggetto primario della vostra curiosità. Vi fornirò l’informazione, pur se non mi è stata richiesta. Sono Sarton Bander, e voi vi trovate all’interno della tenuta Bander, che si estende in ogni direzione a perdita d’occhio e ben oltre. Non posso dire che siate i benvenuti, dacché venendo qui voi avete commesso una violazione. Siete i primi Coloni scesi su Solaria da migliaia d’anni in qua e, come ho testé appurato, siete venuti qui soltanto per scoprire la miglior via per raggiungere un altro mondo: un tempo, Coloni, voi e la vostra nave sareste stati distrutti senza preavviso.

    — Un modo barbaro di trattare persone che non abbiano intenzioni ostili e non facciano alcun male — osservò cauto Trevize.

    — Ne convengo, ma quando i membri di una società in espansione mettono piede su un mondo inoffensivo e statico, il semplice contatto è potenzialmente assai dannoso e pericoloso. Quando temevamo quel pericolo, eravamo pronti a distruggere all’istante chiunque si avvicinasse. Dacché non abbiamo più motivo di temere, come vedete voi stessi, siamo disposti a parlare.

    Trevize disse: — Apprezzo le informazioni che ci avete dato con tanta generosità, ma noto che non avete risposto alla mia domanda precedente. La ripeterò… Sapreste indicarci la posizione del pianeta Terra?

    — Dicendo Terra, suppongo ti riferisca al mondo su cui ebbero origine la specie umana e le varie specie di piante e animali. — Il Solariano fece un ampio gesto aggraziato con la mano, quasi ad abbracciare l’intero ambiente circostante.

    — Esattamente, signore.

    Una strana espressione di ripugnanza guizzò sul volto del Solariano. — Per favore, chiamatemi semplicemente Bander, se proprio dovete usare un appellativo. Non rivolgetevi a me con parole che contengano un genere. Non sono né maschio né femmina: sono completo.

    Trevize annuì (non si era sbagliato). — Come vuoi, Bander. Allora, dove si trova la Terra, il pianeta d’origine di noi tutti?

    — Non lo so, né desidero saperlo. E se lo sapessi, o se riuscissi a scoprirlo, non ne trarreste vantaggio alcuno, poiché la Terra non esiste più in quanto mondo… Ah — Bander allargò le braccia — il sole è piacevole. Non vengo spesso in superficie, e mai quando il sole non si mostri. I miei robot si sono fatti incontro a voi finché il sole era celato dalle nubi: io li ho seguiti solo quando il cielo si è schiarito.

    — Perché la Terra non esiste più come mondo? — insisté Trevize, preparandosi a sentire di nuovo la storia della radioattività.

    Ma Bander ignorò la domanda, o meglio la accantonò con noncuranza. — È una storia troppo lunga… Mi hai detto che non siete venuti con intenzioni ostili.

    — Certo.

    — Allora a che scopo sei armato?

    — Una semplice precauzione: non sapevo cosa avrei potuto incontrare su questo pianeta.

    — Non ha importanza: le tue piccole armi non costituiscono alcun pericolo per me. Tuttavia sono curioso. Ovviamente, ho spesso sentito parlare delle vostre armi, e della vostra storia particolarmente barbara che pare dipendere in gran misura dalle armi. Malgrado ciò, non ho mai visto un’arma vera e propria: mi è consentito di vedere le tue?

    Trevize indietreggiò di un passo. — Temo di no, Bander.

    Bander parve divertito. — L’ho chiesto solo per cortesia: non era necessario che lo chiedessi.

    Tese una mano, e dalla fondina di destra di Trevize sgusciò fuori il disintegratore, mentre la frusta neuronica si sollevava dall’altra. Trevize annaspò per prendere le armi, ma le sue braccia erano come strette in una morsa elastica. Sia Pelorat che Bliss accennarono ad intervenire, ma anche loro erano incapaci di muoversi.

    Bander disse: — Non prendetevi la briga di reagire: sarebbe un tentativo vano. Non potete. — Le armi volarono nelle sue mani, e Bander le osservò attentamente. — Questo — disse, indicando il disintegratore — sembra un proiettore di raggi a microonde che produce calore, causando l’esplosione di qualsiasi corpo contenente liquidi e fluidi. L’altra arma è più raffinata, e lo confesso… a prima vista mi sfugge quale possa essere il suo impiego. Comunque, dacché non avete intenzioni ostili e non fate nulla di male, queste armi non vi occorrono. Volendo, posso scaricare la loro riserva energetica… anzi, lo faccio immediatamente. Ecco, ora sono innocue, a meno che non le si voglia usare come mazze, nel qual caso sarebbero davvero di scarsa maneggevolezza.

    Il Solariano lasciò andare le armi, che galleggiarono nell’aria verso Trevize e tornarono a infilarsi nelle rispettive fondine.

    Trevize, non sentendosi più bloccato, estrasse il disintegratore, rendendosi conto subito nell’inutilità del suo gesto. Il contatto era staccato, ed era evidente che l’accumulatore fosse stato svuotato completamente. La frusta neuronica aveva subito un trattamento identico.

    Sollevò lo sguardo verso Bander, che disse sorridendo: — Sei del tutto inerme, Esterno: volendo, con la massima facilità potrei distruggere la tua nave… ed anche te, naturalmente.


    11. Sottoterra


    7

    Trevize raggelò. Cercando di respirare normalmente, si voltò verso Bliss.

    La ragazza stava cingendo con fare protettivo il fianco di Pelorat, e sembrava calmissima. Abbozzò un sorriso, ed annuì in maniera quasi impercettibile.

    Trevize tornò a rivolgersi a Bander. L’atteggiamento complessivo di Bliss gli era parso sicuro, così sperando nella correttezza della propria interpretazione disse con una certa asprezza: — Come hai fatto, Bander?

    Bander, evidentemente di buon umore, sorrise. — Ditemi, piccoli Esterni, credete nella stregoneria? Nella magia?

    — No, non ci crediamo, piccolo Solariano — sbottò Trevize. Bliss gli tirò la manica, mormorando: — Non irritarlo: è pericoloso.

    — Lo vedo benissimo — disse Trevize, faticando a tenere bassa la voce. — Fai qualcosa, allora.

    Sempre in un mormorio, la ragazza replicò: — Non ancora. Sarà meno pericoloso sentendosi sicuro di sé.

    Bander ignorò quello scambio sussurrato. Si staccò da loro disinvolto, mentre i robot si scostavano per lasciarlo passare.

    Poi girò il capo e piegò languidamente l’indice. — Venite. Seguitemi. Tutti e tre. Vi racconterò una storia che può darsi che non vi interessi, ma che interessa me. — E continuò a camminare tranquillo.

    Trevize restò dov’era per un po’, indeciso sul da farsi. Bliss invece si mosse trascinando con sé Pelorat. Infine anche Trevize si incamminò per non rimanere solo in compagnia dei robot.

    Bliss commentò scherzando: — Se Bander vuole essere così gentile da raccontarci una storia che forse non ci interesserà…

    Bander si voltò e fissò Bliss come se la vedesse per la prima volta solo allora. — Tu sei la semi-umana femmina, vero? La metà inferiore?

    — La metà minore, Bander. Sì.

    — Questi altri due sono i semi-umani maschi, dunque?

    — Appunto.

    — Hai già avuto il tuo bambino, femmina?

    — Mi chiamo Bliss, Bander. Non ho ancora avuto un bambino. Questo è Trevize, e questo è Pelorat.

    — E di questi due maschi, quale ti assisterà quando verrà il momento? O ti assisteranno ambedue? O nessuno dei due?

    — Sarà Pel ad assistermi, Bander.

    Bander rivolse la propria attenzione a Pelorat. — Hai i capelli bianchi, vedo.

    — Sì — annuì Pelorat.

    — Hanno da sempre quel colore?

    — No, Bander, hanno cambiato colore con l’età.

    — E qual è la tua età?

    — Ho cinquantadue anni — rispose Pelorat. E si affrettò ad aggiungere: — Anni Galattici Standard.

    Bander continuò a camminare (verso la sua dimora lontana, immaginò Trevize) ma più lentamente. Disse: — Ignoro a quanto corrisponda un Anno Galattico Standard, però ritengo che non possa differenziarsi tanto da un nostro anno. E che età avrai alla tua morte, Pel?

    — Chi può dirlo? Può darsi che viva altri trent’anni.

    — Ottantadue anni, dunque. Vita brevissima… divisi in metà… Incredibile, eppure i miei remoti antenati erano come voi e vivevano sulla Terra… Alcuni di loro però lasciarono la Terra per fondare nuovi mondi in nuovi sistemi stellari… mondi mirabili, bene organizzati, e numerosi.

    Trevize disse ad alta voce: — Non tanto numerosi: cinquanta.

    Bander gli lanciò un’occhiata altezzosa, e il suo buon umore sembrò affievolirsi. — Trevize… È questo il tuo nome, vero?

    — Golan Trevize, è il mio nome completo… Ho detto che i Mondi Spaziali erano cinquanta: i nostri mondi si contano a milioni.

    — Dunque, sapete la storia che intendo raccontarvi? — fece Bander.

    — Se volevi dirci che un tempo esistevano cinquanta Mondi Spaziali, sì, questo lo sappiamo.

    — Noi attribuiamo importanza non solo al numero, piccolo semi-umano — disse Bander. — Noi consideriamo anche la qualità. Erano cinquanta mondi, però qualitativamente uno solo di essi era superiore a tutti i vostri milioni di mondi. E Solaria era il cinquantesimo, pertanto il migliore. Se i Mondi Spaziali superavano di gran lunga la Terra, ebbene, Solaria superava di gran lunga gli altri Mondi Spaziali.

    «Solo noi Solariani apprendemmo il modo in cui vivere autenticamente. Non ci ammassammo né ci raggruppammo, come invece avveniva sulla Terra, sugli altri mondi, persino sui Mondi Spaziali. Ognuno di noi viveva da solo; c’erano i robot ad aiutarci, e ci osservavamo elettronicamente ogni volta che desideravamo farlo, ma entrando in contatto visivo diretto solo di rado. Sono trascorsi molti anni da che ho guardato degli esseri umani come ora sto guardando voi… del resto, voi siete soltanto semi-umani, e la vostra presenza pertanto non limita la mia libertà, come non la limiterebbe la presenza di una mucca o di un robot.

    «Eppure, noi stessi un tempo eravamo semi-umani. Per quanto perfezionassimo la nostra libertà, per quanto diventassimo padroni solitari di innumerevoli robot, la libertà non era mai assoluta. Al fine di produrre giovani si rendeva necessaria la cooperazione di due individui. Naturalmente, era possibile fornire spermatozoi ed ovuli, far sì che il processo di fecondazione e la successiva crescita embrionale avvenissero artificialmente grazie all’automazione. Era possibile affidare i neonati alle cure dei robot. Però i semi-umani non volevano rinunciare al piacere che accompagnava la fecondazione biologica. Conseguentemente si creava un attaccamento emotivo perverso, e la libertà svaniva. Capite che questa situazione doveva essere modificata?

    Trevize disse: — No, Bander, perché la nostra concezione di libertà è diversa dalla vostra.

    — Perché non sapete cosa sia davvero la libertà. Avete sempre vissuto in moltitudini, e non conoscete che un sistema di vita… piegarvi in tutto e per tutto alla volontà altrui, o, cosa altrettanto abietta, lottare costantemente per piegare gli altri alla vostra volontà. Dov’è la libertà in questo caso? La libertà ha un unico significato… vivere come si desideri! Fare esattamente tutto ciò che si desideri.

    «Poi giunse un’epoca in cui gli abitanti della Terra iniziarono di nuovo a sciamare, un’epoca in cui le loro moltitudini soffocanti tornarono a riversarsi nello spazio. Gli altri Spaziali, che non si ammassavano come i Terrestri, ma che si ammassavano comunque in misura minore, cercarono di competere con loro.

    «Noi Solariani non lo facemmo, prevedendo il fallimento inevitabile di tale iniziativa. Ci trasferimmo invece sottoterra, interrompendo ogni contatto col resto della Galassia. Eravamo decisi a rimanere noi stessi a tutti i costi. Creammo robot ed armamenti adatti a proteggere la nostra superficie apparentemente deserta, ed i nostri dispositivi funzionarono a meraviglia. Vennero delle navi, furono distrutte, e cessarono di importunarci. Il pianeta venne considerato abbandonato, e fu dimenticato, come speravamo.

    «E nel frattempo, sottoterra, noi lavoravamo per risolvere i nostri problemi. Modificammo i nostri geni con cautela, delicatamente. Ci furono degli insuccessi, ma anche alcuni successi, che noi sfruttammo a dovere. Impiegammo molti secoli, però infine diventammo esseri umani completi, che inglobassero in un unico corpo le caratteristiche maschili e quelle femminili, capaci di procurarci il piacere totale a nostro piacimento, e di produrre, volendo, uova fecondate da affidare alla competenza robotica per la loro maturazione.

    — Ermafroditi — disse Pelorat.

    — È così che si dice nella vostra lingua? — chiese Bander indifferente. — Non ho mai sentito questa parola.

    — L’ermafroditismo porta all’arresto totale dell’evoluzione — disse Trevize. — Ogni figlio è il duplicato genetico del genitore ermafrodita.

    — Via — sbottò Bander — presentate l’evoluzione come un fenomeno affidato al caso. Siamo in grado di progettare i nostri bambini se lo desideriamo. Possiamo cambiare e regolare i geni, ed occasionalmente lo facciamo… Ma siamo ormai giunti alla mia residenza. Entriamo, il giorno avanza: il sole sta già cessando di diffondere un calore adeguato, e saremo più a nostro agio al coperto.

    Superarono una porta che era priva di qualsiasi serratura ma che si aprì al loro arrivo e si richiuse alle loro spalle non appena furono passati. Non c’erano finestre, ma la stanza cavernosa in cui sbucarono aveva le pareti che sprigionavano una luminosità vivida. Il pavimento sembrava spoglio, però era soffice ed elastico. In ognuno dei quattro angoli della stanza, c’era un robot immobile.

    — Quella parete — spiego Bander indicando la parete di fronte alla porta (una parete identica alle altre, a prima vista) — È il mio schermo visivo. Il mondo si apre dinanzi a me mediante quello schermo, ma lo schermo non limita in alcun modo la mia libertà dacché non posso essere costretto ad usarlo.

    Trevize disse: — E tu non puoi costringere un altro a usare il suo schermo se vuoi vederlo… e viceversa.

    — Costringere? — fece Bander sprezzante. — Ognuno faccia ciò che preferisce, a patto che io possa fare altrettanto.

    C’era una sedia nella stanza, posta davanti allo schermo, e Bander si sedette.

    Trevize si guardò attorno, quasi si aspettasse che dal pavimento uscissero altre sedie. — Possiamo sedere anche noi?

    — Se volete — rispose Bander.

    Bliss, sorridendo, si accovacciò sul pavimento. Pelorat si sistemò accanto a lei. Trevize si ostinò a restare in piedi.

    Bliss disse: — Senti, Bander, quanti esseri umani vivono su questo pianeta?

    — Devi dire “Solariani”, semi-umana Bliss. L’espressione “esseri umani” è inquinata dal fatto che i semi-umani si definiscono tali. Noi potremmo chiamarci “umani completi”, ma manca di scorrevolezza. Solariani è il termine adatto.

    — Allora, quanti Solariani vivono su questo pianeta?

    — Non lo so di preciso. Noi non ci contiamo… milleduecento, forse.

    — Solo milleduecento sull’intero pianeta?

    — Ben milleduecento. Ecco che considerate di nuovo il numero, mentre noi ci basiamo sulla qualità… Ed il concetto di libertà continua a sfuggirvi. Se un altro Solariano potesse contrastare la mia supremazia assoluta su qualsiasi parte della mia terra, sui miei robot, o su qualsiasi creatura vivente od oggetto inanimato di mia proprietà, ecco che la mia libertà ne risulterebbe limitata. Giacché esistono altri Solariani, bisogna contenere il più possibile la limitazione della libertà allontanando il più possibile i Solariani, così che i contatti diventino in pratica inesistenti. Solaria accoglie milleduecento Solariani che vivono in condizioni quasi ideali. Aumentando il numero, la libertà ne risentirebbe concretamente, con conseguenze insostenibili.

    — Il che significa che ogni nascita debba essere programmata in maniera tale da bilanciare il numero delle morti — intervenne d’un tratto Pelorat.

    — Certamente. Ed immagino che la regola valga per tutti i mondi con una popolazione stabile… persino per il vostro mondo, forse.

    — E dal momento che probabilmente si verificano pochi decessi, ci saranno, immagino, pochi bambini.

    — Pochi davvero.

    Pelorat annuì in silenzio.

    Trevize disse: — Mi interessa sapere come hai fatto a far volare le mie armi: non l’hai ancora spiegato.

    — Ti ho proposto come spiegazione stregoneria o la magia. Ti rifiuti di accettare una spiegazione simile?

    — Certo che mi rifiuto, per chi mi prendi?

    — In tal caso, crederesti alla conservazione dell’energia ed all’aumento inevitabile dell’entropia?

    — Certo. E credo anche che in ventimila anni non siate riusciti a cambiarle o a modificarle di un micron.

    — Infatti non l’abbiamo fatto, semi-persona. Ma rifletti… All’esterno c’è la luce solare. — Bander compì un gesto stranamente aggraziato, quasi volesse creare la luce del sole tutt’intorno. — E c’è l’ombra. C’è più caldo al sole che all’ombra ed il calore fluisce spontaneamente dall’area illuminata all’area in ombra.

    — Non mi stai dicendo nulla di nuovo — osservò Trevize. — Lo so perfettamente.

    — Forse proprio perché lo sai così bene non ti soffermi più a considerare il fenomeno… E di notte, la superficie di Solaria è più calda degli oggetti che si trovino oltre la sua atmosfera, e dunque il calore fluisce spontaneamente dalla superficie planetaria nello spazio esterno.

    — So anche questo.

    — E sia di giorno che di notte, l’interno del pianeta è più caldo della superficie. Pertanto, il calore fluisce spontaneamente dall’interno alla superficie. Immagino che tu sappia anche questo.

    — Ed in conclusione, Bander?

    — Il flusso del calore tra due zone a temperatura diversa, che deve avvenire per la seconda legge della termodinamica, può essere sfruttato per compiere dei lavori.

    — In teoria, sì. Ma la luce solare è diluita, il calore della superficie planetaria è ancor più diluito, e il calore proveniente dall’interno ha una concentrazione ancor più bassa: la percentuale di flusso termico utilizzabile probabilmente non sarebbe sufficiente a sollevare un sasso.

    — Dipende dall’apparecchiatura usata — disse Bander. — Il nostro congegno è stato perfezionato in un arco di tempo di migliaia d’anni, e trattasi nientemeno che di una parte del nostro cervello.

    Bander sollevò i capelli ai lati della testa, mostrando la parte di cranio dietro le orecchie. Si girò ora da un lato ora dall’altro, e dietro le orecchie si notavano due rigonfiamenti che avevano la forma e le dimensioni di un uovo.

    — È questa parte del mio cervello, che a voi manca, a segnare la differenza fondamentale tra un Solariano e voi.


    8

    Trevize lanciò qualche breve occhiata a Bliss, che sembrava completamente concentrata su Bander: ormai Trevize credeva di sapere cosa stesse succedendo.

    Bander, malgrado il suo peana alla libertà, trovava irresistibile l’opportunità che gli si fosse presentata: non poteva parlare coi robot su una base di parità intellettuale, men che meno con gli animali. Parlare coi suoi concittadini Solariani era un’esperienza spiacevole, per lui, e le comunicazioni indispensabili dovevano essere qualcosa di forzato e privo di qualsiasi spontaneità.

    Per quanto riguardasse Trevize, Bliss e Pelorat, pur se Bander li considerasse semi-umani, pur se violassero la sua libertà come avrebbero potuto violarla i robot e gli animali, per Bander erano esseri di pari livello intellettuale, o quasi, e la possibilità di parlare con loro era un lusso unico, senza precedenti.

    Ecco perché Bander aveva quell’atteggiamento di estrema apertura e loquacità, pensò Trevize. E sicuramente Bliss lo stava incoraggiando, spingendo delicatamente la mente di Bander in una direzione che lui comunque aveva già preso.

    Era probabile, inoltre, che Bliss volesse farlo parlare il più possibile nella speranza che il Solariano rivelasse qualche dato utile riguardo la Terra. Trevize era d’accordo, così anche se l’argomento della discussione non lo avesse incuriosito poi tanto sarebbe stato al gioco senza esitare.

    — Che funzione hanno quei lobi cerebrali? — chiese.

    Bander rispose: — Sono trasduttori. Sono attivati dal flusso termico, e lo trasformano in energia meccanica.

    — Non ci credo: il flusso termico è insufficiente.

    — Piccolo semi-umano, tu non rifletti… Se vi fossero molti Solariani ammassati insieme, e se ognuno cercasse di sfruttare il flusso termico, in tal caso, sì, la riserva calorica non basterebbe. Io, però, dispongo di oltre quarantamila chilometri quadri esclusivamente miei. Da questi quarantamila chilometri quadri posso ricavare tutta l’energia termica che mi occorra, indisturbato, per cui la quantità è sufficiente. Capisci?

    — È così semplice raccogliere il flusso termico su un’area tanto vasta? Il solo fatto di concentrarlo richiederà una quantità enorme di energia.

    — Può darsi, ma io non me ne rendo conto. I miei lobi trasduttori concentrano in continuazione il flusso termico, e l’energia meccanica per compiere un lavoro è sempre disponibile. Quando ho sollevato nell’aria le tue armi, una parte dell’atmosfera illuminata dal sole ha perso una percentuale del calore eccedente che riversava nella porzione in ombra dell’atmosfera, dunque per compiere quell’atto ho sfruttato l’energia solare. Invece di usare congegni meccanici od elettronici, però, mi sono servito di un apparato neuronico. — Bander toccò piano uno dei lobi. — Agisce con rapidità, con efficienza, costantemente… e senza sforzo alcuno.

    — Incredibile — mormorò Pelorat.

    — Per nulla incredibile — ribatté Bander. — Pensiamo alla finezza dell’occhio e dell’orecchio, al modo in cui siano in grado di mutare piccole quantità di fotoni e di vibrazioni in informazioni. Un fenomeno incredibile, per chi non vi si fosse mai imbattuto… I lobi di trasduzione non sono certo più incredibili dell’orecchio e dell’occhio: semplicemente, non sono qualcosa di familiare per voi.

    Trevize disse: — Cosa fate con quei lobi trasduttori continuamente in funzione?

    — Governiamo il nostro mondo — rispose Bander. — Ogni robot di questa ampia tenuta riceve la propria energia da me, o meglio, dal flusso termico naturale. Sia che un robot stia sistemando un contatto, sia che stia abbattendo un albero, l’energia deriva sempre dalla trasduzione mentale… dalla mia trasduzione mentale.

    — E quando dormi?

    — Il processo trasduttivo continua e durante la veglia e durante il sonno, piccolo semi-umano. Cessi di respirare tu quando dormi? Il tuo cuore cessa di battere? Di notte, i miei robot proseguono nel lavoro, e di conseguenza si verifica un lieve raffreddamento dell’interno di Solaria. Globalmente, si tratta di un cambiamento infinitesimale, e siamo solo milleduecento, pertanto tutta l’energia che usiamo non accorcia in modo apprezzabile la vita del nostro sole né esaurisce il calore interno del pianeta.

    — Non avete mai pensato di impiegarlo come arma?

    Bander fissò Trevize come se avesse di fronte un essere completamente alieno. — Vorresti dire, immagino, che Solaria potrebbe affrontare altri Mondi con armi ad energia basate sul processo trasduttivo, vero? Perché mai dovremmo farlo? Anche se potessimo battere le loro armi ad energia, il che non è detto, cosa otterremmo? Il controllo di altri mondi? A che scopo desiderare altri mondi, dal momento che abbiamo un mondo ideale tutto per noi? Dovremmo estendere il nostro dominio sui semi-umani e impiegarli nei lavori pesanti? Per questo abbiamo già i nostri robot, che sono senza dubbio migliori dei semi-umani. Abbiamo tutto, non vogliamo nulla… Vogliamo solo essere lasciati in pace… Ascoltate… vi racconterò un’altra storia.

    — Racconta pure — annuì Trevize.

    — Ventimila anni fa, quando le semi-creature della Terra cominciarono a sciamare nello spazio e noi ci ritirammo sottoterra, gli altri Mondi Spaziali decisero di opporsi ai nuovi coloni terrestri. Così, colpirono la Terra.

    — La Terra — ripeté Trevize, cercando di mascherare la propria soddisfazione: finalmente la conversazione aveva toccato l’argomento desiderato.

    — Sì, colpirono il centro. Una mossa abile, in un certo senso. Se si vuole uccidere una persona, non si colpisce un dito o un tallone, si colpisce il cuore. Ed i nostri compagni Spaziali, abbastanza simili agli esseri umani in quanto a passioni, riuscirono ad incendiare radioattivamente la superficie della Terra, mutandola in un mondo praticamente inabitabile.

    — Ah, ecco com’è successo! — esclamò Pelorat agitando un pugno, quasi volesse afferrare saldamente una teoria finora incerta. — Lo sapevo che non poteva trattarsi di un fenomeno naturale. Come hanno fatto?

    — Non lo so — fu la risposta indifferente di Bander. — E in ogni caso gli Spaziali non ne trassero vantaggio alcuno. È questo il punto saliente della storia… I Coloni continuarono a diffondersi, e gli Spaziali… si estinsero. Avevano cercato di competere, e si estinsero. I Solariani si ritirarono, rifiutandosi di competere, e adesso eccoci ancora qui.

    — Come i Coloni, che esistono tuttora — aggiunse Trevize con espressione caparbia.

    — Sì, ma non per sempre. Simili creature brulicanti devono combattere, devono competere, ed alla fine morranno. Forse saranno necessari diecimila anni, però noi possiamo aspettare. E quando accadrà, noi Solariani, completi, solitari, liberi, avremo la Galassia tutta per noi. Allora, oltre al nostro mondo, potremo usare, o non usare, qualsiasi altro mondo… a nostro piacimento.

    — Ma questa storia della Terra — intervenne Pelorat, schioccando le dita con impazienza — … quello che ci hai raccontato è una leggenda o un evento storico reale?

    — Chi è in grado di stabilire la differenza, semi-umano Pelorat? — disse Bander. — Tutta la storia è, più o meno, leggenda.

    — Ma cosa dicono i vostri documenti? Posso vedere i vostri documenti storici riguardanti la Terra ?… Cerca di capire… i miti, le leggende, la storia primitiva, sono il mio campo. Sono uno studioso che si occupa proprio di queste cose, e soprattutto dei fatti collegati in qualche modo alla Terra.

    — Mi limito a ripetere quello che ho sentito dire. Non esistono documenti a tal proposito: i nostri documenti riguardano esclusivamente gli affari solariani, e degli altri mondi si fa menzione solo in quanto causa di interferenze moleste.

    — Be’, la Terra sicuramente è stata un’interferenza molesta per voi — intervenne Pelorat.

    — Può darsi, però moltissimo tempo addietro… e poi la Terra, di tutti i mondi, era quello più ripugnante per noi. Se su Solaria esistevano documentazioni storiche riguardanti la Terra, certamente sono state distrutte proprio per la ripugnanza ispirata.

    Trevize serrò i denti mortificato. — Da voi?

    — Chi altri avrebbe dovuto distruggerle?

    Pelorat non si arrese. — Cos’altro hai sentito a proposito della Terra?

    Bander rifletté un attimo. — Quando ero giovane, ho sentito una storia da un robot… riguardava un Terrestre sceso un giorno su Solaria, e una donna solariana che se ne andò con lui e divenne una figura importante della Galassia. Ma a mio giudizio doveva trattarsi di una storia inventata[5].

    — Ne sei certo? — chiese Pelorat, mordendosi un labbro.

    — In certe cose non si può avere alcuna certezza! — replicò Bander. — Tuttavia, mi pare al di là di ogni limite ragionevole il fatto che un Terrestre possa avere avuto l’ardire di venire su Solaria, o che Solaria possa aver consentito una simile intrusione. Ed è ancor più improbabile che una donna solariana, per quanto all’epoca fossimo ancora semi-umani, abbia lasciato volontariamente questo mondo… Ma, venite… lasciate che vi mostri la mia dimora.

    — La tua dimora? — fece Bliss guardandosi attorno. — Non siamo già in casa tua?

    — Niente affatto, questa è un’anticamera: è una stanza di osservazione. Qui, quando devo, vedo i miei concittadini Solariani. Le loro immagini appaiono su quella parete, o tridimensionalmente nello spazio di fronte alla parete. Questa stanza è un luogo di riunione pubblico, pertanto, e non fa parte della mia residenza. Venite con me.

    Li precedette, senza voltarsi a guardare se i tre lo seguissero, ma i quattro robot lasciarono i rispettivi angoli, e Trevize capì che se lui ed i compagni non si fossero incamminati spontaneamente, i robot li avrebbero obbligati garbatamente a farlo.

    Mentre gli altri due si alzavano, Trevize mormorò a Bliss: — Lo hai fatto parlare tu?

    Bliss gli strinse la mano ed annuì. — Comunque, vorrei sapere che intenzioni abbia — soggiunse, con una sfumatura inquieta nella voce.


    9

    Seguirono Bander. I robot si tennero a rispettosa distanza, però la loro presenza era un deterrente continuo.

    Stavano percorrendo un corridoio, e Trevize borbottò depresso: — Su questo pianeta non c’è niente di utile che riguardi la Terra, ne sono sicuro… Solo un’altra variazione del tema della radioattività. — Scrollò le spalle. — Dovremo raggiungere il punto indicato dalla terza serie di coordinate.

    Una porta si aprì davanti a loro, rivelando una stanza angusta. Bander disse: — Venite, semi-umani, desidero mostrarvi come viviamo.

    Trevize sussurrò: — Prova un piacere infantile nel fare l’esibizionista. Mi piacerebbe stenderlo con un pugno.

    — Non cercare di essere ancor più infantile di lui — lo ammonì Bliss.

    Bander li fece entrare nella stanza. Uno dei robot li seguì. Bander congedò gli altri robot con un cenno, ed entrò a sua volta. La porta si richiuse alle sue spalle.

    — È un ascensore — disse Pelorat soddisfatto, quasi avesse scoperto chissà cosa.

    — Infatti — convenne Bander. — Una volta trasferitici sottoterra non siamo più emersi veramente. Né desideriamo tornare in superficie, anche se di tanto in tanto trovo piacevole sentire il tepore del sole. Però detesto le nubi, o la notte, all’aperto. Si ha la sensazione di essere sottoterra senza esservi davvero… non so se rendo l’idea. In un certo senso, è una discordanza cognitiva che mi urta.

    — La Terra costruita nel sottosuolo — osservò Pelorat. — Gli abissi d’acciaio, ecco come chiamavano le loro città[6]. Ed anche su Trantor si costruiva sottoterra, in modo ancor più massiccio, nel remoto periodo Imperiale… E ancor oggi Comporellen ha uno sviluppo sotterraneo: è una tendenza comune, pensandoci bene…

    — Dei semi-umani accalcati sottoterra, e noi che viviamo sottoterra in fulgido isolamento… sono due cose completamente diverse — precisò Bander.

    Trevize disse: — Su Terminus, le abitazioni si trovano in superficie.

    — E sono esposte alle intemperie — fece Bander. — Molto primitivo.

    L’ascensore, dopo la sensazione iniziale di gravità minore che aveva rivelato a Pelorat cosa fosse in realtà quella stanza angusta, non trasmetteva più alcuna sensazione di movimento. Trevize stava chiedendosi fino a quale profondità sarebbe sceso, quando d’un tratto si avvertì un lieve aumento di gravità e la porta si aprì.

    Di fronte a loro c’era una stanza ampia ed arredata con ricercatezza. Era illuminata in modo fioco, anche se non si capiva da dove provenisse l’illuminazione: sembrava quasi che l’aria stessa fosse leggermente luminosa.

    Bander puntò il dito, e nella direzione indicata la luce divenne un po’ più intensa. Cambiò direzione, e si ripeté lo stesso fenomeno. Poi posò la sinistra su una barra tozza di fianco alla porta, con la destra fece un ampio gesto circolare, e l’intera stanza si rischiarò come se all’interno splendesse il sole, ma senza che si avvertisse la minima sensazione di calore.

    Trevize fece una smorfia, e commentò a mezza voce: — Quest’uomo è un ciarlatano.

    Bander replicò secco: — Non “quest’uomo”, bensì “questo Solariano”. Non sono certo del significato della parola ciarlatano, però dal tono direi che si tratti di un termine ingiurioso…

    Trevize spiegò: — Significa “persona che manca di schiettezza, persona che ricorre a certi effetti perché le sue azioni appaiano strabilianti mentre invece in realtà non lo sono”.

    Bander disse: — Ammetto di amare la teatralità, però quello che vi ho mostrato non è un trucco: è qualcosa di reale.

    Batté sulla barra con la sinistra. — Questa barra di conduzione termica si estende verso il basso per parecchi chilometri, e nella mia tenuta vi sono barre simili in vari punti. Barre come questa esistono anche nelle altre tenute. Queste barre incrementano la velocità di diffusione del calore dalle parti interne del pianeta alla superficie e facilitano la conversione dell’energia termica in forza meccanica. Non ho bisogno di questi gesti della mano per produrre la luce, comunque i gesti conferiscono un che di teatrale all’azione… o forze, come sostieni tu, una lieve sfumatura artificiosa, cosa che mi diverte.

    Bliss disse: — Hai spesso l’opportunità di divertirti con questi piccoli gesti teatrali?

    — No — rispose Bander scuotendo la testa. — I miei robot sono indifferenti a certe manifestazioni. E pure i miei concittadini Solariani non rimarrebbero impressionati. Questa occasione insolita di incontrare dei semi-umani e di esibirmi per loro è estremamente… gratificante.

    Pelorat chiese: — Quando siamo entrati, questa stanza era rischiarata da una luce fioca… È sempre accesa questa luce?

    — Sì, è una perdita di energia trascurabile… come il funzionamento costante dei robot. Tutta la mia tenuta è sempre in funzione, ed anche le parti di essa non impegnate in alcuna mansione rimangono ugualmente attivate.

    — E tu fornisci di continuo l’energia a questa grande tenuta?

    — Il sole ed il nucleo del pianeta forniscono l’energia necessaria. Io sono semplicemente un veicolo. E non tutta la tenuta è produttiva. Per lo più è adibita a parco naturale, e ricca di varie forme di vita animale… innanzitutto, perché così proteggo i miei confini, ed in secondo luogo perché apprezzo il valore estetico di tale disposizione. In realtà, i miei campi e le mie fabbriche sono una parte minima. Devono solo soddisfare le mie esigenze, e fornire alcune cose particolari di cui gli altri hanno bisogno e che io scambio. Per esempio, ho dei robot in grado di fabbricare ed installare le barre di conduzione termica: molti Solariani dipendono da me in questo settore.

    — E la tua casa? — chiese Trevize. — Quanto è grande?

    Evidentemente era una domanda appropriata, perché Bander assunse un’aria raggiante. — È molto grande… Una delle più grandi del pianeta, credo. Si estende per chilometri in ogni direzione. Ed i robot che si occupano della mia dimora sotterranea sono numerosi quanto quelli che occupano le migliaia di chilometri quadri della mia tenuta in superficie.

    — Sicuramente non userai del tutto un’abitazione del genere — osservò Pelorat.

    — Può darsi in effetti che vi siano sale in cui non sono mai entrato… ma, e con ciò? — replicò Bander. — I robot mantengono ogni stanza pulita, in ordine ed arieggiata… Ma, venite… Da questa parte.

    Attraversarono una porta e si ritrovarono in un altro corridoio. Davanti a loro c’era un piccolo veicolo scoperto che si muoveva su dei binari.

    Con un cenno, Bander li invitò a salire a bordo, e ad uno ad uno loro montarono sul veicolo. Non c’era abbastanza spazio per tutti e quattro più il robot, ma Pelorat e Bliss si appiccicarono l’un l’altro per far posto a Trevize. Bander si accomodò davanti con aria disinvolta, affiancato dal robot, e la vettura partì senza alcun intervento evidente sui comandi… a parte i gesti occasionali e armoniosi delle mani del Solariano.

    — In realtà, questo è un robot a forma di veicolo — spiegò Bander, l’atteggiamento negligente ed indifferente.

    Procedevano mantenendo un’andatura da parata reale, superando porte che si aprivano al loro arrivo e si richiudevano subito dopo il passaggio. Ogni sala era diversa dalle altre in quanto ad arredi, come se i robot avessero ricevuto l’ordine di realizzare le più svariate combinazioni.

    Di fronte a loro il corridoio era buio, e pure alle loro spalle. Però il punto in cui si trovava di volta in volta la vettura era sempre inondato da una specie di fredda luce solare. Anche le stanze si illuminavano all’apertura delle porte. Ed ogni volta, muoveva la mano con grazia e lentezza.

    Il viaggio sembrava interminabile. Di tanto in tanto si ritrovavano a percorrere una curva, dal che si capiva che quella residenza sotterranea si estendesse in due dimensioni. (No, tre, pensò Trevize ad un certo punto, mentre imboccavano un tratto in discesa.)

    Ed ovunque andassero, robot… decine, ventine, centinaia… impegnati tranquillamente in attività di cui per Trevize non era facile stabilire la natura. Superarono la soglia di un salone nel quale file di robot erano chini silenziosi su delle scrivanie.

    Pelorat chiese: — Cosa stanno facendo, Bander?

    — Si occupano della contabilità — rispose il Solariano. — Tengono dei resoconti statistici, finanziari, e di tante altre cose che io lascio a loro ben volentieri. Questa tenuta non è del tutto inattiva. Circa un quarto dell’area coltivabile è piantata a frutteto. Inoltre, un decimo è costituito da campi di grano. Ma sono i frutteti il mio vero orgoglio. Coltiviamo la miglior frutta del mondo, tantissimi tipi. Su Solaria, quando si parla di una vera pesca si parla di una pesca Bander. Quasi nessun altro si prende la briga di coltivare pesche… Abbiamo ventisette tipi di mele e… così via. I robot possono fornirvi tutte le informazioni desiderate.

    — Perché tanta frutta? — chiese Trevize. — Certo non puoi mangiarla tutta tu?

    — Me ne guarderei bene: la frutta a me non piace granché. Viene scambiata con le altre tenute.

    — In cambio di cosa?

    — Minerali, per lo più. Non vi sono miniere degne di nota nella mia tenuta. E poi, ottengo in cambio tutto quanto necessario per mantenere un sano equilibrio ecologico. Ho una notevole varietà di forme di vita animale e vegetale nella mia tenuta.

    — E sono i robot a provvedere a tutto, immagino — osservò Trevize.

    — Sì, e lo fanno molto bene.

    — Tutto questo per un Solariano.

    — Per la tenuta ed il suo equilibrio ecologico. Si dà il caso che io sia l’unico Solariano a visitare, se voglio, le varie parti della tenuta… ma questo fa parte della mia libertà assoluta.

    Pelorat intervenne: — Gli altri… gli altri Solariani, immagino, manterranno un equilibrio ecologico locale, ed avranno paludi, od aree montuose, o tenute litoranee.

    Bander rispose: — Ritengo di sì. A volte simili argomenti sono oggetto di riunioni… riunioni rese inevitabili dalle questioni interne del nostro mondo.

    — Dovete riunirvi spesso? — chiese Trevize. (Stavano percorrendo un passaggio piuttosto stretto e lungo, senza stanze laterali. Forse era stato costruito in una zona che non consentiva la costruzione di qualcosa di dimensioni maggiori, e serviva solo come collegamento tra due ali della residenza, rifletté Trevize.)

    — Fin troppo spesso. Quasi una volta al mese devo trascorrere parte del mio tempo in una delle riunioni dei comitati di cui sono membro… In ogni modo, anche se la mia tenuta è priva di montagne o di paludi, i miei frutteti, i miei orti botanici, i miei vivai di pesci sono i migliori del mondo.

    Pelorat disse: — Ma, mio caro amico… cioè, Bander… presumo che tu non abbia mai lasciato la tua tenuta per visitare altre tenute…

    — Certo che no — sbottò Bander con aria offesa.

    — Ho detto presumo — precisò timidamente Pelorat. — Ma, in tal caso, come puoi essere certo che i tuoi siano i migliori se non ti sei mai informato sullo stato degli altri, se non li hai mai visti?

    — Lo capisco dalla richiesta dei miei prodotti negli scambi commerciali.

    Trevize chiese: — Ed i prodotti industriali? Le fabbriche?

    Bander rispose: — Ci sono proprietà dove si fabbricano attrezzi e macchinari. Come ho detto, nella mia tenuta produciamo le barre di conduzione termica… che del resto sono abbastanza semplici.

    — E i robot?

    — I robot vengono costruiti un po’ ovunque. In tutta la storia, della Galassia Solaria è sempre stata all’avanguardia nella progettazione e nella costruzione dei robot.

    — Ed è all’avanguardia anche oggi, immagino — disse Trevize, attento a non dare alla frase un tono interrogativo.

    — Oggi? — fece Bander. — Con chi si può competere, oggi? Ormai, solo Solaria costruisce robot. I vostri mondi non li costruiscono, se ho interpretato correttamente quello che ho sentito nelle trasmissioni iperonda.

    — Ma… gli altri Mondi Spaziali?

    — Lo ripeto: non esistono più.

    — Proprio più?

    — Credo che non esista più un solo Spaziale nella Galassia, se si eccettua Solaria.

    — Dunque nessuno conosce la posizione della Terra?

    — Ed a chi interesserebbe la posizione della Terra?

    Pelorat intervenne: — A me interessa: è il mio campo di studio.

    — Allora dovrai studiare qualcos’altro — fece Bander. — Non so nulla della posizione della Terra, non mi risulta che qualcuno l’abbia mai conosciuta, e non darei una scheggia di robometallo per conoscerla.

    La vettura si fermò, e per un attimo Trevize pensò che il Solariano si fosse offeso. Fu un arresto dolce, comunque, e Bander scese dal veicolo con la solita espressione divertita, ed invitò i tre a smontare.

    Nella sala in cui entrarono l’illuminazione era tenue, e rimase tenue anche dopo che Bander l’ebbe ravvivata con un gesto. La sala immetteva in un corridoio laterale, fiancheggiato da stanze più piccole. In ognuna delle stanze c’erano uno o due vasi decorati, accanto ai quali a volte c’erano degli oggetti che assomigliavano a proiettori.

    — Cos’è tutto questo, Bander? — domandò Trevize.

    — Sono le camere mortuarie degli antenati, Trevize.


    10

    Pelorat si guardò attorno, interessato. — Immagino che qui siano inumate le ceneri dei tuoi avi?

    Bander rispose: — Se per “inumate” intendi “seppellite nel terreno”, non hai usato l’espressione esatta. Certo, siamo sottoterra, ma questa è la mia residenza, e le ceneri si trovano in essa, come noi. Nella nostra lingua diciamo che le ceneri sono “accasate” od “incasate”. — Esitò un istante, quindi aggiunse: — “Casa” è un termine arcaico che significa residenza.

    Trevize si guardò attorno affrettatamente. — E questi sono tutti i tuoi antenati? Quanti sono?

    — Quasi cento — rispose orgoglioso il Solariano. — Novantaquattro, per la precisione. Certo, i più vecchi non sono veri Solariani… non nel senso corrente della parola. Erano semi-persone, maschi e femmine. Questi semi-antenati sono stati posti in urne adiacenti dai loro discendenti immediati. Naturalmente, io non vado in quelle camere: è piuttosto vergognevole. Almeno, il termine solariano è questo… non conosco il vostro equivalente in galattico: può darsi che non esista.

    — Ed i film? — chiese Bliss. — Quelli sono proiettori, vero?

    — Diari — fece Bander. — Le storie delle loro vite, scene dei predecessori nelle parti della tenuta che prediligevano. Si può dire quindi che non muoiano in tutti i sensi: una parte di loro rimane, ed io sono libero di unirmi a loro quando desideri… Posso guardare tutti gli spezzoni di film che voglio.

    — Ma non quelli… vergognevoli.

    Bander distolse lo sguardo. — No… Del resto abbiamo tutti questa macchia nella nostra ascendenza: è una sventura comune.

    — Comune? Allora anche gli altri Solariani hanno queste camere mortuarie? — domandò Trevize.

    — Oh, sì, tutti. Però le mie sono le migliori, le più elaborate, quelle conservate nel modo migliore.

    Trevize chiese: — E la tua camera mortuaria è già pronta?

    — Certo. È già stata costruita e completata. È stato il mio primo compito provvedere, quando ho ereditato la tenuta. E quando sarò ridotto in cenere, per essere poetici, il mio successore, come suo primo dovere, provvederà all’allestimento di una sua camera mortuaria.

    — Hai un successore?

    — L’avrò al momento opportuno. La mia vita è lungi dall’essere esaurita. Quando dovrò dipartire, vi sarà un successore adulto, sufficientemente maturo da apprezzare la tenuta, e dotato di lobi ben sviluppati per la trasduzione energetica.

    — Un tuo discendente, immagino.

    — Oh, certo.

    — Ma se accadesse una disgrazia? — chiese Trevize. — Anche su Solaria accadranno gli incidenti e le disgrazie, no?… Che succede se un Solariano viene ridotto in cenere prematuramente, e non ha un successore che prenda il suo posto, o per lo meno un successore abbastanza maturo?

    — Capita di rado. Tra i miei antenati è accaduto una sola volta. Comunque, quando accade, basta ricordarsi che vi sono altri successori in attesa di tenute. Alcuni sono abbastanza vecchi da ereditare, ma hanno genitori abbastanza giovani da generare un secondo discendente e vivere finché questo secondo discendente non sarà maturo per la successione. In caso di dipartita prematura, uno di questi successori vecchi/giovani, come sono chiamati qui, riceverà la mia tenuta.

    — Chi provvede all’assegnazione?

    — Abbiamo un comitato direttivo che tra le sue scarse funzioni ha anche questa… l’assegnazione di un successore in caso di dipartita prematura. Il tutto si svolge olovisivamente, beninteso.

    Pelorat disse: — Ma, un momento… se i Solariani non si vedono mai di persona, com’è possibile sapere se un Solariano sia stato ridotto in cenere… inaspettatamente, o meno?

    Bander rispose: — Quando uno di noi viene ridotto in cenere, tutta l’energia nella sua tenuta viene a mancare. Se un successore non subentra subito, la situazione anormale viene infine individuata e si adottano misure correttive. Vi assicuro che il nostro sistema sociale funziona senza intoppi.

    — È possibile vedere parte di questi film? — chiese Trevize.

    Bander raggelò. Poi disse: — Sei scusato solo per la tua ignoranza: quello che hai detto è brutale ed osceno.

    — Mi dispiace — disse Trevize. — Non voglio essere importuno, ma ti abbiamo già spiegato che ci occorrono informazioni sulla Terra. Alcuni dei tuoi film più vecchi dovrebbero risalire a un’epoca in cui la Terra non era ancora radioattiva, secondo me. Può darsi quindi che ci siano degli accenni alla Terra, delle informazioni… Non intendiamo violare la tua vita privata, certo… però non potresti controllare quei film, o farli visionare dai tuoi robot, magari, per poi riferirci eventualmente i dati importanti? Naturalmente, se rispetti i nostri intenti e se ti fidi della nostra parola quando ti diciamo che faremo del nostro meglio per rispettare i tuoi sentimenti, potresti lasciarci visionare personalmente quei film…

    Bander replicò gelido: — Anche se non te ne rendi conto, stai diventando sempre più offensivo. Comunque, possiamo chiudere subito il discorso, dal momento che posso assicurarvi che non esistano film riguardo i miei primi antenati semi-umani.

    — Non ne esistono? — La delusione di Trevize era sincera.

    — Un tempo esistevano, ma credo siate in grado di immaginare cosa contenessero con ogni probabilità… Due semi-umani interessati reciprocamente, o addirittura… — Bander si schiarì la voce e proseguì a fatica: — O addirittura, in contatto fisico… Ovviamente, questi film degenerati sono stati distrutti da un pezzo.

    — E quelli degli altri Solariani?

    — Distrutti.

    — Ne sei sicuro?

    — Sarebbe stata una follia evitare di distruggerli.

    — Forse qualche Solariano era folle, o sentimentale, o si è dimenticato di distruggerli. Qualcosa in contrario se ti chiediamo di indicarci le tenute vicine?

    Bander fissò Trevize stupito. — Credi che gli altri saranno tolleranti come lo sono stato io?

    — Perché no, Bander?

    — Ti accorgerai che non lo saranno.

    — Correremo il rischio.

    — No, Trevize… Ed adesso, ascoltatemi, tutti.

    C’erano dei robot sullo sfondo, e Bander stava corrugando la fronte.

    — Che c’è, Bander? — chiese Trevize, di colpo inquieto.

    — È stato piacevole parlare con voi, ed osservarvi in tutta la vostra stranezza. È stata un’esperienza unica, che mi ha deliziato, però non posso registrarla nel mio diario, né filmarla.

    — Perché no?

    — Ho parlato con voi, vi ho ascoltati, vi ho portati nella mia residenza, nelle mie camere mortuarie… tutte azioni disdicevoli.

    — Noi non siamo Solariani: per voi abbiamo lo stesso valore di questi robot, no?

    — È la giustificazione che uso con me stesso. Può darsi però che per gli altri non sia una scusa valida.

    — E che importa? Sei completamente libero di fare quel che vuoi, no?

    — Malgrado tutto, la nostra libertà non è assoluta. Se fossi il solo Solariano del pianeta, sarei completamente libero di compiere qualsiasi azione disdicevole. Ma sul pianeta vi sono altri Solariani, quindi, pur se ci avviciniamo alla libertà ideale non la raggiungiamo appieno. Sul pianeta vi sono milleduecento Solariani che mi disprezzerebbero se sapessero quel che ho fatto.

    — Non è necessario che vengano a saperlo.

    — È vero, me ne sono reso conto fin dal vostro arrivo. L’ho sempre tenuto presente mentre mi divertivo con voi… Gli altri non devono scoprire nulla.

    Pelorat intervenne: — Se temi delle complicazioni, be’… quando visiteremo le altre tenute in cerca di informazioni sulla Terra non diremo di essere stati qui da te: questo è sottointeso.

    Bander scosse la testa. — Ho già rischiato abbastanza. Naturalmente, non parlerò con alcuno di questo episodio, ed i miei robot non ne parleranno, anzi ordinerò loro di dimenticare ogni cosa. La vostra nave verrà portata sottoterra e studiata, nel caso possa contenere informazioni utili…

    — Un momento — protestò Trevize. — Quanto credi che possiamo aspettare mentre studierai la nostra nave? No, è impossibile!

    — Non è affatto impossibile, perché ormai voi non potete più fare nulla. Mi dispiace, vorrei parlare ancora con voi e discutere di molte altre cose, ma la situazione diventa sempre più pericolosa.

    — No, non è vero — replicò deciso Trevize.

    — Sì, è vero, piccolo semi-umano. Temo sia giunto il momento di fare quello che i miei antenati avrebbero fatto subito… Devo uccidervi, tutti e tre.


    12. In superficie


    11

    Trevize si girò di scatto verso Bliss. La faccia della ragazza era inespressiva, ma tesa, ed i suoi occhi erano fissi su Bander con la massima intensità.

    Gli occhi di Pelorat erano sbarrati, increduli.

    Trevize, ignorando cosa avrebbe fatto (o cosa potesse fare) Bliss, si sforzò di soffocare un senso atroce di smarrimento (non tanto di fronte alla prospettiva di morire, quanto al pensiero dì morire senza sapere dove fosse la Terra, senza sapere perché avesse scelto Gaia come futuro dell’umanità). Doveva guadagnare tempo.

    Disse, cercando di mantenere la voce ferma e chiara: — Ti sei dimostrato un Solariano gentile e cortese, Bander. Non ti sei arrabbiato per questa nostra intrusione nel tuo mondo. Sei stato tanto premuroso da mostrarci la tua residenza, e hai risposto alle nostre domande: lasciandoci andare, compiresti un’azione più consona al tuo carattere. Nessuno saprà che abbiamo fatto tappa su questo mondo, e non c’è motivo perché noi torniamo. Siano arrivati innocentemente, solo in cerca di informazioni.

    — Quel che dici è vero — ammise Bander — e finora io vi ho concesso la vita. Le vostre vite sono state segnate nell’istante stesso in cui siete penetrati nella nostra atmosfera. Entrando in contatto diretto con voi, avrei potuto, anzi avrei dovuto, uccidervi subito, ed ordinare ai robot di sezionare i vostri corpi ottenendo magari qualche informazione interessante su voi Esterni.

    «Non l’ho fatto. Ho ceduto alla mia curiosità ed al mio carattere bonario… ma ora basta. Non posso indugiare oltre. Ho già compromesso la sicurezza di Solaria, in effetti, perché se per qualche debolezza mi lasciassi convincere a lasciarvi andare, altri della vostra specie verrebbero sicuramente qui, malgrado tutte le vostre promesse.

    «Comunque, sappiate per lo meno una cosa… La vostra morte sarà indolore: mi limiterò a scaldare leggermente i vostri cervelli, disattivandoli. Non soffrirete, cesserete solamente di esistere. Ed alla fine, dopo che sarete stati sezionati e studiati, vi trasformerò in cenere in un lampo intenso di calore, e tutto si concluderà.

    Trevize disse: — Se dobbiamo morire, ben venga una morte rapida ed indolore… ma… perché dobbiamo morire, dal momento che non abbiamo commesso alcun reato?

    — Il vostro arrivo è stato un reato.

    — Teoricamente no, dal momento che non potevamo sapere di commettere un reato.

    — È la società a definire cosa rappresenti un reato. A voi potrà sembrare irrazionale ed arbitrario, ma per noi non lo è. Questo è il nostro mondo, e sul nostro mondo è nostro pieno diritto stabilire cosa sia reato o meno, stabilire che abbiate sbagliato e meritiate la morte.

    Bander sorrise, quasi fosse impegnato in una conversazione amena, e proseguì: — Né avete il diritto di lagnarvi appellandovi alla vostra virtù superiore. Hai con te un disintegratore… un’arma che usa un raggio a microonde per produrre un calore letale. Fa quello che anch’io intendo fare, ma sono sicuro che lo fa in modo più brutale e doloroso. Tu non esiteresti a servirtene contro di me adesso, se non l’avessi scaricata, e se fossi così sciocco da consentirti libertà di movimento permettendoti di estrarla.

    Trevize disse disperato, evitando di guardare Bliss, per timore che l’attenzione di Bander si spostasse su di lei: — Ti chiedo di non farlo, come atto di misericordia.

    Assumendo un’aria improvvisamente truce, il Solariano replicò: — Prima devo essere misericordioso con me stesso e col mio mondo… e perché lo sia, voi dovete morire.

    Sollevò la mano, ed immediatamente su Trevize calò l’oscurità.


    12

    Le tenebre lo inghiottirono, e per un attimo assurdo Trevize pensò: «È questa la morte?»

    E quasi i suoi pensieri avessero generato un eco, sentì mormorare: — È questa la morte? — Era la voce di Pelorat.

    Trevize provò a parlare e si accorse di riuscirci. — Perché questa domanda? — disse, provando un enorme sollievo. — Il fatto stesso di poterla formulare dimostra che non sei morto.

    — Ci sono delle vecchie leggende secondo le quali esisterebbe la vita dopo la morte.

    — Sciocchezze — borbottò Trevize. — Bliss? Sei qui, Bliss?

    Non ci fu alcuna risposta.

    Di nuovo, Pelorat fece eco: — Bliss? Bliss?… Che è successo, Golan?

    — Bander dev’essere morto ed è per questo che è venuta a mancare l’energia nella tenuta, che le luci si sono spente.

    — Ma come è…? Intendi dire che è stata Bliss?

    — Credo di sì. Spero che l’abbia fatto rimanendo incolume. — Trevize era in ginocchio, e brancolava nell’oscurità assoluta della residenza sotterranea (se si escludevano i bagliori occasionali ed invisibili ad occhio nudo degli atomi radioattivi che si spaccavano nelle pareti).

    Poi la sua mano si posò su qualcosa di caldo e di morbido. Tastò, e riconobbe una gamba. La strinse. Era troppo piccola per appartenere a Bander. — Bliss?

    La gamba scalciò, costringendo Trevize ad abbandonare la presa.

    — Bliss? Di’ qualcosa!

    — Sono viva — rispose la voce di Bliss, stranamente distorta.

    — Ma stai bene?

    — No. — Al che la luce tornò ad illuminare l’ambiente circostante… debolmente. Le pareti emanavano un lieve scintillio incostante.

    Bander era accartocciato in un ammasso indistinto. Accanto a lui, Bliss, che gli reggeva la testa.

    La ragazza alzò lo sguardo verso Trevize e Pelorat. — Il Solariano è morto — annunciò, le guance bagnate di lacrime.

    — Perché piangi? — domandò Trevize stupito.

    — Non dovrei piangere, dopo aver ucciso un essere vivente dotato di intelligenza e raziocinio? Non era mia intenzione ucciderlo.

    Trevize si piegò per aiutarla ad alzarsi, ma lei lo respinse.

    Allora Pelorat le si inginocchiò accanto e disse con dolcezza: — Su, Bliss… nemmeno tu puoi riportarlo in vita. Raccontaci l’accaduto.

    La ragazza si lasciò drizzare e rispose spenta: — Gaia è in grado di fare quello che Bander era in grado di fare. Gaia può usare l’energia sparsa dell’Universo e trasformarla in qualsiasi azione fisica mediante il semplice impiego dell’energia mentale.

    — Lo sapevo — disse Trevize, sforzandosi di assumere un atteggiamento che la calmasse, anche se non sapeva di preciso come riuscirci. — Ricordo benissimo il nostro incontro nello spazio, quando tu… o meglio, Gaia, ha bloccato la nostra nave. Ho pensato a quell’episodio quando Bander mi ha bloccato dopo avermi sottratto le armi. Ha bloccato anche te, però ero certo che avresti potuto liberarti, volendo.

    — No: se avessi provato, non ci sarei riuscita. Quando la vostra nave era bloccata da me/noi/Gaia — disse mesta Bliss — io e Gaia eravamo fusi in un’unica vera entità. Adesso ci separa una distanza iperspaziale che limita l’efficienza mia e di Gaia. E poi, Gaia ha certi poteri grazie alla forza complessiva di tutte le sue menti. Ma malgrado questo, tutti i nostri cervelli uniti non possiedono i lobi di trasduzione che invece questo Solariano ha. Non siamo in grado di utilizzare l’energia con la precisione e l’efficacia dimostrate da lui… Come vedi, non posso far sì che l’illuminazione sia più intensa, e non so per quanto tempo ancora riuscirò a tenere le luci accese senza stancarmi troppo. Bander era capace di fornire energia a tutta la tenuta, persino quando dormiva.

    — Però tu l’hai neutralizzato — disse Trevize.

    — Perché non immaginava che avessi certi poteri, e perché io non ho fatto nulla che potesse rivelarli. Così, non sospettava di me; la sua attenzione era concentrata interamente su di te, Trevize, perché eri tu che portavi le armi… anche questa volta è stato provvidenziale che ti sia armato… Ed io ho dovuto attendere l’occasione giusta per fermarlo con un unico colpo, rapido ed inaspettato. Quando stava per ucciderci, quando la sua mente era rivolta alla nostra uccisione, e su di te, io ho potuto sferrare il colpo.

    — Ed ha funzionato a meraviglia.

    — Come puoi dire una cosa tanto crudele, Trevize? Io intendevo solo bloccarlo, impedirgli di usare il suo trasduttore. Sarebbe rimasto sorpreso provando ad eliminarci ed accorgendosi di non poterlo fare, accorgendosi invece che l’illuminazione attorno a noi stesse spegnendosi, al che io avrei aumentato la stretta e lo avrei fatto sprofondare in un lungo sonno, cessando di intervenire sul trasduttore. L’energia non si sarebbe interrotta, e noi avremmo potuto uscire a questa residenza, raggiungere la nave ed abbandonare il pianeta. E se il mio piano avesse funzionato, Bander al suo risveglio avrebbe dimenticato tutto quello che fosse successo dall’attimo in cui ci aveva visto in poi… Gaia non aveva alcun desiderio di uccidere, dato che era possibile ottenere lo stesso risultato senza uccidere.

    — Cos’è andato storto, Bliss? — chiese Pelorat sottovoce.

    — Non avevo mai incontrato nulla che somigliasse a quei lobi di trasduzione, e mi mancava il tempo per manipolarli adeguatamente e studiarne il funzionamento. Ho colpito con una certa violenza per neutralizzarli, ed è evidente che non era quella l’azione corretta. L’energia si riversa di continuo nei lobi in gran quantità ma, in condizioni normali, il cervello si autoprotegge riversandola all’esterno costantemente. Quando ho interrotto lo sfogo, però, l’energia si è accumulata subito nei lobi, ed in una frazione di secondo la temperatura interna è salita, le proteine del cervello si sono disgregate in una reazione esplosiva, e Bander è morto. Le luci si sono spente, ed io ho tolto immediatamente la stretta, ma era troppo tardi.

    — Mi sembra che non avresti potuto fare diversamente, cara — osservò Pelorat.

    — Magra consolazione, dal momento che ho ucciso.

    — Bander stava per ucciderci insisté Trevize.

    — Un motivo valido per bloccarlo, non per ucciderlo.

    Trevize esitò. Non voleva esternare l’impazienza che provava, perché non voleva ferire Bliss, già piuttosto sconvolta. In fin dei conti, era lei l’unica difesa di cui disponessero contro un mondo fortemente ostile.

    Disse: — Bliss, è ora di guardare al di là della morte di Bander. Dato che è morto, in tutta la sua tenuta è venuta a mancare l’energia. Prima o poi, gli altri Solariani se ne accorgeranno… probabilmente, presto. Saranno costretti ad indagare. Non credo che riuscirai a tener testa ad un attacco combinato. E, come tu stessa hai ammesso, non riuscirai a fornire ancora per molto l’energia limitata che riesci a fornire adesso. Per cui, è importante raggiungere la superficie, e la nostra nave, senza perdere un solo istante.

    — Ma, Golan — disse Pelorat — come possiamo fare? Abbiamo fatto parecchi chilometri seguendo un percorso tortuoso. Scommetto che qui sotto siamo in un vero e proprio labirinto, poi, ed io non saprei davvero in che modo procedere per portarci in superficie. Del resto, il mio senso dell’orientamento è sempre stato scarso.

    Guardandosi attorno, Trevize si rese conto che Pelorat aveva ragione. Disse: — Ci saranno molte aperture che portano in superficie, immagino: non è necessario che troviamo proprio quella da cui siamo entrati.

    — Però non sappiamo dove siano queste aperture. Come facciamo a trovarle?

    Trevize si rivolse di nuovo a Bliss. — Non percepisci, mentalmente, nulla che possa aiutarci ad individuare la via da seguire?

    Bliss rispose: — I robot della tenuta sono tutti disattivati. Percepisco una traccia debolissima di vita sub-intelligente sopra di noi… ma che la superficie fosse sopra di noi lo sapevamo già.

    — Be’, allora dovremo cercare un’uscita — fece Trevize.

    — Ci muoveremo a casaccio — osservò Pelorat, sgomento. — Non ce la faremo mai.

    — Può darsi di sì, Janov — disse Trevize. — Se tenteremo, avremo almeno una possibilità, per quanto piccola. Restando qui, invece, saremo in trappola. Su, una minima probabilità è sempre meglio della rassegnazione totale.

    — Un momento — intervenne Bliss. — Sì… in effetti, percepisco qualcosa.

    — Cosa? — chiese Trevize.

    — Una mente.

    — Un’intelligenza?

    — Sì, ma limitata, credo. Quello che mi arriva con maggior chiarezza, comunque, è qualcos’altro.

    — Cioè? — fece Trevize, frenando la propria impazienza.

    — Un senso di paura! Una paura tremenda! — mormorò Bliss.


    13

    Trevize si guardò attorno con aria mesta. Sapeva da dove fossero entrati, ma non si illudeva di potere percorrere in senso inverso la strada fatta. Dopo tutto, non aveva prestato molta attenzione alle curve ed alle deviazioni. Nessuno di loro aveva immaginato di dover tornare indietro senza aiuto, ed in quella debole luce tremula!

    Chiese: — Credi di poter attivare la vettura, Bliss?

    Lei rispose: — Sì, credo di sì, Trevize, ma questo non significa che sia in grado di guidarla.

    Pelorat disse: — Secondo me, Bander la guidava mentalmente. Non l’ho visto toccare un solo comando quando la vettura si muoveva.

    Bliss disse con dolcezza: — Certo, la guidava mentalmente, Pel… ma, in che modo? In pratica era come se usasse dei comandi manuali. Io non conosco il funzionamento di questi comandi, però, quindi siamo al punto di partenza, no?

    — Potresti provare — la sollecitò Trevize.

    — Se proverò, dovrò concentrarmi unicamente su questo, in tal caso, dubito di riuscire a tenere accese le luci. La vettura non ci sarà di alcuna utilità al buio, anche se riuscirò a guidarla.

    — Allora non ci resta che metterci in cammino… a piedi.

    — Temo di sì.

    Trevize osservò l’oscurità fitta e sinistra al di là dell’isola di luce che rischiarava le immediate vicinanze. Non si vedeva nulla, non si sentiva nulla.

    Chiese: — Bliss, percepisci ancora quella mente spaventata?

    — Sì.

    — Sai dirci dove sia? Puoi guidarci in quella direzione?

    — La percezione mentale è una linea retta: non viene deviata in maniera apprezzabile dai corpi materiali, per cui posso dire che provenga da quella direzione.

    Bliss indicò un punto della parete in ombra, e disse: — Però non possiamo attraversare la parete per raggiungerla. Al massimo, possiamo seguire i corridoi e cercare di stabilire in che direzione la percezione diventi più forte. In parole povere, sarà come fare quel gioco… “acqua e fuoco”.

    — Be’, cominciamo subito.

    Pelorat esitò. — Un attimo, Golan… Siamo proprio sicuri di voler trovare questa mente, a chiunque appartenga? Se è spaventata, forse quello che la spaventa farà paura anche a noi.

    Trevize scosse la testa spazientito. — Non abbiamo scelta, Janov. È una mente, spaventata o no, e può darsi che sia disposta a indicarci come arrivare in superficie… o che possiamo costringerla a indicarci il modo.

    — E Bander? Lo abbandoniamo qui, così? — fece Pelorat a disagio.

    Trevize gli prese il gomito. — Andiamo, Janov. Non possiamo fare diversamente. Prima o poi, qualche Solariano rimetterà in funzione la residenza, ed un robot troverà Bander e si occuperà di lui… dopo che noi saremo al sicuro, mi auguro.

    Lasciò che fosse Bliss a precederli. La luce era sempre più intensa nello spazio attorno a lei, e Bliss si fermava ad ogni porta, ad ogni biforcazione del corridoio, cercando di captare il punto d’origine del senso di paura. A volte varcava una soglia, o seguiva una curva, per poi tornare indietro e provare un’altra rotta, sotto lo sguardo impotente di Trevize.

    Quando Bliss prendeva una decisione ed avanzava decisa in una direzione articolare, la luce di fronte a lei si accendeva. Trevize notò che ora sembrava un po’ più vivida… o perché i suoi occhi stavano abituandosi a quel chiarore fioco, o perché la ragazza stava imparando a sfruttare la trasduzione con maggior efficacia. Ad un certo punto, passando accanto ad una delle barre metalliche inserite nel terreno, Bliss vi appoggiò la mano, e ci fu un aumento evidente della luminosità. Bliss annuì tra sé, come se fosse soddisfatta.

    Non c’era nulla che avesse un aspetto familiare; senza dubbio stavano aggirandosi in settori della enorme residenza sotterranea che in precedenza non avevano attraversato.

    Trevize continuava a cercare corridoi che s’impennassero bruscamente in salita, e studiava i soffitti delle sale in cerca di una botola. Niente da fare… La mente spaventata rimaneva la loro unica possibilità di salvezza.

    Procedevano immersi nel silenzio, interrotto solo dal rumore dei loro passi; immersi nell’oscurità, se si eccettuava il chiarore circoscritto attorno a loro; procedevano circondati dalla morte, unici esseri viventi. Di tanto in tanto, scorgevano la sagoma indistinta di un robot, seduto od in piedi nell’ombra, comunque immobile. Una volta videro un robot steso su un fianco, braccia e gambe in posizioni goffe e strane. Quando si era interrotta l’energia doveva aver perso l’equilibrio, cadendo, pensò, Trevize. Bander, vivo o morto, non poteva intervenire sulla forza di gravità. Forse in tutta la smisurata tenuta di Bander i robot offrivano uno spettacolo simile, e sarebbe stato proprio quello il particolare notato in breve tempo dalle tenute confinanti.

    O forse no, rifletté d’un tratto Trevize. I Solariani sapevano quando uno di loro stesse per morire di vecchiaia e di decadimento fisico. In questo caso, il mondo sarebbe stato in preallarme, pronto all’evenienza. Bander, però, era morto all’improvviso, nel fiore degli anni, senza che gli altri potessero prevedere la sua scomparsa: dunque, nessuno poteva saperlo, nessuno poteva aspettarselo. Nessuno avrebbe tenuto gli occhi aperti per rilevare la cessazione dell’energia nella sua tenuta…

    Ma, no (Trevize respinse quell’ondata di ottimismo per non generare pericolosi eccessi di fiducia). I Solariani avrebbero notato l’interruzione di ogni attività nella tenuta di Bander e sarebbero intervenuti immediatamente: erano troppo interessati alla successione per lasciare via libera alla morte.

    Sconsolato, Pelorat borbottò: — La ventilazione non è più in funzione. In un posto del genere, sotterraneo, la ventilazione è fondamentale, ed era Bander a fornire l’energia: adesso si è bloccato tutto.

    — Non importa, Janov — disse Trevize. — In questo labirinto sotterraneo disponiamo di tanta aria da resistere per anni.

    — Comunque, siamo in un ambiente chiuso. Psicologicamente non è salutare…

    — Per favore, Janov, niente crisi di claustrofobia… Bliss, stiamo avvicinandoci?

    — Siamo molto vicini, Trevize — rispose lei. — La sensazione è più intensa, e credo di avere individuato con precisione la direzione da seguire.

    Bliss avanzava piuttosto decisa, adesso, con esitazioni sempre minori quando si trattava di stabilire il percorso più adatto.

    — Là! Là! — annunciò. — È molto forte!

    Trevize osservò asciutto: — Ora la sento anch’io.

    Tutti e tre si arrestarono, trattenendo il respiro. Si udivano dei gemiti, in effetti, dei gemiti spezzati ogni tanto da singhiozzi.

    Entrarono in una sala e, mentre le luci si accendevano, videro che a differenza delle stanze incontrate finora quest’ultima era arredata con profusione di mobili e colori.

    Al centro c’era un robot, leggermente chino, le braccia tese in quello che sembrava un gesto affettuoso… un robot del tutto immobile, naturalmente.

    Dietro il robot ci fu uno svolazzare di indumenti… Poi un occhio terrorizzato fece capolino su un lato, ed i singhiozzi ricominciarono.

    Trevize si precipitò dietro il robot, e dal lato opposto guizzò via urlando una figuretta. Incespicò, cadde a terra, e rimase lì, coprendosi gli occhi, scalciando in tutte le direzioni quasi volesse tenere a distanza chissà quale minaccia, ed urlando… urlando a più non posso…

    — È un bambino! — fu l’osservazione superflua di Bliss.


    14

    Trevize si ritrasse, perplesso. Cosa ci faceva lì un bambino? Bander si era vantato tanto della propria solitudine assoluta, l’aveva ribadita con tale insistenza!

    Pelorat, meno propenso ad affidarsi ad un ragionamento rigoroso di fronte ad un evento oscuro, intuì subito la soluzione e disse: — È il suo successore, immagino!

    — Il figlio di Bander — annuì Bliss. — Ma mi sembra troppo giovane per essere il suo successore: i Solariani dovranno trovarne uno adatto altrove.

    Stava osservando il bambino con una dolcezza ipnotica, e lentamente il piagnucolio si attenuò. Il bambino aprì gli occhi e guardò Bliss. Le sue grida adesso si erano ridotte a qualche lieve gemito.

    Bliss a sua volta stava intonando qualcosa… suoni carezzevoli, parole spezzate che di per se stesse non significavano nulla, ma che servivano a rafforzare l’effetto lenitivo dei suoi pensieri. Sembrava quasi che stesse tastando la mente sconosciuta del bambino cercando di portare un po’ di ordine in quello sconvolgimento interiore.

    Lentamente, senza staccare lo sguardo da Bliss, il bambino si alzò, vacillò un istante, quindi si lanciò verso il robot silenzioso, abbracciando una sua gamba metallica, cercando avidamente la sicurezza che quel semplice contatto doveva trasmettergli.

    Trevize disse: — Senza dubbio, questo robot è… la sua bambinaia, od il suo custode. Senza dubbio, i Solariani non si occupano dei loro simili… anche se si tratta di genitore e figlio.

    — E senza dubbio questo bambino è ermafrodita — aggiunse Pelorat.

    — Per forza — disse Trevize.

    Bliss, tuttora concentrata sul piccolo Solariano, gli si stava avvicinando adagio, le mani alzate in parte, i palmi rivolti verso di sé, quasi ad evidenziare che non avesse intenzioni di prenderlo. Il bambino la osservava in silenzio, aggrappato sempre alla gamba del robot.

    Bliss mormorò: — Su, piccolo… È tutto a posto, piccolo… sei bravo, dolce, tranquillo, piccolo… al sicuro, piccolo… al sicuro.

    Si interruppe e, senza voltarsi, fece sottovoce: — Pel, parlagli nella sua lingua. Digli che siamo robot venuti a prenderci cura di lui perché è cessata l’energia.

    — Robot! — esclamò Pelorat scioccato.

    — Dobbiamo presentarci come robot: non ha paura dei robot, e non ha mai visto un essere umano, anzi forse non può nemmeno concepirne l’esistenza.

    Pelorat disse: — Non so se sono in grado di esprimere certi concetti. Non so quale sia l’equivalente in lingua arcaica di “robot”.

    — Allora, di’ “robot”, Pel. Se non funziona, di’ “cosa di ferro”: cerca di parlargli come puoi.

    Lentamente, una parola alla volta, Pelorat parlò in arcaico. Il bambino lo fissò corrugando la fronte, quasi stesse compiendo uno sforzo per capire.

    Trevize intervenne: — Visto che ci sei, forse potresti chiedergli subito come si faccia ad uscire di qui.

    — No — fece Bliss. — Non ancora: prima la fiducia, poi le informazioni.

    Il bambino, guardando Pelorat, lasciò andare lentamente la gamba del robot e parlò con una vocetta acuta.

    — Parla troppo in fretta per me — si lagnò Pelorat.

    — Chiedigli di ripetere più lentamente — disse Bliss. — Sto facendo del mio meglio per calmarlo ed allontanare le sue paure.

    Pelorat, ascoltando di nuovo, disse: — Credo che stia chiedendo perché Jemby si sia fermato… Jemby deve essere il robot.

    — Devi esserne certo, Pel. Chiedi.

    Pelorat parlò, ascoltò, poi: — Sì, Jemby è il robot. Il bambino si chiama Fallom.

    — Bene! — Bliss scoccò un sorriso radioso al bambino, puntò il dito nella sua direzione e disse: — Fallom. Bravo Fallom. Fallom è bravo e coraggioso. — Quindi si posò una mano sul petto. — Bliss.

    Il bambino sorrise. Era molto carino quando sorrideva. — Bliss — disse, facendo sibilare la “s” in modo non proprio perfetto.

    Trevize disse: — Bliss, non puoi attivare il robot? Forse può dirci quello che ci preme sapere. Pelorat è in grado di parlargli con la stessa facilità con cui riesca a parlare al bambino.

    — No — rispose Bliss. — Sarebbe un errore. Il compito primario del robot è proteggere il bambino. Una volta riattivato, ci noterà subito, noterà degli esseri umani estranei, e può darsi che ci attacchi all’istante. In tal caso sarei costretta a disattivarlo, non otterremo alcuna informazione, e per il bambino sarebbe un altro trauma assistere al blocco dell’unico genitore che conosce… No, non lo farò.

    — Ma ci è stato detto che i robot non possano fare del male agli esseri umani — replicò mite Pelorat.

    — È vero — ammise Bliss. — Però non sappiano che tipo di robot abbiano progettato i Solariani. Ma anche se questo robot avesse una programmazione innocua, si ritroverebbe a dover scegliere tra il bambino affidatogli e tre oggetti estranei alla tenuta… Forse non riconoscerebbe in noi degli esseri umani, ma solo degli intrusi illegittimi. Mi pare ovvio, sceglierebbe il bambino, e noi tre diventeremmo bersagli, no?

    Tornò a rivolgersi al bambino. — Fallom — disse. — Bliss. — Poi indicò: — Pel… Trev.

    — Pel. Trev — ripeté docile il bambino.

    Bliss continuò ad avvicinarsi, tendendo piano le mani. Il bambino la osservò, quindi arretrò di un passo.

    — Calmati, Fallom — disse lei. — Buono, Fallom… Toccare, Fallom. Bravo, Fallom.

    Fece un passo verso di lei, e Bliss sospirò. — Bene, Fallom.

    Gli toccò un braccio, nudo, perché Fallom come il genitore portava solo una lunga veste aperta sul davanti, con un perizoma. Un tocco delicato. Bliss ritrasse le dita, attese, poi toccò ancora, accarezzando adagio.

    Il bambino socchiuse gli occhi sotto il forte effetto calmante della mente della ragazza.

    Le mani di Bliss salirono lentamente, sfiorandogli le spalle, il collo, le orecchie, insinuandosi poi sotto i lunghi capelli castani in un punto della nuca.

    Bliss staccò le mani e annunciò: — I lobi di trasduzione sono ancora piccoli: la scatola cranica non si è ancora sviluppata. C’è solo uno strato abbastanza spesso di pelle nei due punti, che alla fine si dilaterà all’esterno e verrà protetto da una formazione ossea quando i lobi saranno cresciuti del tutto… Il che significa che per il momento il bambino non può controllare la tenuta né attivare il suo robot personalmente… Pel, chiedigli quanti anni abbia.

    Dopo una breve conversazione, Pelorat disse: — Ha quattordici anni, se non ho capito male.

    — Per me ne dimostra undici, se mai — commentò Trevize.

    Bliss intervenne: — Può darsi che la durata dell’anno usato su questo mondo non corrisponda all’Anno Galattico Standard. E poi, gli Spaziali sono noti per la loro longevità, e se i Solariani non fanno eccezione, può darsi che oltre alla longevità abbiano anche una fase di sviluppo più lunga della media. Quindi, non possiamo basarci solo sugli anni.

    Trevize fece schioccare la lingua, spazientito. — Basta coi discorsi antropologici. Dobbiamo raggiungere la superficie, e dal momento che ci troviamo di fronte ad un bambino può darsi che stiamo solo sprecando tempo… E se non sapesse il modo per raggiungere la superficie? E se non fosse mai stato all’esterno?

    — Pel! — disse Bliss.

    Pelorat capì subito cosa volesse, al che seguì una conversazione particolarmente lunga con Fallom.

    Infine, Pelorat riferì: — Il bambino sa cosa sia il sole, dice di averlo visto. Ha visto anche gli alberi, credo… Non mi è parso molto sicuro del significato della parola… almeno, della parola usata da me.

    — D’accordo, Janov — annuì Trevize. — Ma veniamo al dunque, per favore.

    — Ho detto a Fallom che se ci porterà in superficie, noi forse riusciremo ad attivare il suo robot. A dire il vero, io ho detto che lo riattiveremo: credete che ne saremo capaci?

    — A questo penseremo in seguito — rispose Trevize. — Allora, ha detto che ci guiderà?

    — Sì. Ecco, ho pensato che il bambino lo avrebbe fatto volentieri promettendogli di riattivare il robot… C’è il rischio di deluderlo, immagino…

    — Su, muoviamoci — disse Trevize. — Tutte queste discussioni saranno inutili se ci sorprenderanno qui, sottoterra.

    Pelorat disse qualcosa al bambino, che cominciò a camminare, poi si fermò voltandosi verso Bliss.

    Bliss gli tese la mano, e i due si avviarono affiancati.

    — Sono il suo nuovo robot — sorrise la ragazza.

    — Mi sembra abbastanza soddisfatto — commentò Trevize.

    Fallom procedeva spedito, e per un attimo Trevize si chiese se fosse felice solo grazie all’intervento di Bliss, o se fosse anche eccitato al pensiero di uscire in superficie, di avere tre nuovi robot, o se la contentezza derivasse dalla prospettiva della riattivazione di Jemby… Non che avesse importanza: l’importante era che Fallom li guidasse.

    Il bambino si muoveva senza esitazioni. Girava deciso quando arrivavano ad una biforcazione. Sapeva davvero dove andasse, o si trattava solo di indifferenza infantile? Stava semplicemente facendo un gioco senza uno scopo preciso?

    Ma dalla lieve sensazione di fatica, Trevize si rese conto che adesso stessero procedendo in salita, e Fallom saltellando in testa al gruppetto impettito prese a indicare dinanzi a sé ed a farfugliare qualcosa.

    Trevize guardò Pelorat, che schiarendosi la voce disse: — Penso che stia dicendo “porta”.

    — Speriamo che tu abbia capito bene.

    Il bambino si staccò correndo da Bliss. Indicò un tratto di pavimento che sembrava più scuro dell’area circostante, vi balzò sopra, saltando più volte, poi si girò con un’espressione costernata e fece udire di nuovo la sua vocetta stridula.

    Con una smorfia, Bliss disse: — Dovrò fornirla io l’energia… Questo compito mi sta logorando.

    La sua faccia arrossì leggermente, mentre le luci si affievolivano, ma una porta si aprì di fronte a Fallom, che scoppiò a ridere deliziato.

    Il bambino si precipitò all’esterno, seguito dai due uomini. Bliss uscì per ultima, e si voltò mentre le luci si spegnevano e l’apertura si richiudeva. Poi si fermò per riprendere fiato, l’aria affaticata.

    — Bene — annuì Pelorat. — Siamo fuori. E la nave, dov’è?

    Il chiarore crepuscolare si riversava su di loro.

    Trevize borbottò: — Dovrebbe essere in quella direzione, mi sembra.

    — Sembra anche a me — convenne Bliss. — Muoviamoci — li esortò, prendendo Fallom per mano.

    Non si udiva alcun rumore, a parte il frusciare prodotto dal vento, ed i richiami degli animali. A un certo punto passarono accanto a un robot immobile ai piedi di un albero, che stringeva un oggetto dalla funzione non bene identificabile.

    Pelorat, incuriosito, mosse un passo verso il robot, ma Trevize lo trattenne. — Non sono affari nostri, Janov. Sbrighiamoci.

    Superarono un altro robot, più lontano del primo, che era caduto a terra.

    Trevize disse: — Ci sono robot disseminati in ogni direzione per chissà quanti chilometri, immagino… — Poi, il tono esultante: — Ah, ecco la nave!

    Affrettarono il passo, poi però si arrestarono di colpo. Fallom alzò la voce in un gridolino eccitato.

    Vicino alla nave era posato uno strano velivolo di linea primitiva, munito di un motore che doveva sprecare parecchia energia ed aveva un aspetto per nulla robusto. Accanto al velivolo, tra il gruppetto di Esterni e la loro nave, c’erano quattro figure umane.

    — Troppo tardi — disse Trevize. — Abbiamo perso troppo tempo. E adesso?

    Con espressione interrogativa, Pelorat fece: — Quattro Solariani? Impossibile… Non si avvicinerebbero mai l’un altro così… Che siano immagini olografiche?

    — Sono immagini del tutto corporee, ne sono certa — rispose Bliss. — Ma non sono Solariani. Le loro menti parlano chiaro: quelli sono robot.


    15

    — Be’, avanti, allora! — disse stancamente Trevize. Riprese ad avanzare verso la nave ad andatura tranquilla, e gli altri lo seguirono.

    — Cosa intendi fare? — gli chiese Pelorat, un po’ allarmato.

    — Se sono robot, devono obbedire agli ordini.

    I robot li stavano aspettando, e Trevize li studiò man mano che la distanza diminuiva.

    Sì, dovevano essere robot: le loro facce, che sembravano fatte effettivamente di carne rivestita di pelle, erano stranamente inespressive. Portavano delle divise che non lasciavano scoperto un solo centimetro di pelle, se si escludeva la faccia. Persino le mani erano nascoste da sottili guanti opachi.

    Trevize fece un gesto brusco ed eloquente, invitandoli a farsi da parte.

    I robot non si mossero.

    Sottovoce, Trevize disse a Pelorat: — Traducilo in parole, Janov. E sii deciso.

    Pelorat si schiarì la voce, ed in un insolito tono baritonale scandì lentamente le parole, sottolineandole con un gesto identico a quello fatto da Trevize. Al che, uno dei robot, che forse era leggermente più alto degli altri, replicò qualcosa con voce fredda e incisiva.

    Pelorat si rivolse all’amico. — Se non sbaglio, ha detto che siamo solo degli Esterni.

    — Digli che siamo essere umani e che dobbiamo essere obbediti.

    Allora il robot parlò, in un galattico un po’ particolare ma comprensibile. — Ti capisco, Esterno. Parlo galattico: siamo Robot Guardiani.

    — Allora avrai sentito quel che ho detto… Siamo esseri umani e voi dovete obbedirci.

    — Siamo programmati per obbedire soltanto ai Signori, Esterno. Voi non siete Signori, non siete Solariani. Il Signore Bander non ha risposto alla normale procedura di Contatto, e noi siamo venuti ad indagare direttamente: è nostro compito. Abbiamo trovato una nave spaziale di costruzione non solariana, numerosi Esterni presenti, e tutti i robot di Bander disattivati. Dov’è il Signore Bander?

    Trevize scosse la testa, e rispose lentamente: — Non sappiamo nulla di quanto stai dicendo. Il computer della nostra nave funziona in modo difettoso. Ci siamo ritrovati nei pressi di questo pianeta sconosciuto senza volerlo. Siamo scesi per verificare la nostra posizione, ed abbiamo trovato tutti i robot disattivati. Ma non abbiamo idea di cosa possa essere successo.

    — Non è una dichiarazione credibile. Se tutti i robot della tenuta sono disattivati e manca completamente l’energia, il Signore Bander deve essere morto. È illogico supporre che la sua morte sia coincisa casualmente col vostro arrivo: deve esserci un collegamento causale.

    Trevize ribatté, per confondere le acque, e per affermare la propria estraneità, la propria ignoranza, e pertanto anche la propria innocenza: — Ma l’energia non manca: tu e questi altri robot siete in funzione.

    Il robot replicò: — Siamo Robot Guardiani, non apparteniamo ad alcun Signore. Apparteniamo a tutto il mondo, non siamo controllati dai Signori, siamo ad alimentazione nucleare. Ti chiedo di nuovo: dov’è il Signore Bander?

    Trevize si guardò attorno. Pelorat sembrava in apprensione; Bliss aveva le labbra serrate, però era calma. Fallom tremava, ma la mano di Bliss gli si posò su una spalla ed il piccolo Solariano parve irrigidirsi, la sua faccia divenne inespressiva. (Un intervento sedativo di Bliss?)

    Il robot insisté. — Per l’ultima volta… Dov’è il Signore Bander?

    — Non lo so — rispose accigliato Trevize.

    Il robot fece un cenno con la testa, e due suoi compagni si affrettarono ad allontanarsi. Il robot disse: — I miei compagni Guardiani perquisiranno la residenza. Nel frattempo, voi sarete trattenuti ed interrogati: consegnami gli oggetti che porti al fianco.

    Trevize arretrò di un passo. — Sono innocui.

    — Non muoverti più. Non ti ho chiesto se siano innocui o pericolosi: ti ho solo chiesto di darmeli.

    — No.

    Il robot avanzò, ed il suo braccio scattò troppo velocemente perché Trevize potesse rendersi conto di quanto stesse accadendo. La mano del robot gli calò sulla spalla, strinse, spinse verso il basso: Trevize cadde in ginocchio.

    Il robot chiese: — Quegli oggetti. — Tese l’altra mano.

    — No — ansimò Trevize.

    Bliss si lanciò in avanti, estrasse il disintegratore dal fodero prima che Trevize, bloccato dal robot, potesse impedirglielo, e consegnò l’arma al Guardiano. — Ecco, Guardiano — disse. — E se mi concedi un istante… ecco il secondo oggetto. Adesso, lascia andare il mio compagno.

    Il robot, stringendo ambedue le armi, arretrò, e Trevize si drizzò lentamente, massaggiandosi vigorosamente la spalla sinistra, contraendo il viso in una smorfia di dolore.

    (Fallom piagnucolava in modo sommesso, e Pelorat istintivamente lo prese in braccio e lo strinse a sé.)

    Furibonda, Bliss sibilando disse a Trevize: — Perché ti opponi a lui? Può ucciderti con un dito.

    Trevize digrignò i denti soffocando un’imprecazione. — Perché non ti occupi di lui, eh?

    — Ci sto provando. Mi occorre tempo. La sua mente è compatta, rigidamente programmata, e non offre appigli. Devo studiarla: cerca di guadagnare tempo.

    — Non studiarla: distruggila — ribatté Trevize con un filo di voce.

    Bliss lanciò una rapida occhiata al robot. Stava esaminando attentamente le armi, mentre l’altro robot rimasto sorvegliava gli Esterni. Comunque, non sembravano interessati ai sussurri che Trevize e la ragazza si scambiavano.

    Bliss disse: — No, niente distruzione. Sul primo mondo abbiamo ucciso un cane e ne abbiamo fatto soffrire un altro. Sai benissimo quello che è successo su questo mondo. — (Altra rapida occhiata ai Guardiani.) — Gaia non massacra inutilmente né la vita né l’intelligenza: mi occorre tempo per trovare una soluzione incruenta.

    Indietreggiò e fissò il robot.

    Il robot disse: — Questi oggetti sono armi.

    — No — disse Trevize.

    — Sì — intervenne Bliss. — Però non sono più funzionanti: sono prive di carica energetica.

    — Davvero? Perché mai portare delle armi senza energia? Forse non è vero che sono scariche. — Il robot ne strinse una nel pugno, sistemando con precisione il pollice. — È così che si attiva?

    — Sì — rispose Bliss. — Aumentando la pressione, si attiverebbe, se non fosse priva di energia… ma è priva, invece.

    — Davvero? — Il robot puntò l’arma su Trevize. — Dunque, secondo voi, se adesso l’attivassi non funzionerebbe?

    — No, non può funzionare — rispose Bliss.

    Trevize era pietrificato, incapace di aprir bocca. Aveva provato il disintegratore dopo che Bander lo aveva scaricato, ed in effetti l’arma era del tutto inservibile. Però il robot stava impugnando la frusta neuronica, e Trevize non l’aveva provata.

    Bastava che contenesse ancora un residuo minimo di energia… Sarebbe stato sufficiente a stimolare i centri nervosi del dolore. E Trevize avrebbe vissuto un’esperienza assai più spiacevole e dolorosa della stretta d’acciaio del robot… anzi, quella stretta gli sarebbe sembrata quasi un abbraccio affettuoso.

    All’Accademia Navale, Trevize come tutti i cadetti aveva dovuto sottoporsi ad una lieve sferzata neuronica, tanto per sapere cosa fosse. Gli era bastato, e non aveva alcuna voglia di ripetere l’esperienza.

    Il robot attivò l’arma e, per un attimo, Trevize si irrigidì istintivamente… rilassandosi per fortuna un istante dopo: anche la frusta era completamente scarica.

    Il robot fissò Trevize, quindi gettò via entrambe le armi. — Come mai queste armi sono scariche? — domandò. — Perché portarsele appresso, se non sono di alcuna efficacia?

    Trevize rispose: — Sono abituato al peso, e le porto con me anche quando sono scariche.

    — Questo è assurdo — ribatté il robot. — Consideratevi tutti in stato di fermo. Verrete sottoposti ad un ulteriore interrogatorio, e se i Signori lo decideranno sarete in seguito disattivati… In che modo si apre la nave? Dobbiamo perquisirla.

    — Perdereste del tempo per niente — rispose Trevize. — Non capireste nulla.

    — Se io non capirò, i Signori capiranno.

    — Nemmeno loro capiranno.

    — Allora voi darete spiegazioni, così capiranno.

    — Non spiegherò un bel niente, io.

    — Allora verrai disattivato.

    — Disattivandomi non otterrete alcuna spiegazione, e credo che verrei disattivato anche se spiegassi.

    Bliss mormorò: — Continua così. Comincio a decifrare i meccanismi del suo cervello.

    Il robot la ignorò. (Era opera di Bliss? si domandò Trevize, augurandosi disperatamente di sì.)

    L’attenzione fissa su Trevize il robot proseguì: — Se creerai dei problemi, ti disattiveremo parzialmente. Ti danneggeremo, dopo di che ci dirai quello che vogliamo sapere.

    D’un tratto, con voce strozzata, Pelorat strillò: — Un momento, non puoi farlo… Guardiano, non puoi farlo!

    — Ho ricevuto istruzioni precise — replicò imperturbabile il robot. — Posso farlo. Naturalmente, limiterò i danni al minimo indispensabile per ottenere le informazioni desiderate.

    — Ma non puoi! Assolutamente! Io sono un Esterno, come questi miei due compagni, però questo bambino è un Solariano — protestò Pelorat guardando Fallom, che teneva ancora in braccio. — Ti dirà cosa fare, e tu dovrai obbedire.

    Fallom guardò Pelorat: aveva gli occhi bene aperti, ma il suo sguardo era perso nel vuoto.

    Bliss scosse la testa, bruscamente, ma Pelorat la fissò senza dar segno di avere capito.

    Il robot posò lo sguardo su Fallom per un istante. — Il bambino non conta. Non ha i lobi di trasduzione.

    — Non ha lobi trasduttivi pienamente sviluppati — insisté Pelorat ansimando. — Ma a tempo debito li avrà: è un bambino solariano.

    — È un bambino, però senza lobi trasduttivi pienamente sviluppati non è un Solariano: non sono obbligato a eseguire i suoi ordini né a proteggerlo.

    — Ma è il figlio del Signore Bander!

    — Davvero? Come lo sai?

    Pelorat balbettò, come faceva a volte quando si infervorava troppo. — In que… in questa tenuta… quali altri bambini dovrebbero esserci?

    — E chi ti dice che non ce ne siano una dozzina?

    — Ne hai visti altri?

    — Le domande le faccio io.

    In quel mentre, l’attenzione del robot si spostò altrove. Il secondo robot gli stava toccando il braccio. I due robot inviati a perlustrare la residenza stavano tornando di gran carriera, con movimenti leggermente scomposti.

    Ci fu silenzio finché non arrivarono, poi uno di loro parlò in lingua solariana… al che tutti i robot si irrigidirono, sembrarono frastornati, abbattuti.

    Pelorat disse: — Hanno trovato Bander — prima che Trevize potesse zittirlo con un cenno.

    Il robot si girò lentamente e disse pronunciando le sillabe in modo legato: — Il Signore Bander è morto. In base a quanto hai appena affermato, è chiaro che foste al corrente della cosa. Come è accaduto?

    — E come possiamo saperlo? — rispose in tono di sfida Trevize.

    — Sapevate che era morto… che l’avremmo trovato là. Se lo sapevate, significa che siete stati là, che siete stati voi ad interrompere la sua vita! — La pronuncia del robot stava già migliorando: dopo il primo impatto, ora stava assorbendo il trauma.

    Trevize si difese dicendo: — Noi avremmo ucciso Bander? Impossibile! Coi suoi lobi trasduttivi avrebbe potuto annientarci in un attimo.

    — Come fate a sapere quali siano i poteri dei lobi trasduttivi?

    — Ne hai appena parlato.

    — Ne ho parlato e basta: non ho descritto le loro proprietà.

    — L’abbiamo saputo in sogno.

    — Non è una risposta credibile.

    Trevize ribatté: — Come non è credibile pensare che siamo stati noi a causare la morte di Bander.

    Pelorat aggiunse: — Ed in ogni caso, se il Signore Bander è morto, adesso è il Signore Fallom a governare questa tenuta: ecco il nuovo Signore, al quale dovete obbedienza!

    — Ho già spiegato che un bambino privo di lobi trasduttivi sviluppati non è un Solariano — disse il robot. — Pertanto non può essere un Successore. Un altro Successore, dall’età appropriata, arriverà sul posto non appena avremo riferito questo triste evento.

    — Ed il Signore Fallom?

    — Non c’è alcun Signore Fallom: c’è solo un bambino, ed i bambini sono in soprannumero. Verrà distrutto.

    Bliss scattò rabbiosa: — Non provarci! È un bambino!

    — Non è detto che spetti a me la sua distruzione materiale — disse il robot. — E sicuramente questa decisione non dipende da me, bensì da quanto stabiliranno di comune accordo i Signori. Comunque, nei periodi in cui c’è un soprannumero di bambini, è facile prevedere quale sarà la decisione.

    — No! Non potete!

    — Sarà un evento indolore… Ma sta arrivando un’altra nave. Ora dobbiamo entrare in quella che era un tempo la residenza di Bander, per allestire un Consiglio olovisivo che nomini il nuovo Successore e decida cosa fare di voi… Datemi il bambino.

    Bliss strappò dalle braccia di Pelorat la figura semicomatosa di Fallom e la strinse a sé. — Non toccare questo bambino!

    Ancora una volta, il braccio del robot scattò in avanti velocissimo, tendendosi verso Fallom. Ma Bliss lo batté sul tempo spostandosi di lato. Il robot però continuò ad avanzare, come se la ragazza fosse ancora dov’era un attimo prima. Poi si piegò goffamente, oscillò sulla punta dei piedi e stramazzò a faccia in giù. Gli altri tre robot erano immobili, lo sguardo fisso nel vuoto.

    Bliss stava singhiozzando, in parte di rabbia. — Avevo quasi afferrato il sistema per controllarlo, ma non mi ha lasciato abbastanza tempo. Ho proprio dovuto colpire forte, ed adesso sono disattivati tutti e quattro… Saliamo a bordo prima che l’altra nave atterri: sto troppo male adesso per affrontare degli altri robot.


    Parte quinta
    Melpomenia


    13. Via da Solaria


    1

    La partenza si svolse in un susseguirsi di azioni frenetiche. Trevize aveva raccattato le sue armi inservibili, aveva aperto il portello, e tutti si erano precipitati all’interno. Solo a decollo avvenuto Trevize si accorse della presenza a bordo di Fallom.

    Probabilmente non ce l’avrebbero fatta se i Solariani non fossero stati così arretrati nel volo. Il velivolo solariano che stava sopraggiungendo impiegò un’infinità di tempo per abbassarsi ed atterrare. Mentre il computer della “Far Star” portò in quota la nave gravitazionalmente all’istante.

    E anche se l’annullamento della gravità e dell’inerzia cancellò gli effetti altrimenti insopportabili di un decollo tanto rapido, rimasero però gli effetti dell’attrito. La temperatura esterna dello scafo salì in modo impressionante rispetto a quella consigliata dalle norme di base della navigazione e dalle caratteristiche tecniche della nave.

    Mentre si alzavano, videro la seconda nave solariana che atterrava, e parecchi altri mezzi aerei in avvicinamento. Trevize si domandò quanti robot avrebbe potuto affrontare Bliss, e concluse che se fossero rimasti in superficie ancora per una quindicina di minuti sarebbero stati sopraffatti.

    Una volta nello spazio (o Per lo meno, in una regione ai limiti dell’esosfera planetaria), Trevize puntò verso il lato notturno del pianeta. Era vicinissimo, dato che si erano staccati dalla superficie al tramonto. Grazie all’oscurità, la “Far Star” si sarebbe raffreddata più in fretta, ed avrebbe potuto continuare ad allontanarsi seguendo una lenta rotta a spirale.

    Pelorat uscì dalla camera che divideva con Bliss. Disse: — Il bambino dorme regolarmente adesso. Gli abbiamo mostrato il funzionamento della toilette, ed ha capito senza problemi.

    — Non mi sorprende: nella residenza dovevano esserci servizi del genere.

    — Io non ne ho visti, anche se mi sono guardato attorno per bene — replicò Pelorat convinto. — Sai, per i miei gusti, eravamo rimasti fin troppo sul pianeta.

    — Su questo siamo tutti d’accordo, credo. Ma perché abbiamo portato a bordo quel bambino?

    Pelorat scrollò le spalle con aria contrita. — Bliss non ha voluto abbandonarlo. Era come se stesse salvando una vita per compensare quella che aveva spezzato. Non sopporta…

    — Lo so — disse Trevize.

    Pelorat commentò: — Certo che è un bambino fatto in modo strano.

    — Per forza… È un’ermafrodita.

    — Sai, ha i testicoli.

    — Non potrebbe essere diversamente.

    — E qualcosa che… be’, posso solo descriverla come una piccolissima vagina.

    Trevize fece una smorfia. — Disgustoso.

    — Non direi, Golan — protestò Pelorat. — È adatta alle sue esigenze. Produce solo un ovulo fecondato, o un minuscolo embrione, che poi matura in condizioni di laboratorio, sotto la supervisione dei robot, mi pare.

    — E cosa accadrebbe se il loro sistema robotico si sfasciasse? Non sarebbero più in grado di produrre discendenti capaci di sopravvivere.

    — Qualsiasi mondo si troverebbe in guai seri se la sua struttura sociale crollasse.

    — Certo… Non che scoppierei in un pianto a dirotto per la scomparsa dei Solariani.

    — Be’ — convenne Pelorat — ammetto che non sembra un mondo molto attraente… per noi, chiaro. Ma, amico mio, sono solo gli abitanti e la struttura sociale gli aspetti che noi non condividiamo: togliendo gli abitanti ed i robot, invece avremmo un mondo che…

    — Potrebbe crollare, come sta facendo Aurora — disse Trevize. — Come sta Bliss, Janov?

    — È stremata: adesso dorme. Per lei è stata un’esperienza terribile, Golan.

    — Non è che io mi sia poi divertito tanto.

    Trevize chiuse gli occhi e decise che aveva bisogno di dormire, che si sarebbe concesso un po’ di riposo non appena fosse stato ragionevolmente sicuro dell’inettitudine spaziale dei Solariani… E finora il computer non aveva individuato nello spazio circostante alcun oggetto artificiale.

    Pensò con amarezza ai due pianeti visitati… sul primo, cani selvatici ostili… sul secondo, ermafroditi solitari ostili. E nemmeno il minimo accenno riguardo la posizione della Terra. Unico frutto di quella doppia visita: Fallom.

    Trevize aprì gli occhi. Pelorat era ancora seduto dalla parte opposta del computer, e lo osservava con espressione solenne.

    D’un tratto, con estrema convinzione, Trevize disse: — Non avremmo dovuto portare con noi il bambino solariano.

    — Poverino… Lo avrebbero ucciso.

    — Può anche darsi… Ma il suo posto era quello. Apparteneva a quella società. Era destinato fin dalla nascita ad essere eliminato, non avendo una utilità immediata.

    — Oh, amico mio, che punto di vista crudele.

    — È un punto di vista razionale. Non sappiamo come provvedere a lui, può darsi che soffra con noi e che alla fine muoia ugualmente. Cosa mangia?

    — Quello che mangiamo noi, immagino, vecchio mio. Se mai il problema è: noi cosa mangiamo? Abbiamo scorte sufficienti?

    — Più che sufficienti, anche calcolando il nuovo passeggero.

    Pelorat non sembrò particolarmente entusiasta, comunque. — La nostra dieta è diventata piuttosto monotona. Su Comporellen avremmo dovuto fare rifornimento… non che la loro cucina fosse eccezionale.

    — Non abbiamo potuto. Se ricordi, siamo partiti con una certa fretta… come siamo partiti da Aurora, e soprattutto da Solaria… Ma cos’è mai un po’ di monotonia? Rovina il piacere, d’accordo, però ci mantiene in vita.

    — Se fosse necessario, potremmo procurarci provviste fresche?

    — Certo, Janov. Con una nave gravitazionale e motori iperspaziali, la Galassia è un posto piccolo. In pochi giorni possiamo raggiungere qualsiasi punto. Il fatto è che la metà dei mondi della Galassia sono stati avvertiti, devono denunciare l’avvistamento di una nave come la nostra, quindi preferisco stare alla larga per un po’.

    — Già, hai ragione… Bander però non sembrava interessato alla nave.

    — Probabilmente non gli interessava affatto. I Solariani devono aver rinunciato da un pezzo al volo spaziale. Il loro desiderio primario è quello di essere lasciati in completa solitudine, e se vogliono essere sicuri del loro isolamento perché dovrebbero viaggiare nello spazio a pubblicizzare la loro presenza?

    — Quale sarà la nostra prossima mossa, Golan?

    Trevize rispose: — Abbiamo un terzo pianeta da visitare.

    Pelorat scosse la testa. — A giudicare dai primi due, non che mi aspetti granché.

    — Nemmeno io per ora, ma non appena avrò dormito un po’ metterò al lavoro il computer per calcolare la nuova rotta verso il terzo pianeta.


    2

    Trevize dormì più a lungo del previsto; non che fosse un particolare importante. A bordo della nave, non c’erano il giorno e la notte, non in senso naturale almeno, ed il ritmo circadiano non funzionava mai alla perfezione. Gli orari erano arbitrari, ed era abbastanza normale che Trevize e Pelorat (e soprattutto Bliss) si trovassero un po’ fuori fase per quanto riguardava i cicli naturali dell’alimentazione e del sonno.

    Mentre si strofinava (dato che bisognava evitare ogni spreco dell’acqua era consigliabile togliersi la schiuma detergente strofinando piuttosto che sciacquandola via), Trevize stava chiedendosi se fosse il caso di dormire ancora un paio d’ore, poi si girò e si ritrovò a fissare Fallom, nudo come lui.

    Non poté fare a meno di balzare indietro, e dato lo spazio ristretto del Personale inevitabilmente andò a sbattere contro una superficie solida, e grugnì.

    Fallom lo osservava incuriosito, indicando il pene di Trevize. Farfugliò qualcosa di incomprensibile, ma l’atteggiamento complessivo del bambino sembrava esprimere un senso di incredulità. Per sentirsi tranquillo, Trevize dovette coprirsi il pene con le mani.

    Poi, con la sua vocetta acuta, Fallom disse: — Saluti.

    Trevize rimase un poco sorpreso sentendo che il bambino parlava in galattico, ma dal tono si capiva che la parola era stata imparata a memoria.

    Fallom continuò, con lentezza dolorosa: — Bliss… dice… tu… lavare… me.

    — Sì? — Trevize mise le mani sulla spalla di Fallom. — Tu… resta… qui.

    Indicò il pavimento, e Fallom naturalmente guardò il punto indicato dal dito, mostrando di non capire affatto l’espressione.

    — Non muoverti — disse Trevize, premendo le braccia del bambino contro il corpo, quasi a simbolizzare l’immobilità. Si asciugò in fretta e furia, infilò le mutande, quindi i calzoni.

    Uscendo, gridò: — Bliss!

    A bordo della nave era difficile che i passeggeri fossero separati da una distanza superiore ai quattro metri, e Bliss si affacciò quasi subito alla porta della sua stanza. Sorridendo, disse: — Mi hai chiamato, Trevize… o era il suono della brezza che sospira tra l’erba ondeggiante?

    — Non è il momento di fare dello spirito, Bliss. Cosa significa? — Trevize indicò alle proprie spalle col pollice.

    Bliss guardò e rispose: — Direi che si tratta del piccolo solariano che abbiamo portato a bordo ieri.

    — Che tu hai portato a bordo ieri! Perché vuoi che lo lavi io?

    — Pensavo che avresti gradito l’idea. È una creatura molto brillante, sta imparando rapidamente tante parole in galattico, sai? Una volta che gli ho spiegato qualcosa, non la dimentica più. Naturalmente, c’entra anche il mio aiuto.

    — Naturalmente.

    — Sì, lo mantengo calmo. Durante gli eventi più sconvolgenti sul pianeta, l’ho protetto con una specie di trance. A bordo della nave ho fatto in modo che dormisse, e adesso sto cercando di distrarlo un po’ perché non pensi in continuazione a Jemby, il robot che ha perso, e che evidentemente amava parecchio.

    — Insomma, vuoi fare in modo che alla fine si trovi bene tra noi, eh?

    — Lo spero. È adattabile, dato che è giovane, ed io cerco di favorire il suo adattamento influenzando per quanto possibile la sua mente. Gli insegnerò a parlare in galattico.

    — Allora, lavalo tu! Chiaro?

    Bliss si strinse nelle spalle. — Lo farò, se proprio insisti… ma vorrei che si sentisse benvoluto da tutti noi. Sarebbe utile se ognuno di noi svolgesse certe mansioni da genitore nei suoi confronti. Mi pare che anche tu potresti collaborare.

    — Solo entro certi limiti. E quando avrai finito di lavarlo, liberatene. Voglio parlarti.

    Bliss, con un tono di colpo aggressivo, ribatté: — Liberarmene? Cosa vorresti dire?

    — Non dico di gettarlo all’esterno… Portalo in camera tua e fallo sedere in un angolo: devo parlare con te.

    Trevize la fissò incollerito per un attimo, quindi si spostò nella sala comandi ed accese lo schermo.

    Solaria era un disco scuro con una striscia ricurva di luce sulla sinistra. Trevize mise le mani sulla scrivania per entrare in contatto con il computer, e si accorse che la sua rabbia svaniva all’istante. Bisognava essere calmi per un collegamento mentale efficace col computer, ed a lungo andare per un riflesso condizionato bastava il contatto manuale per ripristinare la serenità.

    Non c’erano oggetti artificiali attorno alla nave, in alcuna direzione, fino al pianeta stesso. I Solariani (od i loro robot, più probabilmente) non potevano, o non intendevano, lanciarsi all’inseguimento.

    Bene. Allora Trevize poteva uscire tranquillamente dall’ombra notturna. Continuando ad allontanarsi, sarebbe svanita comunque, ed il disco di Solaria sarebbe progressivamente diventato più piccolo di quello del suo sole, più lontano ma molto più grande del pianeta.

    Programmò il computer in modo che allontanasse la nave anche dal piano planetario, così avrebbero potuto accelerare con sicurezza maggiore. Dopo di che avrebbero raggiunto più in fretta una regione dove la curvatura dello spazio fosse abbastanza bassa da consentire un balzo senza grossi rischi.

    Come gli capitava spesso in circostanze simili, Trevize si ritrovò a studiare assorto le stelle. Erano quasi ipnotiche nella loro silenziosa immutabilità. La distanza annullava qualsiasi turbolenza e instabilità, facendole apparire come semplici punti luminosi.

    Forse uno di quei punti era il Sole attorno al quale ruotava la Terra… Il Sole originale (con la S maiuscola), che con i suoi raggi aveva favorito l’inizio della vita, l’evoluzione dell’umanità.

    I Mondi Spaziali orbitavano attorno a stelle vivide, a ragguardevoli esemplari della famiglia stellare, eppure quelle stelle non figuravano nella mappa galattica del computer: nulla escludeva che fosse così anche per il Sole.

    O mancavano solo i soli dei mondi Spaziali, in seguito a qualche trattato antichissimo per la tutela del loro isolamento? Forse il Sole della Terra era compreso nella mappa galattica, però senza alcuna indicazione che permettesse di distinguerlo dalla miriade di stelle del suo stesso tipo, stelle prive comunque di pianeti abitabili nel loro sistema…

    Nella Galassia c’erano circa trenta miliardi di stelle simili al Sole, e solo una su mille aveva un pianeta abitabile orbitante. Forse c’erano un migliaio di pianeti del genere in un raggio di qualche centinaio di parsec rispetto alla posizione attuale della “Far Star”? Trevize doveva allora esaminare le stelle della classe del Sole ad una ad una, affrontando una ricerca minuziosa?

    Od il Sole originale non si trovava neppure in quel settore galattico? Quanti altri settori erano convinti che il Sole fosse nelle loro vicinanze, quanti erano convinti di appartenere al gruppo più antico di Coloni…?

    Trevize aveva bisogno di informazioni, e finora non aveva raccolto alcun dato utile.

    Anche un attento esame delle rovine di Aurora non avrebbe dato alcun risultato, ne era certo. Ed era certissimo che dai Solariani non avrebbero mai cavato nulla.

    E se avesse trovato il Sole, e quindi la Terra, per un incredibile colpo di fortuna… chissà se qualche forza misteriosa gli avrebbe impedito di rendersene conto? Forse le difese della Terra erano totali… Forse l’accanimento con cui la Terra voleva rimanere nascosta era un ostacolo insuperabile…

    Ma lui cosa cercava, in sostanza?

    La Terra ? O la pecca del Piano Seldon, che pensava (senza alcuna ragione precisa) di poter trovare appunto sulla Terra?

    Il Piano Seldon operava ormai da cinque secoli, ed avrebbe condotto finalmente il genere umano al sicuro (così si diceva) nel grembo di un Secondo Impero Galattico, più vasto del Primo, più nobile e più libero… eppure lui, Trevize, aveva votato contro tale soluzione, optando per Galaxia.

    Galassia, un unico immenso organismo… mentre il Secondo Impero Galattico, per quanto grande e vario, sarebbe stato semplicemente una unione di organismi individuali di entità microscopica rispetto al totale. Il Secondo Impero Galattico sarebbe stato l’ennesimo esempio del genere di unione di individui che caratterizzava l’umanità fin dai primordi… l’esempio più grande e migliore, ma pur sempre una ripetizione del medesimo tipo di organizzazione.

    Perché Galaxia, incarnazione di un tipo di organizzazione completamente diverso, fosse una soluzione migliore del Secondo Impero Galattico, doveva esserci un difetto nel Piano, qualcosa che il grande Hari Seldon stesso si fosse lasciato sfuggire.

    Ma se a Seldon era sfuggito qualcosa, Trevize come poteva intervenire per rimediare? Non era un matematico, non sapeva nulla, proprio nulla, dei meccanismi del Piano; anzi, anche se glieli avessero spiegati non avrebbe capito nulla.

    Conosceva solo gli assiomi fondamentali… cioè, che l’indagine doveva occuparsi di un numero molto elevato di esseri umani, e che gli esseri umani non dovevano essere al corrente delle conclusioni raggiunte. Il primo assioma era evidentissimo e non presentava problemi, considerando il numero enorme degli abitanti della Galassia; e il secondo assioma era più che fondato dal momento che solo i membri della Seconda Fondazione erano al corrente dei particolari del Piano e li custodivano gelosamente.

    Dunque non restava che un presupposto implicito, scontato, talmente scontato da non venire mai citato, mai considerato… ma che poteva essere falso… Un presupposto che, se fosse stato errato veramente, avrebbe alterato l’esito grandioso del Piano, di modo che Galaxia sarebbe stata preferibile all’Impero.

    Ma se era così evidente, così scontato da non venire mai menzionato, com’era possibile che quel presupposto fosse errato? E se nessuno ne parlava mai, se nessuno lo prendeva mai in considerazione, come faceva Trevize a sapere che ci fosse? Come poteva intuirne la natura una volta intuito che esisteva?

    Era davvero Trevize, l’uomo dall’intuizione infallibile… come sosteneva Gaia? Sapeva davvero quale fosse la cosa migliore da fare in qualsiasi circostanza, anche se non sapeva perché la stesse facendo?

    Adesso stava visitando tutti i Mondi Spaziali di cui aveva notizia… Era la strategia giusta? I Mondi Spaziali racchiudevano la risposta che cercava? O almeno l’inizio di una risposta…?

    Che c’era su Aurora, se non ruderi e cani selvatici? (E presumibilmente altre creature pericolose… Tori feroci? Topi giganteschi? Gatti predatori?) Solaria era un pianeta vivo, ma ospitava solo robot ed esseri umani che trasformavano l’energia col cervello. Che c’entravano questi due mondi con il Piano Seldon, a meno di non racchiudere il segreto della posizione della Terra?

    Ed in caso di risposta affermativa, che c’entrava la Terra con il Piano Seldon? Era tutta una sua costruzione assurda? si chiese Trevize. Aveva finito col prendere troppo sul serio la storia della propria infallibilità?

    Un senso opprimente di vergogna calò su di lui, impedendogli quasi di respirare. Guardò le stelle… remote, insensibili… e pensò: «Devo essere il Più Grande Sciocco della Galassia».


    3

    La voce di Bliss lo riportò al presente. — Be’, Trevize, perché volevi vedermi?… Qualcosa che non va?

    Trevize alzò lo sguardo e, per un attimo, gli riuscì difficile scacciare il suo stato d’animo. Fissando la ragazza, rispose: — No, no. È tutto a posto… Stavo… stavo solo riflettendo. Di tanto in tanto, anch’io mi ritrovo a pensare.

    Si rendeva conto, e questo gli causava un certo disagio che Bliss fosse in grado di leggere i suoi sentimenti. D’accordo, Bliss gli aveva garantito di non sbirciargli nella mente… ma non sapeva fino a che punto fidarsi della sua parola.

    Comunque, Bliss parve accettare la risposta di Trevize. Disse: — Pelorat è con Fallom, gli sta insegnando espressioni in galattico. Sembra che il bambino mangi quello che mangiamo noi senza eccessive obiezioni… Ma, perché volevi vedermi?

    — Be’… non stiamo qui — fece Trevize. — Per ora il computer non ha bisogno di me. Se vuoi seguirmi in camera mia, puoi sederti sul letto, ed io sulla sedia. O viceversa se preferisci.

    — Non ha importanza. — Si spostarono nella camera di Trevize. Bliss lo osservò. — Non sembri più furioso.

    — Stai controllando la mia mente?

    — Nemmeno per sogno: sto controllando la tua faccia.

    — Non sono furioso. Di tanto in tanto, perdo la pazienza per un attimo, ma questo non significa che mi infurii. Comunque, se non ti dispiace, avrei delle domande da farti.

    Bliss si accomodò sul letto, stando ben eretta, con una espressione solenne negli occhi castano scuro. I capelli neri che le scendevano fin sulle spalle erano acconciati con cura. Teneva le mani sottili sulle ginocchia, disinvolta; ed era circondata da un lieve alone di profumo.

    Trevize sorrise. — Ti sei agghindata, vedo… Probabilmente pensi che non mi metterò a sbraitare di fronte ad una bella ragazza.

    — Puoi sbraitare a tuo piacimento, se credi che possa farti sentire meglio: basta che non gridi con Fallom.

    — Non ne ho alcuna intenzione. Anzi, nemmeno con te intendo gridare. Non abbiamo deciso che siamo amici?

    — Gaia ha sempre avuto sentimenti di amicizia nei tuoi confronti, Trevize. Solo sentimenti di amicizia.

    — Non sto parlando di Gaia. Lo so che fai parte di Gaia, e che sei Gaia. Eppure in un certo senso conservi anche una tua identità individuale. Ecco, ora mi sto rivolgendo all’individuo singolo che è in te. Mi sto rivolgendo a qualcuno di nome Bliss… riferendomi il meno possibile a Gaia… Non abbiamo deciso che siamo amici, Bliss.

    — Sì, Trevize.

    — Allora, come mai su Solaria, quando siamo usciti dalla residenza ed abbiamo raggiunto la nave, hai aspettato tanto prima di affrontare i robot? Sono stato umiliato, mi è stato fatto del male, eppure tu non sei intervenuta. Sapevi che da un istante all’altro sarebbero potuti arrivare altri robot, e che avrebbero potuto sopraffarci numericamente, eppure non hai fatto nulla.

    Bliss lo fissò seria, e rispose in tono esplicativo piuttosto che difensivo. — Stavo facendo qualcosa, invece, Trevize. Stavo studiando le menti dei Robot Guardiani, cercando di scoprire il modo in cui controllarle.

    — Sì, lo so. Almeno, tu stessa mi hai detto che stessi studiando le loro menti, allora. Solo, non capisco lo scopo… Perché volevi cercare di controllare le loro menti, dal momento che eri in grado di distruggerle… cosa che in seguito hai fatto?

    — Credi che sia semplice distruggere un essere intelligente?

    Trevize arricciò le labbra in un’espressione disgustata. — Via, Bliss… Un essere intelligente? Era solo un robot!

    — Solo un robot? — Bliss si infervorò leggermente. — La solita giustificazione… Solo. Solo! Perché Bander avrebbe dovuto esitare ad ucciderci? Eravamo solo esseri umani privi di lobi trasduttori… Perché esitare ad abbandonare Fallom al suo destino? Era solo un Solariano, un esemplare immaturo, per giunta. Se si comincia a ragionare in questo modo quando ci si vuole sbarazzare di qualcuno, allora si può distruggere facilmente tutto quello che si desideri. Perché c’è sempre qualcosa di classificabile con un comodo «è solo questo, o è solo quello».

    Trevize ribatté: — Non esagerare o si arriva sì a conclusioni assurde. La mia era un’affermazione perfettamente legittima: quel robot era solo un robot, non puoi negarlo. Non era un essere umano, non era intelligente, non nel senso umano del termine: era una macchina, un’imitazione artificiale dell’intelligenza.

    — È facile parlare così quando non si sappia nulla di certe cose. Io sono Gaia. D’accordo, sono anche Bliss… però sono Gaia. Sono un mondo che giudica ogni suo atomo prezioso ed importante, che giudica ancor più importante ogni agglomerato organizzato in atomi. Io/noi/Gaia esitiamo parecchio quando si tratta di disgregare un organismo, anche se siamo sempre felici di trasformarlo in qualcosa di ancor più complesso, a patto che questa trasformazione non abbia ripercussioni dannose sulla totalità.

    «La più elevata forma di organizzazione che conosciamo produce l’intelligenza, e per arrivare a distruggere l’intelligenza devono esistere motivi validissimi… Non importa se questa intelligenza sia meccanica o biochimica… Anzi… il Robot Guardiano rappresentava un tipo di intelligenza che io/noi/Gaia non avevamo mai incontrato. Era bellissimo studiarla. Distruggerla era inconcepibile… se non in caso di emergenza assoluta.

    Trevize replicò asciutto: — C’erano in gioco tre intelligenze più grandi… la tua; quella di Pelorat, l’uomo che ami; e, se non ti dispiace, la mia.

    — Quattro! Continui a tralasciare Fallom… Non erano ancora in pericolo, comunque. Ascolta… Immagina di trovarti di fronte ad un dipinto, ad un grande capolavoro artistico, e che l’esistenza di questo dipinto significhi morte certa per te. Basta che tu prenda un pennello e che imbratti il dipinto con degli scarabocchi a caso, per distruggerlo definitivamente ed essere salvo… Ma immagina invece di studiare il dipinto attentamente, di aggiungere una sfumatura di colore in un punto, una macchiolina in un altro punto, di raschiare via un po’ di colore in un terzo punto e via dicendo… In questo modo modificherai il dipinto, abbastanza da sfuggire alla morte, ed eviterai di distruggere un capolavoro. Naturalmente, i ritocchi richiederanno un’attenzione minuziosa, un dispendio di tempo, però disponendo del tempo necessario, cercherai di salvare il dipinto oltre alla tua vita.

    — Può darsi — disse Trevize. — Comunque, alla fine tu hai distrutto il dipinto irrimediabilmente. Il pennello ha spazzato via qualsiasi sfumatura cromatica, qualsiasi forma… E sei intervenuta all’istante quando a rischiare era quel piccolo ermafrodita, mentre di fronte alla situazione di pericolo di noi tre non avevi mosso un dito.

    — Noi Esterni non eravamo in pericolo immediato, mentre a mio avviso per Fallom la situazione era ben diversa. Dovevo scegliere tra il Robot Guardiano e Fallom, e non avendo tempo da perdere ho scelto per forza Fallom.

    — È di questo che si è trattato, Bliss? Di un rapido calcolo con cui hai soppesato due menti, di un rapido giudizio per stabilire quale fosse più complessa e di maggior valore?

    — Sì.

    — E se ti dicessi che avevi di fronte solo un bambino, un bambino minacciato di morte? Può darsi che tu abbia provato un istinto materno improvviso, e che abbia salvato Fallom per questo, mettendo da parte tutti i calcoli che avevi fatto fino a un attimo prima quando in gioco c’erano solo tre vite adulte.

    Bliss arrossì leggermente. — È possibile che il mio intervento sia stato influenzato da un sentimento simile, ma non è il caso di usare quel tono beffardo: era un intervento guidato anche da considerazioni razionali.

    — Davvero? Se hai esaminato il problema razionalmente, forse avresti potuto tener presente che il bambino andava incontro ad un destino comune e inevitabile nella sua società. Chissà quante migliaia di bambini sono stati eliminati per mantenere la popolazione entro il limite che i Solariani ritengono ottimale per il loro mondo?

    — Non è così semplice, Trevize. Il bambino sarebbe stato ucciso perché era troppo giovane per essere un Successore, ed era troppo giovane perché aveva un genitore morto prematuramente, morto prematuramente in quanto ucciso da me.

    — In una situazione in cui si trattava di uccidere per non essere uccisi.

    — Non importa. Sono stata io ad uccidere quel genitore. Non potevo assistere passiva e consentire che il bambino venisse ucciso in conseguenza di una mia azione… E poi, la sua presenza permette di studiare un tipo di cervello mai studiato da Gaia.

    — Un cervello infantile.

    — Non rimarrà infantile in eterno. Senza contare che ci sarà anche lo sviluppo dei due lobi trasduttivi laterali. Grazie a quei lobi un Solariano possiede capacità che tutta Gaia non potrà mai eguagliare. Per tenere accesa qualche luce, per attivare il congegno di apertura di un passaggio, mi sono logorata. Bander riusciva a rifornire di energia una tenuta complessa quanto la città che abbiamo visto su Comporellen, una tenuta molto più estesa di quella città… e ci riusciva anche nel sonno.

    Trevize disse: — Dunque, consideri il bambino un esemplare importante per uno studio scientifico sul cervello.

    — In un certo senso, sì.

    — Io non la penso così. Secondo me abbiamo portato a bordo un pericolo: un grande pericolo.

    — Pericolo, in che senso? Si adatterà benissimo… col mio aiuto. È intelligente, e dimostra già un certo affetto per noi. Mangerà quello che mangiamo noi, andrà dove andremo noi, ed io/noi/Gaia ricaveremo conoscenze di valore inestimabile sul suo cervello.

    — E se si riproducesse? Non ha bisogno di un compagno: è autosufficiente.

    — Non sarà in età feconda ancora per molti anni. Gli Spaziali vivevano diversi secoli, ed i Solariani non desiderano affatto incrementare il loro numero. Probabilmente la riproduzione tardiva è una caratteristica di base della popolazione di Solaria: Fallom non avrà figli per parecchio tempo.

    — Come lo sai?

    — Non lo so, sto solo usando la logica.

    — Ed io ti dico che Fallom si rivelerà pericoloso.

    — Non lo sai, e non stai nemmeno usando la logica.

    — Lo sento, Bliss… senza alcun motivo particolare. E non sono io ad insistere sull’infallibilità della mia intuizione: sei tu ad insistere.

    Bliss corrugò la fronte, assumendo un’espressione turbata.


    4

    Pelorat si fermò sulla soglia della sala comandi e guardò dentro, imbarazzato. Evidentemente, stava cercando di decidere se Trevize fosse assorto nel lavoro o meno.

    Trevize aveva le mani sulla scrivania, come faceva sempre quando entrava in contatto diretto col computer, e gli occhi fissi sullo schermo. Pelorat allora dedusse che fosse impegnato, ed attese pazientemente, cercando di non muoversi e di non disturbarlo in nessun altro modo.

    Infine, Trevize alzò lo sguardo verso Pelorat. Non sembrava del tutto consapevole della presenza dell’amico. Gli occhi di Trevize erano sempre un po’ appannati, vacui, durante la comunione col computer, quasi stesse vivendo in una dimensione diversa dalla normalità.

    Comunque, Trevize rivolse a Pelorat un cenno di assenso, lentamente, come se l’immagine con una certa difficoltà avesse raggiunto finalmente i centri ottici. Poco dopo, staccò le mani, sorridendo, e tornò ad essere il Trevize abituale.

    L’aria di volersi scusare, Pelorat disse: — Temo di esserti d’impaccio, Golan…

    — Nulla di grave, Janov. Stavo solo controllando, verificando se siamo pronti per il balzo. Lo siamo, quasi… ma penso che attenderemo ancora alcune ore, solo per scaramanzia.

    — La scaramanzia… o dei fattori casuali… possono influire?

    — Era semplicemente un modo di dire — sorrise Trevize. — Comunque, in teoria, i fattori casuali hanno un certo peso… Cosa volevi?

    — Posso sedermi?

    — Certo, ma andiamo in camera mia… Come sta Bliss?

    — Benissimo. — Pelorat si schiarì la voce. — Sta dormendo di nuovo. Ha bisogno di dormire, sai…

    — Lo so, è per via della separazione iperspaziale.

    — Esattamente, vecchio mio.

    — E Fallom? — Trevize si sistemò sul letto, lasciando a Pelorat la sedia.

    — Quei libri della mia biblioteca che hai fatto stampare per me dal computer, le leggende popolari: be’, le sta leggendo. Certo, non che capisca granché di galattico, però pare che gli piaccia il suono delle parole. Lui… Continuo ad usare il pronome maschile anche se non è esatto… Chissà perché, vecchio mio?

    Trevize si strinse nelle spalle. — Forse perché tu stesso sei un maschio.

    — Già… Comunque, Fallom è intelligentissimo, sai…

    — Non ne dubito.

    Pelorat esitò. — Mi pare di capire che Fallom non ti è molto simpatico.

    — Nulla di personale, Janov. Non ho mai avuto dei bambini ed in generale non mi sono mai piaciuti tanto. Invece, se ben ricordo, tu hai avuto dei bambini.

    — Un figlio… Ricordo che era bellissimo stare con lui quando era piccolo. Forse è per questo che preferisco usare il pronome maschile per Fallom. Mi riporta indietro di un quarto di secolo.

    — Non ho nulla in contrario se ti piace, Janov.

    — Piacerebbe anche a te, se provassi ad apprezzarlo.

    — Certamente, Janov… e forse un giorno ci proverò.

    Pelorat esitò di nuovo. — So anche che devi essere stanco di discutere con Bliss…

    — A dire il vero, non credo che discuteremo poi tanto, Janov. Lei ed io cominciamo ad andare d’accordissimo. L’altro giorno c’è stata tra noi una discussione ragionevole, senza grida e senza accuse, circa la scarsa tempestività con cui abbia disattivato i Robot Guardiani… In fin dei conti, Bliss continua a salvarci la vita, quindi il minimo che possa fare è assumere un atteggiamento amichevole verso di lei, no?

    — Sì, capisco… ma non intendevo dire “discutere” nel senso di “litigare”… Mi riferivo a questo continuo dibattito a proposito di Galaxia contrapposta all’individualità.

    — Oh, intendevi questo! Immagino che il dibattito continuerà, allora… educatamente.

    — Golan, ti spiace se affronto l’argomento al posto di Bliss?

    — Fai pure… Accetti personalmente l’idea di Galaxia, o lo fai solo perché sei più felice se sei d’accordo con Bliss?

    — In tutta onestà, è una mia convinzione personale. Secondo me Galaxia è la soluzione che tutti dovremmo augurarci. Tu stesso hai fatto questa scelta, e sono sempre più convinto che sia quella giusta.

    — Perché l’ho fatta io? Non è un motivo valido. Sai, qualunque cosa sostenga Gaia, può darsi che io sbagli. Quindi non lasciare che Bliss ti persuada in favore di Galaxia basandoti solo su questo.

    — Secondo me non ti sbagli: è stata Solaria a dimostrarmelo, non Bliss.

    — Come?

    — Be’, innanzitutto, siamo Isolati tu ed io…

    — Un termine di Bliss. Preferisco che ci consideriamo individui.

    — Semplice questione semantica, vecchio mio. Indipendentemente dal termine che preferiamo usare, siamo chiusi nei nostri involucri privati che racchiudono i nostri pensieri privati, e pensiamo innanzitutto a noi stessi. La nostra legge naturale primaria è quella dell’autodifesa, anche se questo può comportare l’offesa di tutti quelli che abbiamo attorno.

    — Certe persone, è risaputo, hanno dato la vita per gli altri.

    — Un fenomeno raro. È ben più grande il numero delle persone che per qualche stupido capriccio privato abbiano calpestato le esigenze ed i bisogni altrui. Anche questo è risaputo.

    — E questo che c’entra con Solaria?

    — Perbacco, su Solaria vediamo cosa possono diventare gli Isolati… o gli individui, se preferisci. I Solariani accettano a malincuore l’idea di dividere un intero pianeta tra loro. Per loro una vita di isolamento completo equivale alla libertà perfetta. Non hanno alcun legame affettivo verso i loro figli, anzi li uccidono se sono troppo numerosi. Si circondano di robot schiavi ai quali forniscono l’energia, in modo che quando muoiono anche le loro immense tenute muoiano simbolicamente. Ti pare un sistema ammirevole, Golan? Puoi paragonarlo a Gaia, in quanto a giustizia, sollecitudine reciproca e bontà?… Non ne ho affatto discusso con Bliss: è quel che penso io.

    Trevize disse: — Ed è logico, conoscendoti, che tu la pensi così, Janov. Condivido il tuo parere. Secondo me la società solariana è orribile, ma non è sempre stata così. I Solariani discendono dai Terrestri, e più recentemente, dagli Spaziali, che vivevano in modo molto più normale. Per qualche motivo, i Solariani hanno scelto una via che ha portato a conseguenze estreme. Ma non si può giudicare in base ad una situazione limite. In tutta la Galassia, con milioni di mondi abitati, ti risulta che ce ne sia uno che abbia avuto in passato, o che abbia attualmente, una società come quella di Solaria, od una società che si avvicini anche lontanamente alla solariana? E Solaria sarebbe arrivata a tanto se non fosse minata da una presenza così massiccia di robot?

    Pelorat accennò una piccola smorfia. — Riesci a demolire qualsiasi ragionamento, Golan… o meglio, sei sempre a tuo agio quando si tratta di difendere il tipo di Galassia contro cui hai votato.

    — Non intendo demolire proprio tutto. In effetti, c’è un fondamento logico alla base della scelta di Galaxia, e quando lo scoprirò… cioè, se lo scoprirò… me ne renderò conto, e mi calmerò.

    — Se, dici? Può darsi che tu non lo scopra?

    Trevize scrollò le spalle. — Chi può dirlo?… Sai perché sto aspettando qualche ora prima di effettuare il balzo, perché sarei tentato di rimandare addirittura di alcuni giorni?

    — Hai parlato di ragioni di sicurezza.

    — Certo, l’ho detto, però anche adesso il balzo sarebbe abbastanza sicuro… No, in realtà ho paura che i Mondi Spaziali di cui abbiamo le coordinate si rivelino una delusione completa… Tre mondi, e due li abbiamo già esaminati, rischiando la vita entrambe le volte. Eppure non abbiamo trovato il minimo indizio utile circa la posizione della Terra, anzi il minimo indizio circa l’esistenza della Terra. Adesso siamo di fronte alla terza possibilità, l’ultima… E se facessimo fiasco anche questa volta?

    Pelorat sospirò. — Sai, ci sono dei vecchi racconti popolari… uno è proprio tra quelli che ho dato a Fallom perché si esercitasse… ci sono dei vecchi racconti popolari, dicevo, in cui a una persona sono concessi tre desideri, solo tre. Pare che il “tre” sia un numero significativo in queste cose, forse perché è il primo numero dispari, e quindi il numero determinante più piccolo. Sai, la vincita con due vittorie su tre possibilità… Comunque, il fatto è che in queste storie i desideri sono sempre inutili. Nessuno esprime mai quelli giusti, il che a mio avviso è un esempio di saggezza antica, che ci insegna che per ottenere qualcosa dobbiamo impegnarci e guadagnarcela, e non…

    S’interruppe di colpo, avvilito. — Scusa, vecchio mio, ti sto facendo perdere tempo. Ho il vizio di divagare quando comincio a parlare della mia materia…

    — Dici sempre cose interessanti, Janov. Comunque, capisco l’analogia: ci sono stati concessi tre desideri, ne abbiamo espressi due finora, senza ottenere nulla. Ora ne rimane uno solo. Non so perché, ma sono sicuro di un nuovo fallimento, ed è appunto per questo che voglio rimandarlo il più possibile, che indugio tanto prima del balzo.

    — Cosa farai se falliremo ancora? Tornerai su Gaia? Su Terminus?

    — Oh, no — rispose Trevize sottovoce. — La ricerca deve continuare… Non so come, ma deve continuare.


    14. Pianeta morto


    5

    Trevize era depresso. Le poche vittorie conseguite dall’inizio della ricerca non erano mai state definitive, erano servite solo a rimandare momentaneamente la sconfitta.

    Ora aveva prolungato eccessivamente l’attesa, prima del balzo verso il terzo Mondo Spaziale, ed era riuscito a contagiare col suo nervosismo i compagni di viaggio. Quando decise finalmente di ordinare al computer di proiettare la nave attraverso l’iperspazio, Pelorat era fermo sulla soglia della sala comandi, Bliss era dietro di lui, e c’era anche Fallom che stringeva la mano della ragazza e fissava Trevize con espressione di grottesca solennità.

    Sollevando lo sguardo, Trevize commentò piuttosto irascibile, sfogando la propria inquietudine: — Bel quadretto familiare!

    Ordinò al computer di effettuare il balzo in modo tale da rientrare nello spazio ad una distanza dalla stella più grande del necessario. Si disse che stesse comportandosi così perché dopo gli episodi successi sui primi due Mondi Spaziali stava imparando ad essere prudente, ma non ci credeva. Sotto sotto, e lo sapeva, si augurava di arrivare nello spazio normale ad una distanza notevole dalla nuova stella, così sarebbe stato impossibile stabilire subito con precisione se avesse o meno un pianeta abitabile. E gli sarebbero rimasti alcuni giorni di viaggio prima di appurare la verità… e di dover fare i conti (forse) con la sconfitta.

    Mentre il “quadretto familiare” lo osservava, Trevize inspirò a fondo, emise un sibilo a denti stretti, e impartì al computer le istruzioni finali.

    La disposizione delle stelle subì un mutamento silenzioso, e lo schermo offrì un panorama più spoglio, perché erano giunti in un settore in cui le stelle erano più rade. E davanti a loro, quasi al centro, spiccava una stella dallo sfolgorio intenso.

    Trevize sorrise: era già una specie di vittoria. In fin dei conti la terza serie di coordinate avrebbe potuto essere sbagliata… Invece, ecco una stella di tipo G, dalle caratteristiche adatte.

    Si girò verso gli altri e annunciò: — Eccola. La terza stella.

    — Sei sicuro? — domandò sottovoce Bliss.

    — Guarda! — disse Trevize. — Adesso passerò all’immagine equivalente della mappa galattica del computer… se quella stella sparirà, se non figurerà sulla mappa, allora non avremo più dubbi.

    Il computer eseguì il suo ordine, e la stella si spense di colpo, scomparve come se non fosse mai esistita, mentre il resto del campo stellare restò identico a prima, maestoso ed indifferente.

    — Ci siamo — annuì Trevize.

    Eppure fece procedere la “Far Star” ad una velocità dimezzata rispetto a quella che avrebbe potuto facilmente mantenere. Restava ancora l’interrogativo della presenza o meno di un pianeta abitabile, e Trevize non aveva alcuna fretta di conoscere la risposta. Dopo tre giorni di avvicinamento, la questione era ancora in sospeso…

    Non del tutto, forse… Perché attorno alla stella ruotava un gigante gassoso. Era molto lontano dalla stella, sfumato di un giallo pallidissimo sul suo lato diurno, che dalla posizione della “Far Star” appariva come uno spesso spicchio.

    A Trevize non piaceva il suo aspetto, ma cercò di mascherare la cosa mentre parlava asciutto e conciso come una guida.

    — C’è un grande gigante gassoso davanti a noi. È abbastanza spettacolare: ha un paio di anelli sottili e due satelliti di considerevoli dimensioni visibili in questo momento.

    Bliss disse: — Quasi tutti i sistemi solari comprendono giganti gassosi, no?

    — Certo, però questo è un gigante gassoso molto grande. A giudicare dalla distanza dei suoi satelliti, e dai loro periodi di rivoluzione, questo gigante gassoso dovrebbe avere una massa duemila volte superiore a quella di un pianeta abitabile.

    — Che differenza c’è? — osservò Bliss. — I giganti gassosi sono giganti gassosi, e le loro dimensioni non hanno importanza, vero? Si trovano sempre a notevole distanza dalla stella attorno alla quale orbitano, e non sono abitabili, per la loro mole e questa distanza. Dobbiamo esplorare la regione più vicina alla stella se vogliamo trovare un pianeta abitabile.

    Trevize esitò, poi decise di mettere le carte in tavola. — Il fatto è che i giganti gassosi di solito svuotano un volume considerevole di spazio planetario. Il materiale che non incorporano nella loro struttura si consolida in grandi corpi celesti che formano poi i loro sistemi di satelliti. I giganti gassosi impediscono la formazione di altri corpi celesti entro un raggio notevolissimo… Per cui, più un gigante gassoso è grande, più è probabile che sia l’unico pianeta vero e proprio di un dato sistema solare… In pratica, avremo solo il gigante gassoso e degli asteroidi.

    — Intendi dire che non ci siano pianeti abitabili qui?

    — Più aumentano le dimensioni del gigante gassoso, più diminuiscono le probabilità di trovare un pianeta abitabile… e questo gigante gassoso è così imponente da essere quasi una stella nana.

    Pelorat chiese: — Possiamo vederlo?

    Tutti e tre fissarono lo schermo (Fallom era nella camera di Bliss coi libri).

    L’immagine venne ingrandita, finché la mezzaluna non occupò tutto lo schermo. Sopra il centro, era solcata da una sottile linea scura, l’ombra del sistema anulare visibile oltre la superficie planetaria come una curva scintillante che penetrava per un breve tratto nel lato notturno prima di scomparire nell’oscurità.

    Trevize spiegò: — L’asse di rotazione del pianeta è inclinato di circa trentacinque gradi rispetto al piano di rivoluzione, e gli anelli si trovano sul piano equatoriale, naturalmente, per cui la luce della stella proviene dal basso, a questo punto dell’orbita, e proietta l’ombra degli anelli al di sopra dell’equatore.

    Pelorat osservava estasiato. — Sono sottili, quegli anelli.

    — In realtà, sono di dimensioni superiori alla media — fece notare Trevize.

    — Stando alla leggenda, gli anelli di un gigante gassoso del sistema planetario della Terra dovrebbero essere molto più ampi, più luminosi, e più elaborati di questi… Praticamente gli anelli dovrebbero far scomparire il gigante gassoso al confronto.

    — Non mi sorprende — disse Trevize. — Quando una storia passa di persona in persona per migliaia d’anni, i particolari vengono ingigantiti, non credi?

    Bliss disse: — È stupendo. Guardate la mezzaluna… sembra che si muova e si contorca.

    — Perturbazioni atmosferiche — spiegò Trevize. — Si può vedere con maggior chiarezza scegliendo la lunghezza d’onda ottica adeguata. Ecco, ora provo. — Posò le mani sulla scrivania ed ordinò al computer di operare una selezione nello spettro e di fermarsi sulla giusta lunghezza d’onda.

    La mezzaluna pallida si trasformò in un caleidoscopio di colori che cambiavano a ritmo vertiginoso e che abbagliavano la vista se si cercava di seguirli. Infine, l’immagine si stabilizzò su una tinta rosso-arancione, ed all’interno della mezzaluna si scorsero nette spirali in movimento che si attorcigliavano e si svolgevano.

    — Incredibile — mormorò Pelorat.

    — Delizioso — commentò Bliss.

    Credibilissimo, rifletté con amarezza Trevize, e tutt’altro che delizioso. Estasiati dalla bellezza dello spettacolo, Bliss e Pelorat dimenticavano che la presenza del pianeta che stavano ammirando facesse diminuire le probabilità di soluzione del mistero che assillava Trevize. Del resto, perché avrebbero dovuto preoccuparsi, loro? Erano convinti che la decisione di Trevize fosse giusta, ed erano contenti così, accompagnandolo nella sua ricerca senza provare un coinvolgimento emotivo autentico. Era inutile incolparli della loro buona fede.

    Trevize disse: — Il lato notturno sembra scuro, ma se i nostri occhi fossero sensibili ai raggi luminosi leggermente al di là della gamma limite, vedremmo una fascia di rosso intenso, cupo. Il pianeta riversa nello spazio una quantità enorme di infrarosso perché è così massiccio da essere quasi incandescente. Più che un gigante gassoso, è una sub-stella.

    Attese alcuni istanti, quindi proseguì: — E adesso lasciamo perdere il gigante gassoso e cerchiamo il pianeta abitabile… ammesso che ci sia.

    — Può darsi che ci sia, no? — sorrise Pelorat. — Non arrenderti, vecchio mio.

    — Non mi sono arreso — ribatté non troppo convinto Trevize. — La formazione dei pianeti è una materia troppo complicata perché ci si possa basare su regole precise. Siamo nel campo delle probabilità: con quel mostro nello spazio, le probabilità diminuiscono, ma non fino a raggiungere lo zero.

    Bliss disse: — Prova a cambiare prospettiva. Dato che le prime due serie di coordinate ci hanno portato su un pianeta abitabile, anche questa terza serie, che ci ha già permesso di individuare una stella di tipo giusto, dovrebbe condurci su un pianeta abitabile, no? Perché parlare di probabilità?

    — Spero davvero che tu abbia ragione — fece Trevize, per nulla rincuorato. — Adesso ci sposteremo dal piano planetario ed avanzeremo verso la stella.

    Il computer eseguì la manovra quasi simultaneamente. Trevize si rilassò sul suo sedile di pilotaggio e per l’ennesima volta decise che le navi gravitazionali dotate di un computer tanto perfezionato presentavano un unico grande svantaggio… Dopo avere pilotato una nave del genere era impossibile riuscire a pilotare ancora una nave di vecchio tipo.

    Come ci si poteva riabituare a tutti i calcoli necessari? A considerare l’accelerazione, ed a limitarla a livelli ragionevoli? Probabilmente, lui se ne sarebbe dimenticato ed avrebbe inserito energia fino a far spiaccicare contro le pareti interne tutti i passeggeri a bordo.

    Be’, in tal caso, avrebbe continuato a pilotare la “Far Star”… od una nave identica in tutto e per tutto, anche se l’idea di cambiare nave non gli andava affatto a genio.

    E dato che non voleva pensare all’ipotetico mondo abitabile, si soffermò a riflettere sulla propria decisione di spingere la nave sopra il piano planetario, e non sotto. In mancanza di una ragione precisa per portarsi al di sotto di un piano, i piloti quasi sempre preferivano navigare al di sopra. Perché?

    Perché ostinarsi a prendere in considerazione due direzioni come il sopra e il sotto? Nella simmetria dello spazio erano pure e semplici convenzioni.

    Comunque, Trevize aveva sempre presente in che direzione un pianeta osservato ruotasse attorno al proprio asse ed orbitasse attorno al proprio sole. Quando entrambi i movimenti erano in senso antiorario, la direzione indicata dal braccio alzato di una persona era il nord, quella indicata dai piedi era il sud. Ed in tutta la Galassia, il nord corrispondeva al sopra, il sud al sotto.

    Una pura e semplice consuetudine che risaliva alle nebbie delle epoche primitive, che veniva seguita passivamente. Se si guardava una mappa conosciuta, col sud in alto non la si riconosceva: bisognava girarla perché avesse un senso.

    Trevize pensò a una battaglia combattuta da Bel Riose, il generale dell’Impero, tre secoli addietro… Bel Riose, aveva spostato la sua squadra sotto il piano planetario in una fase cruciale, cogliendo impreparata una formazione avversaria. C’erano state delle lamentele, sostenendo che si fosse trattato di una manovra scorretta… ed a lagnarsi erano stati gli sconfitti, naturalmente.

    Una consuetudine, fortissima e antichissima… che doveva essere nata sulla Terra… al che la mente di Trevize tornò di colpo al problema del pianeta abitabile.

    Pelorat e Bliss continuavano a osservare il gigante gassoso che ruotava lentamente sullo schermo. La parte illuminata si allargò e, dato che Trevize non modificò la regolazione spettrale, i fenomeni superficiali di turbolenza divennero ancor più violenti ed ipnotici.

    Poi Fallom apparve all’improvviso in sala comandi, e Bliss decise che il piccolo solariano dovesse fare un sonnellino, e che lei lo avrebbe imitato.

    Pelorat rimase, e Trevize gli disse: — Devo abbandonare il gigante gassoso, Janov: voglio che il computer si dedichi al rilevamento di un eventuale segnale gravitazionale della giusta entità.

    — Certo, vecchio mio — annuì Pelorat.

    Ma la questione non era così semplice. Il computer non doveva individuare soltanto un segnale gravitazionale di entità adeguata… anche la distanza doveva essere adeguata. Sarebbero trascorsi parecchi giorni prima che Trevize potesse avere una risposta.


    6

    Trevize entrò in camera sua, serio, molto serio… il termine giusto era “cupo”… e sussultò sorpreso.

    Bliss lo aspettava, ed accanto a lei c’era Fallom, col suo perizoma e la sua veste lavati e stirati da poco. Il suo abbigliamento originale gli donava di più di una delle camicie da notte di Bliss debitamente accorciate.

    Bliss disse: — Non volevo disturbarti mentre eri impegnato al computer… ma adesso ascolta… Su, Fallom.

    Con la sua vocetta melodiosa ed acuta, Fallom disse: — Ti saluto, Protettore Trevize. È con grande piacere che io ti ap… ti ad… ti accompagno nello spazio su questa nave. Mi rende felice, inoltre, la bontà dei miei amici, Bliss e Pel.

    Fallom terminò e sorrise, e Trevize si domandò per l’ennesima volta: «Lo considero un maschio od una femmina, od entrambe le cose, o nessuna delle due?»

    Annuì. — Imparato a memoria alla perfezione. E pronunciato in modo pressoché perfetto, direi.

    — Non è affatto un brano imparato a memoria — replicò Bliss. — Fallom l’ha composto personalmente, ed ha chiesto di poterlo recitare a te: non sapevo nemmeno cosa ti avrebbe detto fino a poco fa.

    Trevize si sforzò di sorridere. — In tal caso, davvero ottimo — commentò, notando che Bliss evitava di usare i pronomi personali.

    Bliss si rivolse a Fallom. — Te l’avevo detto che a Trevize sarebbe piaciuto… Ora vai da Pel. Se vuoi, puoi leggere ancora.

    Fallom corse via, e Bliss disse: — È sorprendente la rapidità con cui impara il galattico. I Solariani devono essere particolarmente portati per le lingue. Pensa… Bander parlava il galattico, e lo aveva sentito solo nelle comunicazioni iperspaziali. I loro cervelli possiedono senza dubbio doti notevoli, a parte la trasduzione di energia.

    Trevize sbuffò.

    — Non dirmi che Fallom continua a non piacerti! — fece la ragazza.

    — Non è questione di piacermi o meno… solo che quella creatura mi fa sentire a disagio. Innanzitutto, è una sensazione orribile, avere a che fare con un ermafrodita.

    — Via, Trevize, è assurdo. Fallom è una creatura vivente accettabilissima… Pensa a quanto dobbiamo sembrare disgustosi noi due ad un ermafrodita, allora! Due metà incomplete… un maschio ed una femmina, che per riprodursi devono sottostare a una unione goffa e temporanea.

    — Hai qualcosa in contrario, Bliss?

    — Non fraintendermi. Sto cercando di vedere noi due dal punto di vista di un ermafrodita. Quello che per noi è del tutto naturale, per gli ermafroditi è ributtante. Se Fallom ti ispira ribrezzo, be’, sappi che è solo perché sei di vedute ristrette e provinciali.

    — Francamente, però, è seccante non sapere che pronome usare con quella creatura.

    — È un difetto della nostra lingua — replicò Bliss. — Fallom non ha alcuna colpa: non esiste alcuna lingua umana che si sia sviluppata tenendo conto dell’ermafroditismo. E mi fa piacere che tu abbia toccato l’argomento, perché io stessa ci ho pensato parecchio… Evitare un pronome particolare non mi pare una soluzione. Perché non ne scegliamo uno arbitrariamente? Quando penso a Fallom, io penso ad una femmina. Innanzitutto, per la sua voce acuta, e poi perché ha la capacità di prolificare, una caratteristica basilare della femminilità. Pelorat è d’accordo con me… Perché non ti adegui anche tu? Consideriamola tutti una “lei”.

    Trevize si strinse nelle spalle. — Benissimo. Sembrerà un po’ strano precisare che questa lei abbia i testicoli… comunque, d’accordo.

    Bliss sospirò. — Hai il brutto vizio di non prendere seriamente nulla, ma mi rendo conto che sei sottoposto ad una tensione notevole e ti concederò questa attenuante… Comunque, usa il femminile quando parli di Fallom, per favore.

    — Lo farò. — Trevize esitò un attimo, quindi, incapace di frenare la lingua, disse: — Ogni volta che vi vedo assieme, ho l’impressione che Fallom sia diventato… sia diventata una specie di figlia per te… Forse perché desideri un bambino, e credi che Janov non sia in grado di dartene uno?

    Bliss spalancò gli occhi. — Janov non è qui per fare dei figli! Credi che mi serva di lui come di un comodo espediente per cercare di avere un bambino? Be’, sappi che per me non è ancora giunto il momento di avere figli. E quando questo momento arriverà, dovrò mettere al mondo un bambino gaiano… e Pelorat non possiede certi requisiti.

    — Intendi dire che Janov dovrà essere messo da parte?

    — Assolutamente. Si tratterà solo di un episodio temporaneo: potrebbe anche avvenire per inseminazione artificiale.

    — Immagino che potrai avere un bambino solo quando Gaia stabilirà che sia necessario, quando si creerà un vuoto in seguito alla morte di una componente umana di Gaia, vero?

    — Sì, è vero, anche se ti sei espresso in termini molto brutali: Gaia deve essere ben proporzionata in tutte le sue parti.

    — Come Solaria.

    Bliss serrò le labbra, impallidendo. — Niente affatto. I Solariani producono più del necessario e distruggono l’eccedenza. Noi produciamo lo stretto necessario e non ci troviamo mai nella condizione di dover distruggere… proprio come tu sostituisci gli strati esterni morenti della tua pelle con nuovi strati di pelle, in cui il numero di cellule non supera di una sola unità la quantità occorrente.

    — Certo, capisco — annuì Trevize. — Spero comunque che tu tenga conto dei sentimenti di Janov.

    — Riguardo la nascita di un figlio mio? Non ne abbiamo mai discusso, e non ne discuteremo nemmeno in futuro.

    — No, non mi riferivo a questo… Il fatto è che mi sembri sempre più attaccata a Fallom. Ecco, Janov potrebbe sentirsi trascurato.

    — Non lo trascuro affatto, ed anche Janov ha un profondo attaccamento verso Fallom. Fallom è un altro fattore comune che rafforza se mai il nostro legame e ci unisce ulteriormente. Non sarai tu a sentirti trascurato, eh?

    — Io? — Lo stupore di Trevize era autentico.

    — Sì, tu. Non capisco gli Isolati, come tu non capisci Gaia, ma ho l’impressione che ti piaccia essere al centro dell’attenzione su questa nave… e con l’arrivo di Fallom può darsi che ti senta in secondo piano.

    — Sciocchezze.

    — Come quando sostieni che forse stia trascurando Janov.

    — Senti, stabiliamo una tregua, allora, e smettiamola. Io cercherò di considerare Fallom una femmina, e non mi preoccuperò eccessivamente della tua mancanza di riguardo per i sentimenti di Janov.

    Bliss sorrise. — Grazie. Tutto a posto, dunque.

    Trevize fece per andarsene, e lei lo fermo. — Aspetta!

    Lui si girò e, un po’ stancamente, disse: — Sì?

    — Trevize, è evidente che sei triste e depresso. Io non sonderò la tua mente… comunque, potresti dirmi che c’è che non va… Ieri hai detto che in questo sistema c’è un pianeta adatto, e sembravi abbastanza soddisfatto… C’è ancora, spero… Non è stata una scoperta errata, eh?

    — Già, c’è un pianeta adatto in questo sistema… c’è ancora.

    Le sue dimensioni sono giuste?

    Trevize annuì. — Dal momento che è adatto, le sue dimensioni sono giuste… Ed è anche ad una distanza giusta dalla sua stella.

    — Be’, allora cosa c’è che non va?

    — Siamo abbastanza vicini da analizzare l’atmosfera, adesso… Ma, guarda caso, ho appena scoperto che questo pianeta non ha un’atmosfera.

    — Non ha atmosfera?

    — No, non ha un’atmosfera vera e propria: è inabitabile, e non esiste alcun altro pianeta abitabile in orbita attorno a questo sole… Il terzo tentativo non è servito a nulla.


    7

    Pelorat, l’aria cupa, era chiaramente restio a interrompere il silenzio infelice di Trevize. Rimase a guardare dalla porta della sala comandi, sperando che l’amico si decidesse ad avviare la conversazione.

    Trevize non lo fece, chiudendosi in un silenzio più ostinato che mai.

    Infine, superato il limite della sopportazione, Pelorat esordì timidamente: — Cosa stiamo facendo?

    Trevize alzò gli occhi, fissò Pelorat un istante, si voltò, quindi rispose: — Stiamo puntando sul pianeta.

    — Ma se è privo di atmosfera…

    — Il computer dice che non ci sia atmosfera. Finora mi ha sempre detto quello che volevo sentire, e l’ho accettato. Adesso invece mi ha detto qualcosa che non mi sta bene, per cui intendo controllare… Ammesso che il computer possa sbagliare, be’, vorrei proprio che questa volta si sbagliasse.

    — Credi che si sbagli?

    — No.

    — C’è qualche motivo per cui potrebbe sbagliarsi?

    — Non credo.

    — Allora, perché prendersi la briga di controllare, Golan?

    Trevize girò il sedile verso Pelorat, i lineamenti contratti in una smorfia quasi disperata. — Non capisci, Janov? Non mi viene in mente altro da fare! Sui primi due mondi non siamo approdati a nulla per quanto riguarda la posizione della Terra, ed anche questo terzo mondo non ci rivelerà nulla. Cosa posso fare, adesso? vagare di mondo in mondo, guardarmi attorno e chiedere: «Scusate, dov’è la Terra ?» La Terra ha nascosto troppo bene le sue tracce: non ha lasciato in giro il minimo indizio. Comincio a pensare che anche se esistesse ancora qualche indizio, la Terra in un modo o nell’altro riuscirebbe a farcelo sparire sotto gli occhi.

    Pelorat annuì. — Anch’io ho pensato la stessa cosa. Ti spiace se ne discutiamo? So che sei abbattuto, vecchio mio, e che non hai voglia di parlare, quindi se preferisci che ti lasci in pace, lo farò.

    — No, parla pure — gemette Trevize. — Tanto, cos’altro posso fare se non ascoltare?

    — Non sei molto incoraggiante, comunque forse ci sarà utile una chiacchierata. E quando sarai stanco di partecipare, interrompimi tranquillamente, d’accordo?… Ecco, secondo me, Golan, può darsi che la Terra non adotti soltanto misure passive per nascondersi… può darsi che non si limiti a cancellare qualsiasi traccia che la riguardi. E se mettesse in giro prove false? Se operasse in maniera attiva per creare una barriera di oscurità, confondendo le acque?

    — Cioè?

    — Be’, in parecchi posti abbiamo sentito parlare della radioattività della Terra, il che sarebbe un ottimo sistema per scoraggiare qualsiasi tentativo di localizzarla. In caso di radioattività reale, sarebbe inavvicinabile, e anche dei robot esploratori, se ne avessimo, forse non resisterebbero alle radiazioni. Quindi, perché cercare? Così anche se la Terra non fosse radioattiva, rimarrebbe inviolata, a parte magari un avvicinamento accidentale… nel qual caso potrebbe disporre di altri mezzi per mimetizzarsi.

    Trevize abbozzò un sorriso. — Sai, Janov, pure a me è venuta in mente la stessa cosa. Anzi, ho addirittura pensato che quell’inverosimile satellite gigantesco sia stato inventato ed inserito poi nelle leggende terrestri… Anche il gigante gassoso col suo mostruoso sistema di anelli forse è solo una costruzione immaginaria per confondere le idee… Può darsi che tutti questi particolari siano stati creati apposta per spingerci a cercare qualcosa che non esista… per far sì che attraversiamo il sistema planetario giusto, che raggiungiamo la Terra e che ci allontaniamo appunto perché mancano il satellite gigante od un pianeta con tre anelli o la crosta radioattiva… Ed arrivo ad immaginare anche di peggio, Janov.

    Pelorat sembrava demoralizzato. — Di peggio? Come è possibile?

    — Non è difficile… quando la mente nel cuore della notte comincia a frugare morbosamente nella dimensione smisurata dell’immaginario in cerca di qualcosa che renda la disperazione ancor più intensa… E se le capacità… le capacità mimetiche della Terra fossero assolute? Se fosse in grado di annebbiarci addirittura la mente? Pensa… Potremmo oltrepassare la Terra, col suo satellite gigante, col suo gigante gassoso circondato dai tre anelli, senza vedere né l’uno né l’altro! E se fosse già successo?

    — Ma se credi certe cose, come mai adesso stiamo…

    — Non dico di crederci, sto parlando di fantasie assurde: continueremo a cercare, noi.

    Pelorat ebbe un attimo di esitazione. — Per quanto tempo? Un giorno o l’altro, sicuramente, dovremo rinunciare.

    — Mai — sbottò Trevize in tono rabbioso. — Continuerò, anche a costo di passare il resto della mia vita spostandomi di pianeta in pianeta e chiedendo: «Scusate, signore, dov’è la Terra ?…» Comunque, quando sarete stanchi, basta che me lo diciate, e riporterò te e Bliss e persino Fallom su Gaia, per ripartire da solo.

    — Oh, no. Sai che non ti abbandoneremo, Golan. Viaggeremo di pianeta in pianeta insieme a te, se necessario… Ma… perché?

    — Perché io devo trovare la Terra. E la troverò. Non so come ma la troverò… Adesso, ascolta… sto cercando di raggiungere una posizione da cui sia possibile studiare il lato diurno del pianeta senza che il suo sole sia troppo vicino, quindi lasciami solo per un po’.

    Pelorat tacque, ma non se ne andò. Rimase ad osservare, mentre Trevize fissava l’immagine planetaria, illuminata per più di metà, sullo schermo. A Pelorat sembrava indistinta, però sapeva che Trevize, collegato al computer, poteva vederla in condizioni ben diverse.

    Trevize d’un tratto mormorò: — C’è della foschia.

    — Allora dev’esserci un’atmosfera — esclamò Pelorat.

    — Non è detto… Non un’atmosfera vera e propria, sufficiente a consentire l’esistenza della vita… comunque, quanto basta a formare un vento lieve che sollevi della polvere. È una caratteristica nota dei pianeti con un’atmosfera rarefatta. Può darsi che ci siano anche delle piccole calotte polari… Una modesta quantità di ghiaccio acqueo condensato ai poli. È un mondo troppo caldo perché l’anidride carbonica possa esistere allo stato solido… Dovrò passare al rilevamento radar, così potrò lavorare meglio soprattutto sul lato notturno… Avrei dovuto farlo subito, ma con un pianeta privo d’aria e quindi di nubi il rilevamento visivo diretto è stato quasi un riflesso automatico.

    Trevize restò in silenzio a lungo, mentre sullo schermo si accavallano le immagini riflesse del radar, formando una specie di costruzione astratta che avrebbe potuto essere opera di un artista del periodo Cleoniano. Poi Trevize disse: — Bene… — E lasciò il resto in sospeso.

    Pelorat attese alcuni istanti, infine non poté fare a meno di chiedere: — “Bene”, cosa?

    Trevize lo guardò. — Non ci sono crateri, pare.

    — Niente crateri? È un buon segno?

    — È qualcosa che non mi sarei mai aspettato — sorrise Trevize. — Ed è un ottimo segno… Eccezionale, forse.


    8

    Fallom restò col naso incollato all’oblò della nave, attraverso il quale era visibile una minuscola parte dell’Universo, direttamente, ad occhio nudo, senza l’intervento filtrante e di ingrandimento del computer.

    Bliss, che aveva cercato di spiegare tutto quanto, sospirò e si rivolse sottovoce a Pelorat. — Pel, caro, non so fino a che punto riesca a capire. Per lei, la residenza del padre ed una piccola parte della tenuta rappresentavano l’Universo intero: non credo che sia mai stata fuori di notte, non credo che abbia mai visto le stelle.

    — Davvero?

    — Certo. Prima di mostrarle qualcosa, ho aspettato che disponesse di un vocabolario sufficiente a capirmi un po’… ed è stata una fortuna che tu abbia potuto parlarle nella sua lingua.

    — Il guaio è che non so farlo tanto bene — si scusò Pelorat. — Ed in effetti l’Universo è un argomento piuttosto difficile da afferrare così a freddo. Mi ha detto che se quelle lucine sono grandi mondi, mondi come Solaria, è impossibile che stiano sospesi nel nulla: secondo lei, dovrebbero cadere.

    — Ed ha ragione, partendo da quel poco che sa. Ma fa domande intelligenti, e gradualmente capirà. Per lo meno, è curiosa, e non ha paura.

    — Il fatto è, Bliss, che anch’io sono curioso. Hai notato come sia cambiato Golan non appena ha scoperto che non ci fossero crateri sul pianeta verso cui siamo diretti? Non ho la più pallida idea di cosa possa significare un particolare del genere, io. E tu?

    — Neppure io. Comunque, lui è più esperto di noi in planetologia, e senza dubbio sa quel che fa.

    — Già, però vorrei saperlo anch’io.

    — Be’, chiediglielo.

    Pelorat fece una smorfia. — Ho sempre paura di disturbarlo. Secondo me, Trevize è convinto che dovrei sapere certe cose senza bisogno di delucidazioni.

    Bliss disse: — Figurati, Pel. Lui non esita a rivolgerti delle domande quando si tratta di chiarificazioni su certi aspetti dei miti e delle leggende della Galassia che potrebbero esserci utili. Tu sei sempre pronto a spiegare, no, quindi perché lui non dovrebbe esserlo? Vai a chiedergli quello che ti interessa. E se si seccherà, be’, sarà un’ottima occasione per abituarsi ad essere socievole, cosa di cui ha bisogno.

    — Mi accompagni?

    — No. Voglio rimanere con Fallom e cercare di fargli afferrare il concetto dell’Universo. E se ti spiegherà qualcosa, puoi sempre riferirmela in seguito.


    9

    Pelorat entrò nella sala comandi circospetto, e notò con piacere che Trevize fischiettava tra sé, chiaramente di buon umore.

    — Golan…

    Trevize alzò lo sguardo. — Janov! Entri sempre in punta di piedi! Guarda che non è reato disturbarmi… Chiudi la porta e siediti. Siediti e dà un’occhiata!

    Indicò il pianeta sullo schermo e continuò: — Ho trovato solo un paio di crateri, tutti molto piccoli.

    — E questo è un fatto importante, Golan?

    — Importante? Eccome! Come puoi chiedermelo?

    Pelorat si strinse nelle spalle. — Per me è tutto un mistero. Studiavo storia all’università… sociologia e psicologia come materie secondarie, ed anche lingue e letteratura, soprattutto antica… e mi sono laureato in mitologia. La planetologia è un campo estraneo per me, come qualsiasi altra scienza fisica.

    — Be’, non c’è nulla di male, Janov. Quello che sai, mi va benissimo. La tua conoscenza delle lingue antiche e della mitologia ci è stata di grande utilità, e non c’è bisogno che te lo ripeta… La planetologia lasciala pure a me. Nessun problema — lo rassicurò Trevize. E proseguì. — Vedi, Janov, i pianeti si formano in seguito alla fusione violenta di oggetti più piccoli. Gli ultimi oggetti che si scontrano lasciano come impronta dei crateri. Potenzialmente, beninteso. Se un pianeta è abbastanza grande da essere un gigante gassoso, avremo essenzialmente un pianeta liquido sotto un’atmosfera gassosa, e le ultime collisioni, per la componente liquida, non lasceranno alcuna traccia.

    «Sui pianeti più piccoli, e pertanto solidi, indipendentemente dalla loro natura rocciosa o ghiacciata, i crateri invece sono impronte ben visibili, che rimarranno finché non interverrà un agente esterno a cancellarli. Esistono tre tipi di agenti di cancellazione… chiamiamoli così.

    «Primo… un mondo può avere una superficie ghiacciata che ricopra uno strato liquido. In questo caso, un oggetto collisivo penetrerà attraverso il ghiaccio ed affonderà. Il ghiaccio però si riformerà, cicatrizzando la ferita, per così dire. Un pianeta, o un satellite, di questo tipo sarà per forza molto freddo e non avrà caratteristiche di abitabilità.

    «Secondo… se un pianeta ha una intensa attività vulcanica, allora un flusso costante di lava, od una caduta di ceneri, riempirà e cancellerà definitivamente qualsiasi cratere della superficie. Anche in questo caso, è chiaro che il pianeta non sarà abitabile.

    «Il terzo caso riguarda i mondi abitabili… Questi mondi possono avere calotte polari, ma la maggior parte degli oceani deve essere allo stato liquido. Possono avere dei vulcani attivi, ma i vulcani non devono essere in numero eccessivo né troppo concentrati. Questi mondi non possono cicatrizzare i crateri, né riempirli. Ci sono comunque gli effetti dell’erosione. Il vento e l’acqua eroderanno i crateri, ed in presenza di forme di vita, be’, sappiamo che anche l’azione degli esseri viventi sia fortemente erosiva. Capito?

    Pelorat rifletté un attimo. — Ma, Golan… non ti capisco affatto. Questo pianeta al quale stiamo avvicinandoci…

    — Atterreremo domani — precisò allegro Trevize.

    — Questo pianeta non ha oceani…

    — Solo minuscole calotte polari.

    — E non ha neppure un’atmosfera vera e propria…

    — La densità della sua atmosfera corrisponde ad un centesimo di quella di Terminus.

    — E non ha forme di vita…

    — Stando ai rilevamenti, no.

    — Allora, cosa può aver cancellato i crateri?

    — Gli oceani, un’atmosfera, e delle forme di vita — rispose Trevize. — Ascolta, se questo pianeta fosse stato privo di aria e di acqua fin dall’inizio, i crateri formatisi esisterebbero ancora. L’assenza di crateri dimostra che un tempo l’aria e l’acqua non mancavano, che forse in un passato abbastanza recente esistevano degli oceani ed un’atmosfera di dimensioni notevoli. Inoltre, si vedono enormi bacini, che una volta contenevano senza dubbio dei mari, e numerosi alvei di fiumi, che adesso naturalmente sono asciutti. Quindi, l’erosione c’era, non è cessata da molto tempo, infatti non si sono potuti formare molti crateri.

    Pelorat sembrava dubbioso. — Non sarò un planetologo… ma direi che se un pianeta è abbastanza grande da avere avuto un’atmosfera, per qualche miliardo d’anni, magari… be’, ecco, mi pare impossibile che possa perderla così all’improvviso, no?

    — Sono d’accordo — annuì Trevize. — Comunque, questo mondo indubbiamente ospitava la vita prima che la sua atmosfera scomparisse… la vita umana, probabilmente. Immagino che fosse un mondo terraformato, come quasi tutti i mondi abitati della Galassia. Il guaio è che non sappiamo in che stato fosse prima dell’arrivo dell’umanità, né cosa sia stato fatto per adattarlo agli esseri umani, né in quali circostanze la vita sia scomparsa. Forse si è verificata una catastrofe che ha risucchiato tutta l’atmosfera, provocando la fine della vita. Forse su questo pianeta esisteva qualche strano squilibrio, che gli esseri umani hanno tenuto sotto controllo finché sono rimasti qui, e che ha innescato un processo di disgregamento atmosferico quando l’umanità se n’è andata. Può darsi che troviamo la risposta quando atterreremo. Comunque, non è che abbia importanza.

    — E che importanza può avere il fatto che un tempo qui ci fosse la vita, se adesso non c’è più? Non vedo la differenza tra un pianeta inabitabile da sempre ed uno inabitabile solo in un secondo tempo.

    — Su un pianeta diventato inabitabile solo in un secondo tempo, si trovano delle rovine lasciate dai suoi vecchi abitanti.

    — Su Aurora c’erano delle rovine, ma…

    — Certo, però su Aurora c’erano stati ventimila anni di pioggia e di neve, di gelo e di disgelo, di vento e di cambiamenti di temperatura. E c’era anche la vita, ricorda. Non c’erano esseri umani, ma c’erano parecchie forme di vita. Le rovine subiscono lo stesso processo di erosione dei crateri. Anzi, lo subiscono più in fretta. E dopo ventimila anni, non rimaneva nulla che potesse esserci utile… Su questo pianeta, invece, nonostante il tempo trascorso, sono mancate le intemperie, la vita. Si sono avuti solo dei cambiamenti di temperatura: quindi troveremo dei resti ancora in buono stato.

    — Sempre che esistano — mormorò dubbioso Pelorat. — Forse su questo pianeta non è mai esistita alcuna forma di vita, di vita umana almeno… forse la scomparsa dell’atmosfera è stata causata da qualche evento naturale estraneo all’opera dell’uomo.

    — No, no — disse Trevize. — È inutile che cerchi di contagiarmi col tuo pessimismo, perché malgrado la distanza ho già individuato i resti di quella che un tempo era sicuramente una città… Quindi, domani atterriamo.


    10

    Bliss disse preoccupata: — Fallom è convinta che la riporteremo da Jemby, il suo robot.

    — Mmmm — borbottò Trevize; studiando la superficie del mondo che scorreva sotto la nave. Poi alzò lo sguardo e commentò: — Be’, era l’unico genitore che conoscesse, no?

    — Certo… però crede che siamo tornati su Solaria.

    — Assomiglia a Solaria?

    — Come può saperlo, lei?

    — Dille che non è Solaria. Ascolta, ti darò un paio di videolibri illustrati. Mostrale un po’ di immagini di mondi e spiegale che esistono milioni di mondi come quelli. Il tempo non ti mancherà. Non so per quanto dovremo esplorare la zona, Janov ed io, dopo che avremo scelto un obiettivo interessante e saremo atterrati.

    — Tu e Janov?

    — Sì. Fallom non può venire con noi, nemmeno se volessi, e sarei un pazzo a volerlo. Su questo mondo sono necessarie le tute spaziali, Bliss. Non c’è aria respirabile. E non abbiamo una tuta che vada bene a Fallom: quindi tu e lei rimarrete sulla nave.

    — Perché proprio io?

    Trevize piegò le labbra in un sorrisetto forzato. — Lo ammetto… mi sentirei più sicuro se venissi anche tu, ma non possiamo lasciare sola Fallom a bordo. Potrebbe fare dei danni, anche involontariamente. E Janov deve venire con me, perché se ci fossero delle scritte arcaiche potrebbe essere in grado di decifrarle. Il che significa che dovrai restare qui con Fallom: pensavo che l’avresti fatto volentieri.

    Bliss sembrava incerta.

    Trevize disse: — Senti, sei stata tu a voler portare Fallom, non io. Io sono convinto che ci creerà solo dei guai… Bene, se la sua presenza comporta delle limitazioni, dovrai adattarti. Chiaro?

    Bliss sospirò. — Già… hai ragione.

    — Perfetto. Dov’è Janov?

    — È con Fallom.

    — Benissimo. Vai a sostituirlo: voglio parlargli.

    Trevize stava ancora studiando la superficie del pianeta, quando Pelorat entrò schiarendosi la voce per annunciare la propria presenza.

    — Qualcosa che non va, Golan?

    — No, Janov. Sono solo un po’ indeciso. È un pianeta strano, e non so cosa sia successo laggiù. I mari dovevano essere estesi, a giudicare dai bacini rimasti, però erano poco profondi. Dalle tracce rimaste, direi che fosse un mondo di dissalazione o di canali… o può darsi che i mari non fossero molto salati. In tal caso si spiegherebbe l’assenza di depositi salini consistenti nei bacini… O può anche darsi che con la scomparsa degli oceani sia scomparso pure il contenuto salino… e questa avrebbe tutta l’aria di essere opera dell’uomo.

    Pelorat disse esitante: — Scusa la mia ignoranza, Golan… ma tutte queste cose c’entrano con quanto stiamo cercando?

    — No, non credo. Ma non posso fare a meno di essere curioso. Mi piacerebbe sapere come sia stato terraformato questo mondo, e come fosse prima… Allora forse capirei cosa sia successo dopo che è stato abbandonato… o poco prima, forse… E se sapessimo cosa sia successo, potremmo essere al riparo da sorprese spiacevoli.

    — Che genere di sorprese? È un mondo morto, no?

    — Direi di sì, in linea di massima. Pochissima acqua, atmosfera rarefatta e irrespirabile, e Bliss non capta alcun segno di attività mentale.

    — Allora non dovrebbero esserci problemi, no?

    — L’assenza di attività mentale non comporta necessariamente l’assenza di forme di vita.

    — Ma comporta sicuramente l’assenza di forme di vita pericolose.

    — Non lo so… Ma non è per questo che volevo parlarti. Ci sono due città che potrebbero prestarsi a una nostra prima esplorazione. Sembrano in buono stato, come tutte le città. Qualsiasi cosa abbia distrutto l’aria e gli oceani, evidentemente non ha toccato le città. Comunque queste due città sono piuttosto grandi. La più grande non dispone di spazi vuoti… Ci sono degli spazioporti ai margini, ma nella città vera e propria nulla. La più piccola invece ha qualche spazio libero, quindi sarà più facile scendere nella zona che ci interessa…

    Pelorat fece una smorfia. — Vuoi che sia io a decidere, Golan?

    — No, deciderò io: mi interessa solo il tuo parere.

    — Per quel che può valere… Ecco, una città molto estesa, con uno sviluppo caotico, dovrebbe essere un centro commerciale o industriale. Una città più piccola, con spazi aperti, dovrebbe essere invece un centro amministrativo. Ed a noi interessa soprattutto un centro amministrativo… Ci sono degli edifici monumentali?

    — Cosa intendi per “edificio monumentale”?

    Pelorat sorrise: uno dei suoi sorrisetti impacciati e piuttosto rari. — Non saprei, di preciso. Le mode cambiano, da un mondo all’altro, e col trascorrere del tempo. Comunque, tendenzialmente un edificio monumentale dovrebbe avere un’aria imponente, inutile, e dispendiosa… Come quello che abbiamo visto su Comporellen.

    Trevize sorrise a sua volta. — È difficile distinguere bene dall’alto, ed anche la vista laterale in movimento è piuttosto confusa… perché sceglieresti il centro amministrativo?

    — Perché probabilmente è lì che troveremo il museo planetario, la biblioteca planetaria, gli archivi, l’università, e via dicendo.

    — Bene. Allora andremo là, nella città più piccola, e forse troveremo qualcosa. Abbiamo mancato il bersaglio due volte, ma può darsi che questa volta vada diversamente.

    — Già, forse saremo tre volte fortunati.

    Trevize corrugò la fronte. — Dove hai trovato questa espressione?

    — È antica: l’ho trovata in una leggenda antica. Credo che significhi: successo al terzo tentativo.

    — Sì, suona bene… D’accordo, allora… tre volte fortunati, Janov.


    15. Muschio


    11

    Trevize era grottesco nella sua tuta spaziale. L’unica parte che rimanesse all’esterno erano le fondine… non quelle che allacciava normalmente sui fianchi, bensì quelle più solide che facevano parte della tuta stessa. Trevize infilò attentamente il disintegratore nella fondina di destra, e la frusta neuronica in quella di sinistra. Le armi erano state ricaricate, e questa volta nulla sarebbe riuscito a strappargliele, pensò Trevize con rabbia.

    Bliss sorrise. — Porti delle armi anche su un mondo senz’aria e… Come non detto! Non discuterò le tue decisioni.

    — Bene! — annuì Trevize, e si girò per aiutare Pelorat a infilare il casco, prima di mettere il proprio.

    Pelorat, che non aveva mai indossato una tuta spaziale, domandò in tono piagnucoloso: — Ma riuscirò davvero a respirare chiuso in questo aggeggio, Golan?

    — Te lo garantisco.

    Bliss rimase ad osservare, mentre le ultime giunture venivano sigillate, cingendo le spalle di Fallom. La giovane solariana fissava allarmata le due figure in tuta; stava tremando, e Bliss le diede una lieve stretta rassicurante.

    Il portello della camera stagna si aprì, ed i due entrarono agitando le braccia in segno di saluto. Poi il portello si richiuse. Il portello esterno si aprì, e Trevize e Pelorat sbarcarono goffamente sul pianeta morto.

    Era l’alba. Il cielo era limpido, naturalmente, sfumato di porpora, ma il sole non era ancora sorto. All’orizzonte, leggermente più chiaro, si notava una lieve foschia.

    — C’è freddo — esordì Pelorat.

    — Hai freddo? — fece Trevize, sorpreso. Le tute erano ben isolate, e se mai l’inconveniente era che di tanto in tanto si accumulasse all’interno troppo calore corporeo.

    — No, assolutamente — rispose Pelorat. — Ma, guarda… — Ed indicò col dito, mentre la sua voce giungeva chiara a Trevize via radio.

    Nella luce purpurea dell’alba, la facciata cadente di pietra dell’edificio verso cui stavano dirigendosi era coperta di brina.

    Trevize disse: — Con un’atmosfera rarefatta, la notte è molto fredda ed il giorno caldissimo. Questa dovrebbe essere la parte più gelida della giornata, e dovrebbero trascorrere parecchie ore prima che la temperatura salga troppo perché possiamo esporci al sole.

    Quasi avesse pronunciato una parola magica, il bordo del sole affiorò sopra l’orizzonte.

    — Non guardarlo — disse Trevize. — La tua visiera è riflettente e filtra gli ultravioletti, ma sarebbe ugualmente pericoloso.

    Volse le spalle al sole, e lasciò che la propria ombra si allungasse sull’edificio. Il sole stava già sciogliendo la brina. Per alcuni istanti, il muro diventò scuro, macchiandosi di umidità, poi scomparve anche quella.

    Trevize commentò: — Gli edifici non sono tanto in buono stato, visti da vicino. Sono pieni di crepe e si stanno sgretolando. È il risultato del cambiamento di temperatura, immagino, e del fatto che delle tracce d’acqua gelino e si sciolgano ogni notte ed ogni giorno, magari da migliaia d’anni.

    Pelorat disse: — Ci sono delle lettere incise nella pietra sopra l’ingresso, ma non è facile leggere con tutte quelle incrinature.

    — Riesci a capire qualcosa, Janov?

    — Dovrebbe trattarsi di una specie di istituto finanziario. Almeno, mi pare di distinguere una parola che potrebbe essere “banca”.

    — Sarebbe?

    — Un edificio in cui i beni vengono depositati, ritirati, investiti, scambiati, prestati… se non sbaglio.

    — Un intero edificio adibito a questo? Senza computer?

    — Senza il controllo completo dei computer.

    Trevize si strinse nelle spalle. Certi particolari della storia antica non gli interessavano.

    Perlustrarono la zona, sempre più in fretta, soffermandosi in ogni edificio il minimo indispensabile. Il silenzio, l’aria di morte che li circondava, erano deprimenti. Il lento collasso millenario che erano venuti a disturbare aveva trasformato quel posto in una specie di scheletro di città, in cui non restavano che le ossa.

    Erano abbondantemente nella zona temperata, ma Trevize aveva l’impressione di sentire sulla schiena il calore del sole.

    Un centinaio di metri sulla sua destra, Pelorat disse d’un tratto: — Guarda qua!

    Trevize sussultò. — Non urlare, Janov. Posso sentirti benissimo anche sottovoce, a qualsiasi distanza… Cosa c’è?

    Pelorat, abbassando la voce, disse: — Questo edificio è il “Palazzo dei Mondi”… Cioè, credo che sia questo il significato della scritta…

    Trevize lo raggiunse. Di fronte a loro c’era una costruzione di due piani. La linea del tetto era irregolare, ingombra di frammenti di roccia… sculture crollate, forse.

    — Ne sei certo? — chiese Trevize.

    — Se entriamo, lo scopriremo.

    Salirono cinque ampi gradini, ed attraversarono una piazza in cui lo spazio si sprecava. Nell’aria rarefatta, le loro calzature metalliche producevano una vibrazione frusciante più che un rumore vero e proprio.

    — Adesso capisco cosa intendevi quando hai parlato di qualcosa di “imponente, inutile e dispendioso” — borbottò Trevize.

    Entrarono in un salone. La luce del sole penetrava attraverso grandi finestre, illuminando l’interno in modo troppo vivido, fastidioso, nei punti che colpiva, ma lasciando sacche di oscurità. Anche questo dipendeva dalla rarefazione dell’atmosfera.

    Al centro della sala c’era una figura umana in grandezza superiore al naturale, di pietra sintetica, apparentemente. Un braccio era caduto, l’altro braccio era incrinato alla spalla, e probabilmente sarebbe bastata una lieve pressione per far cadere anche quello, rifletté Trevize. Indietreggiò, quasi temesse di cedere a una simile tentazione vandalica.

    — Chissà chi è? Non vedo nessuna scritta. Senza dubbio doveva essere un personaggio famoso, se chi ha collocato qui questa scultura ha pensato bene di tralasciare qualsiasi indicazione.

    Pelorat stava guardando in alto, e Trevize seguì la direzione del suo sguardo. C’erano dei simboli, incisi su una parete, che Trevize non era in grado di leggere.

    — Sorprendente! — esclamò Pelorat. — Avranno forse ventimila anni, eppure trovandosi qui dentro, un po’ al riparo dal sole e dall’umidità, sono ancora leggibili.

    — Non per me.

    — Sono caratteri antichi, e particolarmente elaborati. Vediamo… sette… uno… due — La voce di Pelorat si perse in un borbottio confuso, poi tornò comprensibile. — Sono riportati cinquanta nomi là… e dato che i Mondi Spaziali dovrebbero essere stati cinquanta, e che questo è il “Palazzo dei Mondi”… sì, secondo me, quelli sono i nomi dei cinquanta Mondi Spaziali, probabilmente in ordine di fondazione. Aurora è il primo, e Solaria è l’ultimo. Come puoi notare, ci sono sette colonne, con sette nomi nelle prime sei, ed otto nell’ultima colonna. Si direbbe quasi che avessero progettato uno schema simmetrico, sette per sette, e che abbiano aggiunto Solaria solo in seguito. A mio avviso, vecchio mio, quella lista risale ad un periodo precedente alla terraformazione ed al popolamento di Solaria.

    — E noi su quale pianeta ci troveremmo? Sapresti dirlo?

    — Se guardi bene, vedrai che il quinto nome della terza colonna, il diciannovesimo dunque, è scritto in lettere un po’ più grandi delle altre: gli autori di questo elenco dovevano essere abbastanza egocentrici da volersi porre in primo piano. E poi…

    — E quale sarebbe questo nome?

    — Per quel che riesco a leggere io, Melpomenia, mi pare… È un nome che non ho mai sentito.

    — Potrebbe rappresentare la Terra ?

    Pelorat scosse la testa deciso, anche se esternamente il casco non si muoveva. — Nelle vecchie leggende, la Terra viene indicata con decine di nomi. Come sai, Gaia è uno di questi. Poi abbiamo Earth, Erda, e tanti altri… Sono tutti brevi. Non mi risulta che in questo caso esistano nomi lunghi, e nemmeno che esista qualche nome corrispondente ad una forma abbreviata di Melpomenia.

    — Dunque, siamo su Melpomenia… e non è la Terra.

    — Già. Inoltre, come stavo per dire prima, un indizio ancor più significativo delle lettere più grandi è che le coordinate di Melpomenia vengono indicate con 0, 0, 0… il che è logico se si tratta di coordinate che si riferiscano al proprio pianeta.

    — Coordinate? Quella lista da anche le coordinate? — chiese Trevize frastornato.

    — Ci sono tre cifre per ogni nome: secondo me sono coordinate. Che altro potrebbero essere?

    Trevize non rispose. Aprì un piccolo scomparto della tuta sulla coscia destra ed estrasse un minuscolo apparecchio collegato alla tuta da un cavetto. Lo accostò all’occhio e lo mise a fuoco inquadrando con cura le scritte sulla parete, muovendo con una certa difficoltà le dita guantate.

    — Una telecamera? — fu la domanda superflua di Pelorat.

    — Riverserà l’immagine direttamente nel computer di bordo.

    Trevize scattò diversi fotogrammi da angolazioni diverse, poi disse: — Un attimo! Devo salire più in alto. Aiutami, Janov.

    Pelorat intrecciò le mani, ma Trevize fece cenno di no. — Così non sosterrai il mio peso. Mettiti carponi.

    Pelorat si inginocchiò, a fatica, e altrettanto faticosamente, dopo avere riposto la camera nella tuta, Trevize montò sulle spalle dell’amico e da lì passò sul piedistallo della statua. Provò a scuotere adagio la statua per stabilirne la solidità, poi appoggiò il piede su un ginocchio piegato e lo usò come base per issarsi ed aggrapparsi alla spalla mutilata. Puntando i piedi contro alcune sporgenze irregolari del torace, si sollevò, e finalmente riuscì a sedersi sbuffando sulla spalla. Non era certo un gesto riguardoso, se si pensava alle persone scomparse che un tempo avevano venerato la statua e ciò che rappresentasse, e Trevize se ne rendeva conto e si lasciò influenzare, infatti cercò di sedere con la maggior leggerezza possibile.

    — Cadrai! Ti farai male! — esclamò apprensivo Pelorat.

    — Non cadrò, e non mi farò male… Tu piuttosto, intendi farmi diventare sordo? — Trevize prese di nuovo l’apparecchio e mise a fuoco. Dopo parecchi scatti, tornò a riporlo, e si calò con cautela finché i suoi piedi non toccarono il piedistallo. Saltò a terra, e le vibrazioni dell’impatto diedero evidentemente il colpo decisivo… perché il braccio ancora intatto si sbriciolò, formando un mucchietto di frammenti sul pavimento, senza che si sentisse alcun rumore.

    Trevize raggelò, per un attimo provò l’impulso di correre a nascondersi, quasi temesse l’arrivo del custode dopo avere rotto qualcosa di importante. Durò pochissimo, ma fu una sensazione dolorosa.

    La voce di Pelorat era mesta… era la voce di uno che fosse appena stato testimone, se non complice, di un atto vandalico. Comunque, Pelorat cercò di consolare l’amico. — Non… non importa, Golan… Tanto, sarebbe caduto da solo, comunque.

    Si avvicinò ai frammenti sul piedistallo e sul pavimento, come se cercasse una prova ulteriore della fragilità della statua, prese uno dei frammenti più grossi, poi disse: — Golan, vieni qui.

    Trevize si portò accanto a lui e Pelorat, indicando un pezzo di pietra che chiaramente apparteneva al punto in cui il braccio si univa alla spalla, chiese: — Cos’è questo?

    Trevize guardò. C’era una chiazza di lanugine, verde vivo. Trevize la sfregò con un dito, staccandola facilmente.

    — Sembrerebbe muschio — disse.

    — La forma di vita inerte, priva di mente, di cui parlavi?

    — Non so fino a che punto “priva di mente”. Scommetto che Bliss sosterrebbe che anche questo muschio sia cosciente.

    — Credi che sia questa specie di muschio a sgretolare la roccia? — domandò Pelorat.

    — Sì, può darsi che influisca. Su questo mondo c’è parecchia luce ed una certa quantità d’acqua. Una metà della sua atmosfera è costituita di vapore acqueo, il resto è azoto, e gas inerti. La percentuale di anidride carbonica è infinitesimale, il che farebbe supporre l’assenza di vegetazione… però l’anidride carbonica potrebbe essere così scarsa in quanto fusa per lo più nella crosta rocciosa. Ora, se lo strato roccioso contiene del carbonato, può darsi che questo muschio lo scinda con qualche secrezione acida, e sfrutti poi l’anidride carbonica generata. Il muschio potrebbe essere la forma di vita principale rimasta sul pianeta.

    — Affascinante.

    — Certo — convenne Trevize. — Ma fino ad un dato punto. Le coordinate dei Mondi Spaziali sono ben più interessanti, ma quello che ci occorra veramente sono le coordinate della Terra. Se non sono qui, potrebbero essere in un altro punto dell’edificio… od in un altro edificio. Andiamo, Janov.

    — Ma, senti…

    — No, no — fece Trevize impaziente. — Parleremo dopo. Adesso dobbiamo vedere se questo palazzo possa rivelarci qualche altra informazione preziosa. La temperatura sale. — Controllò il minuscolo indice termico sul dorso del guanto sinistro. — Andiamo.

    Attraversarono le stanze il più delicatamente possibile, per paura di produrre vibrazioni troppo forti e di causare ulteriori danni. I loro passi sollevavano un po’ di polvere, che ristagnava alcuni istanti e tornava a depositarsi nell’aria rarefatta, accanto alle loro impronte.

    Di tanto in tanto, in qualche angolo buio, si notavano altri esempi di formazione di muschio. La presenza di quella forma di vita, per quanto di grado inferiore, non era comunque consolante, e non alleviava la sensazione soffocante che provavano nell’esplorare quel mondo morto, un mondo che un tempo era stato vivo e fiorente a giudicare dai resti attorno a loro.

    D’un tratto Pelorat annunciò: — Questa deve essere una biblioteca.

    Trevize si guardò attorno incuriosito. C’erano degli scaffali e, ora che osservava più attentamente, gli sembrava di vedere qualcosa di simile a dei videolibri, mentre a una prima occhiata frettolosa aveva pensato che si trattasse di semplici oggetti ornamentali. Ne prese uno con circospezione: erano spessi ed ingombranti, poi però capì che erano solo gli astucci. Armeggiando con le dita, aprì finalmente il contenitore e all’interno vide parecchi dischi. Anche i dischi erano spessi, e sembravano fragili… ma non era il caso di collaudarne la robustezza.

    Disse: — Incredibilmente primitivi.

    — Hanno ventimila anni — intervenne Pelorat, quasi volesse difendere i Melpomeniani dall’accusa di arretratezza tecnologica.

    Trevize indicò il dorso del videolibro, dove c’erano strani svolazzi ancora leggibili ma incomprensibili. — È il titolo? Cosa c’è scritto?

    Pelorat lo studiò. — Non sono molto sicuro, vecchio mio… Credo che una delle parole si riferisca alla vita microscopica. Una parola che sta per “microrganismo”, forse… Ed ho l’impressione che questi siano termini tecnici di microbiologia, che non capirei nemmeno in Galattico Standard.

    — Probabile — borbottò Trevize, cupo. — Ed è altrettanto probabile che non ci sarebbero di alcuna utilità anche se riuscissimo a leggerli. A noi i germi non interessano… Fammi un favore, Janov… Dài un’occhiata ad alcuni di questi libri, e vedi se ci sia qualcosa con un titolo interessante. Intanto, io darò un’occhiata a questi visori.

    — Ah, sono visori? — fece Pelorat. Si trattava di strutture cubiche tozze, sormontate da uno schermo inclinato e da un prolungamento curvo sulla sommità… forse una specie di bracciolo, o forse un punto dove appoggiare un elettrotaccuino… ammesso che esistessero su Melpomenia.

    Trevize disse: — Se questa è una biblioteca, devono pur esserci degli strumenti di lettura… e questi sembrerebbero proprio dei visori.

    Spolverò piano uno schermo, che per fortuna non si sbriciolò, poi azionò i controlli, sempre con delicatezza, uno dopo l’altro: non accadde nulla. Provò un altro visore, ne provò un terzo, con gli stessi risultati negativi.

    Prevedibile. Anche se quegli strumenti erano rimasti perfettamente efficienti dopo venti millenni in un’atmosfera rarefatta, e resistevano al vapore acqueo, c’era ugualmente il problema dell’alimentazione. L’energia immagazzinata, per quanto protetta da schermature, tendeva a disperdersi. Era un altro aspetto omnicomprensivo e inevitabile della seconda legge della termodinamica.

    Pelorat si portò alle spalle di Trevize. — Golan?

    — Sì?

    — Ho qui un videolibro…

    — Di che genere?

    — Credo che sia una storia del volo spaziale.

    — Perfetto… ma non ci servirà a nulla se non riesco a mettere in funzione questo visore.

    — Potremmo portare il videolibro sulla nave.

    — Non saprei come adattarlo al nostro visore… ed il nostro sistema di scansione è sicuramente incompatibile.

    — Ma tutto questo… È proprio necessario, Golan? Se noi…

    — Sì, è necessario, Janov. Adesso non interrompermi, sto cercando di decidere cosa fare. Potrei provare a dare energia al visore: forse non occorre altro.

    — E dove la trovi l’energia?

    — Be’… Trevize estrasse le armi, le osservò un attimo, quindi ripose il disintegratore. Aprì la frusta neuronica, e controllò il livello di carica: era al massimo.

    Trevize si stese sul pavimento e strinse il visore, cercando di spingerlo in avanti. Il visore si spostò leggermente, e Trevize studiò quello che aveva appena scoperto.

    Uno di quei cavi doveva essere quello d’alimentazione, e sicuramente era quello che usciva dalla parete. Non si vedeva però nessuna spina, né una derivazione. Era difficile fare i conti con una cultura aliena ed antica dal momento che anche le cose più semplici e scontate apparivano irriconoscibili.

    Tirò piano il cavo, poi più forte. Lo girò da una parte, poi dall’altra. Premette la parete nei pressi del cavo, ed il cavo vicino alla parete. Provò a tastare il pannello posteriore seminascosto del visore, ma non cambiò nulla.

    Allora appoggiò una mano sul pavimento per drizzarsi e, mentre si alzava, il cavo che stringeva si staccò misteriosamente.

    Non sembrava rotto né lacerato. L’estremità era liscia, come il punto della parete dov’era fissato un attimo prima.

    Pelorat lo chiamò sottovoce: — Golan, posso…

    Trevize agitò il braccio perentoriamente. — Non ora, Janov. Per favore!

    Si accorse di avere della lanugine verde nelle pieghe del guanto sinistro. Doveva aver raccolto quel muschio dietro il visore, schiacciandolo. Il guanto sembrava lievemente umido, ma asciugò subito e la macchia verdastra diventò marrone.

    Trevize rivolse la propria attenzione al cavo, fissando l’estremità staccata. Sì, c’erano due forellini: si potevano inserire dei fili, lì.

    Si sedette sul pavimento, aprendo l’alimentatore della frusta neuronica. Depolarizzò uno dei fili e lo staccò. Poi, lentamente, lo infilò in un foro, e spinse finché il filo si fermò. Quando provò a staccarlo con deboli strattoni, il filo non si mosse, sembrava bloccato. Allora depolarizzò l’altro filo e lo inserì nella seconda apertura. In questo modo, teoricamente, il circuito si sarebbe chiuso, fornendo l’energia al visore.

    — Janov, avrai maneggiato videolibri di ogni tipo, immagino. Vedi se riesci ad inserire quello nel visore.

    — È proprio necessario…?

    — Per favore, Janov, basta con le domande inutili. Non abbiamo molto tempo. Non voglio essere costretto ad aspettare che sia notte fonda e che questo edificio si raffreddi abbastanza da consentirci di tornare.

    — Credo che vada inserito qui, Golan, ma…

    — Bene — disse Trevize. — Se è una storia del volo spaziale, dovrà iniziare con la Terra, dato che il volo spaziale è stato inventato là. Forza, vediamo se funziona questo aggeggio.

    Pelorat, con cura un po’ eccessiva, inserì il videolibro nell’ovvia feritoia e cominciò a studiare i contrassegni dei vari controlli.

    Mentre aspettava, Trevize parlò, sottovoce, in parte per scaricare la tensione. — Probabilmente anche su questo mondo ci saranno dei robot, sparsi qui e là, apparentemente ancora funzionanti in questo ambiente di vuoto quasi assoluto. Il problema è che i loro alimentatori saranno scarichi da chissà quanto… ed anche se venissero ricaricati, come reagiranno i loro cervelli? Le leve e gli ingranaggi possono resistere ai millenni… ma i microinterruttori e gli altri congegni subatomici che hanno senza dubbio nel cervello? Quelli si saranno deteriorati per forza, ma anche se non si fossero deteriorati, cosa possono sapere i robot riguardo la Terra ? Cosa…

    — Il visore funziona, vecchio mio — annunciò Pelorat.

    Nella penombra, lo schermo del visore cominciò ad illuminarsi in modo tremulo, debolmente. Trevize alzò un po’ il livello di erogazione della frusta neuronica, e la luminosità aumentò, mentre qualche macchia confusa scorreva sullo schermo.

    — Va messo a fuoco — disse Trevize.

    — Lo so — annuì Pelorat. — Ma non riesco a regolarlo meglio di così. Il videolibro deve essersi consumato.

    Adesso le ombre scorrevano rapide, e di tanto in tanto sembrava che apparissero dei brani scritti. Poi all’improvviso, dopo un attimo di chiarezza, tutto tornò a confondersi.

    — Torna indietro e blocca, Janov.

    Pelorat stava già provando. Andò indietro, individuò il punto interessante, fece avanzare il videolibro, e finalmente riuscì a fermare l’immagine.

    Smanioso, Trevize cercò di leggere, ma dovette rinunciare, e disse frustrato: — Riesci a capire, tu, Janov?

    — Non completamente — rispose Pelorat, stringendo le palpebre. Riguarda Aurora, mi pare… Parla della prima spedizione iperspaziale… il “primo espandimento”, dice.

    Proseguì, e le immagini si annebbiarono e si sfocarono di nuovo. Infine disse: — Tutti i frammenti che riesco a decifrare parlano dei mondi Spaziali, Golan… Pare che non ci sia nulla sulla Terra.

    Il tono amareggiato, Trevize disse: — No, logico. Anche su questo mondo, come su Trantor, è stato cancellato tutto. Spegni questo aggeggio.

    — Ma non ha importanza… — fece Pelorat, spegnendo.

    — Perché possiamo provare in altre biblioteche? No, anche là non troveremo nulla. Le informazioni sono state cancellate, ovunque. Sai… — Trevize stava guardando l’amico mentre parlava, e adesso lo fissò con un misto di orrore e ripugnanza. — Cos’ha la tua visiera? — chiese.


    12

    Automaticamente, Pelorat portò la mano guantata alla visiera, poi la staccò e guardò.

    — Cos’è — disse perplesso. Quindi guardò Trevize e continuò con voce stridula: — Anche la tua visiera ha qualcosa di strano, Golan.

    Trevize si guardò attorno un istante, come se cercasse uno specchio. Ma non ce n’erano, ed in ogni caso avrebbe avuto bisogno di una luce. Mormorò: — Vieni al sole.

    Trascinò Pelorat nel raggio luminoso che penetrava dalla finestra più vicina. Nonostante l’effetto isolante della tuta spaziale, sentiva il calore del sole sulla schiena.

    — Guarda verso il sole, Janov, e chiudi gli occhi.

    Capì subito cosa avesse di strano la visiera del casco: c’era del muschio che cresceva rigogliosamente nel punto in cui il vetro della visiera incontrava il tessuto metallizzato della tuta. La visiera era orlata di lanugine verde, e Trevize si rese conto che anche la sua doveva essere in condizioni identiche.

    Passò un dito sul muschio che aderiva alla visiera di Pelorat. Una parte si staccò, macchiandogli il guanto. E mentre Trevize osservava, il muschio che luccicava nel riflesso del sole sembrò irrigidirsi e essiccarsi. Trevize provò ancora, e questa volta il muschio si sbriciolò, staccandosi: stava diventando marrone.

    Trevize strofinò bene i bordi della visiera di Pelorat. — Adesso pulisci la mia, Janov — disse. E poco dopo: — Tolto tutto? Bene, anche la tua visiera è a posto… Andiamo: non ci resta altro da fare qui.

    Il calore del sole era fastidioso nella città deserta e senz’aria. Gli edifici di pietra scintillavano, in modo quasi doloroso. Trevize tenne gli occhi socchiusi, e cercò se possibile di costeggiare il lato in ombra delle strade. Si fermò di fronte ad una crepa nella facciata di una costruzione, una crepa abbastanza ampia da permettergli di infilare un dito. Quando ebbe ritratto il dito, lo guardò e mormorò: — Muschio. — E deliberatamente si portò al sole e alzò la mano per un po’.

    Disse: — È l’anidride carbonica il passaggio obbligato. Cresce dove trova l’anidride carbonica… ed in pratica la può trovare in mille posti… Sai, noi siamo un’ottima fonte di anidride carbonica, probabilmente la più ricca su questo mondo quasi morto… ed è probabile che delle tracce di questo gas filtrino attraverso i bordi delle visiere.

    — Così il muschio cresce lì attorno.

    — Sì.

    Il tragitto di ritorno alla nave sembrò molto più lungo, e naturalmente più caldo, di quello d’andata. La nave era ancora all’ombra, comunque, quando la raggiunsero. Per fortuna, atterrando, Trevize aveva azzeccato i calcoli, almeno riguardo quel particolare.

    — Guarda! — esclamò subito Pelorat.

    Trevize annuì: i bordi del portello erano striati di muschio.

    — Altra perdita? — fece Pelorat.

    — Certo. Quantitativamente insignificante, ma questo muschio individua anche la più piccola perdita di anidride carbonica. Le sue spore devono essere dappertutto, e se trovano qualche molecola di anidride carbonica attecchiscono subito. — Trevize regolò la lunghezza d’onda della radio, mettendosi in contatto con la nave. — Bliss, mi senti?

    La voce della ragazza risuonò in entrambi i caschi. — Sì. Pronti ad entrare? Avete avuto fortuna?

    — Siamo qui fuori, ma non aprire il portello.

    — Perché?

    — Bliss, fai come ti dico, d’accordo? Discuteremo dopo.

    Trevize estrasse il disintegratore, ne abbassò l’intensità fino al minimo, e lo fissò incerto. Non l’aveva mai usato al minimo. Si guardò attorno. Non c’era niente di abbastanza fragile su cui collaudarlo.

    Allora, non sapendo che fare, lo puntò sul fianco dell’altura che riparava dal sole la “Far Star”… Il bersaglio non diventò incandescente. Trevize provò a toccare il punto colpito. Era caldo? Impossibile dirlo con sicurezza dato il tessuto isolante della tuta.

    Trevize esitò ancora, poi decise che lo scafo della nave dovesse avere all’incirca la stessa resistenza del fianco della collina. Puntò il disintegratore sul bordo del portello e fece scattare brevemente il contatto, trattenendo il respiro.

    Parecchi centimetri di muschio diventarono subito scuri. Trevize agitò la mano vicino al tratto annerito ed il lieve spostamento di quell’aria rarefatta fu sufficiente a disperdere i resti del vegetale.

    — Funziona? — chiese ansioso Pelorat.

    — Certo. Ho trasformato il disintegratore in un debole raggio termico.

    Trevize finì di disinfestare i margini del portello, poi lo colpì per creare una vibrazione che provocasse il distacco del muschio ormai morto, ed un pulviscolo marrone scese lentamente a depositarsi al suolo.

    — Credo che possiamo aprire, adesso — disse Trevize, e servendosi dei comandi che aveva al polso emise l’onda-radio che azionava il congegno di apertura. Il portello non si era ancora aperto del tutto, quando Trevize incitò l’amico dicendo: — Non restare lì impalato, Janov, entra… Non aspettare gli scalini… arrampicati.

    Quindi seguì Pelorat, irrorò col disintegratore gli scalini che stavano abbassandosi, e batté il segnale di chiusura del portello continuando a tenere in funzione il raggio termico finché non si trovarono in un ambiente chiuso.

    — Siamo nella camera stagna, Bliss: ci resteremo per qualche minuto. Mi raccomando, tu non fare nulla.

    La voce di Bliss ribatté: — Ditemi almeno qualcosa? Stai bene, tu? E Pel?

    Pel rispose: — Sono qui, Bliss. Sto bene. Non c’è motivo di preoccuparsi.

    — Se lo dici tu, Pel. Ma dopo pretendo delle spiegazioni.

    — Promesso — disse Trevize, ed accese la luce della camera stagna.

    Le due figure in tuta spaziale erano di fronte.

    Trevize spiegò: — Stiamo pompando all’esterno tutta l’aria del pianeta, quindi aspetteremo che l’operazione sia terminata.

    — E l’aria di bordo? La lasceremo entrare?

    — Per un po’, no. Anch’io sono ansioso di togliermi la tuta, Janov. Prima però voglio che ci sbarazziamo delle spore che sono entrate con noi… od addosso a noi.

    Nell’illuminazione un po’ scarsa della camera stagna, Trevize puntò il disintegratore sui bordi interni del portello e passò metodicamente il raggio termico tutt’intorno, ripetendo l’operazione un paio di volte.

    — Adesso tocca a te, Janov.

    Pelorat si agitò, allarmato, e Trevize lo tranquillizzò. — Forse sentirai caldo, nient’altro… Se il calore sarà eccessivo, dillo.

    Passò il raggio invisibile sulla visiera, in particolare lungo i margini, poi lentamente sul resto della tuta.

    — Ora alza le braccia, Janov… Ecco, appoggiale sulle mie spalle, e alza un piede… Devo disinfestare le suole… L’altro piede, adesso… Hai caldo? Troppo caldo?

    Pelorat rispose: — Non sento esattamente un fresco alito di brezza, Golan.

    — Bene, allora, fammi assaggiare la mia medicina, adesso.

    — Ma, Golan, non ho mai impugnato un disintegratore io.

    — Devi farlo! Stringilo così, e col pollice spingi questo piccolo pulsante… stringi bene… Ecco, così… Adesso punta il raggio sulla mia visiera. Muovilo in modo uniforme, Janov… non tenerlo troppo a lungo su un unico punto… Ecco, adesso il resto del casco… poi il collo…

    Trevize continuò a guidare i movimenti dell’amico, e quando si ritrovò sudato da capo a piedi per quella doccia termica riprese in mano il disintegratore e controllò il livello di carica.

    — Ne rimane meno di metà — disse, e irrorò l’interno della camera stagna in ogni angolo, finché l’arma non ebbe esaurito l’energia.

    Allora la ripose nel fodero ed azionò l’apertura del portello interno. Accolse con sollievo il sibilo dell’aria che entrava. Era fresca ed il suo potere convettivo avrebbe raffreddato in fretta le tute spaziali. Forse era uno scherzo dell’immaginazione, ma Trevize avvertì immediatamente l’effetto refrigerante: fantasia o meno, l’accolse con piacere.

    — Giù la tuta, Janov, e lasciala qui nella camera stagna.

    — Se non ti dispiace — disse Pelorat — innanzitutto gradirei una doccia.

    — Non credo sia possibile. Prima della doccia, e prima di poter svuotare la vescica, ho la sensazione che dovrai parlare a Bliss.

    Bliss infatti li stava aspettando, l’espressione preoccupata, ed alle sue spalle, aggrappata a lei, faceva capolino Fallom.

    — Cos’è successo? — domandò Bliss seria.

    — Misure preventive di disinfestazione — rispose conciso Trevize. — Adesso accenderò gli ultravioletti. Presto, le lenti scure.

    Con gli ultravioletti in funzione, Trevize si tolse gli indumenti ad uno ad uno e li rigirò, scuotendoli.

    — Semplice precauzione — disse. — Fallo anche tu, Janov… E, Bliss, dovrò spogliarmi completamente. Se questo può metterti in imbarazzo, vai nell’altra stanza.

    — Perché dovrei essere imbarazzata? — replicò Bliss. — So come sei fatto, e sicuramente non scoprirò nulla di nuovo… Ma perché questa disinfezione? Cosa c’è?

    — Oh, nulla… solo una cosuccia che se potesse diffondersi liberamente potrebbe causare gravi danni all’umanità, credo.


    13

    Era tutto sistemato. La luce ultravioletta aveva fatto la propria parte. Ufficialmente, stando ai complessi videomanuali di istruzioni che corredavano la “Far Star”, gli ultravioletti erano stati installati appunto a scopo di disinfezione. Trevize, comunque, aveva il sospetto che la tentazione fosse sempre presente, e che a volte si potessero usare anche per procurarsi una bella abbronzatura, che su certi mondi era di moda.

    La nave decollò, e Trevize la fece avvicinare il più possibile al sole di Melpomenia, girandola più volte in modo da esporne tutta la superficie esterna a una dose massiccia di raggi ultravioletti.

    Infine, recuperò le due tute rimaste nella camera stagna e le esaminò finché non si ritenne soddisfatto.

    — Tutto questo per un po’ di muschio — osservò Bliss. — Hai detto che era muschio, vero, Trevize?

    — L’ho chiamato muschio perché mi ricordava del muschio. Comunque, non sono un botanico. Posso dire soltanto che sia di un colore verde intenso e che probabilmente si accontenti di pochissima energia luminosa.

    — Perché pochissima?

    — Il muschio è sensibile agli ultravioletti, e non può crescere, e tanto meno sopravvivere, esposto alla luce diretta. Le sue spore sono ovunque, e cresce in angoli nascosti, nelle crepe, alla base dei muri, nutrendosi dell’energia luminosa dei fotoni sparsi, ovunque sia disponibile una fonte di anidride carbonica.

    — E mi pare di capire che lo consideri pericoloso — disse Bliss.

    — Già. Se avessimo portato a bordo delle spore, le spore qui avrebbero trovato un’illuminazione abbondantissima e priva di dannosi raggi ultravioletti… avrebbero trovato acqua in quantità, ed una fonte inesauribile di anidride carbonica.

    — Solo lo 0,03 per cento della nostra atmosfera — disse Bliss.

    — Parecchia per le spore… più il quattro per cento del nostro fiato. Potrebbero crescere nelle nostre narici e sulla nostra pelle, alterare e guastare i nostri viveri, produrre delle tossine letali… Ed anche riuscendo a distruggerle quasi tutte, le poche spore superstiti, una volta trasportate da noi su un altro pianeta potrebbero infestarlo e diffondersi su altri mondi: chissà quali disastri potrebbero provocare?

    Bliss scosse la testa. — La vita non è necessariamente pericolosa solo perché è diversa… Sei sempre così pronto ad uccidere, tu.

    — Questa che parla è Gaia — commentò Trevize.

    — Certo, ma spero di farmi capire ugualmente. Il muschio si è adattato alle condizioni esistenti su Melpomenia. Sfrutta piccole quantità di luce, ma troppa luce gli è fatale. Sfrutta tracce minime di anidride carbonica, e può darsi che quantità maggiori lo uccidano… Quindi può darsi che non sia in grado di sopravvivere sugli altri mondi.

    — Avrei dovuto correre il rischio? — fece Trevize.

    Bliss si strinse nelle spalle. — D’accordo. Non stare sulla difensiva… Capisco il tuo punto di vista. Essendo un Isolato, probabilmente hai dovuto comportarti così… non avevi scelta.

    Trevize stava per ribattere, quando la voce acuta di Fallom si intromise nel discorso parlando in solariano.

    Trevize si rivolse a Pelorat. — Cosa sta dicendo?

    Pelorat iniziò a tradurre: — Sta dicendo…

    Ma Fallom, quasi si fosse ricordata con un attimo di ritardo che la sua lingua non fosse compresa da tutti, ricominciò daccapo. — C’era Jemby là dove siete stati?

    La pronuncia delle parole era esatta, e Bliss si illuminò. — Lo parla bene, il galattico, vero? Ed ha imparato in pochissimo tempo.

    Sottovoce, Trevize disse: — Preferisco non risponderle per non creare complicazioni… Spiegaglielo tu, Bliss, che non abbiamo trovato alcun robot sul pianeta.

    — Le parlerò io — si offrì Pelorat. — Vieni, Fallom. — E le cinse le spalle. — Andiamo in camera nostra, e ti darò un altro libro da leggere.

    — Un libro? Su Jemby?

    — Non proprio… — E la porta si chiuse dietro di loro.

    — Bah — fece Trevize spazientito, osservando i due che si ritiravano di là. — Sprechiamo il nostro tempo facendo da bambinaia a quella ragazzina.

    — Sprechiamo? Non mi pare che questo intralci la tua ricerca, Trevize… Assolutamente… E comportandoci così instauriamo la comunicazione, allontaniamo le paure, le diamo un po’ di affetto. Ti sembrano cose trascurabili?

    — Di nuovo Gaia che parla.

    — Sì… E cerchiamo di essere pratici, allora. Abbiamo visitato tre Mondi Spaziali e non abbiamo ottenuto nulla.

    Trevize annuì. — Vero.

    — Anzi, abbiamo scoperto che tutti i pianeti erano pericolosi, no? Su Aurora c’erano i cani selvatici; su Solaria, degli esseri umani strani e pericolosi; su Melpomenia, un muschio parassita. A quanto pare, quando un mondo viene lasciato a se stesso, indipendentemente dalla presenza di esseri umani, diventa un pericolo per la comunità interstellare.

    — Non puoi considerarla una regola generale.

    — Però, tre casi su tre sono certamente una percentuale significativa.

    — Significativa, in che senso, Bliss?

    — Ti rispondo subito. E, per favore, ascoltami senza preconcetti. Nella Galassia ci sono milioni di mondi, ed ognuno è composto interamente di Isolati, e su ognuno gli esseri umani rappresentano la forma di vita dominante e possono imporre la propria volontà alle altre forme di vita, all’ambiente geologico circostante, e persino ai propri simili. La Galassia, dunque, è una specie di Galaxia molto primitiva, dal funzionamento imperfetto. L’inizio di un’unità. Capisci?

    — Capisco cosa stai cercando di dire… ma questo non significa che debba essere d’accordo con te quando avrai finito di parlare.

    — Ascoltami. Non devi essere d’accordo per forza, devi solo ascoltare. La Galassia può funzionare solo come proto-Galaxia, e più si avvicinerà ad uno stadio adulto meglio sarà. L’Impero Galattico è stato un tentativo di creare una proto-Galaxia forte, e quando è crollato la situazione è peggiorata rapidamente, e si è avuta una tendenza costante a consolidare il concetto di proto-Galaxia. La Confederazione della Fondazione è un esempio di questa tendenza. Come lo era l’Impero del Mulo. Come lo è l’Impero che la Seconda Fondazione mira a realizzare. Ma anche se non ci fossero né imperi né confederazioni, anche se l’intera Galassia fosse in tumulto, si tratterebbe di un tumulto collegato, coordinato, con tutti i mondi in interazione reciproca, anche se di carattere ostile. Questa di per sé sarebbe una specie di unione, ancora lontana dal caso peggiore.

    — Che sarebbe?

    — Conosci già la risposta, Trevize. L’hai vista… Se un mondo abitato dagli esseri umani si sfascia completamente, è veramente Isolato, perde qualsiasi legame con gli altri mondi umani… allora degenera, in modo maligno.

    — Una specie di cancro?

    — Sì. Non è come un cancro, Solaria? È contro tutti i mondi. E i suoi abitanti sono l’uno contro l’altro… E se gli esseri umani scompaiono, scompare anche l’ultima traccia di disciplina. L’ostilità, la legge del “tutti contro tutti”, diventa una forza cieca, come nel caso dei cani, o una semplice forza degli elementi, come nel caso del muschio… Dovresti capire che più ci avviciniamo a Galaxia, più vediamo migliorare la società. Perché non puntare decisamente alla realizzazione totale di Galaxia, allora?

    Trevize rifletté per un po’, fissando Bliss in silenzio. — Ci sto pensando… Ma mi sembra errato presupporre che la questione quantitativa sia a senso unico… cioè che se una cosa a piccole dosi è positiva, aumentando la dose migliorerà sempre più. Tu stessa hai fatto notare che forse quel muschio si è adattato a vivere con pochissima anidride carbonica, e che troppa anidride carbonica potrebbe ucciderlo, no? Un essere umano alto due metri è avvantaggiato rispetto ad uno alto un metro, però sta anche meglio di un individuo di tre metri. Un topo non starebbe certo meglio se avesse le dimensioni di un elefante: non potrebbe vivere. E lo stesso discorso varrebbe per un elefante ridotto alle dimensioni di un topo.

    «C’è un formato naturale, una complessità naturale, un optimum per ogni cosa, dalla stella all’atomo… per gli esseri viventi e per le società. Non dico che il vecchio Impero Galattico fosse l’ideale, ed anche la Confederazione non è esente da difetti, però non mi sento di affermare che in quanto l’Isolamento totale sia negativo l’Unificazione totale sia per forza positiva. I due estremi potrebbero essere ugualmente orribili, e forse un Impero Galattico strutturato in modo antiquato è la soluzione migliore alla quale possiamo aspirare.

    Bliss scosse il capo. — Chissà se credi davvero a quel che dici, Trevize? Vorresti sostenere che un virus ed un essere umano siano due estremi insoddisfacenti, e sceglieresti una soluzione intermedia… per esempio una muffa?

    — No. Però potrei sostenere che un virus ed un superuomo siano altrettanto insoddisfacenti, e come soluzione intermedia potrei scegliere un essere umano normale… Comunque, è inutile discutere. Avrò la soluzione quando troverò la Terra. Su Melpomenia abbiamo trovato le coordinate di altri quarantasette Mondi Spaziali.

    — E vuoi visitarli tutti?

    — Tutti, se necessario.

    — Rischiando di incontrare nuovi pericoli su ognuno?

    — Sì, se per trovare la Terra bisognerà affrontarli.

    Pelorat era uscito dalla stanza in cui aveva lasciato Fallom, e sembrava stesse per dire qualcosa, ma fu bloccato dal rapido scambio verbale tra Bliss e Trevize.

    — Quanto tempo occorrerà? — stava chiedendo ora Bliss.

    — Tutto il tempo necessario — rispose Trevize. — Può darsi che troviamo quello che cerchiamo sul prossimo pianeta.

    — O su nessuno di questi pianeti.

    — Lo sapremo solo provando.

    Finalmente, Pelorat riuscì ad inserirsi nella discussione. — Ma che senso ha cercare, Golan? Abbiamo già la risposta!

    Trevize agitò brusco la mano per liquidare l’intervento dell’amico, poi rifletté un attimo e si girò di colpo. — Cosa?

    — Ho detto che abbiamo già la risposta. Su Melpomenia ho provato a dirtelo almeno cinque volte, ma eri talmente preso da quello che facevi…

    — Che risposta abbiamo? Di che stai parlando?

    — Della Terra: adesso conosciamo la posizione della Terra, credo.


    Parte sesta
    Alpha


    16. Il centro dei Mondi


    1

    Trevize fissò a lungo Pelorat, con un’espressione di netta contrarietà. Poi disse: — Hai visto qualcosa che io non ho visto, e non me ne hai parlato?

    — No — rispose docilmente Pelorat. — L’hai vista anche tu, e come ti ripeto ho cercato di spiegarti… Ma non eri dell’umore giusto per ascoltarmi.

    — Be’, riprova.

    Bliss sbottò: — Non fare il prepotente con lui, Trevize.

    — Non sto facendo il prepotente. Sto solo chiedendo informazioni… E tu non trattarlo da bambino.

    — Per favore, smettetela di parlare tra voi e ascoltate me — intervenne Pelorat. — Ricordi, Golan, che abbiamo parlato dei primi tentativi di scoprire l’origine del genere umano? Del Progetto Yariff? Sai, quel sistema in cui si cercava di stabilire il periodo di colonizzazione di vari pianeti partendo dal presupposto che prendendo come centro il punto di origine i pianeti avrebbero dovuto essere colonizzati con un’espansione avvenuta uniformemente in tutte le direzioni… così spostandosi dai pianeti più recenti a quelli più vecchi ci si dovrebbe avvicinare appunto al mondo d’origine da qualsiasi direzione…

    Trevize annuì. — E ricordo che quel sistema non funzionò perché le date di colonizzazione non erano affidabili.

    — Esatto, vecchio mio. Però i mondi di cui si occupava Yariff facevano parte della seconda ondata espansionistica della razza umana. A quell’epoca il viaggio iperspaziale era già molto perfezionato, e la colonizzazione deve essersi sviluppata in modo scomposto, frammentario. Non era difficile compiere grandi balzi e coprire distanze enormi, e la colonizzazione non ha seguito necessariamente un criterio di simmetria radiale verso l’esterno. Questo fatto sicuramente ha acuito il problema della scarsa affidabilità delle date di colonizzazione.

    «Ma pensa un attimo ai Mondi Spaziali, Golan. Appartenevano alla prima ondata, quelli. Allora il viaggio iperspaziale era ancora agli inizi, e probabilmente non ci si spostava per tratti smisurati. Mentre milioni di mondi sono stati colonizzati, forse in modo caotico, durante la seconda fase di espansione, durante la prima ne sono stati colonizzati appena cinquanta, probabilmente in modo ordinato. Mentre i milioni di mondi della seconda ondata sono stati colonizzati lungo un arco di tempo di ventimila anni, i cinquanta mondi della prima ondata sono stati colonizzati in un arco di pochi secoli… quasi contemporaneamente, al confronto. Quei cinquanta mondi, presi assieme, dovrebbero formare grosso modo una sfera simmetrica attorno al pianeta d’origine.

    «Abbiamo le coordinate dei cinquanta mondi. Le hai fotografate dalla statua, ricordi? L’entità che sta distruggendo le informazioni riguardanti la Terra, sia essa una cosa o una persona, si è lasciata sfuggire quelle coordinate, o non ha pensato che potessero fornirci l’informazione desiderata. Adesso, Golan, basta che tu corregga le coordinate in base agli ultimi ventimila anni di spostamenti stellari, poi troverai il centro della sfera. Dovresti arrivare abbastanza vicino al sole della Terra, od almeno dove fosse ventimila anni fa.

    Trevize, che aveva seguito il monologo di Pelorat a bocca aperta, impiegò alcuni attimi a scuotersi. — Ah… perché non ci ho pensato? — sbottò.

    — Ho provato a dirtelo quando eravamo su Melpomenia.

    — Certo. Scusa se non ti ho dato ascolto, Janov. Il fatto è che non mi è venuto in mente…

    Trevize si bloccò imbarazzato e Pelorat ridacchiò. — Che potessi avere qualcosa di importante da dire… Già, in circostanze normali avresti avuto ragione, però tieni presente che quello era il mio campo. Comunque, in generale, sei pienamente giustificato se decidi di non ascoltarmi.

    — Non è vero, Janov. Mi sento uno sciocco, e me lo merito: ti chiedo ancora scusa… Ed adesso corro al computer.

    Trevize e Pelorat andarono nella sala comandi, e Pelorat come sempre rimase ad osservare con un misto di meraviglia e incredulità mentre l’amico posava le mani sulla scrivania e si trasformava quasi in un unico organismo uomo-macchina.

    — Dovrò ipotizzare alcune cose, Janov — spiegò Trevize, lo sguardo vacuo per quella strana fusione col computer. — Che il primo numero sia una distanza in parsec, che gli altri due siano angoli in radianti… cioè in parole povere, che il primo numero indichi l’alto ed il basso, e che gli altri indichino destra e sinistra. E dovrò presupporre che l’uso del più e del meno nel caso degli angoli sia Galattico Standard, e che i tre zeri si riferiscano al sole di Melpomenia.

    — Mi sembra che vada bene — annuì Pelorat.

    — Davvero? Ci sono sei modi in cui disporre i numeri, quattro modi di disporre i segni, le distanze possono essere espresse in anni-luce invece che in parsec, gli angoli in gradi invece che in radianti. Ci sono novantasei variazioni, come vedi. Inoltre, se le distanze sono in anni luce, non sappiamo la lunghezza dell’anno usato. E per finire, non sappiamo come abbiano misurato gli angoli… dall’equatore di Melpomenia in un caso, immagino… ma il loro meridiano fondamentale?

    Pelorat corrugò la fronte. — Da come parli, sembra un’impresa senza speranza.

    — No. Aurora e Solaria sono comprese nella lista, e so la loro posizione nello spazio. Userò le coordinate e vedrò se riesco ad individuarle. Se finirò nel punto sbagliato, correggerò le coordinate finché non mi daranno quello giusto, e saprò da quali presupposti sbagliati sono partito. Una volta stabiliti i presupposti esatti, potrò cercare il centro della sfera.

    — Con tutte queste combinazioni possibili, non sarà un po’ complicato decidere cosa fare?

    — Cosa? — fece Trevize, sempre più assorto. Poi, quando Pelorat ripeté la domanda, rispose: — Oh, be’, è probabile che le coordinate seguano il sistema Galattico Standard, ed al fatto che il meridiano fondamentale possa essere ignoto si può rimediare. Questi sistemi per localizzare i punti nello spazio sono stati studiati molto tempo fa, e molti astronomi sono convinti che risalgano a prima del volo interstellare. Per certi versi gli esseri umani sono estremamente conservatori, e non cambiano quasi mai le convenzioni numeriche una volta abituatisi a quelle. Arrivano addirittura a scambiarle per leggi della natura, credo… Ed è un bene, perché se ogni mondo avesse unità di misura proprie e le cambiasse ogni secolo, penso proprio che il progresso scientifico si arresterebbe completamente.

    Era evidente che stesse lavorando mentre parlava, perché le sue parole non erano fluide. E ad un certo punto mormorò: — Silenzio, adesso.

    Corrugò la fronte concentrandosi allo spasimo, e solo parecchi minuti più tardi si rilassò e ispirò a fondo. Sottovoce, annunciò: — Le misure sono valide: ho localizzato Aurora. Vedi?

    Pelorat fissò il campo stellare, e la stella luminosissima quasi al centro. — Ne sei proprio sicuro?

    — La mia opinione non conta: il computer ne è sicuro. In fin dei conti, siamo stati su Aurora. Abbiamo le sue caratteristiche… diametro, massa, luminosità, temperatura, dati spettrali, per non parlare poi della disposizione delle stelle vicine… Il computer dice che è Aurora.

    — Allora possiamo fidarci della sua parola, immagino.

    — Dobbiamo fidarci, credimi. Adesso regolerò lo schermo, e il computer potrà mettersi al lavoro. Ha le cinquanta serie di coordinate, e le userà una alla volta.

    Trevize stava già occupandosi dello schermo mentre parlava. Normalmente il computer operava nelle quattro dimensioni dello spazio-tempo, ma per l’utilizzo da parte degli esseri umani di solito lo schermo veniva usato bidimensionalmente. Ora lo schermo sembrò dilatarsi in un volume scuro dotato di profondità, oltre che di altezza e ampiezza. Trevize abbassò le luci quasi del tutto, perché le stelle risaltassero con maggior facilità all’osservatore.

    — Adesso comincia — sussurrò.

    Un attimo dopo, apparve una stella… poi un’altra… poi un’altra ancora. La panoramica cambiava ad ogni nuova aggiunta, era come se lo spazio stesse spostandosi all’indietro per offrire all’occhio una vista sempre più ampia. C’erano inoltre gli spostamenti verso l’alto o verso il basso, verso destra o sinistra…

    Alla fine, sospesi nello spazio tridimensionale, apparvero cinquanta puntini luminosi.

    Trevize commentò: — Avrei gradito una disposizione sferica perfetta. Questa sembra la struttura di una palla di neve compressa malamente, in fretta e furia.

    — E questo fatto rovina tutto?

    — Crea qualche difficoltà… ma era inevitabile, immagino. Le stelle stesse non sono distribuite uniformemente, quindi nemmeno i pianeti abitabili, così deve esserci per forza una certa irregolarità nella fondazione di nuovi mondi. Il computer porterà ognuno di questi puntini nella sua posizione attuale, tenendo conto dello spostamento probabile degli ultimi ventimila anni, il che non comporterà che una correzione minima, poi li disporrà in modo da formare una sfera ideale. Troverà, in altre parole, una superficie sferica da cui la distanza di tutti i punti luminosi sia minima. Poi troveremo il centro della sfera e la Terra dovrebbe essere abbastanza vicina al centro… Almeno, speriamo… Non ci vorrà molto.


    2

    Non ci volle molto. Trevize, abituato ai miracoli del computer, rimase comunque stupito per la sua rapidità.

    Aveva istruito il computer perché emettesse una nota bassa e reverberante dopo avere calcolato le coordinate del centro ideale. Non c’era alcun motivo di farlo… solo la soddisfazione di sentire quel suono e sapere che forse la ricerca era terminata.

    La nota arrivò nel giro di pochi minuti, e fu come un lieve colpo di gong. Crebbe di intensità fino a creare una vibrazione avvertibile fisicamente, e progressivamente, si spense.

    Bliss apparve quasi subito sulla soglia. — Cosa succede? — chiese, spalancando gli occhi. — Un’emergenza?

    Trevize rispose: — Niente affatto.

    Pelorat aggiunse smanioso: — Forse abbiamo localizzato la Terra, Bliss: quel suono era il computer che ci avvertiva.

    Bliss entrò. — Avreste potuto avvertire anche me.

    — Mi dispiace, Bliss — si scusò Trevize. — Non pensavo che sarebbe stato così forte.

    Fallom aveva seguito Bliss nella stanza, e disse: — Perché c’è stato quel suono, Bliss?

    — Vedo che conosce il tuo nome — commentò Trevize, appoggiandosi allo schienale, stremato. Ora si trattava di controllare se quanto avesse scoperto esistesse anche nella Galassia reale, di vedere se alle coordinate del centro dei Mondi Spaziali corrispondesse davvero una stella di tipo G. Anche questa volta, Trevize era restio a procedere, a compiere la verifica finale.

    — Sì — disse Bliss. — Conosce il mio nome. Ed anche il tuo e quello di Pel. Che c’è di strano: noi conosciamo il suo.

    — Nulla in contrario — fece Trevize distrattamente. — Solo che questa bambina mi preoccupa… può solo crearci dei problemi.

    — Che ha fatto di male finora? — replicò Bliss.

    Trevize allargò le braccia. — È solo una sensazione, la mia.

    — Bliss gli rivolse un’occhiata sprezzante, e spiegò a Fallom: — Stiamo cercando di trovare la Terra, Fallom.

    — Cos’è la Terra ?

    — Un altro mondo, ma un mondo speciale. È il mondo da cui provenivano i nostri antenati. Sai cosa significhi la parola “antenati” dopo le tue letture, Fallom?

    — Significa…? — Ma l’ultima parola non era in galattico.

    Pelorat intervenne: — È un termine arcaico per “antenati”, Bliss. La nostra parola “progenitori” ci si avvicina di più.

    — Molto bene — sorrise Bliss. — La Terra è il mondo da cui provenivano i nostri progenitori, Fallom. I tuoi, i miei, quelli di Pel e di Trevize.

    — I tuoi, Bliss… e anche i miei. — Fallom sembrava perplessa. — Tutti e due i tipi?

    — C’è un solo tipo di antenati — disse Bliss. — Abbiamo gli stessi progenitori, noi… tutti quanti.

    Trevize commentò: — Mi sembra che si renda conto perfettamente di essere diversa da noi.

    Bliss fece sottovoce: — Non dirlo. Dobbiamo fare in modo che si senta uguale a noi… Nei tratti essenziali, almeno.

    — L’ermafroditismo è un tratto essenziale, direi.

    — Parlo della mente.

    — Anche i lobi trasduttivi sono tratti essenziali.

    — Via, Trevize, non essere così pignolo. Fallom è intelligente ed umana se mettiamo da parte certi dettagli.

    Bliss tornò a rivolgersi a Fallom alzando la voce. — Rifletti su questo punto, Fallom… I tuoi progenitori e i miei sono gli stessi. Tutta la gente di tutti i mondi… molti, moltissimi mondi… ha gli stessi progenitori, e questi progenitori vivevano in origine sul mondo chiamato Terra. Questo significa che siamo tutti parenti, no?… Ora torna nella nostra stanza e pensaci.

    Fallom, dopo un’occhiata pensosa a Trevize, si girò e corse via, incoraggiata da una pacca affettuosa di Bliss.

    Bliss disse quindi a Trevize: — Per favore, promettimi che in sua presenza eviterai qualsiasi commento che possa farle credere di essere diversa da noi.

    — Te lo prometto. Non intendo intralciare il processo educativo, né sovvertirlo… comunque, lei è diversa da noi.

    — Sotto certi aspetti. Come io sono diversa da te, e come Pel è diverso da te.

    — Non essere ingenua, Bliss: nel caso di Fallom le differenze sono molto più grandi.

    — Un po’ più grandi: sono molto più importanti le somiglianze. Lei, ed il suo popolo, faranno parte di Galaxia un giorno. Ne sono certa.

    — D’accordo. Non discutiamo. — Trevize si girò verso il computer senza troppo entusiasmo. — Intanto, devo controllare la posizione ipotetica della Terra nello spazio reale, ho paura.

    — Paura?

    — Be’ — Trevize si strinse nelle spalle ostentando un’aria di noncuranza — e se non ci sarà alcuna stella adatta vicino a quel punto?

    — Non ci sarà, e basta — rispose Bliss.

    — Forse è inutile controllare adesso… Tanto potremo effettuare il Balzo solo tra parecchi giorni.

    — Giorni che trascorrerai tormentandoti: controlla subito, aspettando non cambierà nulla.

    Trevize serrò le labbra e un attimo dopo annuì. — Hai ragione. Benissimo, allora… Facciamolo.

    Appoggiò le mani entro i contorni di contatto della scrivania, e lo schermo si oscurò.

    Bliss disse: — Io esco. Se resto ti innervosirò. — E con un cenno della mano se ne andò.

    — Il fatto è — borbottò Trevize — che prima controlleremo la mappa galattica del computer, e anche se il sole della Terra si trovasse nella posizione calcolata la mappa non dovrebbe includerlo. E in tal caso noi…

    Si interruppe sbalordito mentre sullo schermo appariva un ammasso di stelle. Erano piuttosto numerose e fioche, con qualche scintillio più vivido sparso qui e là, disseminate abbastanza uniformemente sullo schermo. Ma verso il centro spiccava una stella più brillante di tutte le altre.

    — Ci siamo! esultò Pelorat. — Ci siamo, vecchio mio: guarda com’è luminosa!

    — Qualsiasi stella centrata sulle sue coordinate è luminosa — disse Trevize, cercando di frenare una eccitazione iniziale che avrebbe potuto rivelarsi infondata. — In fin dei conti, l’immagine è presentata ad un parsec di distanza dal punto esatto delle coordinate. Comunque, quella stella non è certamente una nana rossa, né una rossa gigante… Aspettiamo i dati del computer.

    Alcuni secondi di silenzio, dopo di che Trevize disse: — Classe spettrale G-2… Diametro 1,4 milioni di chilometri… massa 1,02 volte quella del sole di Terminus… temperatura superficiale 6.000 assoluti… rotazione lenta, poco meno di 30 giorni… nessuna attività insolita, nessuna irregolarità.

    — Non sono caratteristiche tipiche del tipo di stella attorno al quale orbitino i pianeti abitabili? — fece Pelorat.

    — Sì — annuì Trevize. — Quindi, sono anche le caratteristiche prevedibili del sole della Terra. Se è là che è nata la vita, è logico che il sole della Terra rappresenti il modello ideale.

    — Dunque ci sono buone probabilità di trovare un pianeta abitabile in quel sistema…

    — Non c’è bisogno di fare delle ipotesi — disse Trevize estremamente perplesso. — Stando alla mappa galattica c’è un pianeta abitato… ma l’informazione è seguita da un punto interrogativo.

    L’entusiasmo di Pelorat crebbe. — Proprio come era logico aspettarsi, Golan. Il pianeta abitato esiste, ma il tentativo di nascondere la cosa confonde i dati riguardanti il pianeta, lasciando nell’incertezza chi ha redatto la mappa del computer!

    — No, non era affatto logico aspettarselo, ed è questo che mi preoccupa. Avremmo dovuto aspettarci ben altro. Considerando l’efficienza con cui i dati sulla Terra sono stati fatti sparire, chi ha redatto la mappa non avrebbe dovuto sapere che in questo sistema c’è la vita, men che mai degli esseri umani. Anzi, non avrebbe nemmeno dovuto sapere che il sole della Terra esista. I Mondi Spaziali non figurano nella mappa… Perché il sole della Terra dovrebbe esserci?

    — Be’ comunque c’è. Che senso ha discuterne? Quali altre informazioni sulla stella sono riportate?

    — C’è un nome.

    — Ah! Quale?

    — Alpha.

    Una breve pausa, poi Pelorat esclamò smanioso: — Ci siamo proprio, vecchio mio! Questo nome è la prova decisiva… Pensa al suo significato!

    — Ha un significato? Per me è solo un nome, un nome strano. Non sembra galattico.

    — Non è galattico, infatti! È in una lingua preistorica della Terra, la stessa lingua in cui è arrivato fino a noi il nome del pianeta di Bliss, Gaia.

    — E cosa significa Alpha?

    — Alpha è la prima lettera dell’alfabeto di quella lingua antica. Questo è un punto su cui esistono documentazioni valide. Nei tempi antichi, a volte “alpha” era usato come simbolo dell’inizio, per rappresentare il “primo” di ogni cosa. Se un sole viene chiamato “Alpha” è implicito che debba trattarsi del primo sole. Ed il primo sole è quello attorno al quale ruota il primo pianeta che abbia dato origine alla vita umana… la Terra, no?

    — Ne sei certo?

    — Certissimo — annuì Pelorat.

    — Nelle antiche leggende non si parla di qualche caratteristica insolita del sole della Terra?

    — No, quali caratteristiche insolite dovrebbe avere? È il sole modello per definizione, ed i dati forniti dal computer lo confermano, no?

    — Il sole della Terra è una stella singola, vero?

    — Be’, certo! Mi pare che tutti i pianeti abitati orbitino attorno a stelle singole.

    — Lo pensavo anch’io — disse Trevize. — Il guaio è che la stella al centro dello schermo non è una stella singola, è doppia, binaria. La più luminosa delle due stelle del sistema binario è in effetti un modello perfetto, ed il computer ci ha fornito appunto i suoi dati. Attorno a quella stella, però, con un periodo di circa ottant’anni, ruota un’altra stella, che ha una massa pari ai quattro quinti della prima. Ad occhio nudo è impossibile vedere le due stelle come corpi separati, ma con un ingrandimento adeguato sono certo che la distingueremmo.

    — Ne sei proprio sicuro, Golan? — fece Pelorat smarrito.

    — Lo dice il computer… E se siamo di fronte ad una stella binaria, allora non può essere il sole della Terra quello.


    3

    Trevize interruppe il contatto col computer, e le luci riacquistarono un’intensità normale.

    A quella specie di segnale, Bliss rientrò nella sala, seguita da Fallom. — Be’, che risultati ci sono?

    Con voce incolore, Trevize rispose: — Un po’ deludenti. Nel punto dove mi aspettavo di trovare il sole della Terra ho trovato invece una stella binaria. Il sole della Terra è una stella singola, quindi le coordinate non corrispondono.

    Pelorat chiese: — Ed adesso che si fa, Golan?

    Trevize scrollò le spalle. — A dire il vero non mi aspettavo che le coordinate coincidessero con la posizione del sole della Terra. Nemmeno gli Spaziali colonizzavano i mondi secondo uno schema sferico esatto. Può darsi che Aurora, il più vecchio dei Mondi Spaziali, abbia inviato nello spazio a sua volta dei coloni, il che può aver contribuito a deformare la sfera. E può darsi poi che il sole della Terra non si sia mosso alla stessa velocità media dei Mondi Spaziali.

    — Così la Terra potrebbe essere ovunque — fece Pelorat. — È questo che stai cercando di dire?

    — No. Non proprio ovunque. La discrepanza non può essere tanto grande. Il sole della Terra deve trovarsi in prossimità delle coordinate. La stella che abbiamo individuato con notevole precisione nel punto indicato dalle coordinate deve essere vicina al sole della Terra. È sorprendente… una stella vicina così simile al sole della Terra, se non fosse per il suo carattere binario… eppure…

    — Ma allora dovremmo vedere il sole della Terra sulla mappa, no? Vederlo vicino ad Alpha, insomma…

    — No, perché secondo me il sole della Terra non è riportato sulla mappa. È stato questo particolare a lasciarmi perplesso non appena abbiamo avvistato Alpha… Per quanto potesse assomigliare al sole della Terra, vedendo che era riportato sulla mappa ho sospettato subito che non fosse quello che cercavamo.

    — Be’, perché non controlli le stesse coordinate nello spazio reale, allora? — intervenne Bliss. — Se vicino al centro apparirà una stella abbastanza luminosa non riportata dalla mappa, una stella dalle caratteristiche simili ad Alpha, ma singola, potrebbe trattarsi del sole della Terra, giusto?

    Trevize sospirò. — Se fosse come dici tu, attorno a quella stella troveremmo senza dubbio il pianeta Terra… sarei pronto a scommettere tutti i miei averi… Ma anche questa volta non me la sento di provare subito…

    — Perché potresti fallire?

    Trevize annuì. — Comunque, concedimi solo un istante per riprendere fiato… poi farò uno sforzo e controllerò.

    E mentre i tre adulti si guardavano, Fallom si avvicinò alla scrivania-computer e fissò incuriosita i contorni delle mani tracciati sul ripiano. Allungò una mano esitante verso quei segni, ma Trevize la bloccò con un gesto brusco del braccio e con un altrettanto brusco: — Non devi toccare, Fallom.

    Fallom ebbe un sussulto, e si strinse a Bliss.

    Pelorat disse: — È una situazione che dobbiamo affrontare, Golan. E se non trovassimo nulla nello spazio reale?

    — Saremo costretti a ripiegare sul piano precedente, ed a visitare gli altri quarantasette Mondi Spaziali.

    — E se anche così non concluderemo nulla?

    Trevize scosse il capo, seccato, quasi volesse scrollarsi di dosso quella prospettiva. Abbassando lo sguardo, disse: — Escogiterò qualcos’altro.

    — Ma se non esistesse proprio un mondo di progenitori?

    Trevize drizzò il capo di scatto sentendo quella voce acuta. — Chi ha parlato? — fece.

    Era una domanda superflua. Superato un primo attimo di incredulità, capì subito chi gli avesse rivolto la domanda.

    — Io — rispose Fallom.

    Trevize la fissò, leggermente corrucciato. — Hai capito il discorso?

    Fallom disse: — State cercando il mondo dei progenitori, ma non l’avete ancora trovato. Forse un mondo così non esiste alcuno.

    — Non esiste alcun mondo così — la corresse Bliss.

    — No, Fallom — disse serio Trevize. — C’è stato un grande sforzo per nasconderlo. E se si cerca con tanto accanimento di nascondere qualcosa, significa che ci sia qualcosa da nascondere, mi capisci?

    — Sì — rispose Fallom. — Non lasci che tocchi le mani sulla scrivania. Se fai così significa che sarebbe interessante toccarle.

    — Ah, ma non per te, Fallom… Bliss, stai creando un mostro che ci distruggerà. Non lasciarla più entrare qui se non sono al computer. Ed anche se ci sono, pensaci bene prima di farla entrare, d’accordo?

    Quell’incidente minore ebbe un effetto salutare su Trevize, comunque, perché sembrò scuoterlo, spronandolo a vincere la propria indecisione. Disse: — Be’, è meglio che mi metta all’opera. Se rimarrò seduto qui, incerto sul da farsi, quell’essere grottesco si impossesserà della nave.

    Le luci si attenuarono, e Bliss protestò: — Mi avevi fatto una promessa, Trevize. Quando è presente lei, non devi chiamarla mostroessere grottesco.

    — Allora tienila d’occhio, ed insegnale un po’ d’educazione. Dille che i bambini non dovrebbero mai farsi sentire, e che dovrebbero farsi vedere il meno possibile.

    Bliss corrugò la fronte. — Il tuo atteggiamento verso i bambini è semplicemente orribile.

    — Può darsi, ma non è il momento di discuterne.

    Poi, in un tono che esprimeva un misto di soddisfazione e di sollievo, Trevize annunciò: — Ecco… Alpha nello spazio reale… E sulla destra, leggermente in alto, c’è una stella luminosa quasi quanto Alpha che non figura nella mappa del computer. Quello è il sole della Terra. Sono pronto a scommettere qualsiasi cosa!


    4

    — Bene — disse Bliss — non pretenderemo nulla da te se perdi, quindi perché non sistemiamo subito la faccenda? Visitiamo la stella non appena sarà possibile effettuare il Balzo.

    Trevize scosse la testa. — No. Questa volta non si tratta di indecisione né di paura. È questione di prudenza. Abbiamo visitato tre mondi sconosciuti, e per tre volte ci siamo trovati di fronte a dei pericoli inattesi, siamo stati costretti a ripartire con la massima fretta. Questa volta la posta in gioco è troppo importante, e non agirò più in modo avventato, se possibile. Finora, abbiamo solo qualche storia vaga di croste radioattive, e questo non basta. Per una circostanza assolutamente fortuita ed imprevedibile, ad un parsec dalla Terra c’è un pianeta abitato e…

    — Siamo davvero sicuri che Alpha abbia un pianeta abitato? — intervenne Pelorat. — Hai detto che il computer metteva un punto interrogativo dopo questo dato.

    — Be’, comunque vale la pena di provare — rispose Trevize. — Perché non dovremmo dare un’occhiata a quel pianeta? Se sarà veramente abitato da esseri umani, cerchiamo di scoprire cosa sappiano della Terra. Dopo tutto, per loro la Terra non sarà qualcosa di remoto e leggendario… È un mondo vicino, che brilla ben visibile nel loro cielo.

    Bliss disse pensosa: — Non è una cattiva idea. Se Alpha è abitato e se gli abitanti non saranno i soliti, tipici Isolati, forse incontreremo della gente cordiale, e tanto per cambiare forse troveremo del cibo decente.

    — Gente amica e cibo decente — annuì Trevize. — Per te va bene, Janov?

    — Decidi tu, vecchio mio — rispose Pelorat. — Io ti seguirò dovunque tu vada.

    Fallom chiese all’improvviso: — Troveremo Jemby?

    Bliss si affrettò a rispondere, prima che potesse farlo Trevize. — Lo cercheremo, Fallom.

    — Allora è deciso — concluse Trevize. — Puntiamo su Alpha.


    5

    — Due grandi stelle — disse Fallom indicando lo schermo.

    — Esatto — disse Trevize. — Due… Bliss, per favore, sorvegliatela: non voglio che si metta a giocare con qualche strumento.

    — Le strumentazioni l’affascinano — disse Bliss.

    — Lo so, ma il suo fascino non mi affascina… Anche se, a dire il vero, sono affascinato quanto lei nel vedere contemporaneamente sullo schermo due stelle così luminose.

    Le due stelle brillavano in modo incredibile. Lo schermo aveva aumentato automaticamente l’intensità di filtraggio per eliminare le radiazioni dannose alla retina. Di conseguenza, poche altre stelle erano visibili, e le due gemelle regnavano altezzose in un isolamento pressoché totale.

    — Il fatto è che prima d’ora non ero mai stato così vicino ad un sistema binario — spiegò Trevize.

    — Davvero? — fece Pelorat stupito. — Com’è possibile?

    Trevize rise. — Ho viaggiato, Janov, però non sono il giraspazio che pensi.

    — Io non ero mai stato nello spazio prima di incontrare te, Golan, ma ho sempre pensato che bastasse incominciare a viaggiare per…

    — Per raggiungere qualsiasi posto… lo so. È naturale. La gente legata ai pianeti ha un difetto… Per quanto sforzi la propria immaginazione, non riesce a cogliere la grandezza reale della Galassia. Potremmo viaggiare tutta la vita senza sfiorare neppure buona parte della Galassia… E poi, nessuno va mai nei sistemi binari.

    — Perché? — chiese Bliss. — Su Gaia non siamo esperti d’astronomia come gli Isolati che viaggiano nella Galassia, ma se non sbaglio le stelle binarie non sono poi così rare.

    — Non lo sono — convenne Trevize. — Ci sono molte più binarie che stelle singole. Comunque, la formazione di due stelle vicine sconvolge i normali processi di formazione planetaria. Le binarie hanno meno materiale planetario delle singole. I pianeti che si formano attorno alle binarie spesso hanno orbite relativamente instabili, ed è raro che presentino caratteristiche di abitabilità.

    «I primi esploratori, probabilmente, hanno studiato da vicino molte binarie, ma dopo un po’ di tempo si sono dedicati solo alla ricerca delle stelle singole, dato che a loro interessava scoprire mondi colonizzabili. Ed in una Galassia con un’elevata percentuale di colonizzazione è normale che praticamente tutti gli scambi commerciali, le comunicazioni, avvengano tra mondi abitati che orbitino attorno a stelle singole. Probabilmente, nei periodi di attività militare a volte si fissavano delle basi su qualche piccolo mondo disabitato dei sistemi binari che si trovava in posizione strategica, ma col perfezionamento del viaggio iperspaziale queste basi sono diventate inutili.

    Pelorat disse umilmente: — Quante cose non so… Incredibile.

    Trevize sorrise. — Non lasciarti impressionare da quel che dico, Janov. Sto solo ripetendoti alcune delle centinaia di cose superflue che ci insegnavano in Marina solo per inerzia… Pensa, invece… Tu conosci un’infinità di cose di mitologia, folklore, lingue arcaiche… tutte cose che io non so, che conoscete in pochi.

    — Sì… comunque quelle due stelle formano un sistema binario, e una delle due ha un pianeta abitato — disse Bliss.

    — Speriamo, Bliss — fece Trevize. — Le eccezioni si trovano sempre. E in questo caso c’è anche un punto interrogativo ufficiale che complica ulteriormente le cose… No, Fallom, quei pulsanti non sono giocattoli… Bliss, mettile le manette, o portala fuori.

    — Non farà alcun danno — protestò Bliss. Ma attirò a sé la Solariana ugualmente. — Se ti interessa tanto quel pianeta abitabile, perché non siamo già là?

    — Innanzitutto, sono curioso, e voglio osservare con comodo questo sistema binario — rispose Trevize. — E poi, voglio essere prudente. Come ho già spiegato, da quando abbiamo lasciato Gaia, ci sono capitati solo fatti spiacevoli che invitano chiaramente alla prudenza.

    Pelorat chiese: — Quale delle due è Alpha, Golan?

    — Non ci perderemo, Janov. Il computer sa benissimo quale delle due sia Alpha, e lo sappiamo anche noi: è la più calda e la più gialla delle due, perché è la più grande. Quella a destra ha un colore che tende all’arancione, un po’ come il sole di Aurora, se ricordi… Vedi?

    — Sì, adesso che me lo dici.

    — Bene. Quella è la più piccola… Qual è la seconda lettera di quell’alfabeto antico di cui parlavi?

    Pelorat rifletté un istante. — Beta.

    — Allora quella arancione è Beta, quella giallo chiaro è Alpha… ed è là che siamo diretti.


    17. Nuova Terra


    6

    — Quattro pianeti — mormorò Trevize. — Tutti piccoli, più una scia di asteroidi. Nessun gigante gassoso.

    — Qualcosa che non quadra? — si informò Pelorat.

    — Non proprio: era prevedibile. Le binarie in orbita reciproca a breve distanza non possono avere pianeti in orbita attorno a sé. Al massimo i pianeti possono ruotare attorno al centro di gravità delle due stelle, ma non dovrebbero essere abitabili data la distanza.

    «D’altro canto, se le binarie sono sufficientemente lontane, possono esserci dei pianeti in orbita attorno a ciascuna stella, sempre che i pianeti siano abbastanza vicini all’una od all’altra. Stando ai dati del computer, queste due stelle hanno una distanza media di 3,5 miliardi di chilometri, e al periastro, il punto in cui sono più vicine, hanno una distanza di 1,7 miliardi di chilometri. Un pianeta in orbita a meno di duecento milioni di chilometri da una delle due stelle si troverebbe in posizione stabile, però non può esserci nessun pianeta con un’orbita superiore… Quindi, niente giganti gassosi, dal momento che un gigante gassoso dovrebbe essere situato ad una distanza molto maggiore… Ma che importa? Tanto, i giganti gassosi non sono abitabili.

    — Però può darsi che uno di quei pianeti lo sia.

    — Solo il secondo. Se non altro, perché è abbastanza grande da avere un’atmosfera.

    Si avvicinarono al secondo pianeta rapidamente, e lungo un arco di due giorni la sua immagine si dilatò; dapprima ingrandendosi in modo misurato e maestoso. Poi, constatato che nessuna nave veniva a intercettarli, ad una velocità sempre crescente, quasi spaventosa.

    La “Far Star” seguiva un’orbita provvisoria a un migliaio di chilometri dallo strato di nubi, quando Trevize commentò arcigno: — Adesso capisco la presenza di quel punto interrogativo nella memoria del computer. Non c’è traccia di radiazioni… nessuna luce nell’emisfero notturno… niente onde radio.

    — Lo strato di nubi sembra piuttosto spesso — fece notare Pelorat.

    — Ma le onde radio dovrebbero attraversarlo.

    Osservarono il pianeta che ruotava sotto di loro, un vortice maestoso di nuvole bianche che attraverso qualche squarcio lasciava intravedere lo sciabordio bluastro di un oceano.

    Trevize disse: — La massa nuvolosa è piuttosto elevata per un mondo abitato. Dovrebbe essere un mondo abbastanza tetro… Quello che mi preoccupa maggiormente — aggiunse, mentre si tuffavano ancora una volta nell’ombra notturna — È che nessuna stazione spaziale si sia messa in contatto con noi.

    — Com’è successo su Comporellen? — fece Pelorat.

    — Come sarebbe successo su qualsiasi mondo abitato. Avrebbero dovuto fermarci per il solito controllo dei documenti, del carico e via dicendo.

    Bliss intervenne: — Forse, per qualche motivo, non abbiamo sentito il loro messaggio.

    — Il nostro computer avrebbe captato qualsiasi messaggio su qualsiasi frequenza. E poi, noi stessi abbiamo inviato dei segnali, ma non c’è stata la minima reazione. Scendere sotto lo strato di nubi senza mettersi in contatto con le autorità spaziali di un mondo non è un gesto molto cortese, ma non vedo che altro possiamo fare.

    La “Far Star” rallentò e si mantenne in quota incrementando la spinta antigravitazionale. Sbucò di nuovo sul lato diurno e rallentò ulteriormente. Trevize, collegato al computer, trovò uno squarcio adeguato nello strato di nubi. La nave si abbassò, penetrandovi. Sotto di loro, mosso da una lieve brezza, si agitava l’oceano, parecchi chilometri più in basso, striato di schiuma candida.

    Abbandonarono l’area illuminata dal sole, portandosi sotto una volta nuvolosa. La distesa d’acqua sottostante diventò subito grigia, e la temperatura scese sensibilmente.

    Fallom, fissando lo schermo, parlò per alcuni istanti nella sua lingua ricca di consonanti, poi passò al galattico. — Cos’è quello che vediamo sotto?

    — È un oceano — rispose Bliss, con voce carezzevole. — È una grande massa d’acqua.

    — Perché non asciuga?

    Bliss guardò Trevize, che rispose: — C’è troppa acqua perché possa asciugarsi.

    Fallom gemette: — Non voglio tutta quell’acqua. Andiamo via. — E cominciò a piagnucolare, mentre la “Far Star” attraversava un ammasso di nuvole temporalesche e lo schermo diventava una macchia lattiginosa striata di gocce di pioggia.

    Le luci della sala comando si abbassarono e la nave prese a sobbalzare leggermente.

    Trevize alzò lo sguardo sorpreso e gridò: — Bliss, la tua cara Fallom è abbastanza adulta da saper usare la trasduzione. Sta servendosi dell’energia elettrica per cercare di manipolare i comandi. Fermala!

    Bliss abbracciò Fallom e la strinse. — Va tutto bene, Fallom. Non c’e niente di cui aver paura: è solo un altro mondo, tutto qui. Ne esistono molti come questo.

    Fallom si rilassò un po’ ma continuò a tremare.

    Bliss si rivolse a Trevize. — Non ha mai visto un oceano, lei, e può darsi che non sappia neppure cosa siano la pioggia e la nebbia. Non puoi essere un po’ comprensivo?

    — No, non se manomette la nave. È un pericolo per tutti: portala di là e calmala.

    Bliss annuì.

    Pelorat disse: — Vengo con te, Bliss.

    — No, no, Pel. Resta qui: io calmo Fallom, e tu cerca di calmare Trevize. — Dopo di che Bliss uscì.

    — Non ho bisogno che qualcuno mi calmi — sbottò Trevize. — Mi spiace di aver perso il controllo, ma non possiamo permettere che una bambina giochi coi comandi, no?

    — Certo che no — convenne Pelorat. — Ma Bliss è stata colta di sorpresa. Bliss è in grado di controllare Fallom… che tra l’altro si comporta molto bene se si considera che è stata strappata al suo mondo ed al suo robot e, volente o nolente, è stata gettata in una vita che non capisce.

    — Lo so. Ma non sono stato io a volerla portare con noi: l’idea è stata di Bliss.

    — Già, ma Fallom sarebbe stata uccisa se non l’avessimo portata con noi.

    — Be’… chiederò scusa a Bliss più tardi. Ed anche alla bambina.

    Ma Trevize era ancora cupo in viso, e Pelorat gli domandò garbatamente: — Golan, vecchio mio, c’è qualcos’altro che ti preoccupa?

    — L’oceano — rispose Trevize. Erano usciti ormai da un pezzo dal temporale, ma le nubi non accennavano a diminuire.

    — Cos’ha che non va?

    — Ce n’è troppo.

    Pelorat sembrò non capire, al che Trevize disse a bruciapelo: — Niente terra. Non abbiamo visto alcuna terra emersa. L’atmosfera è perfettamente normale, ossigeno ed azoto in percentuale giusta, dunque deve trattarsi di un pianeta modificato, e devono esserci delle forme di vita vegetale per mantenere un livello adeguato di ossigeno. In natura, atmosfere del genere non esistono… tranne, si presume, sulla Terra, dove si è formata chissà come… Però sui pianeti modificati ci sono sempre quantità ragionevoli di terraferma, fino ad un terzo della superficie complessiva, e mai meno di un quinto. Allora come è possibile che questo sia un pianeta modificato e manchi la terraferma?

    Pelorat disse: — Forse, dato che appartiene ad un sistema binario, è un pianeta atipico. Forse non è stato modificato, e la sua atmosfera si è formata in modo diverso da quanto avviene sui pianeti delle stelle singole. Forse qui la vita si è evoluta in maniera indipendente, come sulla Terra… ma solo forme di vita acquatica.

    — Anche se fosse così, noi non ne ricaveremmo niente — disse Trevize. — Dalla vita marina non può nascere una tecnologia. La tecnologia si basa sempre sul fuoco, il che è impossibile in acqua: un pianeta vivo ma privo di tecnologia non è quello che stiamo cercando.

    — Capisco, ma io stavo solo facendo delle riflessioni. Dopo tutto, per quel che ne sappiamo, la tecnologia è nata una sola volta… sulla Terra. Per il resto, i coloni l’hanno portata con sé. Non puoi dire che la tecnologia è sempre in un determinato modo, se hai un unico caso da studiare.

    — Lo spostamento in acqua richiede forme aerodinamiche affusolate: non possono esserci profili irregolari, né appendici come le mani.

    — I calamari hanno i tentacoli.

    Trevize disse: — D’accordo, discutiamo pure… ma se stai pensando a delle specie di calamari intelligenti evolutisi indipendentemente in qualche angolo della Galassia, ed in possesso di una tecnologia non basata sul fuoco… be’, ti rispondo che a mio avviso è assai improbabile esistano.

    — A tuo avviso, però.

    Trevize scoppiò a ridere. — Molto bene, Janov. Vedo che stai ricorrendo alla logica ed intendi punirmi per come ho trattato Bliss prima, ed ammetto che stai facendo un buon lavoro. Te lo prometto… se non troveremo della terraferma, esploreremo il mare nel miglior modo possibile in cerca della tua civiltà di calamari.

    Mentre parlava, la nave entrò di nuovo nel lato notturno, e lo schermo diventò nero.

    Pelorat sussultò. — Ma… continuo a chiedermelo… È sicuro?

    — Cosa, Janov?

    — Viaggiare così, al buio. Potremmo perdere quota, precipitare nell’oceano e disintegrarci all’istante.

    — Impossibile, Janov. Davvero! Il computer ci mantiene su una linea gravitazionale di forza. In altre parole, rimane sempre ad una intensità gravitazionale costante rispetto al pianeta, il che significa che siamo sempre a un’altezza costante, o quasi, sopra il livello del mare.

    — A che altezza?

    — Cinque chilometri circa.

    — Questo non mi consola, Golan. E se raggiungessimo la terraferma e ci schiantassimo contro una montagna senza vederla?

    — Noi non vediamo, ma il radar della nave vede tutto, ed il computer se ci fosse una montagna ci guiderebbe attorno ad essa o sopra di essa.

    — E se ci fosse una distesa di terra piatta? Al buio non la individueremo.

    — No, Janov, la individueremo ugualmente. Le onde radar riflesse dall’acqua sono diverse da quelle riflesse dal terreno. L’acqua è sostanzialmente uniforme. Il terreno invece è scabro. Per questo motivo, le onde riflesse dal terreno sono molto più confuse di quelle riflesse dall’acqua. Il computer noterà la differenza, e se ci sarà della terraferma in vista ce lo farà sapere.

    Rimasero in silenzio e, un paio d’ore più tardi, raggiunsero di nuovo il lato diurno, mentre l’oceano scorreva monotono sotto di loro oscurato di tanto in tanto da qualche formazione temporalesca. In mezzo ad una di queste perturbazioni, il vento fece uscire di rotta la “Far Star”. Il computer lasciò fare per evitare un inutile spreco di energia e per minimizzare la possibilità di danni fisici, spiegò Trevize. Poi, superata la perturbazione, il computer riportò la nave in rotta progressivamente.

    — Probabilmente era il margine di un uragano — disse Trevize.

    Pelorat disse: — Ascolta, vecchio mio… ci stiamo solo spostando da ovest ad est… o da est ad ovest: in pratica stiamo esaminando soltanto l’equatore.

    Trevize replicò: — Il che sarebbe stupido, vero? No, stiamo seguendo una rotta circolare nordovest-sudest. In questo modo sorvoliamo sia i tropici che le regioni temperate, e ogni volta che ripetiamo il giro la rotta si sposta verso ovest in quanto il pianeta ruota sul suo asse sotto di noi. Stiamo intersecando questo mondo in lungo e in largo, come vedi. E dato che finora non abbiamo avvistato la terraferma, le probabilità di trovare un continente di una certa estensione sono scese sotto il dieci per cento, secondo il computer, e le probabilità di avvistare un’isola di una certa estensione sono scese sotto il venticinque per cento… e diminuiscono ad ogni giro.

    — Sai cosa avrei fatto — disse Pelorat lentamente, mentre l’emisfero notturno li risucchiava per l’ennesima volta. — Sarei rimasto ben lontano dal pianeta ed avrei sondato l’emisfero rivolto verso di me con il radar.

    — Già. Poi saresti passato sull’emisfero opposto ed avresti fatto la stessa cosa. O avresti aspettato che ruotasse il pianeta… Questo si chiama senno di poi, Janov. Non ci aspettavamo di avvicinarci ad un pianeta abitabile senza fermarci ad una stazione d’ingresso… dove ci avrebbero assegnato una rotta o ci avrebbero rifiutato l’ingresso. Ed una volta superato lo strato di nubi ci aspettavamo di trovare quasi subito la terraferma. I pianeti abitabili sono… terraferma!

    — Be’, solo in parte — replicò Pelorat.

    — Non intendevo quello — disse Trevize in preda ad un’eccitazione improvvisa. — Sto dicendo che abbiamo trovato la terraferma! Zitto!

    Cercando di controllarsi, Trevize appoggiò quindi le mani sulla scrivania e si fuse col computer. Un attimo dopo annunciò: — È un’isola lunga circa duecentocinquanta chilometri e larga circa sessantacinque, per un’area approssimativa di quindicimila chilometri quadrati. Non è grandissima, ma è rispettabile. Più che un semplice puntino sulla mappa… Aspetta…

    Le luci della sala comandi si spensero.

    — Cosa stiamo facendo? — mormorò Pelorat, come se l’oscurità fosse qualcosa di fragile che si poteva infrangere.

    — Aspettiamo che i nostri occhi si abituino al buio. La nave è sull’isola. Guarda. Vedi qualcosa?

    — No… Forse qualche piccola chiazza di luce… Ma non ne sono sicuro.

    — Anch’io le vedo. Adesso inserisco il telescopio.

    Adesso la luce era visibilissima… Chiazze irregolari.

    — È abitato — disse Trevize. — Forse è l’unica parte abitata del pianeta.

    — Che facciamo?

    — Aspettiamo che sia giorno, così avremo alcune ore di riposo.

    — Ma… se ci attaccassero?

    — Con cosa? Non rilevo in pratica alcuna radiazione… a parte i raggi luminosi visibili e degli infrarossi. È un pianeta abitato e gli abitanti sono chiaramente intelligenti. Possiedono una tecnologia, ma è ovvio che si tratti di una tecnologia preelettronica, quindi non credo che ci sia nulla da temere quassù. E se dovessi sbagliarmi, il computer ci avvertirà in tempo.

    — E quando sarà giorno?

    — Atterreremo, naturalmente.


    7

    Quando scesero, i primi raggi mattutini del sole splendevano attraverso uno squarcio tra le nuvole, rivelando parte dell’isola… verdeggiante, con l’interno segnato da una catena di colline basse e ondulate che si perdeva in lontananza in un alone color porpora.

    Mentre si abbassavano sempre più, videro boschetti isolati e qualche frutteto, ma per la maggior parte c’erano fattorie ben curate. Immediatamente sotto di loro, sulla costa sudorientale dell’isola c’era una spiaggia di sabbia argentea fiancheggiata sul retro da una fila irregolare di massi, oltre la quale si estendeva un prato. Di tanto in tanto si scorgeva una casa, ma le case non erano raggruppate in maniera tale da formare un centro abitato vero e proprio.

    Infine, videro una rete di strade fiancheggiate da abitazioni sparse… poi, nell’aria fresca del mattino, avvistarono in lontananza un veicolo aereo. Capirono che si trattava di un veicolo aereo, e non di un uccello, solo dal modo in cui solcava l’aria. Era il primo segno indubitabile di una presenza intelligente concreta visto fino a quel momento sul pianeta.

    — Potrebbe essere un veicolo automatico, sempre che siano in grado di costruirne uno senza ricorrere all’elettronica — disse Trevize.

    — Ed infatti è probabile che lo sia — disse Bliss. — Se ai comandi ci fosse un essere umano, si dirigerebbe verso di noi, non credi? Immagino che siamo uno spettacolo insolito… un veicolo che si posi in superficie senza ausilio di razzi frenanti che eruttano fuoco.

    — Uno spettacolo insolito su qualsiasi pianeta — annuì Trevize meditabondo. — Non possono essere molti i mondi che abbiano assistito alla discesa di un veicolo spaziale gravitazionale… La spiaggia sarebbe un posto ideale per l’atterraggio, ma non voglio che il vento faccia inondare la nave. Scenderemo su quel tratto erboso dietro i massi.

    — Almeno — commentò Pelorat — una nave gravitazionale atterrando non brucia il terreno altrui.

    Si posarono dolcemente sui quattro cuscinetti ammortizzatori usciti dallo scafo durante la fase finale. I cuscinetti affondarono nel terreno sotto il peso della nave.

    Pelorat disse: — Ho paura che lasceremo dei segni, però.

    — Per fortuna, il clima sembra ragionevole — fece Bliss un po’ circospetta. — Caldo, oserei dire.

    C’era una donna sul prato, che osservava la discesa della nave senza mostrare alcun timore né sorpresa: la sua espressione era solo di estremo interesse.

    Non indossava granché, il che confermava la valutazione climatica di Bliss. I suoi sandali sembravano di tela, ed avvolta attorno ai fianchi portava una gonna con un motivo floreale. Le gambe erano nude, ed non indossava indumenti sopra la cintola.

    Aveva lunghi capelli di un nero lucente che le arrivavano quasi alla vita, la pelle di un colorito marrone chiaro, gli occhi stretti.

    Trevize si guardò intorno e vide che non c’erano altri esseri umani nei paraggi. Stringendosi nelle spalle, disse: — Be’, è prima mattina è può darsi che gli abitanti per lo più siano in casa, o dormano ancora… Comunque, non mi pare un’area densamente popolata… Ora andrò a parlare con quella donna, sempre che si esprima in modo comprensibile. Voi altri…

    — Credo che possiamo benissimo scendere anche noi — replicò decisa Bliss. — Quella donna mi sembra completamente innocua, e in ogni caso voglio sgranchirmi le gambe, respirare un po’ d’aria vera, e magari cercare un po’ di cibo locale. Voglio che Fallom si ambienti di nuovo su un mondo, e penso che a Pel piacerebbe esaminare quella donna più da vicino.

    — Chi? Io? — Pelorat arrossì leggermente. — Niente affatto, Bliss… comunque sono io il linguista del nostro gruppetto.

    Trevize scrollò le spalle. — D’accordo, venite tutti, allora. Però, anche se quella donna ha un’aria innocua, intendo portare con me le mie armi.

    — Non credo che avrai occasione di usarle con quella giovane, né che sarai tentato di farlo — osservò Bliss.

    Trevize sorrise. — È attraente, vero?

    Trevize lasciò la nave per primo, poi fu la volta di Bliss e di Fallom, che scese cauta la rampa. Pelorat fu l’ultimo.

    La donna continuò ad osservare interessata, senza spostarsi di un millimetro.

    Trevize borbottò: — Be’, proviamo.

    Staccò bene le mani dalle armi e disse: — Salute a te.

    La giovane rifletté un istante quindi rispose: — Ed io saluto te e i di te compagni.

    Pelorat esclamò esultante: — Meraviglioso! Parla il Galattico Classico, e con un accento corretto.

    — La capisco anch’io — disse Trevize, facendo oscillare una mano per indicare che la sua comprensione non era perfetta: spero che lei mi capisca.

    Sorridendo, assumendo un’espressione amichevole, continuò: — Veniamo dallo spazio, veniamo da un altro mondo.

    — Questo è bene — disse la giovane, con una voce squillante da soprano. — Viene codesta nave dall’Impero?

    — Viene da una stella lontana, e si chiama “Far Star”.

    La giovane guardò la scritta sulla nave. — È ciò che è scritto là? Se sì, e se la prima lettera è una F, allora, vi dico, è impressa rovesciata.

    Trevize stava per obiettare, ma Pelorat estasiato intervenne. — Ha ragione. La lettera F si è invertita circa duemila anni fa. Che occasione meravigliosa per studiare approfonditamente il Galattico Classico, e come lingua viva!

    Trevize osservò attentamente la giovane donna. Non superava di molto il metro e mezzo di altezza, ed i suoi seni per quanto ben fatti erano piccoli. Eppure non sembrava acerba. I capezzoli erano grandi, le areole scure… anche se forse questo dipendeva dal colorito bruno della pelle.

    Disse: — Mi chiamo Golan Trevize; il mio amico è Janov Pelorat; la donna è Bliss; e la bambina è Fallom.

    — Dunque, sulla stella remota da cui provenite, è usanza che agli uomini due nomi tocchino? Io sono Hiroko, figlia di Hiroko.

    — E tuo padre? — chiese Pelorat.

    Al che Hiroko si strinse nelle spalle, indifferente. — Il nome di lui, così dice mia madre, è Smool, ma non ha importanza: non lo conosco.

    — E dove sono gli altri? — domandò Trevize. — A quanto pare sei l’unica persona ad accoglierci.

    Hiroko rispose: — Molti uomini sono a bordo dei pescherecci. Molte donne, nei campi. Io presi una vacanza negli ultimi due giorni, così ora ho avuto la fortuna di vedere questo grande evento. Ma la gente è curiosa, e la nave sarà stata vista scendere, pure in lontananza. Presto, altri saranno qui.

    — Ci sono molte altre persone su quest’isola?

    — Più di venticinque migliaia — disse Hiroko orgogliosa.

    — Ci sono altre isole nell’oceano?

    — Altre isole, buon signore? — fece la giovane perplessa.

    Per Trevize, fu una risposta sufficiente. Quello era l’unico punto del pianeta abitato da esseri umani.

    Chiese: — Qual è il nome del vostro mondo?

    — È Alpha. Ci insegnano che l’intero nome è Alpha Centauri, se ciò ha significato maggiore per te, ma noi lo chiamiamo Alpha soltanto e, vedi, è un mondo dal volto ridente.

    — Un mondo che? — Trevize si rivolse a Pelorat con aria interrogativa.

    — Intende dire un mondo bello — spiegò Pelorat.

    — Lo è — annuì Trevize. — Almeno, qui e in questo momento. — Guardò il cielo azzurro del mattino, con le sue nubi che si rincorrevano. — Una bella giornata di sole, Hiroko. Ma immagino che non ci siano molte giornate come questa su Alpha.

    Hiroko si irrigidì. — Quante ne desideriamo, signore. Le nubi vengono quando ci occorra pioggia, ma in molti giorni ci sembra bello che il cielo lassù sia limpido. Invero, un cielo favorevole ed un vento calmo sono augurabili nei giorni in cui i pescherecci sono in mare.

    — Dunque, la tua gente controlla il clima, Hiroko?

    — Non lo facessimo, Golan Trevize, saremmo zuppi di pioggia.

    — Ma come fate?

    — Non essendo un ingegnere, signore, non posso dirtelo.

    — E quale sarebbe il nome di quest’isola su cui vivete tu e la tua gente?

    Hiroko rispose: — La nostra isola celestiale in mezzo al vasto mare d’acque è chiamato da noi Nuova Terra.

    Al che Trevize e Pelorat si fissarono strabiliati.


    8

    Non vi fu il tempo di approfondire: stavano arrivando altre persone. Decine di persone. Probabilmente, pensò Trevize, quelle che non erano in mare o nei campi, e che non si trovavano troppo lontane. Per la maggior parte arrivarono a piedi, anche se si vedevano due veicoli da superficie… piuttosto antiquati e goffi.

    Sì, quella era una società a basso livello tecnologico, eppure controllavano i fenomeni meteorologici.

    Si sapeva che la tecnologia non procedesse necessariamente in modo compatto; che l’arretratezza in un settore non escludeva necessariamente un progresso considerevole in altri settori… certo però che quell’esempio di sviluppo non uniforme era insolito.

    Almeno metà delle persone che stavano osservando la nave erano anziane, uomini e donne; c’erano anche tre o quattro bambini. Per il resto, le donne erano in maggioranza rispetto agli uomini. E nessuno sembrava spaventato od incerto.

    Trevize mormorò a Bliss: — Li stai influenzando? Sembrano… sereni.

    — Non li sto influenzando affatto — rispose Bliss. — Non tocco mai le menti se proprio non devo… È Fallom che mi preoccupa.

    Per quanto i nuovi venuti fossero pochi, per chiunque si fosse imbattuto nelle normali folle di curiosi che si trovavano su qualsiasi mondo della Galassia, per Fallom rappresentavano una moltitudine, dal momento che la bambina aveva addirittura stentato ad abituarsi alla presenza dei tre adulti a bordo della “Far Star”. Fallom aveva il respiro affannoso, gli occhi socchiusi, come se fosse in stato di shock.

    Bliss l’accarezzava con gesti ritmici e delicati, mormorando una specie di nenia per calmarla, e sicuramente intervenendo anche con delicatezza infinita sulle sue fibrille mentali.

    Fallom d’un tratto inspirò a fondo, ebbe quasi un sussulto violento, e si scosse. Drizzò la testa, guardò i presenti con un’aria non più stranita come prima e infilò la testa sotto il braccio di Bliss.

    Pelorat pareva in preda ad un timore reverenziale, ed il suo sguardo si spostava continuamente da un Alphano all’altro. Disse: — Golan, sono tutti diversi tra loro.

    Anche Trevize l’aveva notato. C’era un campionario assortito di colori di carnagione e di capelli, compreso un tipo dai capelli rossi, gli occhi azzurri e le lentiggini. Alcuni adulti (almeno sembravano tali) erano bassi come Hiroko, un paio erano più alti di Trevize. Un certo numero di maschi e di femmine avevano il taglio degli occhi uguale a quello di Hiroko, e Trevize rammentò che sui popolosi pianeti commerciali del settore di Fili quegli occhi erano la caratteristica della popolazione, lui però non era mai stato in quel settore.

    Tutti gli Alphani non portavano nulla al di sopra della cintola, e i seni delle donne sembravano tutti piccoli. Era la particolarità fisica più uniforme che Trevize potesse vedere.

    Bliss disse all’improvviso: — Hiroko, la mia piccola non è abituata ai viaggi spaziali, e si ritrova a dover digerire troppe novità in una sola volta. Non sarebbe possibile farla sedere e magari mangiare qualcosa e bere?

    Hiroko parve perplessa, e Pelorat le ripeté la richiesta di Bliss nel galattico più elaborato del periodo mediano dell’Impero.

    Hiroko portò una mano alla bocca e si inginocchiò con movimenti aggraziati. — Imploro da te perdono, stimata signora — disse. — Non ho considerato i bisogni di codesta bambina, né i tuoi. La stranezza di questo evento mi ha troppo assorta. Vorresti tu… vorreste voi tutti, come visitatori ed ospiti, entrare nel refettorio per il pasto mattutino? Possiamo unirci a voi e fungere da vostri anfitrioni?

    Bliss rispose lentamente, scandendo bene le parole, sperando che questo facilitasse la comprensione. — Siete davvero gentili. Però sarebbe meglio che solo tu fungessi da anfitrione, per il bene della bambina che non è abituata a stare con molte persone.

    Hiroko si alzò. — Sarà fatto come da te richiesto.

    Li guidò tranquilla attraverso il prato, mentre gli altri Alphani sembravano soprattutto interessarsi agli abiti degli stranieri. Trevize si tolse la giacca e la porse a un uomo che gli si era accostato e l’aveva toccata con aria interrogativa.

    — Ecco — disse Trevize — guardala bene, ma restituiscila. — Poi rivolto ad Hiroko: — Fai in modo che la riabbia indietro, Hiroko.

    — Oh, di certo, ti sarà ritornata, stimato signore — annuì seria la giovane.

    Trevize sorrise e proseguì. Si sentiva più a proprio agio senza giacca in quella brezza carezzevole.

    Non aveva visto armi addosso a chi lo attorniava, e constatò con interesse che gli Alphani non mostravano alcun timore né alcun disagio per le sue armi. Non sembravano nemmeno incuriositi. Forse non sapevano che quegli oggetti fossero armi. Da quanto aveva potuto osservare finora Trevize, Alpha aveva tutta l’aria di essere un mondo pacifico.

    Una donna, portandosi di fronte a Bliss, si girò a esaminare meticolosamente la sua camicetta, quindi chiese: — Hai seni, stimata signora?

    E, quasi fosse incapace di attendere una risposta, posò adagio una mano sul petto di Bliss.

    Bliss sorrise. — Li ho, come hai appena scoperto. Forse non sono belli come i tuoi, ma non li nascondo per questo motivo: sul mio mondo è sconveniente ch’essi siano esibiti.

    E soggiunse sottovoce rivolta a Pelorat: — Che te ne pare del mio Galattico Classico?

    — Sei stata bravissima, Bliss.

    La sala da pranzo era spaziosa, con lunghi tavoli ai quali su entrambi i lati erano fissate delle panche: chiaramente, gli Alphani consumavano pasti comunitari.

    Trevize si sentiva un po’ in colpa. In seguito alla richiesta di Bliss, tutto quello spazio era stato destinato adesso ad appena cinque persone, e gli altri Alphani erano stati relegati all’esterno. Alcuni, però, si erano fermati in prossimità delle finestre (che erano semplici aperture nelle pareti, prive di qualsiasi protezione) presumibilmente per osservare gli stranieri a tavola.

    Involontariamente, Trevize si chiese cosa sarebbe successo in caso di pioggia. Sicuramente, la pioggia sarebbe arrivata solo in caso di necessità, e sarebbe stata una pioggia lieve, senza raffiche di vento, che sarebbe cessata non appena cessato il bisogno. Quindi non sarebbe mai arrivata all’improvviso, e gli Alphani non sarebbero stati impreparati…

    La finestra di fronte a Trevize si affacciava sul mare, ed in lontananza, all’orizzonte, a Trevize sembrò di scorgere un banco di nubi simile a quelli che oscuravano quasi del tutto il cielo ovunque, fatta eccezione per quel piccolo paradiso.

    Il controllo meteorologico presentava dei vantaggi.

    Furono serviti da una giovane che si muoveva in punta di piedi. Nessuno chiese agli ospiti cosa desiderassero; vennero serviti e basta. C’erano tre bicchieri… uno piccolo di latte, uno medio di succo d’uva, uno grande di acqua. Ogni commensale ricevette due uova in camicia con pezzettini di formaggio, e un piatto di pesce alla griglia e di patate arrosto accompagnate da foglie di lattuga.

    Bliss guardò scoraggiata la quantità di cibo che aveva di fronte, non sapendo da dove iniziare. Fallom non aveva problemi del genere. Bevve avidamente il succo d’uva, quindi si lanciò sul pesce e le patate. Stava per usare le dita, ma Bliss le porse un grosso cucchiaio con l’estremità a rebbio che fungeva anche da forchetta, e Fallom l’accettò.

    Pelorat sorrise soddisfatto e si dedicò subito alle sue uova.

    Trevize lo imitò, dicendo: — Tanto per ricordare che gusto abbiano le uova vere.

    Hiroko, trascurando la propria colazione ed osservando deliziata con quanto appetito mangiassero gli ospiti (perché anche Bliss finalmente si era messa all’opera con lo stesso slancio dei compagni), infine chiese: — È di vostro gradimento?

    — Tutto ottimo — annuì Trevize, con voce un po’ soffocata. — Su quest’isola il cibo non scarseggia… O ci offrite un pasto così abbondante per cortesia?

    Hiroko ascoltò assorta ed evidentemente comprese il significato della domanda, in quanto rispose: — No, no, stimato signore. La nostra terra è generosa, il nostro mare ancor più. Le nostre anatre danno uova, le nostre capre e latte e formaggio. E abbiamo i nostri grani. Ma, soprattutto, il nostro mare è colmo di innumerevoli varietà di pesci, in copiosissima quantità. L’intero Impero potrebbe mangiare alle nostre tavole e tuttavia non esaurire il nostro mare pescoso.

    Trevize sorrise tra sé. Chiaramente, la giovane Alphana non immaginava nemmeno quanto fosse grande in realtà la Galassia.

    Disse: — Quest’isola è chiamata Nuova Terra, Hiroko. Dove può essere allora la Vecchia Terra ?

    Lei lo fissò confusa. — Vecchia Terra, hai detto? Imploro perdono, stimato signore: non comprendo.

    Trevize spiegò: — Prima che ci fosse una Nuova Terra, il tuo popolo deve aver vissuto altrove: dov’è questo posto da cui proviene il tuo popolo?

    — Di questo non so nulla, stimato signore — rispose Hiroko, l’espressione solenne e turbata. — Da una vita questa è la mia terra… e di mia madre, e della di lei madre, e delle madri venute prima… Di un’altra terra, non so nulla.

    — Ma — insisté Trevize con garbo — perché chiamate questo posto Nuova Terra?

    — Perché, stimato signore — rispose Hiroko altrettanto garbatamente — È da tutti chiamato così, da che mente di donna abbia raziocinio.

    — Ma è una Nuova Terra, quindi una Terra venuta in seguito. Deve esserci una Vecchia Terra, una Terra precedente, da cui questa ha preso il nome. Ogni mattina c’è un nuovo giorno, il che significa che prima c’è stato un vecchio giorno. Non capisci che non può essere diversamente?

    — No, stimato signore. So soltanto come questa terra è chiamata. Null’altro io so, né seguo questo tuo ragionare, che noi qui chiameremmo astruso. Senza offesa.

    Trevize scosse la testa, frustrato.


    9

    Trevize mormorò a Pelorat: — Ovunque andiamo, qualsiasi cosa facciamo, non otteniamo alcuna informazione.

    — Sappiamo dove sia la Terra… quindi, che importa? — fece Pelorat muovendo appena le labbra.

    — Voglio sapere qualcosa sulla Terra.

    — Hiroko è giovanissima: non può essere un pozzo di informazioni.

    Trevize rifletté un istante, ed annuì. — Giusto, Janov.

    Rivolgendosi ad Hiroko, disse: — Hiroko, non ci hai chiesto perché siamo qui sul vostro mondo.

    Hiroko abbassò gli occhi. — Sarebbe scortese chiedere prima che abbiate mangiato e riposato, stimato signore.

    — Ma adesso abbiamo mangiato, o quasi, e ci siamo riposati di recente, quindi ti dirò perché siamo qui. Il mio amico, dottor Pelorat, è uno studioso sul nostro mondo, un dotto: è un mitologo. Sai cosa significhi?

    — No, stimato signore.

    — Il mio amico studia le vecchie storie che si raccontano su ogni mondo. Queste storie si chiamano anche miti e leggende, ed è di questo che si interessa il dottor Pelorat. Su Nuova Terra ci sono dei dotti che conoscano le vecchie storie di questo mondo?

    Hiroko si concentrò corrugando leggermente la fronte. — Non è una materia di mia conoscenza. Abbiamo nei dintorni un vecchio che ama parlare dei giorni antichi. Dove possa avere appreso queste cose, non so, e ritengo possa averle inventate di sana pianta, o le abbia udite da qualcuno che a sua volta le abbia inventate così. Forse è questa la materia di cui il tuo dotto compagno gradirebbe sentire parlare, ma non intendo fuorviarvi. È mio parere — e si guardò attorno come se volesse assicurarsi che nessuno la sentisse — che il vecchio sia solo un blaterone, quantunque in molti lo ascoltino volentieri.

    Trevize annuì. — A noi interessano proprio questi blateramenti. Non sarebbe possibile portare il mio amico da questo vecchio…

    — Monolee è il suo nome.

    — …portarlo da Monolee, allora? Pensi che Monolee sia disposto a parlare col mio amico?

    — Disposto a parlare? Dovresti chiedere, se mai, se sarà disposto a cessare di parlare. È solo un uomo, e dunque potendo parlerà senza pausa per mezzo mese… Senza offesa, stimato signore.

    — Assolutamente. Adesso vorresti accompagnare il mio amico da Monolee?

    — È sempre possibile farlo. Il vecchio è sempre a casa, e sempre ben disposto a salutare orecchie attente.

    Trevize suggerì: — E forse una donna anziana potrebbe essere disposta a venire a sedersi con Bliss… Lei deve badare alla bambina e non può muoversi troppo. Ma le farebbe piacere un po’ di compagnia, perché si sa, alle donne piace…

    — Blaterare? — disse Hiroko divertita. — Così dicono gli uomini, quantunque io abbia notato che gli uomini sono sempre i più grandi chiacchieroni. Quando tornano dalla pesca, fanno gara l’un l’altro per vedere chi ingigantisce di più con la fantasia le proprie imprese e le prede. E pur se nessuno bada loro, pur se non sono creduti, non cessano. Ma, basta, io stessa sto blaterando… Chiamerò un’amica di mia madre, una donna che ora scorgo attraverso la finestra, perché resti con la signora e la bambina dopo aver guidato il tuo amico, lo stimato dottore, da Monolee. Se il tuo amico sarà avido d’ascolto come Monolee lo sarà di parola, faticherai a separarli. Vogliate perdonare la mia momentanea assenza, ora.

    Quando Hiroko fu uscita, Trevize si rivolse a Pelorat. — Senti, cerca di scoprire il più possibile da quel vecchio, e Bliss anche tu cerca di sapere il più possibile dalla donna che verrà qui… Ci occorrono informazioni sulla Terra.

    — E tu? Cosa farai? — domandò Bliss.

    — Io rimarrò con Hiroko, e vedrò di trovare una terza fonte di informazioni.

    Bliss sorrise. — Ah, certo… Pel sarà con il vecchio; io con una vecchia. Tu ti sacrificherai e rimarrai con questa giovane seducente e seminuda: mi sembra un’equa suddivisione dei compiti.

    — Guarda caso, Bliss, è equa.

    — Già, dal tuo punto di vista, certamente!

    Hiroko rientrò e si sedette di nuovo. — È tutto approntato. Lo stimato dottor Pelorat verrà portato da Monolee, e la stimata signora Bliss, insieme alla bambina, avrà compagnia. Mi vuoi dunque concedere, stimato signor Trevize, l’onore di proseguire con te la conversazione, forse riguardo questa Vecchia Terra di cui…

    — Blatero? — fece Trevize.

    — No — disse Hiroko ridendo. — Ma è stato giusto burlarmi. Ho mostrato solo scortesia sino ad ora nel rispondere alla tua domanda. Mi aggraderebbe fare ammenda.

    Trevize chiese a Pelorat: — Aggraderebbe?

    — Le piacerebbe molto, — mormorò Pelorat.

    Trevize disse: — Hiroko non c’è stata scortesia, ma se servirà a tranquilizzarti, parlerò volentieri con te.

    — Ti ringrazio per la tua bontà — fece Hiroko, alzandosi.

    Anche Trevize si alzò. — Bliss, controlla che Janov non si trovi in pericolo.

    — Ci penso io. Tu invece hai le tue… — Bliss indicò con un cenno le fondine.

    — Non credo che ne avrò bisogno — rispose Trevize impacciato.

    Seguì Hiroko all’esterno. Il sole era alto nel cielo, e c’era ancor più caldo. Come sempre, nell’aria si avvertiva un profumo strano. Trevize ricordava quello debole di Comporellen, quello leggermente muschiato di Aurora, quello delizioso di Solaria. (Su Melpomenia indossavano le tute spaziali, all’interno delle quali si sentiva solo l’odore del proprio corpo.) In ogni caso, il profumo scompariva in poche ore per la saturazione dei centri olfattivi del naso.

    Su Alpha si sentiva una calda fragranza di erba, e Trevize provò un certo disappunto al pensiero che sarebbe durata così poco.

    Stavano avvicinandosi ad una piccola costruzione che sembrava fatta di malta rosa chiaro.

    — È la mia casa — disse Hiroko. — Apparteneva un tempo alla sorella minore di mia madre.

    Entrò, invitando Trevize a seguirla. La porta era aperta… o meglio, non c’era alcuna porta per la precisione, notò Trevize.

    Disse: — Cosa fate quando piove?

    — Siamo preparati. La pioggia dura sempre due giorni, fino a tre ore avanti l’alba, quando è maggiore il fresco, ed il terreno si bagna meglio. Quando piove, mi basta tirare attraverso la porta questa tenda robusta ed impermeabile.

    Mentre parlava, Hiroko tirò la tenda: sembrava fatta di una specie di tela spessa.

    — La lascerò così, adesso — proseguì Hiroko. — Tutti così sapranno che sono in casa ma non a disposizione, in quanto addormentata od impegnata in cose di importanza.

    — Non sembra granché come mezzo per proteggere la propria intimità.

    — È un’ottima protezione. Vedi, l’entrata è coperta.

    — Ma chiunque potrebbe spingerla da parte.

    — In spregio ai desideri dell’occupante? — fece Hiroko confusa. — Si fanno cose simili sul tuo mondo? Sarebbe barbaro.

    Trevize sorrise. — Chiedevo soltanto.

    Hiroko lo condusse nella seconda delle due stanze, e lo invitò ad accomodarsi su una sedia imbottita. Erano stanze anguste e spoglie che trasmettevano un lieve senso di claustrofobia, ma sembrava fosse destinata ad essere soltanto un luogo dove appartarsi e riposare. Le aperture delle finestre erano piccole e vicine al soffitto, ma disposte con cura lungo le pareti c’erano delle strisce di materiale speculare che diffondevano la luce. Nel pavimento c’erano delle fessure da cui si alzava una corrente lieve e fresca. Non c’era traccia di illuminazione artificiale, e Trevize si chiese se gli Alphani dovessero alzarsi all’alba ed andare a letto al tramonto.

    Stava per domandarlo, quando Hiroko lo precedette dicendo: — La signora Bliss è la tua compagna?

    Trevize rispose cauto: — Mi chiedi, cioè, se sia la mia compagna sessuale?

    Hiroko arrossì. — Ti scongiuro, abbi riguardo per le convenienze della conversazione educata… Comunque, sì… mi riferivo alle piacevolezze private.

    — No, è la compagna del mio amico studioso.

    — Eppure sei tu il più giovane, ed il più piacente.

    — Be’, grazie, ma Bliss è di un altro avviso: lei preferisce di gran lunga il dottor Pelorat.

    — Ciò mi sorprende molto… Lui non ti rende partecipe?

    — Non gli ho mai fatto una richiesta del genere, ma sono certo che risponderebbe di no. Né vorrei una risposta diversa.

    Hiroko annuì. — Capisco. È il suo deretano.

    — Il suo deretano?

    — Sai… Questo. — Ed Hiroko si batté una mano sul grazioso posteriore.

    — Ah, quello! Capisco. Sì, Bliss ha proporzioni generose nella regione pelvica. — Trevize tracciò una curva con le mani e strizzò l’occhio. (Ed Hiroko rise.)

    Trevize disse: — Comunque, a molti uomini piace quel genere di abbondanza fisica.

    — Stento a crederlo. È da ingordi desiderare in eccesso ciò che sia piacevole se preso con moderazione. Mi preferiresti, tu, se avessi seni grossi e penzolanti, coi capezzoli rivolti ai piedi? In verità, ho visto seni simili, ma non ho visto frotte di uomini accorrenti. Le poverette afflitte da tale sventura devono coprire le loro mostruosità… come la signora Bliss.

    — Le dimensioni eccessive non attraggono nemmeno me, comunque sono sicuro che se Bliss copre i seni non lo fa per nascondere qualche imperfezione.

    — Dunque, tu, non disapprovi il mio aspetto e la mia forma?

    — Sarei un pazzo se lo facessi: sei molto bella.

    — E sulla tua nave, andando di mondo in mondo, cosa fai per procurarti piacere… essendo a te negata la signora Bliss?

    — Nulla, Hiroko. Non c’è nulla che possa fare. Di tanto in tanto penso al piacere, e questo crea dei disagi, ma chi viaggia nello spazio sa benissimo che certe volte si debbano fare delle rinunce: ci ripaghiamo dei disagi in altre occasioni.

    — Se è un disagio, in che modo è possibile rimediare?

    — Ora che ne parli, il disagio che avverto è aumentato. Ma non credo che sarebbe cortese suggerire quale potrebbe essere per me la cura migliore.

    — Sarebbe scortese se a suggerirla fossi io?

    — Dipende dal suggerimento.

    — Io suggerirei di procurarci piacere a vicenda.

    — Hiroko, mi hai portato qui perché arrivassimo a questo?

    Hiroko sorrise. — Sì. È il mio dovere di padrona di casa, ed è anche ciò che desidero.

    — In tal caso, ammetto che anch’io lo desidero. Anzi, mi… mi aggraderebbe molto procurarti piacere.


    18. Lo spettacolo musicale


    10

    Pranzarono nella stessa sala in cui avevano fatto colazione. Era piena di Alphani, e con loro c’erano Trevize e Pelorat, graditi ospiti. Bliss e Fallom mangiavano separate, più o meno in privato, in una piccola dépendance.

    C’erano parecchi tipi di pesce, ed una zuppa in cui galleggiavano pezzetti di carne, forse capretto bollito. C’erano pagnotte da affettare, burro e marmellata; un’insalata abbondante; niente dessert, ed un’infinità di brocche di succhi di frutta. Trevize e Pelorat, dopo la sostanziosa colazione, si limitarono ad un pasto frugale, a differenza di tutti gli altri.

    — Come faranno a non ingrassare? — si chiese Pelorat a mezza voce.

    Trevize si strinse nelle spalle. — Molti lavori pesanti, forse.

    Chiaramente era un società in cui il decoro a tavola non avesse molto valore. C’era un frastuono di grida, risate, tazze battute con forza sul tavolo… tazze solide evidentemente infrangibili. E le donne erano chiassose quanto gli uomini, per quanto in modo più stridulo.

    Pelorat era frastornato, ma Trevize, che almeno per ora non avvertiva la benché minima traccia del disagio di cui avesse parlato con Hiroko, si sentiva rilassato e di ottimo umore.

    Disse: — Niente male, questo ambiente. Sembra che questa gente si goda la vita e non abbia eccessive preoccupazioni. Controllano il tempo, hanno cibo a volontà. Per loro questa è una specie di epoca aurea che non termina mai.

    Dovette gridare per farsi sentire, e Pelorat gli urlò di rimando: — Ma tutto questo baccano!

    — Ci sono abituati.

    — Non vedo come facciano a capirsi in mezzo a tanto chiasso!

    Sicuramente, i due ospiti non capivano nulla. A un volume così alto, la strana pronuncia, la grammatica arcaica e l’ordine delle parole della lingua alphana formavano un miscuglio incomprensibile. Per Trevize e Pelorat era come ascoltare i rumori di uno zoo spaventato.

    Solo dopo il pranzo si riunirono a Bliss in una piccola costruzione che a Trevize parve quasi identica alla casa di Hiroko, e che era stata assegnata agli ospiti come alloggio provvisorio. Fallom era nella seconda stanza, finalmente sola, e stava cercando di fare un sonnellino, spiegò Bliss.

    Pelorat guardò l’apertura murale che fungeva da porta e disse incerto: — Non c’è molta privacy qui. Come possiamo parlare liberamente?

    Trevize disse: — Ti assicuro che una volta tirata la tenda non saremo disturbati da alcuno: la tenda è una barriera impenetrabile che ha la solidità di una consuetudine sociale.

    Pelorat alzò lo sguardo verso le finestre aperte. — Possono sentirci.

    — Non c’è bisogno che gridiamo. Gli Alphani non staranno ad origliare. Anche quando erano fuori dalle finestre della sala da pranzo a colazione, si mantenevano a rispettosa distanza.

    Bliss sorrise. — Hai imparato moltissimo sulle usanze alphane nel tempo che hai trascorso in compagnia della piccola Hiroko, e sembri molto sicuro del loro rispetto per l’intimità altrui. Cosa è successo?

    Trevize replicò: — Se hai capito che la mia situazione mentale è cambiata in meglio ed immagini il motivo, posso solo chiederti di lasciare in pace la mia mente.

    — Sai benissimo che Gaia non toccherà la tua mente in alcuna circostanza, a meno che non si tratti di una emergenza vitale. Comunque, non sono mentalmente cieca. Ho percepito quel che è successo a un chilometro di distanza: è un’abitudine cui non puoi rinunciare quando viaggi nello spazio, mio caro erotomane?

    — Erotomane? Via, Bliss… Due sole volte in tutto il viaggio. Due volte!

    — Siamo stati solo su due mondi abitati da femmine umane funzionanti. Due su due… ed in entrambi i casi è successo quasi subito dopo il nostro arrivo.

    — Sai benissimo che non avevo scelta su Comporellen.

    — Hai ragione. Ricordo che tipo era quella — rise Bliss. — Eppure non credo che Hiroko ti abbia bloccato nella sua morsa d’acciaio, né abbia piegato il tuo povero corpo con la sua irresistibile forza di volontà.

    — Certo che no: ero perfettamente consenziente. Comunque, la proposta è partita da lei.

    Con una punta di invidia nella voce, Pelorat chiese: — Ti capita sempre così, Golan?

    — Certo, Pel — fece Bliss. — Le donne sono impotenti di fronte al suo fascino.

    — Magari — disse Trevize. — Ma non è così… E sono contento che non sia così… Ho altre cose che mi interessano nella vita. Comunque, in questo caso sono stato irresistibile. In fin dei conti, siamo le prime persone provenienti da un altro mondo che lei abbia mai visto… che gli Alphani delle ultime generazioni abbiano mai visto, forse. Da certe cose che Hiroko si è lasciata sfuggire, da certe sue osservazioni, ho capito che fosse abbastanza eccitata dall’idea che potessi essere diverso dagli Alphani, o anatomicamente od in quanto a tecnica… Poverina. Temo che sia rimasta delusa.

    — Oh? — fece Bliss. — E tu, sei rimasto deluso?

    — No — rispose Trevize. — Sono stato su parecchi mondi e l’esperienza non mi manca. Ed ho scoperto che la gente è sempre la stessa e che il sesso è sempre lo stesso. Se ci sono differenze apprezzabili, di solito si tratta di cose banali e spiacevoli. I profumi che ho incontrato in vita mia! Ricordo che una ragazza non riusciva a combinare nulla se non c’era della musica suonata a tutto volume, musica che era un’accozzaglia di suoni stridenti. Così lei suonava questa musica, ed allora ero io a non riuscire a combinare nulla. Ve lo assicuro… il vecchio sistema tradizionale mi va benissimo.

    — A proposito di musica — disse Bliss. — Siamo stati invitati ad uno spettacolo musicale dopo cena. Una manifestazione molto formale, pare… in nostro onore. Mi è parso di capire che gli Alphani siano molto orgogliosi della loro musica.

    Trevize fece una smorfia. — Il loro orgoglio non renderà certo la musica più piacevole alle nostre orecchie.

    — Ascolta — fece Bliss. — Sono orgogliosi perché pare che suonino con maestria degli strumenti estremamente arcaici. Estremamente arcaici, capito? Attraverso di essi può darsi che riusciamo ad avere informazioni sulla Terra.

    Trevize inarcò di colpo le sopracciglia. — Un’idea interessante. E a proposito… forse voi due avete già qualche informazione. Janov, hai visto quel tale Monolee?

    — Certo — rispose Pelorat. — Sono rimasto con lui per tre ore, ed Hiroko non esagerava: si è trattato in pratica di un monologo continuo da parte sua e quando mi sono allontanato per venire a pranzare Monolee si è aggrappato a me e non mi ha lasciato andare finché non gli ho promesso che sarei tornato quanto prima ad ascoltarlo.

    — E non ti ha raccontato nulla di interessante?

    — Be’, anche lui, come chiunque altro, ha insistito sulla radioattività letale della Terra; ha detto che gli antenati degli Alphani furono gli ultimi a lasciare il pianeta e che se non fossero partiti sarebbero morti… E, Golan, la sua enfasi è stata tale che ho dovuto credergli per forza. Ne sono convinto… La Terra è morta, e la nostra ricerca a conti fatti è inutile.


    11

    Dalla sua sedia Trevize fissò Pelorat, seduto su una branda. Bliss, che sedeva accanto a Pelorat, si alzò e guardò i due uomini.

    Infine, Trevize disse: — Lascia che sia io a giudicare l’utilità della nostra ricerca, Janov. Riferiscimi quello che ti ha raccontato quel vecchio chiacchierone… in modo conciso, naturalmente.

    Pelorat disse: — Mentre Monolee parlava ho preso appunti. È servito ad aumentare la credibilità del mio ruolo di studioso, ma non c’è bisogno che li consulti. Monolee parlava a ruota libera. Ogni cosa che dicesse gli ricordava qualcos’altro, ma, naturalmente, è da una vita che cerco di sistemare in modo organico le informazioni per ricavarne i dati rilevanti e significativi, quindi per me è quasi un fatto istintivo riuscire a condensare un discorso lungo e incoerente trasformandolo…

    Trevize intervenne garbato: — In qualcosa di altrettanto lungo e incoerente? Vieni al punto, Janov.

    Imbarazzato, Pelorat si schiarì la voce. — Sì, certo, vecchio mio. Cercherò di presentare un resoconto organico e cronologicamente ordinato… La Terra era la patria originale dell’umanità e di milioni di specie di piante e animali. Continuò a esserlo per innumerevoli anni, fino all’invenzione del volo iperspaziale. Poi furono fondati i Mondi Spaziali, che si staccarono dalla Terra, crearono culture indipendenti e giunsero a disprezzare e ad opprimere il pianeta madre.

    «Dopo un paio di secoli di questa situazione, la Terra riuscì a riguadagnare la propria libertà, anche se Monolee non mi ha spiegato di preciso come avvenne… e io non ho osato fargli delle domande, anche se mi avesse lasciato la possibilità di interromperlo, perché così lo avrei fatto divagare ulteriormente… In effetti, ha accennato ad un eroe terrestre di nome Elijah Baley, ma i riferimenti a quel personaggio erano così caratteristici dell’abitudine di attribuire a una singola figura le imprese di intere generazioni che francamente sarebbe stato inutile cercare di…

    Bliss disse: — Pel, caro, ti abbiamo capito perfettamente.

    Pelorat si fermò di nuovo a riflettere. — Oh, certo. Scusate… La Terra avviò una seconda ondata di colonizzazione, fondando molti nuovi mondi. Il nuovo gruppo di Coloni si dimostrò più forte degli Spaziali, li superò, li sconfisse, ed alla fine fondò l’Impero Galattico. Durante le guerre tra Coloni e Spaziali… no, non guerre, perché Monolee ha usato il termine “conflitto” e lo ha ribadito… durante il conflitto, la Terra diventò radioattiva.

    Trevize osservò seccato: — Che assurdità, Janov. Come può un mondo diventare radioattivo? Tutti i mondi sono leggermente radioattivi dal momento della loro formazione, e la radioattività decade lentamente: un mondo non diventa radioattivo.

    Pelorat si strinse nelle spalle. — Sto solo riferendoti le parole di Monolee. E lui mi ha solo raccontato qualcosa che qualcun altro gli aveva raccontato dopo averla sentita da un altro ancora, e via dicendo… È la storia popolare, tramandata da chissà quante generazioni, con chissà quante distorsioni ad ogni passaggio.

    — Capisco, ma non esistono libri, documenti primitivi in grado di fornirci una versione più precisa del racconto di Monolee?

    — In effetti, sono riuscito a chiederglielo, e la risposta è stata no. Monolee ha detto in modo vago che nell’antichità c’erano sì dei libri sull’argomento, libri andati smarriti da un pezzo, ma che lui mi stava raccontando appunto il contenuto di tali libri.

    — Sì, travisato e distorto. Sempre la stessa storia… Su qualsiasi mondo andiamo, in un modo o nell’altro i documenti riguardanti la Terra sono scomparsi… Be’, secondo lui, allora, come sarebbe iniziata la radioattività sulla Terra?

    — Non me ne ha parlato dettagliatamente. Ha solo accennato alla responsabilità degli Spaziali, ma ho capito che gli Spaziali erano i demoni ai quali i Terrestri attribuivano la colpa di qualsiasi sventura. La radioattività…

    Una voce squillante lo interruppe. — Bliss, io sono Spaziale?

    Fallom era ferma sulla soglia tra le due stanze, i capelli arruffati, la camicia da notte (destinata in origine alle dimensioni maggiori di Bliss) scivolata da una spalla a rivelare un seno non sviluppato.

    Bliss disse: — Ci preoccupiamo di chi può origliare da fuori e ci siamo scordati di chi origlia dentro… Fallom, perché dici così? — Si alzò, andando dalla Solariana.

    Fallom rispose: — Non ho quello che hanno loro — e indicò i due uomini — né quel che hai tu, Bliss: sono diversa. È perché sono una Spaziale?

    — Lo sei, Fallom — disse Bliss in tono carezzevole. — Ma certe piccole differenze non hanno importanza. Vieni, a letto.

    Fallom divenne docile, come accadeva sempre quando interveniva Bliss. Si girò e fece: — Sono un demone? Cos’è un demone?

    Bliss disse girando la testa: — Aspettatemi, torno subito.

    Rientrò dopo alcuni minuti, scuotendo il capo. — Dormirà finché non la sveglierò io. Avrei dovuto farlo prima, immagino… ma qualsiasi modificazione mentale deve essere giustificata da una effettiva necessità. — E aggiunse, quasi volesse difendersi: — Non posso permettere che cominci a rimuginare sulle differenze tra il suo corredo genitale e il nostro.

    Pelorat osservò: — Un giorno dovrà sapere di essere un ermafrodita.

    — Un giorno — annuì Bliss. — Non ora, però. Continua a raccontare, Pel.

    — Be’, la Terra diventò radioattiva, od almeno la sua crosta. All’epoca, la Terra aveva una popolazione incredibilmente numerosa concentrata in enormi città situate per lo più sottoterra…

    — Questo è certamente falso — intervenne Trevize. — Deve essere il patriottismo locale che glorifica l’età aurea di un pianeta ispirandosi in questo caso all’età aurea di Trantor, quando Trantor era la capitale imperiale di un sistema di mondi esteso quanto la Galassia.

    Pelorat esitò un istante, quindi disse: — Golan, credimi, non devi insegnarmi il mio mestiere. Noi mitologi sappiamo benissimo che i miti e le leggende contengono elementi plagiati altrove, lezioni morali, cicli naturali, e cento altre distorsioni, e ci sforziamo di eliminarle per arrivare al fondo di verità che può esserci. La stessa tecnica va usata anche con le storie più credibili, perché nessuno scrive la verità pura e semplice… sempre ammesso che esista. Adesso, ti sto dicendo più o meno quello che mi ha detto Monolee, anche se è probabile che anch’io a mia volta aggiunga delle distorsioni nonostante cerchi di essere obiettivo.

    — D’accordo. Continua, Janov — fece Trevize. — Non intendevo offenderti.

    — Ed io non mi sono offeso. Le immense città, sempre che esistessero, crollarono con il progressivo aumento della radioattività, e la popolazione diminuì drammaticamente aggrappandosi a quelle regioni relativamente prive di radiazioni. Per bloccare l’aumento della popolazione si ricorse ad un severo controllo delle nascite e all’eutanasia per le persone oltre i sessant’anni.

    — Orribile — fece Bliss indignata.

    — Indubbiamente — convenne Pelorat. — Ma è quel che facevano, stando a Monolee, e può darsi che sia vero trattandosi di una cosa che non fa onore ai Terrestri ed essendo poco probabile l’invenzione e l’aggiunta di particolari poco lusinghieri. I Terrestri, dopo il disprezzo e l’oppressione degli Spaziali, ora erano disprezzati ed oppressi dall’Impero… questa però potrebbe essere una esagerazione dovuta all’autocommiserazione, un sentimento molto allettante. Per esempio, c’è quel caso…

    — Sì, sì, Pelorat. Un’altra volta. Continua con la Terra.

    — Chiedo scusa… L’Impero, in uno slancio di generosità, accettò di portare via il terreno contaminato e di sostituirlo importando del terreno non radioattivo. Va da sé che era un’impresa colossale di cui l’Impero si stancò ben presto, soprattutto dato che quel periodo dovrebbe coincidere con la caduta di Kandar V, dopo la quale l’Impero aveva cose assai più gravi di cui preoccuparsi.

    «La radioattività continuò ad aumentare, la popolazione a diminuire, ed infine l’Impero in un nuovo slancio di generosità si offrì di trasferire quel che restava della popolazione su un nuovo mondo tutto per i superstiti… su questo mondo, insomma.

    «In un epoca precedente, pare, una spedizione aveva rifornito di forme di vita l’oceano, così quando si misero a punto i piani per il trasferimento dei Terrestri, su Alpha c’erano già un’atmosfera d’ossigeno ed ampie risorse alimentari. Ai mondi dell’Impero Galattico non interessava questo mondo, perché esiste una certa avversione naturale per i pianeti appartenenti ad un sistema binario di stelle. Nei sistemi binari i mondi abitabili sono rarissimi, e a mio avviso anche quelli abitabili vengono rifiutati perché si pensa che abbiano per forza qualcosa che non va. È una forma di pensiero ricorrente. Per esempio, c’è un caso notissimo…

    — Il caso notissimo, dopo, Janov — disse Trevize. — Continua a parlare del trasferimento.

    Pelorat ubbidì, accelerando leggermente il ritmo del discorso. — A questo punto, bisognava solo provvedere alla creazione del territorio vero e proprio. Nella parte meno profonda dell’oceano si cominciò ad accumulare del materiale scavato dagli abissi, fino a formare l’isola di Nuova Terra. Vennero poi aggiunti massi e banchi corallini, e vennero seminate piante da superficie in modo che il sistema di radici contribuisse alla stabilità del terreno. L’Impero si era di nuovo imbarcato in un’impresa colossale. Forse all’inizio i piani prevedevano la formazione di continenti, ma una volta allestita questa unica isola la fase di generosità dell’Impero era ormai terminata.

    «I Terrestri superstiti furono portati qui. Le flotte imperiali trasferirono su Alpha uomini ed attrezzature, e non tornarono mai più. I Terrestri di Nuova Terra si ritrovarono in un isolamento totale.

    Trevize disse: — Totale? Monolee ha detto che prima di noi non era mai venuto nessuno?

    — Quasi totale. Anche accantonando la ripugnanza di carattere superstizioso verso i sistemi binari, a che scopo venire qui? Occasionalmente, rare volte, arrivava magari una nave, come la nostra, ma una volta partita, chiuso… nessun altro contatto.

    Trevize disse: — Hai chiesto a Monolee la posizione della Terra?

    — Certo: non la conosce.

    — Ma se sa tante cose di storia terrestre, come fa a non conoscere la posizione della Terra?

    — Per la precisione, Golan, gli ho chiesto se la stella ad un parsec da Alpha non potesse essere il sole attorno a cui ruoti la Terra. Monolee non sapeva cosa fosse un parsec, e io gli ho spiegato che è una breve distanza astronomica. Breve o lunga, lui non sapeva dove fosse la Terra, ha detto. E ha detto di non conoscere alcuno che lo sappia, e che secondo lui sia sbagliato cercare di trovarla, perché bisogna lasciare che continui a muoversi nello spazio in pace, per sempre.

    — Sei d’accordo con lui? — fece Trevize.

    Pelorat scosse la testa, mestamente. — Non proprio… Ma Monolee ha detto che dato il continuo aumento della radioattività, il pianeta deve essere diventato completamente inabitabile poco dopo il trasferimento su Alpha, quindi adesso dovrebbe essere tanto radioattivo, da essere inavvicinabile.

    — Sciocchezze — sbottò deciso Trevize. — Un pianeta non può diventare radioattivo e, una volta radioattivo, continuare ad incrementare il livello di radioattività: la radioattività può solo diminuire.

    — Ma Monolee è talmente sicuro… Sono tante le persone incontrate su altri mondi che concordano sulla radioattività della Terra… Mi sembra del tutto inutile proseguire.

    Trevize inspirò a fondo, e controllando il proprio tono di voce disse: — Sciocchezze, Janov… Non è vero.

    Pelorat replicò: — Be’, vecchio mio, non devi credere a qualcosa solo perché vuoi crederci.

    — Quello che voglio non c’entra. Su tutti i mondi che visitiamo ci accorgiamo che qualsiasi documento riguardante la Terra sia sparito. Perché sarebbero spariti se non ci fosse nulla da nascondere, se la Terra fosse un pianeta radioattivo morto ed inavvicinabile?

    — Non saprei, Golan.

    — Lo sai, invece. Quando stavamo avvicinandoci a Melpomenia hai detto che la radioattività potrebbe essere l’altra faccia della medaglia. Distruggere i documenti per eliminare le informazioni precise; divulgare la storia della radioattività per fornire informazioni imprecise. Due sistemi per scoraggiare qualsiasi tentativo di ricerca della Terra… E noi non dobbiamo lasciarci ingannare e scoraggiarci.

    Bliss disse: — Se non sbaglio, tu pensi che quella stella vicina sia il sole della Terra. Che senso ha, allora, continuare a discutere di questa ipotetica radioattività? Perché non raggiungiamo quella stella e controlliamo se ci sia davvero la Terra e come sia?

    Trevize rispose: — Perché gli abitanti della Terra devono essere straordinariamente potenti, e io preferirei andare là disponendo di qualche dato sul pianeta e sui suoi abitanti. E dal momento che continuo a non sapere nulla, avvicinarsi alla Terra rappresenta un pericolo. Sto pensando di lasciarvi qui su Alpha e di proseguire da solo: mettere a repentaglio una vita è più che sufficiente.

    — No, Golan — disse Pelorat infervorandosi. — Bliss e Fallom possono restare qui, io però devo venire con te. Cerco la Terra da prima che tu nascessi, e non posso fermarmi quando la meta è così vicina, quali che siano i pericoli che mi attendono.

    — Bliss e Fallom non aspetteranno qui — intervenne Bliss. — Io sono Gaia, e Gaia può proteggerci persino dalla Terra.

    — Lo spero — osservò cupo Trevize. — Comunque, Gaia non ha potuto impedire l’eliminazione di tutti i ricordi primitivi del ruolo avuto dalla Terra nella sua fondazione.

    — È successo agli albori della storia di Gaia, quando Gaia non era ancora ben organizzata, quando non era ancora un organismo perfezionato. Adesso le cose sono diverse.

    — Lo spero… Ma non è per caso che tu abbia delle informazioni sulla Terra che noi non abbiamo? Questa mattina ti ho chiesto di parlare con la vecchia che sarebbe venuta a farti compagnia…

    — L’ho fatto.

    — E cosa hai scoperto?

    — Riguardo la Terra, nulla: vuoto assoluto.

    — Ah.

    — Ma gli Alphani sono biotecnologi molto progrediti.

    — Oh?

    — Su questa piccola isola, hanno fatto crescere e sperimentato moltissime varietà di piante e animali, e hanno creato un equilibrio ecologico ideale, stabile ed indipendente, malgrado il numero ridotto delle specie che avevano all’inizio. Hanno migliorato le forme di vita oceaniche trovate al loro arrivo alcuni millenni fa, aumentando il loro potere nutritivo e migliorando il gusto. È la loro biotecnologia che ha trasformato questo mondo in un paradiso d’abbondanza. Ed hanno anche dei progetti per se stessi.

    — Cioè?

    Bliss spiegò: — Sanno benissimo di non potere progredire oltre certi limiti dal momento che sono confinati sull’unico lembo di terra esistente sul loro mondo, ma sognano di diventare anfibi.

    — Di diventare cosa?

    — Anfibi. Intendono farsi crescere delle branchie, oltre ai polmoni. Sognano di poter passare sott’acqua lunghi periodi di tempo, di trovare zone poco profonde e di costruire delle strutture sul fondo dell’oceano. La vecchia era raggiante di gioia mentre me ne parlava; però ha ammesso che gli Alphani stanno lavorando a questo progetto da ormai parecchi secoli, e che i progressi sono stati scarsi.

    Trevize disse: — Sono due campi in cui potrebbero essere più avanti di noi… il controllo meteorologico e la biotecnologia… Chissà che tecniche usano?

    — Dovremmo rivolgerci ai loro specialisti — fece Bliss. — E non è detto che quelli siano disposti a discuterne.

    — Il nostro interesse primario qui è un altro — disse Trevize. — Comunque non sarebbe tempo sprecato se la Fondazione cercasse di imparare qualcosa da questo mondo in miniatura.

    — Ma su Terminus riusciamo a controllare le condizioni meteorologiche abbastanza bene — osservò Pelorat.

    — Il controllo è discreto su molti mondi — annuì Trevize. — Però si tratta sempre di un fenomeno che interessa tutto il pianeta. Gli Alphani invece controllano le condizioni meteorologiche di una piccola parte del loro mondo, e devono adottare tecniche che a noi mancano… Nient’altro, Bliss?

    — Degli inviti… A quanto pare, quando non si dedica all’agricoltura e alla pesca, questa gente ama festeggiare. Dopo cena, questa sera, ci sarà lo spettacolo musicale di cui vi ho già parlato. Domani ci sarà una festa sulla spiaggia. Lungo tutta la costa, pare, si riuniranno tutti quelli che non saranno impegnati nei campi e festeggeranno il mare e il sole, dato che nei due giorni successivi pioverà. Poi, la mattina dopo, la flotta da pesca tornerà, prima che cominci a piovere, e verso sera ci sarà una festa alimentare con assaggi del pesce pescato.

    Pelorat gemette. — I pasti normalmente sono già più che abbondanti. Chissà come sarà una festa alimentare?

    — Sarà imperniata sulla varietà, non sulla quantità, se ho ben capito… Comunque, noi quattro siamo invitati a partecipare ad ogni festa, soprattutto allo spettacolo musicale di questa sera.

    — Lo spettacolo con gli strumenti antichi? — fece Trevize.

    — Esattamente.

    — Tra parentesi, antichi in che senso? Sono computer primitivi?

    — No, no. È questo il punto. Non si tratta di musica elettronica, ma di musica meccanica. Mi hanno descritto com’è: sfregano delle cose, soffiano dentro certi tubi, percuotono delle superfici.

    — Stai inventandoti tutto per scherzo, spero? — disse Trevize allibito.

    — Niente affatto… E la tua Hiroko suonerà uno di quei tubi, di cui ora non ricordo il nome… quindi dovresti riuscire a sopportare il concerto.

    — L’idea mi affascina — disse Pelorat. — Non so quasi nulla della musica primitiva, e mi piacerebbe davvero sentirla.

    — Non è la “mia Hiroko” — disse gelido Trevize. — Ma secondo te useranno strumenti di origine terrestre?

    — Credo proprio di sì — rispose Bliss. — Almeno, le donne alphane dicono che sono strumenti che esistessero già molto tempo prima che i loro antenati venissero qui.

    — In tal caso, può darsi che valga la pena di sentire tutti quegli sfregamenti, quei soffi e quei colpi — riconobbe Trevize. — Forse ci daranno qualche indizio utile riguardo la Terra.


    12

    Stranamente, era Fallom la più eccitata alla prospettiva della serata musicale. Lei e Bliss si erano lavate nella latrina esterna dietro il loro alloggio, che comprendeva un bagno con acqua corrente calda e fredda (o meglio, tiepida e fresca), un lavabo ed un gabinetto a seggetta. La latrina era pulitissima e, nel sole del tardo pomeriggio, persino bene illuminata ed accogliente.

    Come sempre, Fallom era affascinata dal seno di Bliss, e Bliss (ora che Fallom capiva il galattico) non poté fare a meno di spiegarle che sul suo mondo la gente era fatta così. Al che, inevitabilmente, Fallom chiese: — Perché? — e Bliss dopo avere riflettuto un po’ dovette ricorrere alla risposta universale dicendo: — Perché sì!

    Terminato il bagno, Bliss aiutò Fallom ad indossare l’indumento intimo e la gonna fornite dagli Alphani. Le sembrò abbastanza ragionevole lasciare Fallom nuda dalla vita in su. Bliss invece, pur indossando gli indumenti alphani dalla vita in giù (capi un po’ stretti sui fianchi), mise la propria camicetta. Era sciocco essere troppo inibita e non voler mostrare i seni in una società dove tutte le donne lo facessero, specialmente considerando che lei non aveva seni grandi e cadenti, ma ben fatti come tutti quelli visti prevalentemente su Alpha… ma, be’, Bliss non se la sentiva proprio.

    Poi toccò ai due uomini ritirarsi nella latrina. Trevize si lagnò in modo tipicamente maschile del tempo eccessivo trascorso dalle donne in bagno.

    Bliss fece girare Fallom per accertarsi che la gonna stesse a posto sulla figuretta acerba di lei. Disse: — È una gonna molto graziosa, Fallom. Ti piace?

    Fallom si guardò in uno specchio e rispose: — Sì, mi piace. Ma non avrò freddo con niente addosso? — E si passò le mani sul petto nudo.

    — Non credo, Fallom. È un mondo abbastanza caldo, questo.

    — Però tu porti qualcosa!

    — Certo. Si usa così sul mio mondo… Ascolta, Fallom, durante la cena e dopo staremo con molti Alphani. Credi di riuscire a resistere?

    Fallom sembrò turbata, e Bliss continuò: — Io sarò seduta alla tua destra e ti stringerò. Pel siederà a sinistra, e Trevize di fronte a te. Non permetteremo a nessuno di parlarti, e tu non dovrai parlare a nessuno.

    — Proverò Bliss.

    — E poi, alcuni Alphani suoneranno per noi della musica, in modo speciale. Sai cosa sia la musica? — Bliss cominciò a canticchiare imitando come meglio potesse un brano di musica elettronica.

    Il viso di Fallom si illuminò. — Vuoi dire… — L’ultima parola era in solariano. Fallom iniziò a cantare.

    Bliss spalancò gli occhi. Era una melodia splendida, anche se un po’ irruenta e ricca di trilli. — Esatto — annuì. — Musica.

    Fallom raccontò eccitata: — Jemby suonava… musica, di continuo. Suonava musica su un… — Di nuovo una parola nella sua lingua.

    Bliss ripeté la parola dubbiosa. — Su un fliute?

    Fallom rise. — Non fliute… si dice…

    Sentendole confrontare direttamente, Bliss capì la differenza tra le due parole, ma capì anche che non sarebbe riuscita a pronunciare la seconda. — Come è fatto? — chiese.

    Il vocabolario di galattico ancora limitato di Fallom non era sufficiente per una descrizione accurata, ed i suoi gesti non evocarono alcuna forma chiara nella mente di Bliss.

    — Jemby mi ha insegnato ad usarlo — disse orgogliosa Fallom. — Sai, usavo le dita come faceva Jemby, ma Jemby mi ha detto che presto l’avrei suonato senza.

    — È meraviglioso, cara — disse Bliss. — Dopo cena, vedremo se gli Alphani siano bravi come lo era il tuo Jemby.

    Gli occhi di Fallom luccicavano, e pregustando l’evento musicale Fallom riuscì a superare l’abbondante banchetto malgrado la folla, il baccano ed i cori di risate che echeggiavano attorno a lei. Solo una volta, quando venne rovesciato un piatto accidentalmente e si levarono grida divertite accanto a loro, Fallom parve spaventata e Bliss l’attirò subito a sé in un abbraccio protettivo.

    — Forse dovremmo chiedere se sia possibile mangiare da soli d’ora in poi — mormorò Bliss a Pelorat. — Altrimenti dovremo andarcene da questo pianeta. È già abbastanza dura mangiare tutte queste proteine animali isolate… ed almeno vorrei poterlo fare in pace.

    — È solo un eccesso di buon umore — disse Pelorat, che avrebbe sopportato qualunque cosa, a patto che fosse classificabile come comportamento e cultura primitiva.

    Poi la cena terminò, ed annunciarono l’inizio imminente dello spettacolo musicale.


    13

    La sala in cui si sarebbe svolto era grande quasi quanto la sala da pranzo, e c’erano sedili pieghevoli (piuttosto scomodi, constatò Trevize) per circa centocinquanta persone. In qualità di ospiti, i visitatori vennero guidati in prima fila, e molti Alphani fecero commenti educati e lusinghieri sul loro abbigliamento.

    I due uomini erano a torso nudo, e Trevize tendeva i muscoli addominali ogni volta che si ricordava di farlo, e di tanto in tanto ammirava compiaciuto il proprio torace villoso. Pelorat, intento ad osservare tutto quel che aveva attorno, se ne infischiava del proprio aspetto. La camicetta di Bliss attirò occhiate furtive di perplessità, ma non suscitò alcun commento.

    Trevize notò che la sala era piena solo a metà, e che il pubblico era formato per lo più di donne, probabilmente perché gran parte degli uomini erano in mare.

    Pelorat richiamò la sua attenzione con un colpetto di gomito. — Hanno l’elettricità.

    Trevize guardò i tubi verticali sulle pareti, e quelli sul soffitto: erano debolmente luminosi.

    — Fluorescenza — commentò. — Un sistema primitivo.

    — Già, però funziona… E nelle nostre stanze e nella latrina ci sono quegli altri oggetti. Credevo che fossero solo decorativi. Se scopriremo come farli funzionare non dovremo più stare al buio.

    Bliss disse seccata: — Avrebbero potuto dircelo.

    Pelorat replicò: — Pensavano che sapessimo, che fosse una cosa risaputa.

    Quattro donne uscirono da dietro un divisorio e si sedettero in gruppo nello spazio all’estremità della sala. Ognuna aveva uno strumento di legno lucido di forma identica, una forma piuttosto strana. Le dimensioni però cambiavano notevolmente. Uno era piccolo, due erano leggermente più grossi, il quarto molto più grande. Ogni donna inoltre reggeva nell’altra mano una lunga bacchetta.

    Il pubblico fischiò sommessamente al loro ingresso, e le quattro donne si inchinarono. Ognuna aveva un nastro legato sui seni in modo abbastanza stretto, quasi ad impedire che intralciassero l’esecuzione.

    Trevize interpretò i fischi come un segno di approvazione, e garbatamente aggiunse il proprio. Al che Fallom si produsse in un trillo ben più lacerante di un fischio, e Bliss dovette zittirla posandole la mano sulla spalla prima che attirasse troppo l’attenzione.

    Tre donne infilarono lo strumento sotto il mento, mentre lo strumento più grande restò sul pavimento tra le gambe della quarta donna. La lunga bacchetta nella destra di ogni musicista fu fatta scorrere sulle corde tese che attraversavano ogni strumento per quasi tutta la lunghezza, mentre le dita della sinistra si muovevano rapide e schiacciavano le corde su e giù.

    Quello era lo “sfregamento” che si era aspettato, rifletté Trevize, ma non produceva affatto un rumore molesto. C’era una successione di note dolce e melodiosa; ogni strumento forniva il proprio apporto, ed il tutto si fondeva in un piacevole amalgama.

    Non possedeva l’infinita complessità della musica elettronica (la “vera musica” a giudizio di Trevize) ed era qualcosa di abbastanza ripetitivo. Eppure via via che l’orecchio si abituava a quello strano sistema sonoro, Trevize cominciò a cogliere anche certe sfumature. Era necessario un certo sforzo, però, e Trevize pensò con rimpianto alla precisione matematica e alla purezza timbrica della “vera musica”… comunque, riconobbe che se avesse ascoltato spesso la musica di quei semplici oggetti di legno probabilmente alla fine gli sarebbe piaciuta.

    A tre quarti d’ora dall’inizio del concerto entrò in scena anche Hiroko. Notò subito Trevize in prima fila e gli sorrise. Trevize si unì di buon grado al saluto del pubblico. Hiroko era splendida; portava una lunga gonna ed un fiore tra i capelli, ed era a seno scoperto dato che evidentemente non avrebbe ostacolato l’uso del suo strumento.

    Il suo strumento era un tubo di legno scuro lungo oltre mezzo metro e spesso un paio di centimetri. Hiroko accostò lo strumento alle labbra e soffiò in un’apertura vicino ad una estremità, ricavandone una nota esile, dolce che cambiò ripetutamente via via che le sue dita toccavano degli oggetti metallici posti lungo il tubo.

    Alla prima nota, Fallom strinse il braccio di Bliss e disse: — Bliss, quello è un… — ed a Bliss sembrò che quella parola fosse “fliute”.

    Bliss scosse la testa, e Fallom sottovoce insisté: — Ma lo è proprio!

    Alcuni del pubblico si girarono. Bliss coprì la bocca di Fallom, con la mano e si chinò a mormorarle con una certa severità nell’orecchio: — Taci!

    Dopo di che Fallom ascoltò Hiroko in silenzio, ma muovendo spasmodicamente le dita, come se stesse toccando lei stessa gli oggetti lungo lo strumento.

    L’ultimo ad esibirsi del concerto fu un uomo anziano che aveva appeso alle spalle uno strumento scanalato ai lati. Lo spingeva e lo tirava, mentre una mano guizzava velocissima su una serie di oggetti bianchi e neri premendoli a gruppi.

    Trevize trovò quel suono molto fastidioso, barbaro, spiacevolmente simile al latrato dei cani di Aurora… non che il suono fosse una specie di latrato, però le emozioni che suscitava erano le stesse. Bliss sembrava in procinto di coprirsi le orecchie, e Pelorat aveva un’espressione corrucciata. Solo Fallom sembrava divertirsi perché stava battendo piano un piede, e quando se ne accorse Trevize si rese conto stupito che quella musica aveva un ritmo in perfetto sincronismo col battere della bambina.

    Finalmente il concerto terminò ed in sala scoppiò un uragano di fischi, sovrastati nettamente dai gorgheggi di Fallom.

    Il pubblico si divise in tanti gruppetti, e la gente cominciò a chiacchierare, o meglio a schiamazzare come facevano sempre gli Alphani quando si riunivano pubblicamente. I concertisti erano in fondo alla sala e parlavano con le persone che si avvicinavano per congratularsi dell’esibizione.

    Fallom sfuggì alla stretta di Bliss e corse da Hiroko.

    — Hiroko — strillò ansante. — Lasciami vedere il…

    — Il che, cara? — fece Hiroko.

    — La cosa con cui hai suonato la musica.

    — Ah — rise Hiroko. — Quello è un flauto, piccina.

    — Posso vederlo?

    Hiroko aprì un astuccio ed estrasse lo strumento. Era separato in tre parti, ma lei lo montò svelta, lo tese verso Fallom accostandole un’estremità alle labbra e le disse: — Ecco, soffia qui il tuo fiato.

    — Lo so, lo so — disse Fallom, e fece per prendere il flauto.

    Hiroko si ritrasse di scatto. — Soffia, bambina, ma non toccare.

    Fallom sembrò delusa. — Posso guardare, almeno? Non lo toccherò.

    — Certamente, cara.

    Hiroko tornò a mostrare il flauto e Fallom lo fissò.

    Poi, l’illuminazione fluorescente della sala si affievolì, e risuonò una nota di flauto, un po’ incerta, tremula.

    Hiroko, sorpresa, per poco non lasciò cadere lo strumento, e Fallom strillò: — L’ho fatto. L’ho fatto. Jemby aveva detto che un giorno sarei riuscita a farlo.

    Hiroko chiese: — Tu sei stata a suonare?

    — Sì, io. Io.

    — Ma in quale modo hai fatto, bambina?

    Rossa per imbarazzo, Bliss disse: — Mi spiace, Hiroko. Ora la porto via.

    — No. Voglio che ancora lo faccia — ribatté Hiroko.

    Alcuni Alphani si erano raccolti lì attorno ad osservare. Fallom corrugò la fronte, quasi stesse compiendo uno sforzo. Le luci si affievolirono più di prima, e si udì un’altra nota di flauto, questa volta limpida e ferma. Poi i suoni si rincorsero in modo bizzarro, mentre gli oggetti metallici lungo il flauto si muovevano da soli.

    — È un po’ diverso dal… — disse Fallom, ansimando, come se il fiato che aveva prodotto il suono fosse stato il suo, non un movimento guidato dell’aria.

    Pelorat disse a Trevize: — Probabilmente prende l’energia dalla corrente elettrica che alimenta le luci a fluorescenza.

    — Prova ancora — chiese Hiroko con voce strozzata.

    Fallom chiuse gli occhi. Le note adesso erano più lievi, più sicure. Il flauto suonava da solo, senza dita che lo manovrassero, animato dall’energia trasdotta dai lobi ancora immaturi di Fallom. Le note, dopo un inizio quasi a caso, si disposero in una sequenza armoniosa. Tutti si erano raccolti attorno ad Hiroko e a Fallom… la prima reggeva delicatamente le estremità dello strumento col pollice e l’indice, mentre la bambina ad occhi chiusi dirigeva la corrente d’aria e il movimento dei tasti.

    — È il brano che ho suonato! — mormorò Hiroko.

    — Lo ricordo — annuì Fallom, cercando di non perdere la concentrazione.

    — Non hai sbagliato una sola nota — disse Hiroko al termine del pezzo.

    — Però non è giusto, Hiroko: non l’hai suonato giusto.

    Bliss intervenne: — Fallom! Non è cortese! Non devi…

    — Ti prego — disse Hiroko perentoria. — Non interloquire… Perché non è giusto, bambina?

    — Perché io lo suonerei diversamente.

    — Mostrami, dunque.

    Il flauto tornò a suonare, ma in modo assai più complicato perché le forze che premevano i tasti ora agivano più rapidamente e creavano combinazioni più elaborate di prima. La musica era infinitamente più viva, coinvolgente, vibrante. Hiroko sembrava pietrificata, e nella sala regnava un silenzio assoluto.

    Il silenzio continuò anche dopo che Fallom ebbe finito di suonare, finché Hiroko respirando a fondo disse: — Piccola, non avevi mai suonato questo prima?

    — No — rispose Fallom. — Prima riuscivo ad usare solo le dita, e con le dita è impossibile. Nessuno può farlo — soggiunse poi senza avere l’aria di vantarsi.

    — Puoi suonare qualcosa altro?

    — Posso inventare qualcosa.

    — Intendi dire… improvvisare?

    A quella parola, Fallom corrugò la fronte e guardò Bliss. Bliss annuì, e la Solariana disse: — Sì.

    — Ti prego, fallo, dunque — chiese Hiroko.

    Fallom rifletté un paio di minuti, poi iniziò lentamente, con una successione di note molto semplice, sognante. Le luci fluorescenti andavano e venivano a seconda dell’energia necessaria. Ma apparentemente nessuno se ne accorse, perché sembrava che quello fosse l’effetto della musica e non viceversa, come se uno spirito elettrico stesse obbedendo ai dettami delle onde sonore.

    La combinazione di note si ripeté con un lieve aumento di volume, poi un po’ più complessa, poi in variazioni che senza perdere di vista il motivo di base diventarono sempre più trascinanti, mozzafiato. Ed infine, dopo la progressiva ascesa, le note scesero vorticosamente, come in una picchiata che riportò a terra gli ascoltatori pur lasciando in loro un senso di euforia e di leggerezza.

    Seguì un vero pandemonio di acclamazioni, e persino Trevize, abituato a un tipo di musica completamente diverso, pensò con rammarico: «Ecco, adesso non sentirò mai più una cosa del genere».

    Quando tornò la calma, Hiroko porse il flauto a Fallom. — Prendi, Fallom, questo è tuo!

    Fallom si protese in avanti smaniosa, ma Bliss la bloccò. — Non possiamo accettarlo, Hiroko: è uno strumento prezioso.

    — Ne posseggo un altro, Bliss. Non altrettanto valido, ma è giusto così. Questo strumento appartiene a colui che meglio lo suona. Non ho mai sentito musica come questa, e sarebbe sbagliato che possedessi io uno strumento che non so usare come si può usare invece. Ah, se sapessi suonarlo senza toccarlo!

    Fallom prese il flauto e con un’espressione di gioia intensa lo strinse al petto.


    14

    Le due stanze del loro alloggio erano illuminate da una luce fluorescente ciascuna. Come la latrina. Erano fioche, e volendo leggere non sarebbero state sufficienti, ma Per lo meno gli ospiti non erano al buio.

    Adesso comunque indugiavano all’aperto. Il cielo era pieno di stelle, un fenomeno che era sempre affascinante per un indigeno di Terminus, dove il cielo notturno era quasi vuoto a parte lo sfocato scorcio della nube galattica.

    Hiroko li aveva accompagnati, temendo che si smarrissero od inciampassero. Durante il tragitto aveva tenuto per mano Fallom, e dopo avere acceso le luci dell’alloggio rimase fuori con loro, continuando a stringere Fallom.

    Bliss fece un altro tentativo, perché aveva percepito benissimo che Hiroko fosse in preda a sentimenti contrastanti. — Davvero, Hiroko… non possiamo prendere il tuo flauto…

    — No, a Fallom deve rimanere. — Ma malgrado tutto Hiroko era ancora molto scossa.

    Trevize stava contemplando il cielo. La notte era particolarmente buia, un’oscurità appena scalfita dalla luce che filtrava dalle loro stanze e dalle scintille quasi invisibili delle altre case in lontananza.

    Disse: — Hiroko, vedi quella stella così scintillante? Come si chiama?

    Hiroko alzò lo sguardo e, senza dimostrare alcun interesse, rispose: — Quella stella è il Compagno.

    — Perché viene chiamata così?

    — Attornia il nostro sole ogni ottanta Anni Standard. È una stella della sera in questa parte dell’anno: è visibile anche di giorno, quando è posta sopra l’orizzonte.

    Bene, pensò Trevize. Non è del tutto ignorante in astronomia. Disse: — Sai che Alpha ha un altro compagno, molto più piccolo, molto più lontano di quella stella brillante? Non si può vederlo senza un telescopio… — (Nemmeno lui l’aveva visto, non si era preso la briga di cercarlo, ma il computer di bordo conteneva quell’informazione nella memoria.)

    Hiroko rispose indifferente: — Ci è stato insegnato a scuola.

    — E cosa mi dici di quella stella? Vedi quelle sei stelle che formano una linea a zig-zag?

    — Quella è Cassiopea.

    — Davvero? — sussultò Trevize. — Quale?

    — Tutte le stelle, l’intera linea a zig-zag: è Cassiopea.

    — Perché è chiamata così?

    — Non so. Non so nulla di astronomia, stimato Trevize.

    — Vedi la stella più bassa della linea a zig-zag, quella più brillante delle altre? Che stella è?

    — Una stella. Non conosco il nome.

    — Ma se si escludono le due stelle compagne, è quella la stella più vicina ad Alpha. È ad un solo parsec di distanza.

    — Tu lo dici? — fece Hiroko. — Io questo non so.

    — Non potrebbe essere la stella attorno a cui ruoti la Terra ?

    Hiroko osservò la stella con un lieve guizzo di interesse. — Non so. Da nessuno ho mai sentito dire questo.

    — Non credi che potrebbe esserla?

    — Come posso rispondere? Nessuno sa dove sia la Terra. Io… io ora devo lasciarvi. Riprenderò il mio lavoro nei campi domani mattina prima della festa sulla spiaggia. Vi rivedrò là, dopo pranzo. Bene?

    — Certo, Hiroko.

    Hiroko si allontanò di scatto, mettendosi quasi a correre nell’oscurità. Trevize la seguì con lo sguardo, quindi raggiunse gli altri nell’alloggio.

    Chiese: — Secondo te stava mentendo a proposito della Terra, Bliss?

    Bliss scosse la testa. — Non credo… È in preda ad una enorme tensione, qualcosa che ho riscontrato solo dopo il concerto. C’era già prima che tu le facessi quelle domande sulle stelle.

    — Allora è perché si è privata del flauto?

    — Forse. Non posso dirlo di preciso. — Bliss si rivolse quindi a Fallom. — Ora, Fallom, andrai nella tua stanza. Quando sarai pronta per coricarti, andrai alla latrina, userai il vasino, poi ti laverai le mani, la faccia ed i denti.

    — Vorrei suonare il flauto, Bliss.

    — Solo un po’, e piano. Capito, Fallom? E quando te lo dirò, dovrai smettere.

    — Sì, Bliss.

    Adesso erano finalmente soli; Bliss sull’unica sedia, e gli uomini seduti sulle rispettive brande.

    Bliss disse: — A questo punto, mi pare inutile fermarsi ancora su questo pianeta, no?

    Trevize scrollò le spalle. — Non abbiamo ancora discusso dell’origine terrestre di quegli strumenti antichi, e potremmo scoprire qualche indizio interessante. Inoltre, forse ci conviene attendere il ritorno della flotta di pescherecci. Forse gli uomini sanno qualcosa che chi sta qui a casa non sa.

    — Poco probabile, secondo me — fece Bliss. — Sicuro che non siano gli occhi scuri di Hiroko a trattenerti?

    Trevize sbottò spazientito: — Non capisco, Bliss. Tu che c’entri con le mie azioni? Chi ti dà il diritto di giudicarmi dal punto di vista morale?

    — La tua moralità non mi preoccupa: io penso alla nostra spedizione. Vuoi trovare la Terra per poter decidere finalmente se sia giusta la tua scelta di Galaxia a scapito dei Mondi Isolati: io voglio che tu raggiunga una conclusione. Dici di dover visitare la Terra per prendere la tua decisione, sei convinto che la Terra ruoti attorno a quella stella luminosa che si vede in cielo. Andiamo là, allora! D’accordo, sarebbe utile disporre di qualche informazione prima di andare, ma mi sembra evidente che qui non otterremo alcuna informazione… Non voglio rimanere solo perché ti piace Hiroko.

    — Forse partiremo — disse Trevize. — Lasciami riflettere… e ti assicuro che Hiroko non influenzerà la mia decisione.

    Pelorat intervenne: — Secondo me dovremmo dirigerci sulla Terra, se non altro per scoprire se sia radioattiva o meno: mi pare superfluo aspettare oltre.

    — Sicuro che non siano gli occhi scuri di Bliss a stimolarti? — fece Trevize con una punta d’astio. Ed un istante dopo: — No, ritiro quel che ho detto, Janov. Stavo solo reagendo in modo infantile… Eppure… questo è un mondo incantevole, a parte Hiroko, ed ammetto che in altre circostanze sarei tentato di restare qui a tempo indeterminato… Bliss, non credi che Alpha demolisca la tua teoria sugli Isolati?

    — In che senso? — chiese Bliss.

    — Hai sostenuto che ogni mondo realmente isolato diventi pericoloso ed ostile.

    — Persino Comporellen — confermò impassibile Bliss — che è abbastanza al di fuori della rete principale di attività galattica, nonostante in teoria sia una Potenza Alleata della Federazione della Fondazione.

    — Ma non Gaia. Questo mondo è completamente isolato, ma non puoi certo lamentarti della loro amicizia e della loro ospitalità! Ci nutrono, ci vestono, ci danno un tetto, organizzano spettacoli in nostro onore, ci invitano a prolungare il nostro soggiorno: che difetto hanno?

    — Nessuno, a quanto pare… Hiroko ti offre addirittura il suo corpo.

    Trevize scattò rabbioso: — Bliss, perché questo fatto ti disturba tanto? Hiroko non mi ha offerto il suo corpo: è stato uno scambio reciproco, del tutto appagante. E mi sembra che tu stessa non esiti ad offrire il tuo corpo quando vuoi.

    — Per favore, Bliss — intervenne Pelorat. — Golan ha ragione. Non c’è motivo di criticare i suoi piaceri privati.

    — A patto che non abbiano ripercussioni su di noi — disse ostinata Bliss.

    — Non hanno alcuna ripercussione — disse Trevize. — Partiremo, te lo assicuro. La sosta per cercare qualche informazione non sarà lunga.

    — Comunque, io non mi fido degli Isolati… nemmeno quando offrono doni.

    Trevize alzò le braccia al cielo. — Raggiungere una conclusione, ed alterare le prove perché si adattino a questa conclusione… Tipico di…

    — Non dirlo — l’interruppe minacciosa Bliss. — Non sono una donna: sono Gaia. Non sono io ad essere inquieta… È Gaia!

    — Ma è assurdo essere… — Ed in quel mentre si sentì un raspio alla porta.

    Trevize raggelò. — Cos’è? — disse sottovoce.

    Bliss si strinse nelle spalle. — Apri la porta e guarda: sei tu a dire che sia un mondo amico privo di pericoli, no?

    Ma Trevize esitò, finché una voce sommessa all’esterno chiamò: — Per favore, sono io!

    Era la voce di Hiroko. Trevize spalancò la tenda.

    Hiroko si affrettò a entrare. Aveva le gote bagnate.

    — Chiudi — ansimò.

    — Che c’è? — domandò Bliss.

    Hiroko si aggrappò a Trevize. — Non ho potuto stare lontana. Ho provato, ma era insopportabile. Andate, tutti voi. Portate la bambina con voi, presto. Allontanate la nave… lontano da Alpha… finché è ancora buio.

    — Ma perché? — fece Trevize.

    — Perché altrimenti morrete, tutti voi.


    15

    Per alcuni attimi, i tre fissarono pietrificati Hiroko, poi Trevize disse: — Vorresti dire che la tua gente ci ucciderà?

    Mentre le lacrime le scorrevano lungo le guance, Hiroko rispose: — Tu già sei avviato sulla strada che conduce alla morte, stimato Trevize… E con te gli altri… Tempo addietro, i dotti crearono un virus, per noi innocuo, ma letale per gli Esterni. Noi siamo immuni. — Gli scuoté il braccio disperata. — Tu sei infetto!

    — Com’è successo?

    — Quando abbiamo soddisfatto il piacere… È un modo di contagio.

    Trevize protestò: — Ma io sto benissimo.

    — Il virus è ancora inattivo. Verrà reso attivo al ritorno della flotta da pesca. Secondo le nostre leggi, tutti devono decidere in questo… persino gli uomini. Tutti sicuramente decideranno che bisogna farlo, e vi tratterremo qui fino a quel momento, due mattine da ora. Partite senza indugio, mentre è ancora buio e nessuno sospetta!

    Bliss chiese brusca: — Perché la tua gente lo fa?

    — Per la nostra salvezza. Pochi siamo, ed abbiamo molto. Non vogliamo l’intrusione di Esterni. Se uno arriva e poi diffonde la notizia, altri ne verranno. Così quando di tanto in tanto una nave arriva noi dobbiamo provvedere a che non riparta.

    — Ma allora come mai ci metti in guardia? — domandò Trevize.

    — Non chiedere la ragione… No, la dirò, poiché lo sento ancora. Ascoltate…

    Dalla stanza attigua giungevano le note sommesse e dolcissime del flauto suonato da Fallom.

    Hiroko disse: — Non sopporto la distruzione di quella musica, perché anche la bambina morrebbe.

    Trevize disse arcigno: — È per questo che hai dato il flauto a Fallom? Perché sapevi che lo avresti riavuto quando lei fosse morta?

    Hiroko inorridì. — No, questo non avevo in mente… Partite con la bambina, e portate il flauto, e che io più non lo veda. Sarete salvi nello spazio, e lasciato inattivo il virus che adesso tu hai in corpo morirà dopo poco. In cambio, io vi chiedo di non parlare mai di questo mondo, così che nessuno mai sappia che esiste.

    — Non ne parleremo — disse Trevize.

    Hiroko alzò lo sguardo. Sottovoce chiese: — Posso baciarti un’ultima volta prima che tu vada?

    Trevize rispose: — No. Sono già stato contagiato una volta, e mi pare più che sufficiente. — Poi, in tono meno rude, aggiunse: — Non piangere, altrimenti ti chiederanno perché piangi e tu non saprai cosa rispondere… Ti perdono, malgrado quello che mi hai fatto, per questo gesto che compi adesso per salvarci.

    Hiroko si drizzò, si asciugò il viso, respirò a fondo e disse: — Ti ringrazio. — Ed uscì in fretta.

    Trevize disse: — Spegneremo la luce, aspetteremo un po’, poi ce ne andremo… Bliss, di’ a Fallom di smettere di suonare. Ricordati di portare il flauto, naturalmente… Usciremo e raggiungeremo la nave sempre che riusciamo a trovarla al buio.

    — La troverò — disse Bliss. — A bordo ci sono dei miei indumenti e, anche se con intensità minore, anche quelli fanno parte di Gaia. Per Gaia sarà facilissimo trovare Gaia. — Ed andò nell’altra stanza a prendere Fallom.

    Pelorat chiese: — Credi che siano riusciti a danneggiare la nave per bloccarci sul pianeta?

    — Non possiedono la tecnologia necessaria — fece Trevize accigliato. Quando Bliss rientrò tenendo per mano la piccola solariana, Trevize spense la luce.

    Rimasero seduti in silenzio nell’oscurità per un periodo di tempo in apparenza interminabile. Poi Trevize aprì la porta lentamente. Il cielo sembrava un po’ più nuvoloso, ma c’erano ancora le stelle. Adesso Cassiopea era alta nel cielo, e all’estremità inferiore brillava la stella che avrebbe potuto essere il sole della Terra.

    Trevize uscì, guardingo, facendo segno agli altri di seguirlo, abbassando automaticamente la mano sul calcio della frusta neuronica: era sicuro che non avrebbe dovuto usarla, ma…

    Bliss passò alla testa del gruppo, tenendo per mano Pelorat, che a sua volta teneva per mano Trevize. L’altra mano di Bliss era intrecciata a quella di Fallom, che aveva con sé il flauto. Tastando adagio il terreno coi piedi nell’oscurità pressoché assoluta, Bliss condusse gli altri verso il punto da cui le giungevano debolissime le vibrazioni gaiane dei suoi abiti a bordo della “Far Star”.


    19. Radiottiva?


    16

    La “Far Star” decollò silenziosa, alzandosi lentamente attraverso l’atmosfera, lasciando sotto di sé l’isola buia. I radi puntini luminosi sottostanti svanirono e, man mano che l’atmosfera diventava più rarefatta con l’aumento dell’altezza, la velocità della nave crebbe e i puntini luminosi che brillavano in cielo divennero più numerosi e vividi.

    Alla fine, Alpha si ridusse ad uno spicchio illuminato ammantato in gran parte da nubi.

    Pelorat disse: — Non possiedono una tecnologia spaziale attiva, immagino… Non possono inseguirci.

    — Questo non mi consola poi tanto — commentò Trevize, l’espressione amara, il tono abbattuto. — Sono stato contagiato.

    — Ma è un ceppo inattivo — precisò Bliss.

    — Però si può attivare. Loro avevano un metodo: quale?

    Bliss si strinse nelle spalle. — Hiroko ha detto che rimanendo in incubazione il virus alla fine sarebbe morto in un corpo non adatto ad ospitarlo… come il tuo.

    — Sì? — fece rabbioso Trevize. — E lei come lo sapeva? E se l’affermazione di Hiroko fosse una bugia detta a se stessa per avere la coscienza tranquilla? E se il metodo di attivazione, quale che sia, fosse innescabile in modo naturale? Una sostanza chimica particolare, un tipo di radiazione, un… un… che so io? Potrei ammalarmi di colpo, ed anche voi tre morireste. O potrebbe accadere dopo che abbiamo raggiunto un mondo abitato, potrebbe scoppiare una pandemia e i superstiti fuggendo diffonderebbero il contagio su altri mondi. — Guardò Bliss. — Tu non puoi fare nulla?

    Lentamente, Bliss scosse la testa. — Non è facile. Ci sono anche dei parassiti nell’organismo globale di Gaia… microrganismi, vermi. Sono una componente benigna dell’equilibrio ecologico. Vivono e danno il loro contributo alla coscienza del mondo, ma non si sviluppano mai in eccedenza. Vivono senza causare danni apprezzabili. Il guaio è che il virus che ti infetta non fa parte di Gaia, Trevize.

    — Hai detto che non è facile… Date le circostanze non puoi farlo nonostante le difficoltà? Non puoi localizzare il virus e distruggerlo? O, se non ci riesci, non puoi almeno rinforzare le mie difese?

    — Ti rendi conto di quel che mi stai chiedendo, Trevize? Non conosco la flora microscopica del tuo corpo. Forse stenterei a distinguere un virus dai geni che si trovino normalmente nelle tue cellule. E sarebbe ancor più complicato distinguere il virus di Hiroko da quelli contro cui il tuo corpo sia immunizzato… Ci proverò, ma ci vorrà del tempo, e non è detto che ci riesca.

    — Impiega tutto il tempo necessario — disse Trevize. — Prova.

    — Certo.

    Pelorat disse: — Se Hiroko non ha mentito, Bliss, forse potresti cercare dei virus già indeboliti ed accelerarne la scomparsa.

    — Già — convenne Bliss. — Buona idea.

    — Non sarà un trauma per te? — fece Trevize. — Uccidendo quel virus distruggerai dei preziosi frammenti di vita.

    — Non essere sardonico, Trevize — replicò Bliss gelida. — Quella che hai indicato è una difficoltà reale. Comunque, non posso certo anteporre il virus a te. Li ucciderò se sarà possibile, non temere. In fin dei conti, anche mettendoti in secondo piano — e le sue labbra si contrassero come se stesse reprimendo un sorriso — dovrei tener conto dell’incolumità di Pelorat e di Fallom, e dovresti avere più fiducia nei miei sentimenti per loro che nei miei sentimenti per te, no? Ti faccio notare, inoltre, che anche la mia incolumità sarebbe in pericolo.

    — Non ho molta fiducia nel tuo amore per te stessa — borbottò Trevize. — Saresti prontissima a rinunciare alla vita per qualche nobile causa. Comunque, la tua preoccupazione per Pelorat è una garanzia sufficiente… Ma… non sento il flauto di Fallom: qualcosa che non va?

    — No — rispose Bliss. — Sta solo dormendo. Un sonno del tutto naturale con cui io non ho niente a che fare. E quando avrai ultimato i calcoli per il Balzo di avvicinamento alla stella penso che anche noi dovremmo dormire un po’. Io ne ho molto bisogno, ed ho l’impressione che ne abbia bisogno anche tu, Trevize.

    — Sì, sempre che riesca a dormire… Sai, Bliss, avevi ragione.

    — Riguardo cosa?

    — Gli Isolati. Nuova Terra non era un paradiso, per quanto potesse sembrarlo. La loro ospitalità, la loro amicizia immediata, servivano solo a prenderci alla sprovvista per potere contagiare facilmente uno di noi. E poi tutte quelle feste miravano a tenerci là in attesa del ritorno delle flotte di pescherecci e dell’attivazione del virus. Ed il loro piano avrebbe funzionato se non fosse stato per Fallom e la sua musica. Forse avevi ragione anche su questo.

    — Riguardo Fallom?

    — Sì. Io non volevo prenderla a bordo, e la sua presenza a bordo mi ha sempre innervosito. Se adesso lei è qui, Bliss, è perché tu hai voluto… ed è stata lei involontariamente a salvarci. Eppure…

    — Eppure?

    — Nonostante tutto, la presenza di Fallom continua a preoccuparmi. Non so perché.

    — Se può consolarti, Trevize, non credo che dobbiamo attribuire tutto il merito a Fallom. Commettendo quello che gli altri Alphani considererebbero certo un atto di tradimento, Hiroko ha adottato come giustificazione la musica di Fallom. Forse ne era davvero convinta, ma c’era qualcos’altro nella sua mente, qualcosa che ho percepito in modo vago e non ho potuto identificare di preciso, qualcosa di cui forse si vergognava e che respingeva inconsciamente. Ho l’impressione che Hiroko provasse una specie di affetto per te, che non volesse vederti morto indipendentemente da Fallom e dalla sua musica.

    — Lo credi davvero? — Trevize sorrise per la prima volta da quando avevano lasciato Alpha.

    — Sì. Devi essere abbastanza abile con le donne. Hai convinto il Ministro Lizalor a lasciarci prendere la nave e a partire da Comporellen, ed hai contribuito alla nostra salvezza influenzando Hiroko… Onore al merito.

    Il sorriso di Trevize si allargò. — Be’, se lo dici tu… Puntiamo sulla Terra, allora. — E scomparve nella sala comandi con passo quasi spavaldo.

    Pelorat indugiò un attimo e si rivolse a Bliss. — Lo hai calmato, eh, Bliss?

    — No, Pel, non ho mai toccato la sua mente.

    — Oh, sicuramente lo hai fatto quando hai solleticato così sfacciatamente la sua vanità maschile.

    — È stato un intervento del tutto indiretto — sorrise Bliss.

    — Comunque, grazie, Bliss.


    17

    Dopo il balzo, la stella che avrebbe potuto essere il sole della Terra era ancora a un decimo di parsec. Era il corpo celeste più luminoso che ci fosse, ma continuava a essere una stella come tante.

    Tenendo inseriti i filtri per facilitare l’osservazione, Trevize la studiava con espressione cupa.

    Disse: — Non ci sono dubbi… sembra proprio la gemella di Alpha. Eppure, Alpha è nella mappa del computer, mentre questa stella non c’è. Non sappiamo il suo nome, non abbiamo alcun dato, nessuna informazione sul suo sistema planetario, ammesso che ne abbia uno.

    Pelorat osservò: — Se la Terra ruota attorno a questo sole, mi pare logico trovarsi di fronte a questa assenza completa di informazioni, visto che le informazioni riguardanti la Terra sono state cancellate tutte, no?

    — Già, ma questo fatto potrebbe anche avere un significato diverso… Potrebbe trattarsi semplicemente di un Mondo Spaziale non incluso nell’elenco sulla parete dell’edificio di Melpomenia… O forse questa stella non ha pianeti, e quindi non valeva la pena di inserirla in una mappa galattica che ha un uso prevalentemente militare e commerciale… Janov, non c’è qualche leggenda secondo cui il sole della Terra si trovi ad un solo parsec da una stella gemella?

    Pelorat scosse il capo. — Spiacente, Golan… per quel che ricordi, non c’è. Comunque, potrebbe esserci. La mia memoria non è perfetta: controllerò.

    — Non ha importanza. Il sole della Terra ha qualche nome particolare?

    — Esistono diversi nomi: uno per ogni lingua, suppongo.

    — Continuo a scordarmi che la Terra aveva molte lingue.

    — Doveva averle per forza: è l’unico modo per spiegare l’esistenza di tante leggende.

    — Be’, che facciamo, allora? Da questa distanza è impossibile sapere qualcosa del sistema planetario: dobbiamo avvicinarci. Mi piacerebbe essere prudente, ma a volte si può esagerare con la prudenza e non vedo alcun segno di pericolo potenziale. Un’entità tanto potente da cancellare in tutta la Galassia le informazioni riguardanti la Terra dovrebbe essere in grado di spazzarci via anche a questa distanza, se non volesse proprio essere individuata… eppure non è successo nulla. È irrazionale rimanere qui in eterno solo perché avanzando potrebbe accadere qualcosa, vero?

    Bliss disse: — Dunque il computer non rileva nulla che possa essere interpretato come pericoloso, eh?

    — Quando dico che non vedo alcun segno di pericolo, mi riferisco al computer: ad occhio nudo è impossibile vedere qualcosa, ovvio.

    — Allora, mi sembra di capire che cerchi solo un appoggio morale prima di prendere una decisione che consideri rischiosa. D’accordo, hai il mio appoggio: non abbiamo attraversato la Galassia per fare dietro-front senza una ragione precisa, no?

    — No — rispose Trevize. — Tu cosa dici, Janov?

    Pelorat rispose: — Sono pronto a proseguire, se non altro per curiosità. Sarebbe insopportabile tornare indietro senza sapere se la Terra sia qui o meno.

    — Bene, tutti d’accordo, dunque — fece Trevize.

    — Non tutti — disse Pelorat. — C’è Fallom.

    Trevize sgranò gli occhi. — Intendi dire che dovremmo consultare la bambina? E che valore avrebbe la sua opinione, sempre che ne abbia una? Al massimo, insisterebbe per tornare sul suo mondo.

    — Non puoi fargliene una colpa — disse Bliss infervorandosi.

    E visto che avevano tirato in ballo Fallom, Trevize si soffermò ad ascoltare il suo flauto, che stava suonando un ritmo di marcia trascinante.

    — Ascoltate — disse. — Dove può aver sentito un brano e ritmo di marcia?

    — Forse Jemby le suonava delle marce.

    Trevize scosse il capo. — Ne dubito. Le avrà suonato ritmi di danza, se mai, ninne-nanne… Sentite, Fallom mi preoccupa… Impara troppo in fretta.

    — Io l’aiuto — disse Bliss. — Tienilo presente. E poi è molto intelligente e da quando è con noi ha ricevuto tantissimi stimoli. Nuove sensazioni le hanno invaso la mente. Ha visto lo spazio, nuovi mondi, tanta gente… per la prima volta.

    La marcia di Fallom diventò ancor più scatenata, irruente.

    Trevize sospirò. — Be’, è qui, e sta suonando della musica che sembra esprimere ottimismo e voglia d’avventura. La considererò una specie di voto a favore… D’accordo, avanziamo, allora… e diamo un’occhiata al sistema planetario di questo sole.

    — Se ci sarà — fece Bliss.

    Trevize abbozzò un sorriso. — C’è un sistema planetario, sono disposto a scommettere. Scegli tu la somma.


    18

    Hai perso — disse Trevize assorto. — Quanto denaro avevi deciso di scommettere?

    — Nemmeno un soldo: non ho mai accettato la scommessa — rispose Bliss.

    — Meno male. Non lo prenderei volentieri il tuo denaro.

    Erano a circa dieci miliardi di chilometri dal sole, ma la sua luminosità ormai era pari a quella di sole vero e proprio osservato da un pianeta abitabile.

    — Adesso col telescopio si vedono due pianeti — annunciò Trevize. — Dal loro diametro e dallo spettro della luce riflessa, si tratta chiaramente di giganti gassosi.

    La nave era al di fuori del piano planetario, e Bliss e Pelorat, fissando lo schermo da dietro le spalle di Trevize, si ritrovarono a contemplare due minuscole falci di luce verdognola. La più piccola era leggermente più spessa.

    Trevize disse: — Janov! Il sole della Terra dovrebbe avere quattro giganti gassosi, giusto?

    — Stando alle leggende, sì.

    — Quello più vicino al sole dovrebbe essere il più grande, ed il secondo dovrebbe avere degli anelli… giusto?

    — Sì, Golan, grandi anelli… Comunque, vecchio mio, dobbiamo tener conto delle distorsioni e delle esagerazioni che si sviluppino nel tramandare una leggenda. Anche se mancasse un pianeta con un sistema anulare straordinario, non dovremmo considerarla una prova sufficiente e concludere che questo non sia il sistema planetario che cerchiamo.

    — Comunque, i due pianeti che vediamo forse sono i più lontani, e gli altri due si trovano forse oltre il sole, troppo lontani per essere individuati facilmente sullo sfondo del campo stellare… Dovremo avvicinarci ancora… e spingerci al di là del sole.

    «È possibile, dato che siamo vicini alla massa della stella. Sì, il computer può farlo, con una certa cautela. E se a suo giudizio il rischio sarà eccessivo, il computer non effettuerà il Balzo… In tal caso minimizzeremo i rischi avanzando a piccoli Balzi.

    La mente di Trevize impartì le istruzioni al computer… ed il campo stellare sullo schermo cambiò. La stella diventò ancor più luminosa, poi scomparve dallo schermo, mentre il computer seguendo le istruzioni ricevute frugava il cielo in cerca di un altro gigante gassoso. Lo individuò.

    I tre si irrigidirono, rimanendo strabiliati, mentre la mente frastornata di Trevize annaspava per chiedere al computer un ingrandimento maggiore.

    — Incredibile — esclamò Bliss.


    19

    Da quella angolazione, il gigante gassoso era in parte illuminato. Attorno ad esso, un ampio anello curvo e luccicante di materia, inclinato in maniera tale da ricevere la luce del sole sul lato osservato dalla nave… Era più luminoso del pianeta stesso, e lungo la sua superficie correva una sottile linea divisoria.

    Trevize richiese il massimo ingrandimento possibile, e l’anello si trasformò in una serie di anelli più piccoli e concentrici. Adesso sullo schermo era visibile solo una parte del sistema anulare, mentre il pianeta era addirittura scomparso. Trevize impartì un’ulteriore istruzione, ed in un angolo dello schermo si formò un riquadro che conteneva una minuscola immagine panoramica del pianeta e degli anelli.

    — È un fenomeno comune? — chiese Bliss, stupefatta.

    — No — rispose Trevize. — Quasi tutti i giganti gassosi hanno degli anelli di detriti, però di solito sono anelli stretti e poco luminosi. Una volta ho visto un gigante gassoso che aveva degli anelli stretti ma abbastanza luminosi. Però non ho mai visto uno spettacolo del genere, e non mi è mai capitato di sentirne parlare.

    Pelorat disse: — È chiaro: si tratta del gigante gassoso di cui parlano le leggende. Se è davvero unico…

    — Lo è, per quel che ne sappia, e per quel che ne sappia il computer — fece Trevize.

    — Allora questo deve essere il sistema planetario della Terra. Un pianeta come quello non può essere il frutto di una invenzione: per descrivere una cosa simile bisogna averla vista.

    Trevize annuì. — A questo punto, sono disposto a credere a tutto quello che affermino le tue leggende, Janov. Questo è il sesto pianeta… e la Terra dovrebbe essere il terzo, giusto?

    — Giusto, Golan.

    — Dunque, nonostante una distanza dalla Terra inferiore ad un miliardo e mezzo di chilometri, non siamo stati fermati: Gaia ci aveva fermati durante l’avvicinamento.

    Bliss intervenne: — Eravate più vicini a Gaia quando siete stati fermati.

    — Ah, ma a mio avviso la Terra è più potente di Gaia — replicò Trevize — per cui questo fatto mi sembra incoraggiante. Se non ci fermano, forse significa che la Terra non abbia nulla in contrario se ci avviciniamo.

    — O forse significa che la Terra non ci sia — aggiunse Bliss.

    — Vuoi scommettere questa volta? — fece Trevize con aria truce.

    — Secondo me — intervenne Pelorat — Bliss intende dire che forse la Terra sia radioattiva come sostengono in tanti, e che nessuno ci fermi proprio perché non ci sia vita sulla Terra.

    — No — sbottò Trevize. — Sono pronto a credere a tutto quello che si dica sulla Terra, tranne che alla storia della radioattività. Avanzeremo e controlleremo di persona, ed ho la sensazione che nessuno ci ostacolerà.


    20

    I giganti gassosi erano ormai alle loro spalle. Appena oltre il gigante gassoso più vicino al Sole (quello più massiccio, come affermavano le leggende) c’era una fascia di asteroidi.

    Oltre gli asteroidi c’erano quattro pianeti.

    Trevize li studiò attentamente. — Il terzo è il più grande. Le sue dimensioni e la distanza dal Sole sono adeguate: potrebbe essere abitabile.

    A Pelorat parve di cogliere una nota di incertezza nelle parole di Trevize. Chiese: — Ha un’atmosfera?

    — Oh, sì. Il secondo, il terzo e il quarto pianeta hanno tutti un’atmosfera. E, come nella vecchia favola infantile, quella del secondo è troppo densa, quella del quarto non è abbastanza densa, ma quella del terzo è perfetta.

    — Pensi che possa essere la Terra, allora?

    — Penso? — sbottò Trevize. — Non ce n’è bisogno… Quella è proprio la Terra ! Ha il satellite gigantesco di cui mi hai parlato.

    — Davvero? — E sulla faccia di Pelorat sbocciò un sorriso senza precedenti.

    — Certo! Ecco, guarda… massimo ingrandimento…

    Pelorat vide due falci, una nettamente più grande e luccicante dell’altra.

    — Quella più piccola è il satellite? — domandò.

    — Sì. È piuttosto lontano dal pianeta, però ruota indubbiamente intorno ad esso. Ha le dimensioni di un piccolo pianeta, però per essere un satellite è notevole. Ha un diametro di almeno duemila chilometri, cioè è grande quanto i maggiori satelliti dei giganti gassosi.

    — Non è più grande? — Pelorat sembrava deluso. — Dunque non è un satellite gigante?

    — Certo che lo è! Un conto è un satellite di duemila chilometri di diametro in orbita attorno ad un gigante gassoso. Un conto è un satellite di tali caratteristiche in orbita attorno ad un piccolo pianeta solido abitabile: quel satellite ha un diametro che è circa un quarto di quello della Terra. Trattandosi di un pianeta abitabile, una differenza così ridotta è qualcosa di eccezionale.

    Pelorat sorrise timido. — In questo campo so pochissime cose.

    — Allora fidati della mia parola, Janov: è qualcosa di unico. In pratica stiamo osservando una specie di pianeta doppio, mentre per lo più i pianeti abitabili hanno satelliti delle dimensioni di un sasso… Janov, se quel gigante gassoso col sistema anulare occupa il sesto posto, e questo pianeta col suo enorme satellite si trova al terzo posto… come affermavano le tue leggende… il mondo che stai osservando deve essere per forza la Terra. L ’abbiamo trovata, Janov: l’abbiamo trovata!


    21

    Era il secondo giorno di avvicinamento alla Terra e Bliss sbadigliò durante la cena. Disse: — Abbiamo impiegato più tempo ad avvicinarci ai pianeti e ad allontanarci che per tutto il resto: abbiamo perso settimane intere.

    — In parte — disse Trevize — perché i Balzi troppo vicini ad una stella sono pericolosi. Ed in questo caso, ci stiamo muovendo molto lentamente perché non voglio andare incontro ad eventuali pericoli troppo in fretta.

    — Non avevi detto che avevi la sensazione che nessuno ci avrebbe ostacolato?

    — Certo, però non voglio rischiare tutto basandomi su una semplice sensazione. — Trevize guardò il contenuto del cucchiaio prima di portarlo alla bocca e disse: — Sapete, sento la mancanza del pesce che c’era su Alpha. Abbiamo mangiato tre sole volte là.

    — Un vero peccato — convenne Pelorat.

    — Be’ — fece Bliss — siamo stati su cinque mondi ed ogni volta abbiamo dovuto andarcene così in fretta che non abbiamo avuto il tempo di arricchire le nostre scorte alimentari e disporre di una certa varietà di piatti. Persino quando erano mondi con prodotti già pronti, come Comporellen ed Alpha, e probabilmente anche…

    Non finì la frase perché Fallom alzando lo sguardo d’un tratto la terminò per lei. — Solaria? Non potevate prendere del cibo su Solaria? Là ce n’è tanto, come su Alpha. E migliore.

    — Lo so, Fallom — disse Bliss. — Solo che non avevamo tempo.

    Fallom la fissò seria. — Rivedrò ancora Jemby, Bliss? Dimmi la verità.

    — Può darsi, se torneremo su Solaria.

    — Un giorno torneremo su Solaria?

    Bliss esitò. — Non sono in grado di dirlo.

    — Adesso andiamo sulla Terra, giusto. Non è il pianeta su cui abbiamo avuto origine tutti?

    — Su cui i nostri progenitori hanno avuto origine — disse Bliss.

    — So dire “antenati” adesso — fece Fallom.

    — Sì, stiamo andando sulla Terra.

    — Perché?

    — È normale, no, voler vedere il mondo dei propri antenati.

    — Secondo me, c’è dell’altro: sembrate tutti così preoccupati…

    — Non siamo mai stati là prima d’ora. Non sappiamo cosa può aspettarci.

    — Secondo me c’è dell’altro.

    Bliss sorrise. — Cara, adesso che hai finito di mangiare, perché non vai in camera e ci suoni una piccola serenata col tuo flauto? Lo suoni sempre più bene. Su, su… — Diede una pacca sul sedere alla piccola, e Fallom obbedì svelta, girandosi solo un attimo per rivolgere a Trevize un’occhiata pensosa.

    Trevize seguì con lo sguardo, chiaramente disgustato.

    — Quell’essere legge nella mente?

    — Non chiamarla “quell’essere”, Trevize — scattò aggressiva Bliss.

    — Legge nella mente, lei? Tu dovresti saperlo.

    — No, non legge il pensiero. Nemmeno Gaia ne è capace. Nemmeno i membri della Seconda Fondazione possono farlo… non nel senso di cogliere una conversazione o di distinguere idee precise. Questo non è ancora possibile, forse non lo sarà neppure in futuro. Noi siamo in grado di percepire, interpretare e, entro certi limiti, influenzare i sentimenti, ma non è affatto la medesima cosa.

    — Chi ti dice che lei non sia capace di farlo, anche se in teoria è ancora qualcosa di impossibile? Come lo sai?

    — L’hai detto tu stesso… Io dovrei saperlo.

    — Forse ti sta influenzando per tenerti all’oscuro di questa sua capacità.

    Bliss alzò gli occhi al soffitto. — Ragiona, Trevize. Anche se possedesse delle doti insolite, non potrebbe farmi nulla, perché io non sono Bliss… sono Gaia. Continui a dimenticartene. Hai idea della forza mentale rappresentata da un intero pianeta? Credi che un Isolato, per quanto dotato, possa superarla?

    — Non sei onnisciente, Bliss, quindi non essere troppo sicura di te — l’ammonì Trevize accigliato. — Quell’es… Fallom è con noi da poco. In un periodo di tempo così breve io al massimo sarei riuscito ad imparare i rudimenti di una lingua, invece lei parla già il Galattico alla perfezione, e con un vocabolario praticamente completo… Sì, lo so che l’hai aiutata tu, ma vorrei che la smettessi.

    — Ti ho detto che la stavo aiutando, però ti ho anche detto che è intelligentissima, talmente intelligente che mi piacerebbe che facesse parte di Gaia. Se potessimo accoglierla tra noi mentre è ancora abbastanza giovane, forse riusciremmo a saperne abbastanza sui Solariani da assorbire infine tutto il loro mondo. Ci sarebbe senza dubbio utile.

    — Non hai pensato che i Solariani siano esemplari patologici di Isolati anche dal mio punto di vista?

    — Non lo sarebbero più, una volta fusi con Gaia.

    — Secondo me ti sbagli, Bliss. Secondo me quella bambina solariana è pericolosa e dovremmo sbarazzarcene.

    — Come? Gettandola nello spazio? Uccidendola, facendola a pezzi e aggiungendola alle nostre scorte alimentari?

    Pelorat disse: — Oh, Bliss!

    E Trevize: — Disgustoso, e completamente fuori luogo. — Ascoltò un attimo. Il flauto suonava impeccabilmente, e loro avevano parlato sottovoce. — Quando tutto sarà finito, dobbiamo riportarla su Solaria e assicurarci che Solaria resti tagliata fuori per sempre dal resto della Galassia. A mio avviso quel mondo dovrebbe essere distrutto. Non mi fido… Io temo…

    Bliss rifletté un istante, e disse: — Trevize, lo so che hai la capacità di prendere sempre la decisione giusta, ma so anche che non hai potuto soffrire Fallom fin dall’inizio… forse perché su Solaria sei stato umiliato e di conseguenza è nato in te un odio intenso verso il pianeta ed i suoi abitanti. Dato che non posso toccare la tua mente, non sono in grado di affermarlo con certezza… E ricordati… se non avessimo portato con noi Fallom, adesso saremmo tutti su Alpha… morti e, presumo, sepolti.

    — Lo so, Bliss, ma nonostante que…

    — E la sua intelligenza va ammirata, non invidiata.

    — Io non la invidio: io la temo.

    — La sua intelligenza?

    Trevize si umettò le labbra pensieroso. — No, non proprio.

    — Cosa, allora?

    — Non lo so, Bliss. Se sapessi cosa temo, forse non avrei questa paura. È qualcosa che non capisco. — Trevize abbassò la voce come se stesse parlando tra sé. — A quanto pare la Galassia è piena di cose che non capisco. Perché ho scelto Gaia? Perché devo trovare la Terra ? C’è una lacuna nella Psicostoria? Se c’è, qual è? E soprattutto, perché la presenza di Fallom mi rende inquieto?

    Bliss disse: — Sfortunatamente, non posso rispondere a queste domande. — Si alzò e lasciò la stanza.

    Pelorat la guardò, poi disse: — Be’, la situazione non mi sembra tanto brutta, Golan. Siamo sempre più vicini alla Terra, ed una volta là avremo la soluzione di tutti i misteri. E fino a questo momento pare che nulla stia cercando di impedirci di raggiungerla.

    — Preferirei che fosse vero il contrario.

    — Cosa? Perché?

    — Francamente, accoglierei con piacere un segno di vita.

    Pelorat spalancò gli occhi. — Hai scoperto che la Terra sia radioattiva, allora?

    — Non proprio, ma è calda. Un po’ più calda del previsto.

    — È un fattore negativo?

    — Non è detto… Anche se è piuttosto calda non è detto che sia per forza inabitabile. Lo strato di nubi è spesso, e quello è certamente vapore acqueo… così quelle nuvole, ed un oceano senz’altro molto grande, potrebbero mantenere la situazione ambientale entro limiti tollerabili nonostante la temperatura che abbiamo rilevato dall’emissione di microonde. Non posso ancora dirlo con sicurezza. Solo che…

    — Sì, Golan?

    — Ecco, se la Terra fosse radioattiva, questo potrebbe spiegare la sua temperatura più alta del previsto.

    — Ma questo discorso non vale in senso contrario, vero? Se è più calda del previsto non è detto che sia per forza radioattiva, eh?

    — No, no. — Trevize abbozzò un sorriso forzato. — Ma è inutile rimuginare, Janov. Tra un paio di giorni disporremo di più dati e avremo una risposta sicura.


    22

    Fallom sedeva sul lettino immersa nei propri pensieri quando Bliss entrò nella stanza. Fallom alzò un istante lo sguardo, poi riabbassò la testa.

    Bliss le chiese sottovoce: — Che c’è, Fallom?

    — Perché Trevize mi detesta tanto, Bliss?

    — Cosa ti fa pensare che ti detesti?

    — Mi guarda sempre con insofferenza… È la parola giusta?

    — Può darsi.

    — Mi guarda sempre con insofferenza quando sono vicino a lui. La sua faccia è sempre un po’… contratta.

    — Trevize sta affrontando una situazione difficile, Fallom.

    — Perché sta cercando la Terra ?

    — Sì.

    Fallom rifletté alcuni attimi, poi disse: — È insofferente soprattutto quando muovo le cose col pensiero.

    Bliss serrò le labbra. — Fallom, mi sembra di averti detto che non devi farlo, soprattutto in presenza di Trevize.

    — Be’, è successo ieri, proprio in questa stanza… Lui era sulla porta e io non l’ho notato. Non sapevo che stesse guardando… Comunque, era solo uno dei videolibri di Pel, ed io stavo cercando di farlo stare dritto su una punta. Non stavo facendo nulla di male.

    — Facendo così lo rendi nervoso, Fallom. Non devi farlo, nemmeno quando lui non c’è.

    — Si innervosisce perché non è capace di farlo?

    — Forse.

    — Tu sei capace?

    Bliss scosse lentamente la testa. — No.

    — Tu non ti innervosisci quando lo faccio, però… E nemmeno Pel si innervosisce.

    — Le persone sono diverse.

    — Lo so — disse Fallom, con una veemenza che fece corrugare la fronte a Bliss.

    — Cosa sai, Fallom?

    — Che io sono diversa.

    — Certo, l’ho appena detto. Le persone sono diverse.

    — La mia forma è diversa: io posso muovere le cose.

    — È vero.

    Con una nota di ribellione nella voce, Fallom sbottò: — Io devo muovere le cose. Trevize non dovrebbe arrabbiarsi con me per questo, e tu non dovresti impedirmelo.

    — Ma perché devi muovere le cose?

    — È pratica, esercizio. Jemby diceva sempre che dovessi esercitare i… i miei…

    — Lobi trasduttori?

    — Sì. Dovevo esercitarli e rafforzarli. Così, una volta grande, avrei potuto alimentare tutti i robot. Persino Jemby.

    — Fallom, chi alimentava tutti i robot se non eri tu a farlo?

    — Bander.

    — Conoscevi Bander?

    — Certo. L’ho visto molte volte. Sarei dovuta diventare il prossimo capo-tenuta. La tenuta Bander sarebbe diventata la tenuta Fallom. Me l’ha detto Jemby.

    — Intendi dire che Bander veniva nella tua…

    La bocca di Fallom sì spalancò allibita. Con voce strozzata. Fallom disse: — Bander non sarebbe mai venuto nella… — S’interruppe un attimo, ansando, quindi continuò: — Osservavo la sua immagine.

    — Come ti trattava Bander? — domandò esitante Bliss.

    Fallom la fissò leggermente perplessa. — Mi chiedeva se avessi bisogno di qualcosa, se stessi bene. Ma Jemby era sempre accanto a me, così non avevo mai bisogno di nulla e stavo sempre bene.

    Fallom piegò la testa verso il pavimento, poi coprendosi gli occhi con le mani gemette: — Ma Jemby si è fermato… Si è fermato perché anche Bander si è fermato… credo.

    Bliss chiese: — Perché dici una cosa del genere?

    — Ci ho pensato… Bander alimentava tutti i robot, e se Jemby si è fermato, se tutti gli altri robot si sono fermati, vuol dire che deve essersi fermato anche Bander. Non è vero?

    Bliss rimase in silenzio.

    Fallom disse: — Ma quando mi riporterete su Solaria alimenterò Jemby e tutti gli altri robot, e sarò di nuovo felice.

    Stava singhiozzando.

    — Non sei felice con noi, Fallom? Nemmeno un po’? Almeno qualche volta?

    Fallom alzò il viso rigato di lacrime e scosse la testa rispondendo con voce tremula: — Io voglio Jemby.

    Commossa, Bliss la abbracciò. — Oh, Fallom come vorrei poter riunire te e Jemby! — E si rese conto che anche lei stava piangendo.


    23

    Pelorat entrò e vedendole si bloccò. — Che succede?

    Bliss si staccò da Fallom e cercò un fazzolettino per asciugarsi gli occhi. Scosse la testa; e Pelorat ancora più preoccupato ripeté: — Insomma, che succede?

    — Fallom — disse Bliss — riposati un po’. Vedrò di pensare qualcosa per migliorare un po’ la tua situazione. Ricorda… io ti amo come ti amava il tuo Jemby.

    Prese Pelorat per il braccio e lo sospinse nel saloncino, spiegando: — Non è nulla, Pel… Nulla.

    — Si tratta di Fallom, però, vero? Sente ancora la mancanza di Jemby.

    — Moltissimo. E noi non possiamo farci nulla. Posso dirle che le voglio bene… ed è la verità: non si può non voler bene a una creatura così dolce e intelligente… Tremendamente intelligente. Troppo, secondo Trevize… Sai, Fallom vedeva Bander un tempo… o meglio l’osservava in proiezione olografica. Comunque quel ricordo non la tocca; ne parla in modo freddo, distaccato, e la capisco benissimo. A parte il fatto che Bander fosse il proprietario della tenuta e Fallom sarebbe diventata proprietaria dopo, non c’era alcun legame tra loro: nessun rapporto.

    — Fallom si rende conto che Bander fosse suo padre?

    — Sua madre. Se siamo d’accordo nel considerare Fallom una femmina, la stessa regola vale anche per Bander.

    — Come vuoi, Bliss… Fallom si rende conto del rapporto di parentela che ci fosse tra loro?

    — No, non credo nemmeno che capirebbe… od almeno, non lo ha dato a vedere. Però, Pel, ragionando ha concluso che Bander è morto, perché si è resa conto che la disattivazione di Jemby deve essere stata causata da una mancanza di energia, e dal momento che era Bander a fornire l’energia… La cosa mi spaventa.

    Pelorat disse pensoso: — Perché, Bliss? In fin dei conti, è solo una deduzione logica.

    — Da quella morte si può ricavare un’altra deduzione logica. La morte deve essere un fenomeno raro ed isolato su Solaria, considerando la longevità e l’isolamento degli Spaziali. L’esperienza della morte naturale deve essere estremamente limitata per loro, e probabilmente è del tutto assente dalla vita di una bambina solariana dell’età di Fallom. Se continuerà a pensare alla morte di Bander, Fallom comincerà a chiedersi perché, e dato che quella morte è avvenuta quando noi stranieri eravamo sul pianeta, lei sicuramente arriverà a cogliere nelle due cose un rapporto di causa ed effetto.

    — Cioè concluderà che noi abbiamo ucciso Bander?

    — Non siamo stati noi, Pel. Sono stata io.

    — Questo non potrebbe saperlo.

    — Ma dovrei dirglielo. Fallom è già seccata con Trevize, e Trevize è indiscutibilmente il capo della spedizione. Fallom attribuirebbe di certo a lui la responsabilità della morte di Bander, ed io non posso permettere che Trevize venga incolpato ingiustamente.

    — Ma che importanza potrebbe avere, Bliss? La bambina non prova nulla per suo pa… per sua madre: è affezionata solo al suo robot, Jemby.

    — Però la morte di sua madre ha provocato la morte del suo robot. Per poco non ho confessato la mia responsabilità. La tentazione era forte.

    — Perché?

    — Per poterle spiegare tutto a modo mio, per poterla calmare, per impedirle di arrivare a scoprire col ragionamento questa azione in apparenza ingiustificata.

    — Ma era del tutto giustificata: si è trattato di legittima difesa. Ancora un istante e saremmo morti tutti, se non avessimo agito.

    — È quello che avrei voluto dirle, ma non ci sono riuscita: avevo paura che non mi credesse.

    Pelorat scosse la testa e sospirò. — Pensi che avremmo fatto meglio a non portarla con noi? Questa situazione ti rende così infelice…

    — No, non dire una cosa simile — scattò rabbiosa Bliss. — Sarei stata molto più infelice al ricordo di avere abbandonato una bambina innocente, che sarebbe stata trucidata per colpa nostra.

    — Sono le regole del mondo di Fallom, Bliss.

    — Oh, Pel, non cominciare a pensare come Trevize. Per gli Isolati è possibile accettare cose del genere e non pensarci più. Ma Gaia mira a salvare la vita, non a distruggerla o ad assistere passivamente alla sua distruzione. Sappiamo tutti che ogni forma di vita sia destinata a cessare per garantire la sopravvivenza dì nuove forme dì vita, ma questo non deve mai avvenire inutilmente, senza scopo. La morte di Bander, per quanto inevitabile, è già abbastanza dura da sopportare… La morte di Fallom sarebbe stata qualcosa di intollerabile.

    — Penso che tu abbia ragione, Bliss… Comunque, non ero venuto da te per parlare di Fallom… Si tratta di Trevize.

    — Cos’ha?

    — Bliss, mi preoccupa. È in attesa di verificare gli ultimi dati decisivi riguardo la Terra, e non so se riuscirà a reggere alla tensione.

    — Trevize non mi preoccupa: a mio avviso, ha una mente solida e stabile.

    — Abbiamo tutti i nostri limiti. Senti, la Terra è più calda del previsto, me l’ha detto lui. Ho l’impressione che pensi che possa essere troppo calda per essere abitabile, anche se chiaramente sta cercando di convincersi del contrario.

    — Forse ha ragione: forse non è troppo calda per essere abitabile.

    — Inoltre, ammette che non sia escluso che il calore possa derivare da una crosta radioattiva, ma si rifiuta di credere anche a questa possibilità… Tra un paio di giorni saremo abbastanza vicini da conoscere la verità… E se la Terra fosse davvero radioattiva?

    — Be’, dovrà accettare la realtà.

    — Ma… Non so come esprimerlo in termini mentali… Ma se alla sua mente…

    Bliss attese, quindi disse con un sorrisetto amaro: — Saltasse un circuito?

    — Ecco, sì… Non dovresti fare qualcosa per rinforzare le sue difese? Per mantenerlo equilibrato e padrone di sé?

    — No, Pel. Trevize non è così fragile, secondo me. E poi Gaia ha deciso che la sua mente non debba subire alcun intervento.

    — Ma è proprio questo il punto! Trevize possiede questa dote insolita di “esattezza” decisionale ed intuitiva. Se l’intero progetto fallisse quando siamo così vicini alla meta, forse il trauma per quanto grave non distruggerebbe il suo cervello, però potrebbe distruggere questa sua capacità di “esattezza”. È una capacità estremamente insolita, no? Non potrebbe essere anche estremamente fragile?

    Bliss rifletté un attimo, poi si strinse nelle spalle. — Be’, forse lo terrò d’occhio, allora.


    24

    Nelle trentasei ore successive, Trevize si rese conto in modo vago che Bliss e Pelorat sembrassero seguirlo in ogni suo spostamento. Comunque, non era un fatto sorprendente date le dimensioni ridotte della nave, e lui aveva altro a cui pensare.

    Ora, mentre sedeva al computer, avvertì la loro presenza appena oltre la porta. Sollevò lo sguardo e li fissò, inespressivo.

    — Be’? — mormorò.

    Piuttosto impacciato, Pelorat disse: — Come stai, Golan?

    — Chiedilo a Bliss: mi fissa in continuazione da ore. Scommetto che stia frugando nella mia mente… Vero, Bliss?

    — No, non è vero — rispose Bliss tranquilla. — Ma se credi di avere bisogno del mio aiuto, posso provare… Vuoi che ti aiuti?

    — No, perché mai? Lasciatemi in pace adesso.

    Pelorat chiese: — Per favore, spiegaci cosa stia succedendo.

    — Indovina!

    — La Terra…

    — Già! Quello che ci hanno ripetuto chissà quante volte è verissimo. — Trevize indicò lo schermo. La Terra presentava il suo lato notturno e stava eclissando il Sole. Era un cerchio nero sullo sfondo del cielo stellato, e la sua circonferenza era delimitata da una curva arancione spezzata.

    Pelorat fece: — Quell’arancione… è la radioattività?

    — No. È la luce del Sole rifratta dall’atmosfera. Sarebbe un cerchio arancione perfetto se l’atmosfera non fosse così nuvolosa. La radioattività non si vede. Le radiazioni, persino i raggi gamma, vengono assorbite dall’atmosfera. Comunque, formano delle radiazioni secondarie più deboli che il computer è in grado di rilevare. Sono sempre invisibili ad occhio nudo, ma il computer può tradurre in luce visibile qualsiasi particella od onda radioattiva che riceva, e creare un’immagine contrastata a colori della Terra. Ecco.

    Il cerchio nero si accese di una debole luce azzurrognola disseminata a chiazze.

    — Quanta radioattività c’è? — chiese Bliss. — Abbastanza da escludere la possibilità di sopravvivenza della vita umana?

    — Di qualsiasi forma di vita — rispose Trevize. — Il pianeta è inabitabile: anche l’ultimo virus è scomparso da un pezzo.

    — Possiamo esplorarlo? — chiese Pelorat. — Certo, indossando la tuta spaziale…

    — Per qualche ora… Poi saremmo contagiati in modo irreversibile dalle radiazioni.

    — Allora cosa facciamo, Golan?

    — Cosa facciamo? — Trevize fissò Pelorat con la stessa espressione vuota. — Sai cosa avrei voglia di fare? Vorrei riportare te e Bliss e la bambina su Gaia e lasciarvi là. Poi mi piacerebbe andare su Terminus e restituire la nave, e dimettermi dal Consiglio, così farei un grande favore al Sindaco Branno. Poi mi piacerebbe andare in pensione e lasciare la Galassia al suo destino, infischiandomene del Piano Seldon, della Fondazione, della Seconda Fondazione, di Gaia… La Galassia potrebbe scegliere da sola la sua strada. Esisterà ancora quando sarò morto, quindi perché dovrei preoccuparmi di quello che succederà poi?

    — Non parlerai sul serio, spero? — fece Pelorat un po’ allarmato.

    Trevize sospirò. — No, no… però, come mi piacerebbe poter fare esattamente come ho appena detto!

    — Comunque, cosa intendi fare, adesso?

    — Mantenere la nave in orbita attorno alla Terra, riposare, superare lo shock, e pensare alla prossima mossa. Solo che…

    — Sì?

    — Oh, insomma… Quale può essere la prossima mossa? Che altro c’è da cercare? Che altro c’è da trovare?


    20. Il mondo vicino


    25

    Da quattro pasti consecutivi, Pelorat e Bliss vedevano Trevize solo durante i pasti. Per il resto del tempo, o era in sala comandi o nella sua stanza. Ed a tavola era taciturno. Teneva le labbra sigillate, e mangiava poco.

    Al quarto pasto, però, Pelorat ebbe l’impressione che l’atteggiamento dell’amico non fosse più cupo come prima. Pelorat si schiarì la voce un paio di volte, come se stesse per dire qualcosa e si trattenesse all’ultimo istante.

    Infine, Trevize lo guardò e chiese: — Be?

    — Hai escogitato qualcosa, Golan?

    — Perché me lo domandi?

    — Sembri meno depresso.

    — Sono ancora depresso… però ho riflettuto. E molto.

    — Possiamo conoscere le tue conclusioni? — fece Pelorat.

    Trevize lanciò una rapida occhiata a Bliss. Lei aveva lo sguardo incollato al suo piatto, chiusa in un silenzio cauto, quasi si rendesse conto che in un momento così delicato Pelorat avrebbe ottenuto risultati migliori di lei.

    — Sei curiosa anche tu, Bliss? — fece Trevize.

    Bliss alzò gli occhi un attimo. — Sì, certo.

    Fallom imbronciata diede un calcio a una gamba del tavolo. — Abbiamo trovato la Terra ?

    Bliss le strinse una spalla. Trevize la ignorò.

    Disse: — Dobbiamo partire da un fatto basilare. Su vari mondi, tutte le informazioni riguardanti la Terra sono state cancellate. Il che ci porta ad una conclusione inevitabile: sulla Terra si nasconde qualcosa. Eppure, coi rilevamenti, vediamo che la Terra ha un livello letale di radioattività, radioattività che rappresenta un nascondiglio ideale: nessuno può atterrare sul pianeta, e da questa distanza, cioè nei pressi dei limite esterno della magnetosfera, non risulta nulla.

    — Ne sei certo? — chiese Bliss.

    — Ho passato parecchio tempo al computer, analizzando la Terra in ogni modo immaginabile: no, non c’è nulla là. E soprattutto, io sento che non ci sia nulla. Allora, perché i dati riguardanti la Terra sono stati cancellati? È impensabile che possa esistere un nascondiglio più efficace di questo, dunque a che scopo confondere ulteriormente le acque?

    — Forse — disse Pelorat — un tempo c’era davvero qualcosa nascosto sulla Terra, quando la Terra non era ancora tanto radioattiva da essere inavvicinabile. Forse i Terrestri temevano che qualcuno atterrasse e trovasse questa misteriosa cosa nascosta, ed è stato allora che hanno cercato di cancellare le informazioni. In tal caso si tratterebbe soltanto di una traccia ormai insignificante che risale ad un passato di insicurezza.

    — Non credo — replicò Trevize. — Se non sbaglio, la cancellazione delle informazioni della Biblioteca Imperiale di Trantor è avvenuta di recente. — Si rivolse a Bliss. — Giusto?

    Bliss rispose: — Io/noi/Gaia abbiamo tratto questa conclusione dalla mente turbata dell’Oratore Gendibal, della Seconda Fondazione, quando lui, tu ed io ci siamo riuniti col Sindaco di Terminus.

    — Dunque, la cosa che è stata nascosta in quanto esisteva la possibilità di scoprirla, deve essere nascosta anche adesso, e deve esserci tuttora la possibilità di trovarla, nonostante la radioattività della Terra.

    — Ma come? — fece Pelorat apprensivo.

    — Riflettiamo — disse Trevize. — Forse quella cosa, che era sulla Terra, non è più sulla Terra, ma è stata trasferita altrove quando il rischio radioattivo è aumentato troppo. Ed anche se il segreto non è più sulla Terra, può darsi che trovando la Terra si riesca a dedurre quale sia il nuovo nascondiglio… Da qui, la necessità di tenere ugualmente nascosta la posizione della Terra!

    La vocetta di Fallom si intromise nel discorso. — Perché se non troviamo la Terra, Bliss dice che mi riporterete da Jemby.

    Trevize fulminò Fallom con un’occhiataccia, e Bliss disse sottovoce: — Ti ho detto che forse l’avremmo fatto, Fallom. Ne riparleremo dopo. Adesso vai nella tua stanza e leggi, o suona il flauto, o fai quello che preferisci… Su, vai… vai…

    Fallom imbronciata si allontanò dal tavolo.

    Pelorat disse: — Ma come puoi fare una simile affermazione, Golan? Siamo arrivati. Abbiamo individuato la Terra. Se quello che cerchiamo non è sulla Terra, siamo davvero in grado di dedurre dove si trovi?

    — Certo! — rispose Trevize, superato l’attimo di malumore provocato da Fallom. — Riflettiamo… La radioattività della crosta terrestre è sempre più alta… La popolazione diminuisce sempre più, perché muore o perché emigra… Ed il segreto, qualunque sia, si trova in pericolo… Come fare allora per proteggerlo? Non rimane che trasferirlo su un altro mondo, altrimenti non sarebbe più di alcuna utilità per la Terra. Probabilmente c’è una certa riluttanza, ed il trasferimento avviene all’ultimo momento… Bene, Janov, ricordi il vecchio di Nuova Terra che ti ha martellato le orecchie con le sue storie?

    — Monolee?

    — Appunto. Riferendosi alla fondazione di Nuova Terra, non ti ha detto che i superstiti della popolazione terrestre furono portati su quel pianeta?

    — Intendi dire, vecchio mio, che quello che cerchiamo è su Nuova Terra? Che è stato portato là dai Terrestri partiti per ultimi?

    — Non può darsi che sia così? — fece Trevize. — Nella Galassia, Nuova Terra è un mondo praticamente sconosciuto, quasi quanto la Terra, ed i suoi abitanti sono ansiosi di tenere alla larga i ficcanaso.

    — Siamo stati su quel mondo — intervenne Bliss. — Eppure non abbiamo trovato nulla.

    — Non stavamo cercando nulla, se non la posizione della Terra.

    Pelorat osservò perplesso: — Ma noi cerchiamo qualcosa di tecnologicamente avanzato, qualcosa in grado di cancellare delle informazioni preziose sotto il naso della Seconda Fondazione, e persino… scusa, Bliss… persino sotto il naso di Gaia. Gli abitanti di Nuova Terra sono capaci di controllare i fenomeni meteorologici sulla loro isola, d’accordo, e dispongono di certe tecniche biotecnologiche, però devi riconoscere che il loro livello tecnologico complessivo sia piuttosto basso.

    Bliss annuì. — Sono d’accordo con Pel.

    Trevize ribatté: — Stiamo giudicando in base a dati troppo scarsi. Non abbiamo mai visto gli uomini della flotta da pesca. A parte il punto dove siamo scesi, non abbiamo visto nessuna altra zona dell’isola. Chissà cosa avremmo potuto scoprire compiendo un’esplorazione più accurata? In fin dei conti, non avevamo riconosciuto le luci fluorescenti finché non le abbiamo viste in funzione. E se il loro livello tecnologico sembrava basso… sembrava, ho detto…

    — Sì — fece scettica Bliss.

    — Ecco, forse rientrava nella messinscena allestita per mascherare la verità.

    — Impossibile — fece Bliss.

    — Impossibile? Sei stata tu a dirmi, su Gaia, che su Trantor il livello tecnologico globale fosse mantenuto volutamente basso per nascondere la presenza del piccolo gruppo di esponenti della Seconda Fondazione. Forse su Nuova Terra sono ricorsi alla stessa strategia, no?

    — Vorresti dire, allora, che dovremmo tornare su Nuova Terra a farci contagiare, questa volta in modo definitivo? Indubbiamente il rapporto sessuale è un veicolo di contagio piacevole, forse però non è l’unico.

    Trevize scrollò le spalle. — Non è che smanii dalla voglia di tornare là, ma può darsi che dobbiamo farlo.

    — Può darsi?

    — Già, può darsi! C’è un’altra possibilità, infatti!

    — Cioè?

    — Nuova Terra ruota attorno alla stella chiamata Alpha Centauri. Ma Alpha Centauri fa parte di un sistema binario. Se chiamiamo il sole di Nuova Terra Alpha Centauri A, ed il suo compagno meno luminoso Alpha Centauri B… non potrebbe esserci un pianeta abitabile anche attorno ad Alpha Centauri B?

    — È una stella troppo poco luminosa, secondo me — scosse il capo Bliss. — La sua luminosità rispetto al Alpha A è di un quarto.

    — È poco luminosa, ma non troppo debole: basta che il pianeta sia abbastanza vicino alla stella.

    Pelorat chiese: — Stando al computer, ci sono dei pianeti attorno alla stella gemella?

    Trevize sorrise e rispose: — Ho controllato: ci sono cinque pianeti di dimensioni medie. Nessun gigante gassoso.

    — E tra i cinque, ce n’è uno abitabile?

    — Il computer non dà nessuna informazione su quei pianeti… dice soltanto che sono cinque e che non sono grandi.

    — Oh — fece Pelorat deluso.

    — Non è il caso di perdersi d’animo — disse Trevize. — I Mondi Spaziali non figurano nemmeno nel computer. Le informazioni su Alpha Centauri A sono minime… Se non si sa quasi nulla su Alpha Centauri B, be’, potremmo interpretarlo come un segno positivo.

    — Allora che intenzioni hai? — chiese Bliss sbrigativa. — Vuoi raggiungere Alpha B e, se non approderemo a nulla, tornare ancora su Alpha A, vero?

    — Sì. E questa volta quando raggiungeremo l’isola di Nuova Terra sapremo cosa aspettarci. Esamineremo per bene tutta l’isola prima di scendere… e, Bliss, spero che userai i tuoi poteri mentali per ripararci…

    In quel preciso istante, la “Far Star” sussultò leggermente, fu scossa da una specie di singhiozzo navigazionale, e Trevize in un misto di rabbia e di stupore urlò: — Chi c’è ai comandi?

    Ma mentre parlava conosceva già la risposta.


    26

    Fallom sedeva al computer, completamente assorta. Le sue mani piccole dalle dita affusolate erano allargate al massimo per combaciare coi contorni leggermente luminosi delle mani tracciate sulla scrivania. Le dita di Fallom sembravano affondare nel materiale della scrivania, anche se questo era effettivamente duro e sdrucciolevole.

    Spesse volte Fallom aveva visto Trevize che teneva le mani in quella posizione, ed aveva capito che in quel modo controllasse la nave anche se in apparenza non faceva nient’altro.

    Di tanto in tanto, lo aveva visto chiudere gli occhi, così adesso anche lei li chiuse. Dopo un attimo, le parve quasi di sentire una vocina lontana… lontana, ma che le risuonava nella testa, attraverso i lobi trasduttori (percepiva in modo vago). I lobi erano ancor più importanti delle mani. Si sforzò di capire le parole…

    «Istruzioni, — chiese la voce, in tono quasi supplichevole. — Quali sono le istruzioni?»

    Fallom non disse nulla. Trevize non diceva mai nulla al computer… Ma sapeva quale fosse la cosa che desiderasse con tutta se stessa. Voleva tornare su Solaria, nella sua comoda e smisurata residenza… da Jemby… Jemby… Jemby…

    Voleva tornare là e, mentre pensava al mondo che amava, lo immaginò sullo schermo, visibile come tanti altri mondi che aveva visto ma che non le interessavano. Aprì gli occhi e fissò lo schermo desiderando che apparisse un altro mondo al posto di quella odiosa Terra… immaginando poi che quello che vedesse ora fosse Solaria… odiava la Galassia vuota in cui l’avevano gettata contrariamente alla sua volontà… Le vennero le lacrime agli occhi, e la nave tremò.

    Fallom avvertì il tremito, ed a sua volta oscillò un po’…

    Poi sentì dei passi pesanti nel corridoio, e d’un tratto la faccia di Trevize, contratta, le ostruì la visuale, nascondendo lo schermo che racchiudeva la meta dei suoi desideri. Trevize stava gridando qualcosa, ma lei lo ignorò. Era stato lui a portarla via da Solaria uccidendo Bander, era lui che le impediva di ritornare pensando solo alla Terra… be’, lei non lo avrebbe ascoltato.

    Avrebbe riportato la nave su Solaria… e la forza della sua determinazione fece tremare di nuovo la “Far Star”.


    27

    Bliss afferrò il braccio di Trevize. — No! No!

    Si aggrappò a lui, trattenendolo, mentre Pelorat, frastornato, pietrificato, indugiava sulla soglia.

    Trevize stava urlando. — Togli le mani dal computer!… Bliss, non metterti in mezzo… Non voglio farti male!

    — Non toccare la bambina! — gli intimò Bliss. — O dovrei farti del male io… ignorando tutte le istruzioni.

    Lo sguardo inferocito di Trevize si spostò da Fallom a Bliss. — Allora levamela di torno! Subito!

    Bliss lo spinse via con forza sorprendente. (Forza trasmessale da Gaia, forse, rifletté in seguito Trevize.)

    — Fallom — disse Bliss — via le mani da lì.

    — No — strillò la bambina. — Voglio che la nave vada su Solaria. Voglio che vada là. Là! — E fece un cenno in direzione dello schermo, senza spostarsi di un millimetro.

    Bliss posò le mani sulle spalle della bambina, e subito Fallom cominciò a tremare.

    La voce di Bliss divenne un mormorio… — Su, Fallom, di’ al computer di tornare come prima, e vieni con me. Vieni con me. — Le sue mani presero ad accarezzare Fallom, che si abbandonò a un pianto a dirotto.

    Fallom staccò le mani dalla scrivania e Bliss, stringendola sotto le ascelle, la drizzò in piedi, la fece girare e l’attirò a sé, lasciando che la bambina si sfogasse sul suo petto.

    Bliss disse a Trevize, fermo sulla soglia: — Spostati, e non toccarci adesso.

    Trevize si scansò.

    Bliss si fermò un istante e gli disse sottovoce: — Sono stata costretta ad inserirmi per un attimo nella sua mente: se avrò provocato qualche danno, non potrò perdonarti tanto facilmente.

    Trevize avrebbe voluto ribattere che non gli importasse un millimetro di vuoto cosmico della mente di Fallom, che lui fosse preoccupato per il computer. Ma di fronte allo sguardo ostile di Gaia (quell’espressione che faceva raggelare il sangue non poteva dipendere unicamente da Bliss) preferì tacere.

    Rimase zitto ed immobile finché Bliss e Fallom non furono uscite, o meglio finché Pelorat non mormorò: — Golan, stai bene? Non ti ha fatto male, vero?

    Trevize scosse la testa con veemenza, quasi intendesse scrollarsi di dosso la paralisi momentanea che lo aveva bloccato. — Tutto a posto. Il problema se mai è un altro… Chissà se è a posto il computer! — Si sedette, posando le mani dove pochi istanti prima le aveva posate Fallom.

    — Be’? — chiese ansioso Pelorat.

    Trevize si strinse nelle spalle. — Pare che risponda normalmente. Può darsi che trovi qualcosa che non vada in un secondo tempo, ma per il momento niente di sospetto. — Ed aggiunse rabbioso: — Il computer dovrebbe entrare in contatto solo con le mie mani… ma nel caso di questo ermafrodita non si è trattato soltanto delle mani… Sono sicuro che anche i lobi trasduttori…

    — Ma cos’è che ha scosso la nave? Non dovrebbe farlo, no?

    — No. È una nave gravitazionale, e non dovrebbero sentirsi questi effetti inerziali. Ma quel piccolo mostro…

    — Sì?

    — Secondo me, ha dato al computer due istruzioni contraddittorie, e così forti che il computer sia stato costretto a tentare di fare entrambe le cose contemporaneamente: nel tentativo di fare l’impossibile, il computer deve avere annullato momentaneamente l’effetto anti-inerziale… Almeno, credo che sia successo questo…

    Poi d’un tratto l’espressione di Trevize sì rilassò leggermente. — E forse è stato un bene che sia andata così, perché ripensandoci tutte le mie chiacchiere a proposito di Alpha Centauri A ed Alpha B erano solo sciocchezze: adesso so dove deve avere trasferito il suo segreto la Terra.


    28

    Pelorat lo fissò, poi ignorò l’ultima affermazione e tornò ad un interrogativo precedente. — In che modo Fallom può aver chiesto due cose contraddittorie?

    — Be’, ha detto che voleva far tornare la nave su Solaria.

    — Sì, certo.

    — Ma cosa intendeva per Solaria? Fallom non può riconoscere Solaria dallo spazio: non l’ha mai vista dallo spazio. Dormiva quando siamo fuggiti da quel mondo, e per quanto abbia letto i tuoi libri, per quanto Bliss le abbia insegnato delle cose secondo me Fallom non è in grado di afferrare realmente il concetto di una Galassia che comprenda centinaia dì miliardi di stelle e milioni di pianeti abitati. È cresciuta sottoterra, in solitudine, ed è già tanto se riesce ad afferrare a fatica il concetto dell’esistenza di mondi diversi… Ma quanti? Due? Tre? Quattro? Vedendo un mondo, è logico che a lei sembri uguale a Solaria… anzi che lei pensi che quel mondo sia Solaria, dal momento che ha un desiderio disperato di tornare là… Ecco, probabilmente Bliss ha cercato di calmarla dicendole che se non avessimo trovato la Terra l’avremmo riportata su Solaria, per cui Fallom deve essersi messa in testa che Solaria sia vicina alla Terra.

    — Be’… Ma cosa te lo fa pensare, Golan?

    — È come se lei stessa ce lo avesse detto, Janov, quando ci siamo precipitati qui… Ha gridato che volesse andare su Solaria ed indicando lo schermo ha aggiunto: «là, là». E cosa c’era sullo schermo? Il satellite della Terra. Non c’era, quando mi ero allontanato dal computer per venire a mangiare… C’era la Terra allora sullo schermo… Ma quando ha chiesto Solaria, Fallom dev’essersi raffigurata mentalmente il satellite, ed il computer logicamente lo ha inquadrato… Credimi, Janov, so come funzioni questo computer.

    Pelorat osservò la falce di luce sullo schermo e disse meditabondo: — Si chiamava “Luna” in una lingua della Terra. Ma chissà quanti altri nomi avesse nelle altre lingue… Immagina che confusione, vecchio mio, su un mondo con numerose lingue… pensa agli equivoci, alle complicazioni…

    — Luna? — fece Trevize. — Be’, come nome non è affatto complicato… Tra parentesi, ora che ci penso, forse la bambina ha cercato istintivamente di muovere la nave servendosi dei suoi lobi trasduttivi, utilizzando l’energia della nave… e può darsi sia stato questo a causare quel momentaneo sbandamento inerziale… Comunque, non ha importanza, Janov… L’importante è che, grazie a questo incidente, sullo schermo sia apparsa la Luna… sì, mi piace il nome… è apparsa ingrandita, ed è ancora lì… La sto osservando, e sto notando qualcosa di interessante…

    — Cosa, Golan?

    — Le sue dimensioni. Di solito si tende ad ignorare i satelliti, Janov. Di solito sono così piccoli… Questo è diverso: è un mondo. Ha un diametro di circa tremilacinquecento chilometri.

    — Un mondo? Non direi… Non può essere abitabile. Anche se ha un diametro del genere, è troppo piccolo: non ha atmosfera. Basta guardare per capirlo, non ci sono dubbi. La sua curvatura è molto accentuata, come lo è la linea interna di demarcazione tra l’emisfero diurno e quello notturno.

    Trevize annuì. — Stai diventando un vero lupo dello spazio, Janov. Hai ragione: non c’è aria, non c’è acqua… Ma questo significa solamente che la Luna sia inabitabile in superficie… E sotto la superficie?

    — Sottoterra? — fece Pelorat dubbioso.

    — Sì, perché no? Le città della Terra erano sotterranee, mi hai detto… Trantor, pure… Buona parte della capitale di Comporellen è sotterranea, come lo sono le residenze solariane: è un fatto abbastanza comune, no?

    — Ma, Golan, nei casi che hai elencato, si trattava di pianeti abitabili, abitabili in superficie, con tanto di atmosfera e di oceani… È possibile vivere sottoterra quando la superficie sia inabitabile?

    — Via, Janov, rifletti! Dove stiamo vivendo noi adesso? La “Far Star” è un mondo microscopico dalla superficie inabitabile. All’esterno non ci sono né aria né acqua, eppure noi viviamo all’interno senza problemi. La Galassia è piena di stazioni spaziali e di insediamenti spaziali di ogni tipo che, come le navi spaziali, sono abitabili solo all’interno: la Luna può essere vista come una specie di gigantesca astronave.

    — Con un equipaggio all’interno?

    — Sì. Milioni di persone, per quel che ne sappiamo… e piante ed animali… ed una tecnologia avanzata… Ascolta, Janov, e dimmi se il mio discorso non è logico… Nei suoi ultimi giorni la Terra è riuscita a mandare un gruppo di coloni su un pianeta del sistema di Alpha Centauri, e con l’aiuto dell’Impero ha cercato di terraformarlo, seminando la vita negli oceani, costruendo letteralmente la terraferma dove non esisteva… Se ha fatto questo, allo stesso modo avrebbe potuto anche inviare un gruppo di coloni sulla Luna e terraformare l’interno del satellite, giusto?

    Sebbene riluttante, Pelorat annuì: — È possibile.

    — Certo. Se la Terra aveva qualcosa da nascondere, perché mandarla a più di un parsec di distanza dal momento che poteva nasconderla su un mondo vicinissimo? E da un punto di vista psicologico la Luna sarebbe stata certamente un nascondiglio più efficace. Quando si pensi ad un satellite, si pensa automaticamente all’assenza di vita. L’ho fatto anch’io. Con la Luna sotto gli occhi, figurati, i miei pensieri sono corsi verso Alpha Centauri! Se non fosse stato per Fallom… — Trevize serrò le labbra, scuotendo il capo. — Credo che dovrò riconoscerle questo merito. Od in caso contrario ci penserà sicuramente Bliss.

    — Ma, vecchio mio, se sotto la superficie della Luna si nasconde qualcosa, come faremo a trovarla? Saranno milioni di chilometri quadrati.

    — Circa quaranta milioni.

    — E dovremmo setacciarli tutti? Cercando cosa? Un’apertura? Un portello stagno?

    — Presentata in questi termini, sembrerebbe un’impresa colossale… ma ricorda che non stiamo cercando solo degli oggetti: stiamo cercando la vita, forme di vita intelligenti… Ed abbiamo Bliss. Individuare l’intelligenza è la sua specialità, no?


    29

    Bliss squadrò Trevize con aria accusatoria. — Finalmente sono riuscita a farla dormire. È stata dura, Fallom era fuori di senno: non credo di averle causato nessun danno, per fortuna.

    Trevize replicò gelido: — Potresti provare a levarle dalla testa la sua fissazione per Jemby, perché non intendo affatto tornare su Solaria.

    — Levarle la fissazione… una sciocchezza, vero, Trevize? Ma che ne sai tu di certe cose? Non hai mai percepito una mente, non hai la più pallida idea della complessità di una mente, altrimenti non parleresti della rimozione di una fissazione come se si trattasse di togliere della marmellata da un vasetto.

    — Be’, almeno potresti indebolirla.

    — Potrei indebolirla leggermente, forse, ma dopo un mese di infralettura accurata.

    — Infralettura? Che significa?

    — È impossibile spiegarlo ad un non-iniziato.

    — Be’, allora che intendi fare riguardo la bambina?

    — Non lo so ancora… Bisognerà riflettere a fondo.

    — In tal caso — disse Trevize — ti spiegherò cosa faremo noi. So già quali siano le tue intenzioni: tornare su Nuova Terra ed abbordare di nuovo la bella Hiroko, se ti prometterà di non contagiarti questa volta.

    Trevize rimase impassibile. — No, ho cambiato idea: andremo sulla Luna… che è il nome del satellite, stando a Janov.

    — Sul, satellite? Perché è il mondo più a portata di mano? Non ci avevo pensato.

    — Neppure io. Né alcun altro… Nella Galassia non esistono satelliti degni di nota… ma questo satellite, per le sue dimensioni, è unico. E soprattutto, l’anonimato della Terra sì estende anche sul suo satellite: chi non trova la Terra non trova nemmeno la Luna.

    — È abitabile?

    — In superficie, no… Però non è radioattiva, quindi non è inabitabile in assoluto. Forse ospita la vita… forse brulica addirittura di vita, sotto la superficie. E, naturalmente, tu sarai in grado di dircelo quando saremo abbastanza vicini.

    Bliss si strinse nelle spalle. — Proverò… Ma come mai tutt’ad un tratto hai pensato al satellite?

    Trevize rispose sottovoce: — L’idea mi è venuta dopo che Fallom si è impadronita dei comandi ed ha fatto una cosa.

    Bliss aspettò maggiori delucidazioni, quindi si strinse ancora nelle spalle. — Qualunque cosa abbia fatto Fallom, ho la sensazione che non avresti avuto questa ispirazione se avessi dato retta ai tuoi impulsi di ucciderla.

    — Mai avuto intenzione di ucciderla, Bliss.

    Bliss agitò la mano. — D’accordo… Stiamo avanzando verso questa Luna, adesso?

    — Sì. Per precauzione procediamo lentamente, ma se non ci saranno intoppi entro trenta ore dovremmo essere a destinazione.


    30

    La Luna era una distesa desolata. Trevize osservò la parte diurna che scorreva in basso… Un panorama monotono di crateri e di aree montuose, e di ombre nere e nettissime che spiccavano nel chiarore solare. Il terreno presentava lievi cambiamenti di colore e, di tanto in tanto, ampi tratti pianeggianti butterati da piccoli crateri.

    Avvicinandosi al lato notturno, le ombre si allungarono per fondersi poi con l’oscurità. Per un po’, dietro di loro, i picchi montuosi scintillarono, più luminosi delle stelle. Poi scomparvero e sotto la “Far Star” rimase solo il debole riflesso della Terra, una grande sfera bluastra illuminata per meno di tre quarti. La nave infine superò anche la Terra, che scomparve sotto l’orizzonte, ed il panorama divenne di un nero assoluto.

    Poi, di fronte, apparvero nuove stelle, brillanti… dapprima un paio, poi altre, sempre più fitte, a formare quasi una massa compatta. E di colpo oltrepassarono il terminatore e furono di nuovo nel lato diurno. Il sole ardeva, era di uno splendore infernale… Lo schermo cambiò subito inquadratura, filtrando il riflesso abbagliante del terreno sottostante.

    Trevize si rendeva perfettamente conto che fosse assurdo sperare di trovare una via d’accesso all’interno abitato (sempre che esistesse) affidandosi solo ad una esplorazione visiva, data l’enormità di quel mondo.

    Si voltò verso Bliss, seduta accanto a lui. Bliss non osservava lo schermo: aveva gli occhi chiusi e, più che seduta, era accasciata sulla sedia.

    Trevize, chiedendosi se si fosse addormentata, fece sottovoce: — Non capti altro?

    Bliss scosse la testa. — No… Solo quella debole traccia. Meglio tornare là… Conosci la posizione?

    — Il computer la conosce.

    Era come puntare su un obiettivo, e non ci volle molto per individuarlo. La zona in questione era nel lato notturno e, a parte il lucore grigiastro e spettrale riflesso dalla Terra, non si distingueva nulla, malgrado le luci della sala comandi fossero state spente per facilitare l’osservazione.

    Pelorat si era avvicinato ed indugiava apprensivo sulla soglia. — Non abbiamo trovato nulla?

    Trevize lo zittì alzando una mano. Stava osservando Bliss. Sapeva che sarebbero trascorsi dei giorni prima che la luce solare tornasse ad illuminare quel punto, ma sapeva anche che per quello che Bliss stesse cercando di individuare non occorreva alcun genere di luce.

    Bliss disse: — È qua.

    — Sicura?

    — Sì.

    — Ed è l’unico punto?

    — L’unico che ho individuato. Abbiamo sorvolato tutta la superficie della Luna?

    — Gran parte.

    — Be’, nella parte che abbiamo esaminato, non ho individuato altro. Adesso è più forte… come se ci avesse individuato, e non mi sembra nulla di pericoloso. Percepisco una sensazione di benvenuto.

    — Sicura?

    — È la sensazione che percepisco.

    Pelorat disse: — Non potrebbe essere una finzione?

    Bliss replicò con un lieve scatto di alterigia: — Se fosse un trucco me ne accorgerei, te lo assicuro.

    Trevize borbottò qualcosa a proposito della sicurezza eccessiva, poi disse: — Percepisci un’intelligenza, spero…

    — Un’intelligenza molto forte. Solo che… — E la voce di Bliss assunse un tono strano.

    — Solo che?

    — Shhh… Lasciami concentrare — sussurrò Bliss. Poi, sorpresa: — Non è umana!

    — Non è umana? — disse Trevize, ben più sorpreso. — Ancora robot? Come su Solaria?

    — No — sorrise Bliss. — Non è nemmeno robotica.

    — O è l’una o è l’altra.

    — Nessuna delle due invece. — Ora Bliss ridacchiava. — Non è umana, eppure è diversa da quella dei robot che abbia incontrato finora.

    Pelorat esclamò: — Mi piacerebbe proprio vedere cosa sia! — Scuoteva forte la testa, ed aveva gli occhi spalancati tanto era entusiasta. — Sarebbe eccitante… Qualcosa di nuovo!

    — Qualcosa di nuovo — annuì Trevize sentendosi d’un tratto rincuorato… ed un lampo inatteso di intuizione parve sprizzargli dagli occhi.


    31

    Scesero verso la superficie lunare trascinati da qualcosa che rasentava l’esultanza. Persino Fallom si era unita a loro, e con tipico abbandono infantile faceva salti di gioia come se stesse tornando davvero su Solaria.

    Trevize invece avvertiva dentro di sé un barlume di equilibrio mentale che creava degli interrogativi… Era strano che la Terra… o la parte di Terra che si trovasse ora sulla Luna… dopo aver fatto il possibile per tenere alla larga gli intrusi, adesso stesse invece invitandoli ad avvicinarsi… Che lo scopo fosse sempre lo stesso? Che si trattasse di un’applicazione della tattica che diceva: «Se non puoi tenerli alla larga, attirali all’interno e distruggili».

    Ma quel pensiero scomparve travolto dal vortice di gioia che si faceva sempre più intensa via via che si avvicinavano alla superficie lunare. Intensa… comunque Trevize riuscì ad aggrapparsi all’attimo di illuminazione che l’aveva colpito poco prima che iniziassero il loro tuffo verso il satellite della Terra.

    Apparentemente, Trevize non aveva alcun dubbio riguardo la destinazione della nave. Adesso stavano sfiorando la sommità delle alture ondulate, e Trevize, al computer, non sentiva il bisogno di fare nulla. Era come se lui ed il computer venissero guidati, e Trevize provava un’immensa euforia rendendosi conto che il peso delle responsabilità ormai non gravasse più sulle sue spalle.

    Procedevano paralleli al terreno, verso un dirupo che si ergeva minaccioso come una barriera contro di loro; una barriera che scintillava debolmente nel riflesso terrestre e nel raggio luminoso della “Far Star”. Il pericolo di una collisione imminente non suscitò alcuna reazione in Trevize, e non provò la minima sorpresa quando si accorse che il tratto di dirupo davanti a loro si fosse spostato e che si fosse aperto un corridoio illuminato artificialmente.

    La nave rallentò, insinuandosi senza problemi nell’apertura, Proseguendo… L’apertura si richiuse alle loro spalle, e di fronte a loro ne apparve un’altra. La nave penetrò nel secondo passaggio, sbucando in una sala gigantesca che sembrava l’interno cavo di una montagna.

    La nave si fermò, e tutti si affrettarono verso la camera stagna ed il portello. Nessuno, nemmeno Trevize, pensò di controllare se all’esterno ci fosse un’atmosfera respirabile… od anche semplicemente un’atmosfera.

    L’aria c’era, comunque. Respirabilissima, piacevole. Si guardarono intorno soddisfatti, come gente che fosse tornata a casa, e solo dopo un po’ notarono la presenza di un uomo che aspettava educatamente che si avvicinassero.

    Era alto, aveva un’espressione grave. I suoi capelli erano co